Archive for 20 marzo 2011

La fine, Salvatore Scibona

20 marzo 2011

 

La fine è il romanzo dello scrittore italoamericano Salvatore Scibona edito da 66thand2nd. Il libro in lingua originale è uscito nel mese di maggio del 2008 per Graywolf Press.

Il post di LibOn sull’autore

 

Nella penna di Salvatore Scibona si intrecciano le vicende ordinarie e straordinarie di tre generazioni di italiani emigrati a Cleveland, Ohio. Prende forma la rinascita di un’Italia contadina rimasta confinata e immutata nel tempo che entra in contatto con il Nuovo Mondo. I personaggi si muovono tra passato e futuro; le radici, sradicate, si sfaldano e una nuova identità nasce e preme per consolidarsi. La dimensione è un doloroso e perenne presente.

La fine. Cleveland, 15 agosto 1953. La Little Italy di Elephant Park è in subbuglio per la festa dell’Assunta. Rocco, il fornaio del quartiere, riceve una lettera che lo informa della morte del figlio in Corea e decide di tentare un viaggio per ritrovare la moglie che lo aveva abbandonato molti anni prima, portando con sé due dei loro tre figli. Da qui prende l’avvio un romanzo corale in cui tutti i personaggi cercano disperatamente di riannodare i fili spezzati del passato per trovare un senso nel viaggio che li ha portati dall’altra parte del mondo.

 



Un’anziana che procura aborti clandestini, un adolescente che si interroga sull’esistenza di Dio, una sarta che lavora a cottimo, un gioielliere che colleziona lettere dei soldati confederati e si macchia di un crimine inspiegabile. Persone ordinarie, dall’esistenza semplice, di cui l’autore rivela la complessità di pensiero e svela il più intimo sentire nella cornice di una trama avvincente. In questo romanzo è ritratta l’umanità intera: i vizi, le virtù, i colpi d’ala e le bassezze d’animo di cui è costellata la ricerca interiore di ogni individuo.

I miei bisnonni erano tutti immigrati, e i miei nonni sono cresciuti parlando italiano, siciliano e polacco (mia madre è di origine polacca). Mio nonno, morto un paio di anni fa, non andò mai in Europa. Ma la sua lingua madre è il dialetto siciliano (…) Sono cresciuti con il momento presente, gli importava vivere la vita per quello che era, non gli interessava il contesto storico in cui si muovevano. Così, quando ho deciso di scrivere un romanzo, ho cercato di assumere il loro punto di vista.

 


 

 

Il libro

Salvatore Scibona, La fine, 66thand2nd, Milano, 2011

 

Il libro in lingua originale

Salvatore Scibona, The End, Graywolf Press, Minneapolis, 2008

 

 

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La battaglia di Benghazi

20 marzo 2011

 

La battaglia di Benghazi è l’ultimo articolo scritto da Gabriele Del Grande, attualmente inviato a Benghazi, e pubblicato sul suo blog Fortress Europe.

Di seguito il testo

Il prossimo da portare via è Mohamed Said Mahdi. L’hanno appena lavato. Il corpo è avvolto in un lenzuolo bianco dalla vita in giù. I capelli sono ancora bagnati. Un infermiere gli passa con cura per un ultima volta un batuffolo di cotone inumidito sul volto. L’occhio sinistro non c’è più. Gli hanno sparato in faccia. E un altro colpo sul fianco, al cuore. Aveva 24 anni ed è la vittima numero 70 di oggi. La guerra è arrivata a Benghazi. E l’ospedale Jala è il miglior punto d’osservazione per capire quello che sta succedendo alle porte della città. La camera mortuaria è affollatissima. Arrivano i parenti a riconoscere i propri morti, i ragazzi della piazza a farsi coraggio e i venti giornalisti rimasti in città a filmare la scena del massacro. Gli infermieri sono pochissimi. La maggior parte sono volontari, gente comune venuta a dare una mano. Ahmed El Fituri è uno di loro. Ha 33 anni e indossa un camice azzurro sopra la mimetica. I guanti di lattice sono sporchi di sangue. Ha appena finito di sistemare la salma di Hussein Salah El Barasi nella sacca da morto. L’esplosione di una granata gli ha distrutto completamente la faccia. Era un volontario della città di Beida. Faccio fatica a sopportare la vista di questa carneficina. Ma qualcuno bisogna pure che veda e che racconti. E allora dico a El Fituri che sì, che apra pure la cerniera dei quattro sacchi verdi. Sono i ragazzi bruciati vivi dai missili Rpg e dai Katiuscia sparati questa mattina dai lanciarazzi delle milizie di Gheddafi. Sono carbonizzati. Potrebbero essere scambiati per un tronco d’albero. Irriconoscibili. A fianco c’è una cassa di legno di un metro, piene di cenere. Dice Fituri che è quello che resta di altri due martiri. Nessuno conosce il loro nome.

Improvvisamente mi rendo conto di quanto è forte l’odore di morte che si respira qua dentro. Molti volontari hanno le mascherine. Fituri apre le celle frigorifero e mi mostra altri due corpi. Questi però sono dei mercenari di Gheddafi. In totale oggi ne hanno portati qui all’ospedale 12. Sono sia libici che stranieri, addosso non gli hanno trovato documenti, dalla faccia si direbbero dell’Africa occidentale, ma nessuno può dirlo con certezza. Alcuni hanno un completo militare, altri portano vestiti normali, jeans e maglietta. Sette di loro sono buttati a terra dietro una grata, con un foglio bianco addosso su cui c’è scritto identità sconosciuta. Mentre gli scatto una foto, improvvisamente fuori qualcuno si mette a sparare all’impazzata. È una raffica di colpi. Non faccio in tempo a capire cosa stia succedendo, che sento una mano sulla spalla. È Fituri, l’infermiere, che mi dice di stare tranquillo, che non c’è nessun pericolo, il nemico è lontano, sono spari in aria. Sparano per rendere onore a Abdallah Abdel Hakim Gergir. È avvolto in un lenzuolo bianco dentro una cassa aperta di legno. I parenti l’hanno appena caricata sul pickup. Aveva 26 anni, il funerale è fissato per domani. Mentre la macchina lo porta via, la folla lo accompagna gridando a pieni polmoni: allahu akbar! la ilaha illa allah!. Dio è grande, e non c’è altro dio all’infuori di allah! Appoggiato alla ringhiera all’ingresso dell’ospedale, un ragazzo singhiozza e porta le mani al viso per asciugarsi le lacrime. Chi passa lo consola. Per Benghazi è il momento del dolore ma anche della rabbia e del panico.

 


La battaglia di Benghazi. Le milizie di Gheddafi non si erano mai spinte così vicino alla città. Ma la voce di un attacco imminente girava già da ieri sera. In piazza parlavano tutti di tre aerei militari atterrati a Sebha con centinaia di mercenari pronti a aggirare il fronte di Ijdabiya, occupare Qimenes, e da lì puntare dritto alla periferia di Benghazi. L’attacco è cominciato all’alba. Hanno sparato all’impazzata fino a mezzogiorno, usando l’artiglieria pesante, con decine di lanciarazzi e carri armati. Di aerei invece non se ne sono visti. Gli unici due che si sono levati in volo erano dell’armata rivoluzionaria. Uno è esploso in aria per un problema al motore. E l’altro è stato abbattuto per errore dal fuoco amico. Quando siamo usciti, verso le nove, per andarlo a fotografare, siamo stati costretti a scappare a gambe levate e a tornare in albergo. Perché per strada si sparava. E nelle retrovie i ragazzi si preparavano alla guerriglia urbana accatastando in mezzo alla strada rottami e cassonetti per creare delle improvvisate barricate dietro cui trincerarsi. Intorno alle dodici e trenta le sparatorie sono cessate e abbiamo cominciato a sentire strombazzare i clacson dei ragazzi che annunciavano la fuga dei miliziani di Gheddafi, che però avrebbero ripiegato a non più di venti chilometri dalla città, pronti a colpire di nuovo stanotte o al più tardi domani mattina.

Resta invece un mistero che cosa sia accaduto ai 14 uomini delle forze di Gheddafi trovati ammanettati e uccisi con un colpo alla testa in mezzo al campo di battaglia. La versione ufficiale data dal consiglio nazionale transitorio è che siano stati uccisi dai militari di Gheddafi perché si erano rifiutati di sparare sui civili. Ma qualcuno ha messo in giro la voce che sarebbero stati giustiziati dai ragazzi in armi della rivoluzione, in risposta al massacro avvenuto stanotte a Ijdabiya. Di nuovo sono informazioni difficili da verificare e che prendiamo con le molle. Ma ormai in molti parlano di centinaia di morti a Ijdabiya, dove stanotte le forze di Gheddafi avrebbero circondato la città e bombardato tutta la notte con carri armati e lanciarazzi, per poi passare sotto le armi uno per uno decine e decine di civili. Verificarlo è impossibile. I telefonini non funzionano da tre giorni e internet è fuori uso da un mese. E anche uscire in città per indagare diventa sempre più pericoloso.

Oggi per la prima volta ce lo hanno sconsigliato anche i ragazzi in armi, dicono che col clima che c’è in giro nessuno esclude che i vecchi miliziani di Gheddafi rimasti segretamente in città oppure entrati senza fare rumore negli ultimi giorni, potrebbero entrare in azione con operazioni mirate, anche contro i giornalisti. E intanto oggi, dopo l’assassinio dell’inviato di Al Jazeera, è stata la volta di Mohammed Nabbous, ucciso sul fronte da un cecchino. Era l’inviato della tv Al Hurra, la prima televisione libera che aveva iniziato a trasmettere da Benghazi dopo la rivoluzione del 17 febbraio.

La battaglia di Benghazi

 

Aggiornamento alle 9:00 del 20 marzo 2011
Stanotte ha piovuto e Benghazi si è risvegliata per la prima volta nella tranquillità. Niente rumori di bombe e di sparatorie. La fuga dei suoi abitanti verso l’Egitto, già iniziata ieri alle prime avvisaglie dell’ingresso in città dei mercenari di Gheddafi, si è fermata. Dei bombardamenti della Nato non abbiamo sentito neanche il rumore. La notizia ci è arrivata da Al Jazeera.

Gabriele Del Grande da Benghazi

 

 

 

 

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