Il numero dei libri stampati ogni anno

 

 

 

Sessantamila (60000!) è il numero dei libri stampati in Italia ogni anno. Sessantamila, libro più libro meno.

Di seguito l’articolo della casa editrice romana DeriveApprodi pubblicato da Alfabeta2 con il titolo Salva un libro, uccidi un editore!

 

Adesso è davvero arrivato il momento di farla finita con tutti questi titoli, con tutte queste novità, con tutta questa «bibliodiversità», con tutta questa possibilità di scelta, con tutte queste lingue tradotte in italiano, con tutti questi generi letterari, con tutte queste ricerche pubblicate, con tutti quei formati e quei colori, con tutte quelle bandelle e quei testi di copertina vari e variegati, che tanto tutti questi libri sono «inutili» dice il presidente dell’associazione librai italiani Paolo Pisanti sul quotidiano Repubblica in data 19-07-2011.

Sono inutili per i lettori che comunque non li leggono; sono inutili per i librai che comunque non li vendono; sono inutili per i tipografi che comunque non glieli pagano. Tutti questi titoli l’anno – 60.000! – sono persino dannosi: perché inquinano il mercato; perché è colpa di quei 60.000 se poi abbiamo l’impressione che i libri nessuno li compra; è colpa loro se i lettori disorientati di fronte a tanta profferta sono ridotti a comprarne in media uno l’anno; perché in fondo basterebbe pubblicare solo quei 100 o 200 titoli che davvero vendono, che davvero il pubblico vuole comprare a tutti i costi in libreria, che il pubblico è persino disposto ad andarsi a cercare al supermercato, o all’autogrill, per dire quanto è motivato al loro acquisto questo pubblico. Che bisogno c’è di fare ogni anno gli altri 59.800 libri?

A pensarci bene davvero nessuno. 60.000 titoli l’anno sono un inquinamento fisico e morale: sono tonnellate e tonnellate di cellulosa ricavata da alberi e foreste che poco dopo finiscono al macero; sono camion e camion che vanno su e giù per l’Italia consumando gasolio a distribuire dei libri che nessuno vuole e nessuno legge; sono migliaia e migliaia di autori frustrati che pensavano di diventare dei veri scrittori e che invece restano degli sfigati qualunque; sono centinaia di tipografi non pagati che finiscono a fare cause civili che durano vent’anni e così intasano ulteriormente la giustizia italiana; sono decine di agenti letterari che pensano che gli editori siano tutti dei farabutti e dei truffatori perché non si capacitano che i libri e gli autori che rappresentano siano tra i cinquantanovemilaottocento libri inutili.

Insomma questi 59.800 titoli di troppo faremmo meglio a non farli, faremmo meglio ad adottare un sano e definitivo principio di igiene: pubblichiamo solo i libri che vendono, solo autori che vendono, solo temi e generi che vendono. Potremmo proporre una legge che metta una sovrattassa sui libri che non vendono abbastanza: hai voluto pubblicare a tutti costi? E adesso paghi una tassa per rimborsare quel povero libraio a cui è toccato aprire il tuo scatolone, mettere il tuo libro sullo scaffale, controllare la bolla del distributore, aprire la busta della fattura, riprendere il libro, rimetterlo dentro uno scatolone, rispedirlo al mittente, emettere una nota a credito ed evitare di pagare quel libro che non ha venduto e che un editore testone ha voluto fare per proprio bieco narcisismo. Potremmo fare come fanno in Cina con i figli: una politica di limitazione dei codici Isbn, non più di un libro per ogni editore. Ma anche così sarebbero comunque troppi: gli editori infatti pare che siano già 1700 e oltre, benché sulla cifra reale del numero di editori esistenti ci sia un bel po’ di confusione. Ma se anche se gli editori fossero solo 1700, 1700 titoli sarebbero comunque molti molti di più di quel numero di libri davvero indispensabili al mercato, che fanno davvero le statistiche di vendita, che il pubblico vuole leggere davvero insomma.

Oppure potremmo avviare delle campagne per l’eutanasia degli editori: «editore, pensa al suicidio». O per la loro riconversione ecocompatibile, come quando negli anni Sessanta e Settanta si convincevano gli agricoltori a espiantare le varietà autoctone per passare alla monocoltura; o negli anni Novanta alla soia transgenica. Oppure potremmo chiedere dei fondi alla comunità europea perché finanzi dei corsi su come far diventare un poveraccio di editore fallito che si ostina a voler fare libri che non vendono e non vuole nessuno in un editore di successo che fa i soldi con al massimo un paio di titoli all’anno. O organizzare delle «ronde di lettori» che vanno in giro a segnalare gli editori che eccedono la quota o che palesemente sgarrano la soglia di leggibilità. Potremmo anche elaborare un «quoziente di vendibilità del libro»: cosa deve esserci scritto, come dev’essere lo stile, quale la copertina; più congiuntivo usi e più basso è il punteggio, le note sono una penalizzazione, bandito l’uso del latino o di termini stranieri e così via.

Insomma toccherebbe finalmente pensare tutta una serie di politiche per limitare questa iperproliferazione di inutili novità librarie. Tutti i soggetti che popolano la tortuosa filiera commerciale del libro ne avrebbero grande giovamento: librai, distributori, lettori… Pochi libri per un grande mercato. Una grande riforma semplificatrice della pubblica vendibilità dei libri. Solo così può darsi la vera salvezza del libro, un editore in meno forse vuol dire un libro venduto in più: uccidi un editore!

PS. Nota Nel tentativo di capire quale fosse la natura della tragedia nella quale ci eravamo infilati, scegliendo di fare gli editori, negli ultimi anni ci siamo presi la briga di leggere i dati annualmente pubblicati dall’Istat sulla produzione libraria in Italia. Nel leggerli ci siamo anche accorti che: il numero di titoli pubblicati in Italia è grossomodo paragonabile a quello di altri paesi europei, come Francia e Spagna ad esempio, a riprova che forse il problema non è l’eccesso di pubblicazione quanto lo scarso numero dei lettori (in Italia particolarmente esiguo). Inoltre, stando alle tabelle sulla produzione libraria nel 2008 (ultimi dati disponibili), dei 58.829 titoli pubblicati in quell’anno, ben 43.634 (ovvero quasi il 75%) viene pubblicato da grandi editori, mentre il 18% è pubblicato dai medi e il 7% dai piccoli. È difficile capire come un difensore degli interessi dei librai, e senz’altro conoscitore delle librerie, quale Paolo Pisanti si sia formato la convinzione che ad affollare le librerie non siano i volumi dei grandi editori bensì «quelli dei piccoli, poche copie moltiplicate per moltissimi marchi», come afferma su «Repubblica» del 19 luglio. Per questo sorge una domanda: siamo forse di fronte al tipico ciclo stagionale di articoli sullo stato della cultura in Italia, tra un «allarme meteore» e le «meduse assassine»?

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

 

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