Archive for giugno 2011

L’idiota in politica, Lynda Dematteo

30 giugno 2011

 

 

L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord è il saggio dell’antropologa francese Lynda Dematteo pubblicato in Francia nel 2007 dalla  Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme e uscito nelle librerie italiane il 22 giugno scorso per i tipi di Feltrinelli.

 

Il tema è la rinascita – forse il risveglio – delle pratiche comunicative populiste nello scenario della politica italiana. Forse sarebbe meglio dire, l’utilizzo di un linguaggio generico, sbrigativo e aggressivo da parte di alcuni tra i principali partiti politici del Parlamento italiano. Ma non solo. Il focus di questo lavoro è la tecnica comunicativa della Lega nord: a prima vista frutto di “uscite” estemporanee,  dichiarazioni talvolta sfrontate o provocanti, talvolta aggressive oppure apertamente razziste e bigotte, ma a una seconda analisi, tecnica precisa, linguaggio “pratico” e chiaro, capace di parlare a una determinata porzione di società civile. Questo linguaggio poggia su miti costruiti con attenzione: la Padania, Roma ladrona, i comuni virtuosi del nord Italia; o rituali: il prelievo dell’acqua alla sorgente del Po, il raduno di Pontida ecc… Oppure ancora su una tradizione “culturale” di riferimento: quella celtica; un “padre fondatore” (immagine iconorafica del partito): Alberto da Giussano, ovvero un personaggio leggendario del XII secolo citato in alcune opere letterarie. Tutto questo costruisce un quadro farsesco e caricaturale.

 

 

 

 

Come nasce il discorso leghista?

Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

 

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?

Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

 

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?

Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

 

 

 

 

Il libro

Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, Feltrinelli, Milano, 2011

 

 

 

L’autrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Storia della mia gente, Edoardo Nesi

30 giugno 2011

 

 

 

Storia della mia gente di Edoardo Nesi è uno dei migliori libri italiani degli ultimi anni. La casa editrice è la gloriosa Bompiani. Il libro è tra i finalisti del Premio Strega 2011.

 

Ma lo Strega è un premio, e come tale è fisiologicamente destinato a lasciare scontenti quanti non vengono premiati.
Questo, però, evidentemente non basta a spiegare le polemiche che puntualmente si ripropongono ogni anno all’annuncio dei nomi dei cinque fortunati. Nel caso dello Strega, l’amarissimo liquore è reso fiele dal meccanismo su cui poggia la valutazione espressa dai giurati.
La dinamica è molto semplice, in realtà: La scelta del vincitore viene affidata ad un gruppo di 400 persone chiamate “gli amici della domenica” (“… begli amici, che siete! Siete solo amici della domenica!”) che appartengono – a vario titolo – al mondo editoriale e culturale.     (Wuz.it)

 

Allora: Storia della mia gente è uno di quei cazzotti che ogni tanto la letteratura sferra al mondo, aggiungendovi qualcosa di prezioso ma al tempo stesso sottraendovi anche qualcos’altro. Ciò che quest’opera aggiunge è una poetica contemporanea della rovina – una rovina non individuale, e nemmeno di classe o di categoria, ma collettiva e imparziale, tale da giustificare, per l’appunto, l’utilizzo della parola “gente”. Ciò che sottrae, invece – e lo sottrae per sempre – è l’inganno madornale della globalizzazione, al quale nessuna persona di buon senso aveva mai veramente creduto e che è stato imposto d’autorità come un diktat da pochi corrotti o esaltati. Fra duecento anni questo libro verrà ancora letto, ne sono sicuro.

Sandro Veronesi

 

 

 

 

Il libro di Nesi è molto insolito, originale e stimolante. Un imprenditore di Prato, nato ricco e un po’ viziato, destinato a continuare l’impresa di famiglia, una delle più importanti fabbriche di tessitura della celebre città toscana dei “cenci”, si trova improvvisamente a fare i conti con la più grande crisi economico-finanziaria dei tempi recenti, con la globalizzazione, con scelte di politica industriale miopi e poco efficaci fatte dai governi del nostro paese, con una situazione che lo costringe, suo malgrado, a cedere la ditta di famiglia, fondata da suo nonno, nel 2004. Una sconfitta personale, familiare, sociale, economica, politica, metafora della condizione di declino del Made in Italy a cui il nostro paese sembra non saper mettere un freno.

Nel romanzo-saggio dello scrittore c’è però molto di più: l’amore per la letteratura, soprattutto per Francis Scott Fitzgerald, a cui si deve il titolo del libro, modello di vita e di stile letterario; l’amore per il cinema, di cui si citano titoli famosi, che hanno condizionato la sensibilità e la visione del mondo dell’autore, da Quarto potere di Orson Welles a Il verdetto di Sidney Lumet; la nostalgia per l’Italia del miracolo economico, quello che consentiva ai rampolli di buona famiglia di passare le estati pigre sorseggiando bibite alla Capannina di Forte dei Marmi, illudendosi che la famiglia, l’azienda, gli ordini, i dipendenti, il contesto sociale sarebbero rimasti fermi in un eterno felice presente. Sappiamo,invece, che non è andata così e con la cultura e la sensibilità del romanziere Edoardo Nesi è pronto ad analizzare la storia della sua famiglia, delle sue vicende aziendali, degli errori commessi da lui e da politici, giornalisti, economisti che hanno teorizzato scenari utopici, fantasiosi, perdenti. Alcune pagine del libro sono le più convincenti e capaci di penetrare nella nostra sensibilità di lettori con grande forza emotiva: la visita della polizia al capannone che ospitava la fabbrica di Nesi e ora pullula di cinesi che in un ambiente sordido, sporco, degradato, lavorano indefessamente giorno e notte, fuggiti da una Cina dove la loro qualità di vita era ancora inferiore, ma ridotti in una forma di schiavitù anche nel nostro civilissimo paese, a tagliare e cucire manufatti a prezzi stracciati, quelli che concedono a noi di avere la tv al plasma, la pensione, la sanità, a loro precluse. E ancora la grande manifestazione “Prato non deve chiudere”, dove un enorme striscione, fatto con quei tessuti che ora stanno determinando il fallimento delle piccole industrie che da anni li avevano prodotti, alla quale partecipa tutta la città: imprenditori ed operai, tessitori ed industriali, in una ritrovata solidarietà sociale ed umana che ci mette sotto gli occhi la gravità di un declino di cui forse ancora non riusciamo ad identificare la portata. Lo scrittore, mentre con gli occhi lucidi si avvia a portare il grande striscione in corteo, conclude, pensando al futuro:

Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.

 

Le immagini sono fotografie di Franco Pinna

Il testo è tratto da Sololibri.net

 

 

 

Il libro

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, Milano, 2010

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

Prepariamoci, Luca Mercalli

30 giugno 2011

 

 

 

Prepariamoci è l’ultimo libro scritto da Luca Mercalli, edito da Chiarelettere. Alcune opere precedenti sono Filosofia delle nuvole (Rizzoli 2008), Che tempo farà (Rizzoli 2009), Viaggi nel tempo che fa (Einaudi 2010).

L’autore è presidente della Società Meteorologica Italiana, nonché direttore della rivista Nimbus. Ospite fisso della trasmissione Rai3 Chetempo che fa, cura per La Stampa la rubrica di meteorologia e clima.

 

 

 

 

Il famoso meteorologo  mette tutto nero su bianco. Non si tratta però delle nubi cariche di pioggia sullo sfondo di un cielo terso, sia chiaro: Mercalli ha messo per iscritto le sue considerazioni sulle crisi profondissime in atto, e suggerisce idee per prepararsi a “… vivere in un mondo con meno risorse, meno energia e meno abbondanza”.
Quanto alla possibile “più felicità” cui si fa riferimento nel sottotitolo del libro, dipenderà da noi cittadini, e dalla capacità di resilienza che sapremo dimostrare.
Resilienza, come ci spiega lo stesso Mercalli nell’intervista rilasciataci in occasione dei referendum (vertenti fra l’altro su nucleare e gestione pubblica dell’acqua), è la proprietà di assorbire un trauma senza collassare, e sapersi adattare alle nuove condizioni di vita che cambiamenti drammatici impongono.
Nel libro pubblicato da Chiarelettere, il presidente della Società meteorologica italiana traccia infatti un quadro a tinte fosche di quel che sta accadendo: il collasso imminente, riassume Mercalli è visibile in molti segni che ci ostiniamo a non voler vedere, e il nostro attuale mantenimento di uno stile di vita al di sopra delle nostre possibilità somiglia molto al “camminare bendati in un campo minato”.
Siamo ancora in tempo, ma i margini si riducono ogni giorno, e tutte le risorse che dovremmo impiegare per prepararci ad un mondo più “sobrio” (sì, è un eufemismo) vengono allegramente sperperate nel tentativo di arroccarsi su privilegi che sono già retaggio di un’epoca passata.

 

 

 

Le immagini sono dipinti di Vincent Willem van Gogh. Il primo: I mangiatori di patate (1885). Il secondo: I primi passi (1889).

Il testo è tratto da Wuz.it

 

 

 

Il libro

Luca Mercalli, Prepariamoci. A vivere in un mondo più affollato, con un clima più instabile, meno risorse, meno energia, meno abbondanza… E forse più felicità, Chiarelettere, Milano 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Jorge Luis Borges: i libri (libros), le opere (obras)

24 giugno 2011

Jorge Luis Borges. Ecco raccolte le venti opere (obras), o più materialmente i venti libri (libros), principali – in lingua originale e in traduzione italiana – del grande scrittore argentino (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986).  Eccole (in spagnolo e in italiano).

Come parlare di un autore così imponente? Ho pensato di citare Italo Calvino (Lezioni americane). Ecco, sicuramente un buon modo per ricordare il nostro autore è leggerlo con gli occhi e il gusto di Italo Calvino .

 

L’ultima grande invenzione d’un genere letterario a cui abbiamo assistito è stata compiuta da un maestro dello scrivere breve, Jorge Luis Borges, ed è stata l’invenzione di se stesso come narratore, l’uovo di Colombo che gli ha permesso di superare il blocco che gli impediva, fin verso i quarant’anni, di passare dalla prosa saggistica alla prosa narrativa. La sua idea è stata di fingere che il libro che voleva scrivere fosse già scritto, scritto da un altro, da un ipotetico autore sconosciuto, un autore d’un’altra lingua, d’un’altra cultura, – e descrivere, riassumere, recensire questo libro ipotetico. Fa parte della sua leggenda l’aneddoto che il primo straordinario racconto scritto con questa formula, El acercamiento a Almotásim, quando apparve nella rivista «Sur» nel 1940, fu creduto davvero una recensione a un libro d’autore indiano. Così come fa parte dei luoghi obbligati della critica osservare che ogni suo testo raddoppia o moltiplica il proprio spazio attraverso altri libri d’una biblioteca immaginaria o reale, letture classiche o erudite o semplicemente inventate.

- da Lezioni americane. Rapidità, pag. 57-58  -

Nella narrativa se dovessi dire chi ha realizzato perfettamente l’ideale estetico di Valéry d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio, costruendo opere che rispondono alla rigorosa geometria del cristallo e all’astrazione d’un ragionamento deduttivo, direi senza esitazione Jorge Luis Borges. Le ragioni della mia predilezione per lui non si fermano qui; cercherò di enumerarne le principali: perché ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’inumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico; perché sono sempre testi contenuti in poche pagine, con una esemplare economia d’espressione; perché spesso i suoi racconti adottano la forma esteriore d’un qualche genere della letteratura popolare, forme collaudate da un lungo uso, che ne fa quasi delle strutture mitiche. Per esempio il suo più vertiginoso saggio sul tempo, El jardín de los senderos que se bifurcan (Ficciones, Emecé, Buenos Aires 1956), si presenta come una racconto spionaggio, che include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine (…) Un’idea di tempo puntuale, quasi un assoluto presente soggettivo «…reflexioné que todas las cosas le suceden a uno precisamente, precisamente ahora. Siglos de siglos y sólo en el presente ocurren los hechos; innumerables hombres en el aire, en la tierra y el mar y todo lo que realmente pasa me pasa a mi…» («…riflettei che ogni cosa, a ognuno accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accedono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…»).

- da Lezioni americane, Molteplicità, pag. 129-130 -

 

Un altro inizio cosmico che mi viene alla mente è quello, veramente memorabile, d’un racconto di Borges, El Aleph: «La candente mañana de febrero en que Beatriz Viterbo murió, después de una imperiosa agonía que no se rebajó un solo instante ni al sentimentalismo ni al miedo, noté que las carteleras de fierro de la Plaza Constitución habían renovado no sé qué aviso de cigarillos rubio; el hecho me dolió, pues comprendí que el incesante y vasto universo ya se apartaba de ella y que ese cambio era el primero de una serie infinita…» [l'incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì, dopo un'imperiosa agonia che non si abbassò un solo istante al sentimentalismo né al timore, notai che le armature di ferro di Plaza Constitución avevano cambiato non so quale pubblicità di sigarette; il fatto mi dolse, perché compresi che l'incessante e vasto universo già si separava da lei e che quel mutamento era il primo d'una serie infinita].

- Lezioni americane, Cominciare e finire, pag.143 -

 

 

 

Le immagini visualizzate sono fotografie di Elliott Erwitt

I libri in lingua originale

 

 

I libri in italiano

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

Go the fuck to sleep, Adam Mansbach

19 giugno 2011

 

 

 

Questo è un brano dell’improbabile bestseller Go the fuck to sleep di Adam Mansbach, ovvero Perdiana ti decidi a dormire!?:

 

The eagles who soar through the sky are at rest /And the creatures who crawl, run and creep. / I know you’re not thirsty. That’s bullshit. Stop lying. / Lie the fuck down, my darling, and sleep.

 

 

Traduzione? Meglio di no. Diciamo soltanto che è una poesiola per bambini, e che però è meglio che i bambini non la sentano mai: soprattutto la piccina che l’ha ispirata, la dolce Vivien oggi treenne. A dire il vero la brutta parola del titolo è schermata da una serie di x. Cosa significa? Potremmo delicatamente tradurla con ‘accidempoli’ o ‘perdiana’. Ma in realtà è una brutale parolaccia.

Quanti genitori esasperati dall’insonnia del pargolo, cioè propria, hanno pensato o persino pronunciato frasi, ehm, molto energiche e colorite per incitarlo ad addormentarsi?

 

Uno soltanto però ne ha fatto un poemetto di una trentina di pagine, che scimmiotta le tradizionali “rime della buonanotteriempiendole di improperi. La ninnananna del vaffa. Invece dei sensi di colpa ha avuto un inaudito successo.

 

The flowers doze low in the meadows / And high on the mountains so steep. / My life is a failure, I’m a shitty-ass parent. / Stop fucking with me, please, and sleep.

L’autore insegna alla Rutgers University e ha scritto un paio di romanzi passati inosservati. Le sue rimette brutte ma liberatorie hanno cominciato a raccogliere fan su Facebook, poi a circolare via mail e a risalire le classifiche prima ancora di essere pubblicate da un editore anch’esso improbabile specializzato in narrativa nera e sudamericana, e ora miracolato.

 

 

Grandi gruppi offrono milioni per accaparrarsi il titolo (e magari i successivi: Mangia la verdura, cacchiarola!). Canongate ha opzionato i diritti per l’Inghilterra e la Fox quelli cinematografici. L’audiolibro sarà letto da Werner Herzog.

Morale della favola? Non c’è. Ma la favola sì che c’è, per quel papà.

 

 

 

Il testo è un articolo di Giovanna Zucconi apparso a pagina X di Tuttolibri in data 18/06/2011

Le illustrazioni sono di Francesca Gallina

 

 

 

 

Il libro

Adam Mansbach, Go the fuck to sleep, Akashic Books, New York, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

L’illustratore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

L’ idiotie en politique, Lynda Dematteo

19 giugno 2011

 

 

 

L’ idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie è il saggio dell’antropologa francese Lynda Dematteo pubblicato in Francia nel 2007 dalla  Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme.

Il tema è la rinascita – forse il risveglio – delle pratiche comunicative populiste nello scenario della politica italiana. Forse sarebbe meglio dire, l’utilizzo di un linguaggio generico, sbrigativo e aggressivo da parte di alcuni tra i principali partiti politici del Parlamento italiano. Ma non solo. Il focus di questo lavoro è la tecnica comunicativa della Lega nord: a prima vista frutto di “uscite” estemporanee,  dichiarazioni talvolta sfrontate o provocanti, talvolta aggressive oppure apertamente razziste e bigotte, ma a una seconda analisi, tecnica precisa, linguaggio “pratico” e chiaro, capace di parlare a una determinata porzione di società civile. Questo linguaggio poggia su miti costruiti con attenzione: la Padania, Roma ladrona, i comuni virtuosi del nord Italia; o rituali: il prelievo dell’acqua alla sorgente del Po, il raduno di Pontida ecc… Oppure ancora su una tradizione “culturale” di riferimento: quella celtica; un “padre fondatore” (immagine iconorafica del partito): Alberto da Giussano, ovvero un personaggio leggendario del XII secolo citato in alcune opere letterarie. Tutto questo costruisce un quadro farsesco e caricaturale.

 

 

 

 

Come nasce il discorso leghista?

Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

 

 

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?

Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

 

 

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?

Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

 

 

 

 

Il libro

Lynda Dematteo, L’ idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions, Parigi, 2007

 

 

L’autrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Born to be good, Dacher Keltner

18 giugno 2011

 

 


In Born to be good, Dacher Keltner illustra gli studi sui meccanismi dell’empatia e della connessione, descrivendo le dinamiche del sorriso, dell’arrossire, del riso e del contatto fisico.

Quando si ride assieme agli amici si parte con vocalizzazioni separate che poi però si fondono in suoni interconnessi. Pare che il riso si sia sviluppato milioni di anni fa, ben prima delle vocali e delle consonanti, come meccanismo per costruire cooperazione. Fa parte del ricco strumentario innato della collaborazione tra esseri umani.

 

 

L’autore cita l’opera di James Rilling e Gregory Berns, dell’università di Emory. I due neuroscienziati hanno scoperto che l’atto di aiutare il prossimo attiva le aree del nucleo caudato e della corteccia cingolata anteriore coinvolte nei meccanismi del piacere e della gratificazione. Significa che rendersi utili agli altri è fonte di piacere, come soddisfare un desiderio personale. (Repubblica, 17/06/2011, pag. 43)

 

 

 

 

L’autore è docente di psicologia presso la University of California, Berkeley, direttore del Berkeley Social Interaction Laboratory e  co-direttore del  Greater Good Science Center. Le aree di ricerca del suo dipartimento sono: Social/Personality; Change, Plasticity & Development. I suoi studi e i suoi interessi sono: Social/Personality: emotion; social interaction; individual differences in emotion; conflict and negotiation; culture.

 

 

 

Le immagini sono fotografie dal film Blade Runner; sono riportate qui come emblema del gesto generoso, ma nobilmente disinteressato.

 

 

 

Il libro

Dacher Keltner, Born to be good, WW Norton, New York, 2008

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Super Cooperators, Martin Nowak, Roger Highfield

18 giugno 2011

 

 

 

Super Cooperators. Altruism, Evolution, and Why We Need Each Other to Succeed è il saggio del matematico Martin Nowak e del giornalista Roger Highfield pubblicato da Free Press nel mese di marzo 2011.

 

Gli autori ricorrono alla matematica superiore per dimostrare che “cooperazione e competizione sono perennemente e strettamente interconnesse”. Intenti a perseguire il nostro interesse personale spesso siamo portati a restituire una gentilezza ricevuta, così da poter contare sugli altri in caso di bisogno. Siamo stimolati a crearci la reputazione di persone gentili con l’intento di invogliare gli altri a collaborare con noi. Siamo incentivati al lavoro di squadra, anche se nel breve periodo può risultare controproducente rispetto ai nostri interessi personali, perché i gruppi coesi sono destinati al successo. L’autore attribuisce alla cooperazione un ruolo centrale nell’evoluzione equiparandola alla mutazione e alla selezione. (Repubblica, 17/06/2011, pag. 43)

 

 

 

 

We’re all used to the Darwinian perspective of nature being about raw competition, fighting tooth and nail for survival – but the reality is much more complex. Specifically, cooperation is a major feature of life, and the two authors, sets out to explain just what is going on. What is particularly interesting here if you are used to biology being all about field studies of the interaction of lesser spotted mole rats (or whatever), is that Nowak takes a modelling approach, making heavy use of game theory and other mathematical techniques to simulate the nature of cooperation. This really is interesting, though some of the topics covered (like indirect reciprocity and group selection) can leave the reader a little bogged down. The trouble is, the authors are rather fond of flowery, hand-waving language and make some very broad assertions up front (like cooperation has to be put alongside mutation and selection in evolution) without initially justifying them. I am not saying that they are necessarily wrong in the importance they give to cooperation, but the result comes across as more than a little pompous. To be fair, though, this settles down rather once we’re into the main part of the book. The book also falls into something of a trap that emerges when an active scientist co-authors with a journalist. Journalists like human interest, and the result seems to be that the scientist is encouraged to put a lot of themselves into the book. This is all very well when writing about the history of science, when details of Newton’s life, say, help us put his work into context. But when it’s a living author doing this about themselves, the result is to come across – unintentionally I believe – as self-important. Some readers will like this approach, so I can’t say it’s definitely wrong, but I’m afraid it puts my back up. Overall, then, the result is an interesting concept, with some delightful ideas behind it, that would have made an excellent feature article in New Scientist, but stretched over a book it feels to rather drag. If you are particularly interested in the field, then this is a book you must read, but I’m not sure if it has enough going for it to be a must read for those with a broader interest in science.  (popularscience.co.uk)

 

 

 

 

Le immagini sono in rapporto antifrastico rispetto al contenuto del libro. Vogliono rappresentare simbolicamente la rottura dei “copioni” e del repertorio di atteggiamenti convenzionalmente riconosciuti dalla società.

 

 

 

Il libro

Martin Nowak, Roger Highfield, Super Cooperators. Altruism, Evolution, and Why We Need Each Other to Succeed, Free Press, New York, 2011

 

 

Gli autori

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Why we cooperate, Michael Tomasello

17 giugno 2011

 

 

 

Why we cooperate è il saggio di Michael Tomasello pubblicato da MIT Press nel 2009. Il libro segue di un anno l’uscita del precedente Origins of Human Communication, sempre per MIT Press.

L’autore è un importante sociologo e psicologo evoluzionista; i suoi ambiti di ricerca sono, tra gli altri, i processi di cognizione sociale, l’apprendimento sociale e lo studio comparato del linguaggio dei bambini del genere umano confrontato con quello degli scimpanzé. Per processi di cognizione sociale, intendiamo “i processi attraverso cui le persone acquisiscono informazioni dall’ambiente, le interpretano, le immagazzinano in memoria e le recuperano da essa, al fine di comprendere sia il proprio mondo sociale che loro stesse e organizzare di conseguenza i propri comportamenti”.

 

 

Illustra con pignoleria ed esperimenti di laboratorio il comportamento dei bambini nelle prime fasi dell’esistenza, raggiungendo risultati da molti giudicati sorprendenti perché dimostra, stupendo molti genitori, che i cuccioli d’uomo, a differenza di quelli di scimpanzé, sembrano più disposti a mettere da parte il vantaggio individuale e ad aiutare generosamente il prossimo (…) Con i suoi esperimenti vuole dimostrare alcune cose: i bambini sono capaci di prestare aiuto, fornire informazioni, condividere. Tutto con assoluto e disarmante disinteresse. Il punto di partenza è molto semplice: bambini tra i 14 e i 18 mesi vengono messi di fronte ad un adulto che vedono per la prima volta. L’adulto si trova ad affrontare un banale problema pratico e i piccoli lo aiutano a risolverlo, sia che si tratti di recuperare oggetti lontani dalla sua portata o aprire un armadietto se l’adulto ha le mani impegnate. Su 24 bambini presi in esame 22 hanno offerto il loro aiuto almeno una volta. Immediatamente.   (Repubblica.it)

 

As children grow, their almost reflexive desire to help—without expectation of reward—becomes shaped by culture. They become more aware of being a member of a group. Groups convey mutual expectations, and thus may either encourage or discourage altruism and collaboration. Either way, cooperation emerges as a distinctly human combination of innate and learned behavior. His studies of young children and great apes help identify the underlying psychological processes that very likely supported humans’ earliest forms of complex collaboration and, ultimately, our unique forms of cultural organization, from the evolution of tolerance and trust to the creation of such group-level structures as cultural norms and institutions. (MIT Press)

 

 

 

Il libro

Michael Tomasello, Why we cooperate, MIT Press, Cambridge, Mass. (US), 2009

 

 

In italiano

Altruisti nati. Perché siamo cooperativi fin da piccoli, Bollati Boringhieri, Torino, 2010

 

 

 

Il precedente

Origins of Human Communication, MIT Press, Cambridge, Mass. (US), 2008

 

 

 

L’autore

 

 

 

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La strage dei clandestini: i numeri

16 giugno 2011

 

 

Riporto l’articolo di Gabriele Del Grande sulla strage continua dei (cosiddetti) clandestini nel mare tra le coste italiane e africane. I numeri sono chiari: è un fenomeno epocale, che modificherà la nostra parte di mondo. E non solo, visto il suo carattere planetario.

Gabriele Del Grande è il fondatore di Fortress Europe. Il blog nato da “quattro anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”.

 

 


 

Fanno tutti a gara a contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all’invasore. Ma quanti sono quelli che non sono arrivati? Muoiono giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E i loro corpi finiscono nell’oblio delle coscienze, seppelliti in fondo al cimitero Mediterraneo. Mangiati dai pesci e accatastati sopra le tubature dei gasdotti che sembrano a volte l’unico ponte rimasto tra le due rive. Da anni Fortress Europe cerca di documentare questa strage. I numeri parlano da soli. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 17.627 persone. Di cui 1.820 soltanto dall’inizio del 2011. Il dato è aggiornato al 2 giugno 2011 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 23 anni. Il dato reale potrebbe essere molto più grande. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti un bel giorno per l’Europa e mai più tornati.

Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. Di seguito la rassegna completa e aggiornata delle notizie, dal 1988 a oggi. Per un’analisi delle statistiche, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa.

 

Qui rimando all’articolo originale: La strage

Qui rimando all’articolo: Fortezza Europa

 
Le immagini sono fotografie di Alfredo Bini

 

 

 

 

I libri

Gabriele Del Grande, Il mare di mezzo, Infinito, Roma, 2010

 

 

Gabriele Del Grande, Mamadou va a morire, Infinito, Roma, 2007

 

 

 

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