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La decrescita non è impoverimento, Alfabeta2

8 febbraio 2011

 

La decrescita non è impoverimento è l’articolo di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, pubblicato da Alfabeta2 il 7 febbraio 2011.

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.

 

La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella crescita il dogma che non può essere messo in discussione. C’è ormai una presa di coscienza sempre più diffusa del fatto che non ci può essere una crescita illimitata in un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i “limiti della crescita”. Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura, distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento: essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di principio, la diminuzione di beni e di servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo, incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso. Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non mercantili di beni e servizi.

 

Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento, occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo conterrà sempre il richiamo al fatto che “al mondo ci sono x milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno”, dove appunto si intende che “povertà” sia definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi, sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, ci possono essere, come in certe epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l’espressione di un fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita, pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati dai grandi proprietari terrieri (le famose enclosures sulle quali ha tanto insistito Marx). È chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi avevo diritto a una casa, al cibo, spesso agli abiti, e a uno scarso reddito monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il pagamento di un affitto1.

Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere, oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali. Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in una situazione di disperazione.

 

Il punto è che ciò che comunemente si chiama “sviluppo dei paesi poveri” consiste essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che l’effetto di questo sviluppo sia la creazione di povertà autentica, disperata, invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo abituati)2. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta a una tesi che ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati, e la decrescita è una strategia di salvezza per l’intera umanità3.

Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in riferimento allo status medio della società nella quale si vive e alle merci che essa considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti, l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile, oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo aggiornamento.

L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e socialmente determinati della povertà stessa.

Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La recessione è la diminuzione del Pil in un quadro immutato di mercificazione dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il vestiario per seguire la moda e così via), ma non ha più il reddito monetario per soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.

 

La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo. Decrescita significa che il Pil diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati, oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello, non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane ricche e rapporti di comunità significativi.

La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in modo automatico.

Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.

Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita stessa.

 

La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta contro questo immaginario.

1. A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia, che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.

2. Ovviamente la dinamica reale dello «sviluppo» nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse situazioni. Ci possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di «povertà».

3. Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente diffuse nei paesi «poveri», debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale tipico del capitalismo.

 

Le fotografie pubblicate appartengono a Magnum Photos: l’autore è David Seymour

 

 

 

 

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La retorica della comunicazione, Alfabeta2

8 febbraio 2011

 

La retorica della comunicazione è l’articolo di Anna Maria Lorusso pubblicato da Alfabeta2 il 7 febbraio 2011. Un’analisi ficcante del linguaggio mediatico (televisivo) dominante. L’autrice è vigile osservatore e sottile ascoltatore.

Molte volte nel corso dell’anno appena terminato abbiamo letto del pericolo che corre l’informazione, tra tentativi di legge-bavaglio, ritorni censori, dossieraggi e la solita, insoluta, questione del conflitto di interessi. Poco si parla, però, a nostro avviso, di un problema dell’informazione meno evidente ma ugualmente grave e che meriterebbe analoga attenzione: il diffondersi di tentazioni veritative e assolutistiche: monologiche. Cerchiamo di spiegarci.

È ovvio che in un panorama mediatico polifonico, plurale e libero ogni soggetto autorizzato a parlare dovrebbe essere garantito nel suo diritto di parola. Tuttavia, ci pare che sarebbe altrettanto essenziale che ogni soggetto autorizzato a parlare si limitasse a farsi portavoce del proprio punto di vista, del suo credo e dei suoi valori, senza volontà di prevaricazione dogmatica. Più volte invece ci siamo trovati in questa situazione, e troppo spesso forse senza accorgercene neanche. Il “monologismo” si sta facendo sistematico, abitudine diffusa, stile informativo, forse cifra epocale. Non dobbiamo pensare solo allo stile inquisitorio del Giornale o alle urla sguaiate e pre-politiche di Beppe Grillo. Forse dobbiamo anche riflettere su chi, da una parte e dall’altra dell’arena politica, predica il ritorno ai fatti o presenta le proprie inchieste come Verità, e non come indagini (soggettive, interessate, parziali, seppur – auspicabilmente – corrette).

Serpeggia, insomma, secondo noi,  e senza  troppe dissimulazioni, una tendenza all’assolutizzazione del proprio discorso, tanto a destra quanto a sinistra, che non fa bene né all’informazione né alla democrazia, né alla coscienza critica del paese.

Per intenderci, chiameremo questa patologia “retorica della verità” e cercheremo nelle prossime righe di chiarirne alcuni tratti caratteristici.

Anzitutto, all’interno della retorica della verità, la posta in gioco non è il proprio argomento (che è pur sempre una forma di opinione), ma la definizione di unìoggettività non controversa. Il discorso deve arrivare a una conclusione non discutibile. Ai fatti. Alle cose come sono, come sono andate veramente. Che è un altro modo per dire: alla Verità.

Non a caso sembra ritornato in auge il genere-inchiesta, da D’Avanzo su Repubblica a Report – con inchieste sempre meno connotate come reportages, racconti del proprio percorso di scoperta, e sempre più qualificate invece come percorsi di disvelamento, di messa in evidenza della autentica realtà delle cose, o come discorsi fondativi, che aspirano a ridefinire da zero i termini della questione.

All’interno di questa prospettiva, in secondo luogo, spesso non ci sono possibilità e sfumature, ma solo necessità e valori manichei;  ci sono per lo più affermazioni dichiarative, enunciati constativi e assertivi (fatti di verbi all’indicativo presente dell’eternità, di schemi sintattici semplici che danno l’impressione dell’evidenza chiara e distinta che si manifesta) spesso con verbi deontici: spiegano quel che si deve, si dovrebbe, si sarebbe dovuto fare, dire, pensare (assumendo un criterio di dover essere e dover fare indiscutibile).

Inoltre, e soprattutto, le argomentazioni sono spesso paralogistiche, basate cioè non su forme di ragionamento e deduzione corrette ma su ragionamenti fallaci: premesse che non giustificano conclusioni generalizzabili (ma ad esempio conclusioni solo parziali – ed è tutta un’altra cosa), false premesse (non verificate), auctoritates che non sono effettivamente tali (che non sono, per esempio, dati scientifici, pareri di esperti autorevoli, studi che hanno già passato il vaglio della comunità scientifica) ma che sono solo la riformulazione delle proprie affermazioni.

Una delle strategie tipiche della retorica della verità, infatti, è proprio la costruzione di referenze interne, ovvero la costruzione discorsiva (dunque all’interno del proprio dire)  di un piano di riferimento e sostegno argomentativo, che non è fatto in realtà da “prove”, auctoritates, ma da pseudo-verità costruite dal proprio stesso discorso e riutilizzate in fasi successive dell’argomentazione come garanzie di quel che si va dicendo, in un evidente circolo vizioso di autoconferma. Un po’ come quando si usano i risultati dei sondaggi come prove di qualcosa, facendo finta di non sapere che i sondaggi non scoprono verità ma costruiscono dati.

In prospettiva semiotica, questo tipo di retorica è una delle possibili strategie veridittive che il discorso informativo ha a disposizione, uno dei possibili modi che il discorso può assumere per costruire discorsivamente la verità. L’idea di fondo è che i discorsi non ci mettono mai di fronte alla Verità ma di fronte alla costruzione delle loro verità. Le parole, i testi (anche quando hanno le migliori intenzioni) non riflettono, non rispecchiano il vero oggettivo, perché ormai da secoli anche la filosofia è concorde nel non attribuire alla verità lo statuto di evidenza; ma costruiscono una certa verità, e cercano di convincercene. In gioco, nel discorso informativo, dovrebbe essere la credibilità, l’attendibilità di chi parla e la fiducia che quel che dice (e come lo si dice) ispira, non la  correttezza, la giustezza – perché quasi mai abbiamo effettivi criteri di giudizio per valutare la corrispondenza del detto ai fatti, mentre sempre abbiamo o dovremmo avere criterio e strumenti critici per discernere ciò che è ben argomentato da ciò che non lo è, ciò che è più manipolatorio da ciò che è più aperto e chiaro, ciò che è più convincente da ciò che lascia più spazio ai dubbi.

A questo – all’esercizio critico di discernimento su quel che si dice, sulla attendibilità delle fonti, sulla trasparenza del proprio punto di vista – il nostro sistema mediatico e in generale il dibattito che gli sta intorno ci prepara molto poco, mentre l’attenzione resta completamente assorbita dalle voci urlate di chi da una parte e dall’altra (sul Giornale come sul Fatto quotidiano, al Tg1 come ad Annozero) vuole imporre una verità unica, monolitica, incontestabile.

Attenzione: il punto non è fornire e garantire sempre il contraddittorio, l’ossessione di mettere insieme portavoce di pareri opposti per tacitare la buona coscienza che vuole la neutralità. La nostra sensibilità vorrebbe proprio che il contraddittorio non avesse diritto di esistenza, che la neutralizzazione delle opinioni che il contraddittorio produce non trovasse terreno, perché siamo convinti che proprio la neutralità sia una chimera – la chimera di chi vuole predicare l’evidenza della verità, nascondendo la propria argomentazione, ammantando le proprie inchieste di oggettivismo, di neutralità, di scientificità, come se un parere soggettivo ma autorevole,  una ricerca personale ma documentata, non potessero, per ciò stesso, meritare attenzione e rispetto.

Il problema è diventato particolarmente palese con il caso (virtuoso) di Vieni via con me e dei discussi inviti in trasmissione di Fazio e Saviano: la vedova Welby, Beppino Englaro, entrambi “rappresentanti” di una stessa posizione. La sedicente neutralità voleva che fosse invitata una voce contraria, che creasse l’agognato dibattito. Per fortuna Fazio e Saviano hanno rifiutato questa logica rivendicando rispetto per la parzialità di un racconto e di un’esperienza che certo è di parte, è personale, ma non per questo deve indurre la contraddizione.

Il timore che stiamo iniziando ad avvertire è che si stia confondendo la libertà di informazione con il diritto di neutralizzazione delle opinioni, e che si stia scambiando il valore della onestà informativa con quello della rassicurazione veritativa.

C’è qualcosa di populistico nella retorica della verità che sta prendendo piede – che, inutile dirlo, fa sistema con vari altri virus della nostra epoca.

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Il narratore, Walter Benjamin

8 febbraio 2011

Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, è il saggio di Walter Benjamin che Einaudi ripubblica in questi giorni.

 

Si dovrebbe leggere questo libro anzitutto perché bello. L’autore fu un genio. Bello per eleganza del tono, la struttura quasi teatrale, l’incanto di alcune frasi. La saggezza.

 

Poi bisognerebbe leggerlo per l’argomento trattato: la narrazione. In realtà sarebbe un saggio su Leskov (scrittore russo considerato grande da Tolstoj), ma in realtà questo è il pretesto dell’autore per parlare di parole, frasi e intrecci. Narrazioni.

 

Il tema è per noi più attuale che per Benjamin, l’autore. Come tutti avranno notato, viviamo in una civiltà che ha scelto di farsi governare dalla narrazione. Le parole e i racconti ci accompagnano, sia che lo vogliamo sia che non lo vogliamo. Che ce ne rendiamo conto o no. Allora bisogna almeno esserne consci.

 

Lo storytelling struttura le pubblicità, i discorsi dei personaggi pubblici (molti di loro), il linguaggio dei media in genere. Allora: siamo sempre in grado di distinguere “il reale” dal virtuale? I fatti dal loro racconto?

 

Benjamin ci mostra il confine tra queste cose. Se la narrazione è una magia cui non dobbiamo rinunciare, lui spiega come non rimanerne stregati; se le storie sono strumenti per difenderci dalla falsa semplicità dei fatti, lui suggerisce come non diventarne schiavi.

 

L’articolo trae spunto e cita Alessandro Baricco, La Repubblica, martedì 8 febbraio, pag. 39

Le immagini pubblicate sono illustrazioni di Anna Godeassi. Il suo magnifico sito.

Il libro

Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, Einaudi, Torino, 2011

L’autore

Walter Benjamin

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