Archive for marzo 2011

Ternitti, Mario Desiati

30 marzo 2011

 

 

Ternitti è l’ultimo romanzo di Mario Desiati, edito da Mondadori, in corsa per il premio Strega.

Una storia di una famiglia di emigranti pugliesi in Svizzera in cerca di lavoro e di un futuro migliore nella loro terra d’origine.

Per le donne il lavoro sarà la casa, per gli uomini la fabbrica di Eternit. Nel capannone dell’azienda ci sono pugliesi, calabresi, veneti ecc… in una babele di dialetti.

La scrittura di Mario Desiati è il fraseggio dei vinti, di ubriachi, di folli, di bar. Ogni scrittore, all’interno di quella che si intuisce essere la parabola delle proprie ossessioni narrative, innesta una sua cognizione del dolore. Le inadeguatezze dei personaggi dell’autore sono sempre spavalde: i suoi uomini sono vinti da sé stessi, dalle storie nelle quali stanno impigliati, dalle loro debolezze.

Il libro

Mario Desiati, Ternitti, Mondadori, Milano, 2011

L’autore

Altri libri dell’autore

Vita precaria e amore eterno, Mondadori, 2006

Neppure quando è notte, Pequod, 2002

Il paese delle spose infelici, Mondadori, 2008

Foto di classe. U uagnon se n’asciot, Laterza, 2009

La libreria

 

 

 

 

 

 

AC

Libri sulla “guerra umanitaria”

30 marzo 2011

 

 

Guerra umanitaria, guerra giusta, guerra democratica. Peace-keeping, peace-enforcing, operazioni di polizia internazionale. Difesa attiva. Missioni di pace. No fly zone. Tutte trovate linguistiche per deviare dal campo semantico della guerra e veicolare un’informazione vaga sui mass media.

Formulazioni retoriche a parte, dal 1999 l’occidente combatte sempre la stessa guerra: quella buona, etica e morale, ideata un decennio dopo la caduta del Muro di Berlino, da Tony Blair e Bill Clinton.

 

I libri

Stephen L. Carter, The Violence of Peace, Beast Books, New York, 2011

 

 

David Rieff, A Bed for the Night, Simon & Shuster, 2003

 

 

David Rieff, Un giaciglio per la notte, Carocci, Roma, 2005

 

 

Samantha Power, A Problem from Hell, Harper Perennial, 2007

 

 

Samantha Power, Voci dall’inferno, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004

 

 

Paul Berman, Terror and Liberalism, WW Norton & Co, New York, 2004

 

 

Paul Berman, Power and the Idealist, W W Norton, New York, 2007

 

 

Paul Berman, Idealisti e Potere, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2007

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

 

 

Merchants of culture, John B. Thompson

30 marzo 2011

Merchants of culture è un denso e importante saggio di John B. Thompson dedicato all’analisi del mercato editoriale.

Profonde modificazioni stanno intervenendo in questo settore, e avranno – anzi, hanno già – risvolti culturali pesanti e determinanti.


Tuttavia, con le analisi del mercato editoriale bisogna essere cauti: perché quasi sempre non sono analisi ma anatemi e verdetti. Spesso non si tratta di argomentazioni scientifiche. Qualcuno ogni tanto coglie segnali, è vigile e sensibile sui cambiamenti: è appena uscito per Marsilio l’ultimo libro di Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo.

Il saggio di John B. Thompson invece analizza i fenomeni argomentando, documenti e prove alla mano. È un lucido studio dei meccanismi che dominano questa industria. Aggiornato, pieno di dati, scritto in modo neutrale. Non che la neutralità sia un gran valore di per sé, ma in alcuni casi può aiutare a capire.


Innanzitutto, l’autore ci dice che ha cambiato faccia la vendita dei libri. Le piccole librerie, nella maggior parte dei casi, spariscono, a vantaggio della grandi catene (modello anche questo in crisi: leggi il post di LibOn a riguardo) e dei rivenditori online. Chiaramente come si vende influisce su cosa si vende. Allora sono preferiti libri ad alta rotazione e autori considerati brand sicuri. Al mercato tascabile si è sostituito l’hardcover di massa: pochi titoli in grado di vendere elevate o elevatissime quantità di copie (The Winner Takes it All). Sono i megaseller alla Dan Brown.

Tende a sparire il catalogo, insieme a quegli autori sui quali l’editore investe più a lungo termine. Sembra sparire il tempo stesso dell’editoria.

Quanto detto descrive la situazione del mercato editoriale britannico e americano.

Il libro

John B. Thompson, Merchants of culture, Polity Press, Cambridge, 2010

L’autore

La casa editrice

Polity

La libreria

AC

Il buco nero, Giuseppe Caporale

28 marzo 2011

 

 

Il buco nero è il libro-inchiesta di Giuseppe Caporale, giornalista di Repubblica già autore del documentario Colpa nostra, e edito da Garzanti.

L’orologio dell’Aquila è fermo da due anni. Macchinari incustoditi tra le macerie, pazienti costretti alle visite nei container, liste d’attesa lunghe oltre ogni dire. Ventiquattro mesi dopo il sisma, l’ospedale cittadino è ancora una struttura in ginocchio.  Al ritmo con cui procede oggi, lo sgombero delle macerie dal centro storico dell’Aquila dovrebbe finire non prima del 2079.

Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, dopo una raffica di sciami sismici che avevano terrorizzato la popolazione, un devastante terremoto ha distrutto L’Aquila e il cuore dell’Abruzzo. Sotto le macerie di oltre 50.000 edifici rasi al suolo o gravemente lesionati, 308 morti e oltre 1500 feriti.

 


Ma già la notte stessa del terremoto, al telefono, c’era chi, ridendo, programmava i guadagni – leciti e illeciti – da fare con la ricostruzione. C’è una catena che collega gli scandali che hanno preceduto il terremoto e quelli che lo seguono, un circuito vizioso fatto di raccomandazioni che va da Clientopoli (il leggendario archivio del ministro Gaspari scoperto nel 1992) allo scandalo della sanità (che ha portato alle dimissioni del presidente della Regione Del Turco nel 2008 e al sequestro di beni per 50 milioni di euro). E poi gli scandali della ricostruzione: la Cricca che prosperava all’ombra della Protezione Civile.

Al centro, la tragedia del sisma.

 


 

 

 

Il libro

Giuseppe Caporale, Il buco nero, Garzanti, Milano, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

La casa editrice


 

 

 

La libreria

 

 

 

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Pinocchio audiolibro, Paolo Poli

28 marzo 2011

 

Pinocchio in audiolibro letto e recitato da Paolo Poli, è l’iniziativa della casa editrice Giunti in occasione dei 130 anni del personaggio creato da Collodi. Il cofanetto, inoltre, contiene le illustrazioni originali di Enrico Mazzanti.

 


Storia di un burattino apparve a puntate nel luglio del 1881 sul Giornale dei bambini. Collodi aveva deciso di chiudere la storia al XV capitolo, lasciando Pinocchio impiccato a un albero. Ma le proteste dei piccoli lettori lo costrinsero a riprendere la storia.

In un’Italia diventata patria della menzogna, fare di Pinocchio l’icona del bugiardo è quanto meno ingiusto. Tutta colpa di Collodi che con l’invenzione di allungargli il naso ne ha fatto un cliché. Poco importa se in tutto il libro il burattino dice appena due bugie. Quale bambino non mente? Ora, in occasione dei suoi 130 anni, sarà bene ristabilire la verità. Ci pensa Paolo Poli che, tra una tournée e l’altra, ha trovato il tempo di leggere per noi la grande favola e regalarci un esilarante audiolibro.

 


La bugia è il simbolo dell’accomodamento, ce lo ha spiegato Machiavelli. È indipendente dalla morale. Le sue bugie, d’altronde, sono tutte a fin di bene. Il poveretto mente per non preoccupare la fatina. Quando dice la verità, finisce in galera.

A leggere o ascoltare il libro, colpisce la somiglianza di questa nostra Italia con quella postrisorgimentale, bugiarda, irrispettosa nei confronti dei giovani, con uno stato di diritto capovolto.

 

 

 

Le immagini visualizzate sono illustrazioni di Enrico Mazzanti

Il testo riprende stralci dall’articolo di Brunella Schisa sul Venerdì di Repubblica, venerdì 25 marzo 2011

 

 

 

Il libro

Carlo Collodi, Pinocchio in audiolibro, letto da Paolo Poli, Giunti, Firenze, 2011

 

 

L’autore

 

 

 

L’attore

 

 

La casa editrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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La critica del pensiero calcolante

27 marzo 2011

 

 

La critica del pensiero calcolante è una lezione di filosofia di Umberto Galimberti tenuta nell’ambito della Seconda edizione del Festival dell’Economia dal tema: “Capitale umano, capitale sociale” promosso dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento e dall’Università degli Studi di Trento (Dal 30 maggio al 3 giugno 2007).

Il professor Umberto Galimbertii presenta una visione dei problemi studiati dagli economisti, offrendo però una visione più ricca e più articolata. Gli economisti partono da concetti apparentemente semplici da definire, come il consumatore, le preferenze lui, invece, ha dedicato molti anni a mettere in discussione queste definizioni, e anche concetti come l’io, ed è affascinato proprio da quei pensatori come Jung, Freud, Nietzsche, che non accettano queste visioni molto semplici dell’uomo.

LibOn propone di seguito tutti e otto i link della lunga lezione di filosofia sul pensiero calcolante, un concetto che viene da Heidegger e che individua nel calcolo dell’utile la riduzione del pensiero occidentale. Il professore interviene sull’argomento e cerca un’alternativa in questa conferenza.

 

 

 

 

 

La critica del pensiero calcolante

La libreria

 

 

 

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La Guerra in Libia, Gabriele Del Grande

27 marzo 2011

 

La guerra in Libia è e sarà difficilmente comprensibile per un pubblico di lettori non specialisti. Gabriele Del Grande, da due settimane a Benghazi, è uno dei più validi reporter che il giornalismo italiano possa vantare.

LibOn riporta l’articolo-intervista apparso sul suo blog, Fortress Europe.

 

 

A volte una chiacchierata aiuta a chiarirsi e a chiarire le idee. Soprattutto quando l’interlocutrice è una come Alma Allende, che è una che ha seguito tutta la rivoluzione in Tunisia per il sito Rebelion. Le domande sono le sue, e le risposte le mie, che da due settimane sto qui a Benghazi con i ragazzi della rivoluzione. Dove sta andando la Libia? Perché in giro tutti gridano al complotto americano o islamista? Quale è stato il ruolo dell’informazione? Si può essere imparziali in un posto come questo? E infine Lampedusa. La Libia c’entra davvero qualcosa il boom degli sbarchi delle ultime settimane? Leggi l’intervista.

Gabriele, adesso che si è deciso l’intervento dell’ONU e le bombe degli alleati cadono sulla Libia, ci sono delle voci antimperialiste che tentano di dimostrare che la rivolta era stata preparata dall’inizio dalle potenze occidentali. Tu cosa ne pensi? C’è stato un disegno esterno o sono state rivolte popolari spontanee come in Tunisia e Egitto?

Non sono assolutamente d’accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Benghazi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c’è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell’Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L’Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all’oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla “nostra” decadenza corrisponda il “loro” risorgimento.

Perché credi che gli USA, l’UE e pure l’Italia abbiano deciso per un intervento “umanitario” contro un amico e alleato?

Credo fondamentalmente per un errore di calcolo. Mi spiego. In un primo momento sembrava che il regime di Gheddafi sarebbe imploso su se stesso nel giro di pochi giorni. In Tunisia e in Egitto era andata così. E in quei giorni c’è stato un rincorrersi delle potenze mondiali per condannare la dittatura libica e mandare segnali di apertura agli insorti, in modo da garantirsi la continuità dei contratti di petrolio e degli appalti miliardari che la Libia offre e offrirà nei prossimi anni. Poi è successo che Gheddafi si è dimostrato un osso più duro del previsto, e ha riguadagnato terreno grazie al temporeggiare delle Nazioni Unite e all’ingresso in Libia di mercenari professionisti della guerra, venuti da altri paesi africani, e impiegati in una campagna di guerra nelle città degli insorti. A quel punto le potenze internazionali hanno dovuto fare una scelta per proteggere i propri interessi in Libia. O scommettere sugli insorti, e preparare le armi. Oppure tornare sui propri passi, con il rischio molto alto che un personaggio come Gheddafi , risentito per l’affronto, cancellasse i contratti con le compagnie di quegli Stati, sulla base della sua nota gestione personale e lunatica del sistema Libia.

 

Chi fa parte del Consiglio Nazionale Libico? Sono agenti del imperialismo, bravi rivoluzionari, un mischio di tutto?

Sono personaggi di varia estrazione. Soprattutto avvocati, giudici, uomini d’affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Gheddafi in tempo e che non ha le mani sporche di sangue. Alcuni sono rientrati in Libia dopo anni di esilio all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Dalle loro dichiarazioni è chiaro che ambiscono a una Libia unita, con capitale Tripoli, che sia retta su un sistema costituzionale, parlamentare e partitico, che rispetti i vecchi contratti del petrolio e che veda riconosciuta la libertà di espressione, di associazione, di impresa e di pensiero. Il lavoro che hanno davanti è lunghissimo, perché in Libia da 42 anni la società civile è stata azzerata. Non esistono associazioni. Non esistono sindacati. Non esistono partiti politici. Non esistono istituzioni. C’è soltanto la rete dei comitati popolari di Gheddafi, le sue forze speciali di sicurezza, un esercito che non conta niente, e la mano lunga del grande capo che decide su tutto in base al suo umore.

La guerra in Libia, Gabriele Del Grande

 

C’è una sinistra più o meno organizzata a Benghazi? Che ruolo hanno giocato i giovani?

La sinistra non c’è e se c’è non si vede. Di nuovo, non ci sono e non ci sono stati partiti negli ultimi quarant’anni. Ogni forma di dissenso è stata repressa. L’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c’è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.

 

Quale era la situazione sociale ed economica nella Cirenaica prima delle rivolte? La Libia, non è un paese ricco? Allora, perché protesta?

Questa è un’altra cosa interessante. A differenza della Tunisia e dell’Egitto, la Libia è un paese ricco. Anche in questi giorni si vedono in giro fuoristrada nuovi di pacca e le case dove sono entrato sono case di classe media. I poveri in città sono soprattutto gli stranieri. Egiziani, sudanesi, chadiani, tunisini, marocchini, nigeriani, emigrati in Libia a cercare fortuna e finiti a fare i lavori più umili e meno pagati. Diverso è il discorso della campagna e del mondo rurale, che vive molto al di sotto del tenore di vita delle città. Ma di nuovo, qui non si protesta per i salari. Non ho mai sentito nominare la parola salario in piazza. Certo si grida allo scandalo per la corruzione, ma il punto principale è la libertà e la fine della dittatura e del terrorismo di Stato. Poi è chiaro che tutti credono che una gestione del petrolio attenta al bene pubblico porterà grande ricchezza al paese, più istruzione e qualità della vita. Ma il punto principale, di nuovo, è la libertà.

Gli abitanti di Benghazi, hanno veramente richiesto l’intervento? Non hanno paura di perdere il controllo sulla loro rivoluzione? Di perdere di credibilità a livello internazionale?

Gli abitanti di Benghazi hanno le idee chiare su due punti. Vogliono la no fly zone e i bombardamenti degli alleati sull’aviazione di Gheddafi e sui suoi armamenti pesanti che minacciano i civili. E allo stesso tempo non vogliono l’ingresso delle truppe straniere né l’occupazione militare. Lo dice la piazza e lo ribadisce il consiglio transitorio nazionale.

La guerra in Libia, Gabriele Del Grande

 

Gli antimperialisti che parlano di cospirazione si chiedono come mai i manifestanti si sono armati subito dopo i primi giorni. Da dove hanno tirato fuori quelle armi? Chi ha rifornito i ribelli?

Strano che invece non si chiedano chi ha armato Gheddafi e da dove ha tirato fuori tutti quei carri armati e quei lanciamissili con cui sta terrorizzando i civili. Ma venendo alla domanda, la dinamica è molto semplice. Il 15 febbraio inizia la protesta a Benghazi. L’esercito, come a Tunisi e al Cairo, si rifiuta di sparare sul popolo. Ma lo fanno al suo posto le forze speciali di sicurezza di Gheddafi. In pochi giorni è un massacro, almeno 300 morti. A quel punto l’esercito sotto la pressione del popolo, apre le caserme e lascia che i ragazzi prendano i vecchi kalashnikov e i pochi lanciarazzi che si trovano nei depositi. Grazie a quelle armi riescono a cacciare dalla città le forze speciali di Gheddafi. E con quelle stesse armi difendono la città di Benghazi e liberano le città vicine di Ijdabiya, Brega e Ras Lanuf. Fin quando Gheddafi gli spedisce contro unità speciali e mercenari armati di carri armati e lanciamissili e appoggiati dall’aviazione militare che semina il panico tra le file degli insorti bombardando il fronte. Poi è vero che, nei giorni successivi alle prime disfatte militari contro l’armata di Gheddafi, sono arrivate in città nuove armi e nuove munizioni. Sempre vecchi kalashnikov e un po’ di contraerea. Qualcuno ha rimesso in moto tre elicotteri e due aerei militari Mirage, entrambi poi abbattuti, uno dal fuoco amico e l’altro per un’esplosione del motore. Comunque se è un mistero da dove siano arrivate le nuovi armi, è invece certo che si tratti di armi leggere e di pessima qualità. In quanto ai presunti addestratori militari su cui tanto si è speculato, diciamo che a giudicare dal caos sul fronte si direbbe che non sono mai arrivati.

 

Come credi che l’intervento occidentale possa influenzare il corso della rivoluzione libia e araba?

Dipende tutto da quali decisioni saranno prese. Per ora il bombardamento dell’artiglieria pesante di Gheddafi ha semplicemente evitato un massacro. Certo sono stati uccisi decine e forse centinaia di soldati e mercenari libici. Certo si poteva evitare intervenendo prima con la diplomazia, magari dieci anni prima, anziché corteggiare il dittatore dai tempi della fine dell’embargo nel 2004. Ma stanti così le cose, quel bombardamento ha evitato che trenta carri armati e venti lanciamissili entrassero a Benghazi, quando erano già alle sue porte, e dopo che un solo giorno di battaglia in città aveva fatto 94 morti! Piaccia o non piaccia la guerra, e a me non piace, di questo stiamo parlando. Adesso però bisogna che l’intervento militare si fermi, e che il resto del lavoro lo facciano i libici. Perché il problema non è guerra sì o guerra no. La guerra c’è già. Ed è una guerra di liberazione. Di un popolo contro il regime, i suoi fantocci e suoi mercenari. E non deve diventare una guerra coloniale contro un governo nemico dei propri interessi particolari. Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista. Può non piacerci, ma è quello che piace ai libici e avranno pure il diritto di scegliere del proprio futuro! Sostenere Gheddafi in nome della sua maschera socialista e terzomondista è non solo da sciocchi ma da complici di un criminale di guerra.

“A Gheddafi non va torto un capello, le foto della sua casa bombardata mi fanno star male”, dice Berlusconi. Dice anche di voler fare un blitz in prima persona a Tripoli, per negoziare con il Rais “un’uscita di scena onorevole”. Per quale motivo?

Berlusconi dice così un po’ per il suo delirio di onnipotenza e la sua continua ricerca di un posto tra i grandi statisti della storia italiana. E un po’ per distrarre l’opinione pubblica italiana e internazionale dall’immagine di puttaniere che gli si è ormai incollata addosso dopo gli ultimi scandali sessuali così morbosamente indagati da magistratura e stampa italiana.

Parliamo di Lampedusa. Undicimila migranti sbarcati, di cui tremila oggi presenti ancora sull’isola, circa duemila trasferiti. All’appello ne mancano tra i cinquemila e gli ottomila che il ministero dell’Interno dice di aver già “distribuito” sul territorio, come se il numero di posti disponibili nei CIE e nei CARA non fosse un dato pubblico. La fabbrica della clandestinità insomma funziona a pieno regime. Anche se non sembra che ci siano libici tra i migranti, c’è un nesso con la Libia?

No, per ora il nesso con la Libia non c’è. Ci sarà presto, appena torneranno a partire da Zuwara, presumibilmente dopo la fine della rivoluzione. Ma per ora non lo vedo. Sull’isola non sta arrivando nessuno in fuga dalla Libia. Certo, di stranieri da qui se ne sono andati almeno 250.000, soprattutto egiziani e tunisini, e poi cinesi e bangladeshi e altri, ma ormai sono in buona parte rientrati a casa in attesa di tornare a lavorare in Libia. Mentre i profughi libici per adesso si spostano da una città all’altra del paese, cercando rifugio nelle zone liberate, a est. A Lampedusa invece sono arrivati finora esclusivamente tunisini. E perlopiù originari di Zarzis, Djerba e Tataouine. Di nuovo anche qui all’origine dell’impennata delle partenze non c’è il caos generato nel paese dalla rivoluzione, come molti hanno detto invocando l’asilo politico e parlando di profughi. Ci sono invece due fattori. Uno più contingente legato alla crisi economica della costa tunisina seguita al crollo del turismo crollato dopo le notizie dell’insurrezione. Il secondo é legato all’avventura collettiva. Di nuovo, ragionare soltanto in termini di crisi é riduttivo e razzista perché ci fa dimenticare che parliamo di ragazzi, uguali a noi, con i loro sogni e il loro gusto per le sfide. Migliaia di giovani con la rivoluzione hanno imparato che ribellarsi é giusto. E magari senza neanche averlo razionalizzato, hanno iniziato a ribellarsi all’ingiustizia della frontiera. Vogliono andare a Parigi dai parenti, vogliono lavorare qualche mese, vogliono vedere la riva nord, vogliono fidanzarsi con un’italiana. Vogliono viaggiare. Il perché sono fatti loro, dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo di oggi. E per farlo violano una legge che ritengono ingiusta. A me sembra un atto di ribellione che porta con sé uno straordinario potenziale. Per quello dico che in fondo non è un male che Lampedusa sia sovraffollata. Perché pone delle questioni serie in modo esplosivo. Il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo. I tempi sono ormai maturi.

 

Scrivendo da Benghazi non hai avuto l’impressione di essere di parte? Come giudichi le qualità dell’informazione sulla Libia in generale e quelle da Benghazi in particolare? Ci hanno manipolato? Chi? La sinistra – certa sinistra – dice, per esempio, che Gheddafi non ha mai bombardato i manifestanti e che questo dimostra che é tutto una bugia. Ma anche certi giornalisti di sinistra – come Matteuzzi de Il Manifesto o Telesur – hanno dato una informazione parziale o direttamente falsa.

Certo che sono di parte. Ne sono consapevole e fiero. Ogni racconto ha un punto di vista. E è importante scegliere il proprio. Così come scrivo di frontiera assumendo il punto di vista dei respinti e delle famiglie dei morti in mare anziché quello della borghesia europea o della polizia di frontiera, così ho raccontato le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto stando in mezzo agli insorti e non tra gli scagnozzi dei dittatori. In Libia è lo stesso. Non voglio essere il portavoce di un criminale di guerra come Gheddafi. Vorrei invece essere a Tripoli, quello sì, e raccontare il dissenso della capitale, che è scomparso dalle notizie dopo che le prime timide manifestazioni sono state represse nel sangue e dopo che tutti i giornalisti embedded sono stati rinchiusi negli alberghi e costretti a coprire solo le notizie selezionate dal regime. Per cui sì sono di parte, e preferisco essere dalla parte di chi lotta per la libertà anziché da quella di chi impiega truppe mercenarie e lanciamissili per attaccare il proprio popolo, perché non vuole mollare il potere dopo 42 anni di dittatura. Poi la sinistra va in crisi perché Gheddafi è stato un simbolo per un certo socialismo e un certo terzomondismo. E ha ancora oggi molti amici. Tra cui Chavez e dunque Telesur, e Valentino Parlato e dunque il Manifesto. Quindi non citerei queste due testate come buoni esempi di giornalismo rispetto alla questione Libia. Come pure non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio. In questo emerge per l’ennesima volta la scarsa qualità del giornalismo odierno, soprattutto quello italiano. Soprattutto quando si tratta di raccontare fenomeni che escono dalle abituali categorie di pensiero. Il socialismo e la dittatura, la guerra e la pace, l’islam e la democrazia. Proprio per quello mi sembra importante essere qui e scrivere a partire dalle storie dei veri protagonisti di questa rivoluzione. I ragazzi della nuova generazione libica.

 

La guerra in Libia, Gabriele Del Grande

 

 

Le immagini visualizzate sono fotografie del fotografo iraniano Abbas

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

The Information, James Gleick

25 marzo 2011

 

The Information: a History, a Theory, a Flood è l’ultimo libro di James Gleick pubblicato da Pantheon Books e recensito da Sunday Books – il settimanale letterario – del New York Times.

Il libro sorvola cinque millenni di storia dell’umanità e crea una storia dell’Informazione: dall’invenzione della scrittura presso i Sumeri, all’istituzione della scienza dell’informazione alla metà del XX secolo. È senz’altro una grande narrazione se mai ce n’è stata una.

Il momento chiave è centrato nel 1948, quando Claude Shannon – giovane matematico – con un trascorso di studi e buona esperienza nell’ambito della crittografia e telefonia, pubblica  A Mathematical Theory of Communication. La comunicazione era per Shannon la disciplina capace di studiare il trasferimento di un contenuto, attraverso un canale rumoroso, che un qualche destinatario possa ricevere e decifrare. La comunicazione è materia ingegneristica: il fatto che un messaggio sia o meno significativo, non importa ai fini dello studio.

L’articolo di Shannon viene pubblicato lo stesso anno dell’invenzione del transistor e crea istantaneamente un nuovo campo di ricerca, con vaste applicazioni nell’ingegneria e nella nascente informatica.

L’opera di  Gleick spazia all’interno del campo della ricerca scientifica degli ultimi due secoli e crea una rete di rimandi utili per l’orientamento del lettore.

 


 

 

Il libro

James Gleick, The Information: a History, a Theory, a Flood, London, HarperCollins Publishers, 2011

 

 

L’autore

 

 

La casa editrice

 

 

La libreria

 

 

 

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Il lago dei sogni, Salvatore Niffoi

24 marzo 2011

 

Il lago dei sogni è l’ultimo libro di Salvatore Niffoi edito da Adelphi, collana Fabula.

L’autore è stato insegnante di scuola media fino al 2006. Vive a Orani, piccolo centro della Barbagia in provincia di Nuoro. Si è laureato in lettere a Roma nel 1976 con una tesi sulla poesia dialettale sarda (i relatori erano Carlo Salinari e Tullio de Mauro).

La bibliografia completa dell’autore raccolta da LibOn

 

 

La volta che Itria Panedda Nilis riprese a sognare era un pomeriggio rovente di fine estate, con un sole che abbruschiava la pelle e spaccava le pietre.

Da Melagravida i sogni se n’erano andati dopo un terremoto, quando la terra si era spaccata come una melagrana matura. Ma quel giorno Itria Nilis – conosciuta a Melagravida e nel circondario col nomignolo di Panedda per via delle sue carni morbide e bianche come il latte appena cagliatofu come sopraffatta da una sonnolenza strana, e sognò, e quando tornò in sé si sentì (lei, vedova da quattro anni) come accesa da un fuoco, e corse verso l’ovile del capraio Martine. Lui, quel fuoco che Itria aveva addosso, glielo spense volentieri – ma la pagò cara.

 


E questo accadeva sulle rive del lago di Locorio, dove da allora hanno cominciato a verificarsi fatti assai strani. Il parroco aveva un bel sostenere che non c’era nessun mistero, che era solo opera del Maligno: tutti lo sapevano, anche se pochi avevano visto Itria Panedda Nilis che si spogliava e ballava, e cantava e volava sopra le acque del lago.

Così comincia questo romanzo di Salvatore Niffoi, che ancora una volta, sin dalle prime pagine, immerge il lettore in un’atmosfera magica e insieme concretissima, in cui la vita quotidiana di un paesino della Barbagia (fatta di fatica e di dolore, di miseria e di ferocia) si illumina di visioni in cui compaiono il diavolo e i morti ammazzati, ma anche madonne con le tette grosse e dure, labbra alabastrine e capelli di seta – e, sull’altare maggiore di un santuario abbandonato, finanche un dipinto raffigurante una specie di grosso ragno meccanico: lo stesso rappresentato sul frontespizio di un libro stampato da Aldo Manuzio nel 1499…

 

 

 

Le immagini visualizzate sono fotografie del lago Lagazuoi (Dolomiti)

 

 

Il libro

Salvatore Niffoi, Il lago dei sogni, Adelphi, Milano, 2011

 

 

La bibliografia completa


 

 

L’autore

 

 

La libreria

 

 

 

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Los sinsabores del verdadero policia, Roberto Bolano

24 marzo 2011

 

 

Los sinsabores del verdadero policia è il terzo romanzo inedito pubblicato da Anagrama dopo la scomparsa prematura di Roberto Bolano.

 

La vedova Carolina Lopez, in una nota del volume, spiega che il romanzo è stato ritrovato in parte nel computer dell’autore, in parte in cartelline piene di fogli degli anni ottanta: materiali sparsi che -sostiene Juan Antonio Masoliver Rodenas- fanno di questo un romanzo incompleto ma non incompiuto, perché l’importante, per l’autore, non è stato completarlo, ma svilupparlo.


 

Tuttavia la natura magmatica del testo mal si adatta alla definizione di romanzo, nemmeno intesa nel  suo senso più ampio. Questo è piuttosto un progetto accantonato, un labirinto di narrazioni che hanno fatto da terreno di coltura per altre ben più risolte e compiute.

 

 

Vedi:

2666, Barcelona (ES), Ediciones Anagrama S.A., 2008

Llamadas telefonicas, Barcelona (ES), Ediciones Anagrama S.A., 2002

Los Detectives Salvajes, Barcelona (ES), Ediciones Anagrama S.A., 1998

Estrella Distante, Barcelona (ES), Ediciones Anagrama S.A., 2001

 

 

Anche se una delle caratteristiche principali di Roberto Bolano è la creazione di un universo fatto di incroci, autocitazioni figure e temi ricorrenti, qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, magari a un ripostiglio in cui l’autore è andato ammucchiando materiali nel corso del tempo e che contiene reperti preziosi come i due personaggi chiave di 2666, e cioè Arcimboldi (scrittore francese) e Amalfitano (professore cileno.


Anche così però Los sinsabores del verdadero policia sorprende con un continuo succedersi di invenzioni (la dinastia delle Marie Esposito violentate di generazione in generazione sempre alla stessa età) e di brani notevolmente divertenti (il casting per un biopic di Leopardi cui partecipano i più importanti scrittori di lingua spagnola), che testimoniano ricchezza e la notevolissima qualità della scrittura dell’autore.

Un vero fiume in piena che sfida il lettore: questo, come un vero detective, deve sbrogliare una matassa affascinante, ma non tarda a rendersi conto di come questo libro abbia senso solo alla luce di altri libri, senza i quali non avrebbe ragione di essere letto, o anche pubblicato.

 

 

La prima immagine visualizzata è un’illustrazione di Gipi

Il testo riprende stralci dell’articolo di Francesca Lazzarato su Alias- Il Manifesto, sabato 19 marzo 2011

Il libro

Roberto Bolano, Los sinsabores del verdadero policia, Barcelona (ES), Ediciones Anagrama S.A., 2011

L’autore

La casa editrice

La libreria

 

 

 

 

AC