Archive for agosto 2011

Romanzo mondo, Vittorio Coletti

29 agosto 2011

 

In Romanzo mondo, Vittorio Coletti sostiene: “Il romanzo si è staccato dalla sua terra nativa e si presta a lanciarsi nel vortice della circolazione globale”.

 

 

I grandi romanzi del passato ‐ Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Delitto e castigo ‐ erano saldamente radicati nel loro territorio e nella lingua locale. Anzi, più ne facevano parte, più riuscivano profondi e avevano la possibilità, dopo un’affermazione nazionale, di attrarre un pubblico anche internazionale. Così, nonostante le differenze di lingua e cultura, la Nazione non è mai stata una scatola a chiusura stagna. Gli scrittori si facevano influenzare dai capolavori di altri Paesi ‐ Sterne da Rabelais, Stendhal da Fielding, Joyce da Flaubert ‐ tanto che far studiare le letterature nazionali come fossero a se stanti è stato uno sbaglio. Ma se una piccola parte della produzione letteraria circolava anche all’estero, i territori stessi rimanevano ben diversi; i romanzi erano radicati in quei territori (“Emma Bovary trasferita a Roma non solo non funzionerebbe come emblema della piccola borghesia ottocentesca, ma semplicemente non potrebbe darsi”) e soprattutto gli scrittori indirizzavano le loro opere a un pubblico nazionale; erano coinvolti in un dibattito con chi li circondava.

Nel secondo Novecento tutto ciò è cambiato. Si tratta di un’evoluzione lunga, complessa, ancora in atto, e non sorprende che Coletti stenti a mettervi ordine. Anche con la forte tendenza di culture ed economie ad allinearsi, rimangono differenze importanti tra un posto e l’altro, tra una lingua e un’altra, tra le persone, le tradizioni, i mercati. Dire che “le somiglianze fra le diverse realtà nazionali stavano diventando superiori alle differenze”, quasi ci fosse una linea netta tra differenza assoluta e somiglianza totale, con un punto di svolta superato il quale i romanzi non racconteranno più la loro terra di provenienza, non è molto convincente. Dire che “stava avvicinandosi il momento in cui una vicenda ambientata a Berlino non sarebbe stata troppo dissimile da una ambientata a Lisbona” fa pensare che lo scrittore si limiti a riportare fedelmente le vicende senza che sia lui a decidere se radicarle o meno in un ambiente particolare. Un romanzo che raccontasse per davvero la politica calabrese di oggi troverebbe personaggi e vicende molto diversi da uno ambientato nel Parlamento norvegese.

Citando Coetzee, Coletti fa notare come, man mano che i romanzieri sudamericani, africani e asiatici si sono aggregati alla Repubblica mondiale delle lettere, è emerso il fenomeno di chi racconta non più per il proprio pubblico nazionale, ma per una readership più estesa e tendenzialmente liberale.

Dice Coetzee: “Il romanzo inglese è scritto in primo luogo dagli inglesi per gli inglesi. È questo a farne il romanzo inglese. Il romanzo russo è scritto dai russi per i russi. Ma il romanzo africano non è scritto dagli africani per gli africani. Magari i romanzieri africani scrivono dell’Africa, di esperienze africane, ma mi sembra che mentre scrivono non facciano altro che guardarsi alle spalle, con un occhio agli stranieri che li leggeranno”.

Questo sì che è convincente, e va ben oltre la letteratura africana. È evidente che le opere recenti di Pamuk non si rivolgono più in modo marcato a un pubblico turco, mentre quelle di Rushdie non erano mai rivolte a un popolo indiano. Anzi, dire che il romanzo inglese è scritto dagli inglesi per gli inglesi sembra almeno in parte anacronistico; già dieci anni fa, Kazuo Ishiguro, di origini giapponesi ma considerato uno dei migliori scrittori inglesi, spiegò che il suo stile estremamente spoglio era pensato proprio per facilitare la traduzione e la circolazione globale dei suoi romanzi. E incoraggiava gli altri scrittori inglesi a fare altrettanto.

Tornando (adesso) alle differenze e somiglianze tra Berlino e Lisbona, notiamo un cambiamento comune a tutte e due le città, anzi a tutti i Paesi occidentali. Che mentre ancora nel primo Novecento il romanzo aveva un certo peso culturale e politico in loco, facendo del romanziere una persona importante nella dinamica del Paese e nella costruzione di un’identità nazionale, questo non è più vero.

Oggi la narrativa non è più centrale all’identità collettiva, anche perché il pubblico sta leggendo tanta letteratura straniera. Laddove invece un romanzo abbia davvero un effetto politico, è spesso un incidente di percorso. Rushdie ha più volte spiegato che I versetti satanici doveva essere un romanzo molto privato, e che non aveva previsto una violenta reazione musulmana. Anzi, avvertito che il romanzo poteva suscitare proteste se pubblicato in India, ha creduto troppo cauti i suoi consiglieri. I tumulti che sono poi scoppiati hanno indicato quanto poco quest’autore capisse del mondo di cui si era fatto rappresentante per un Occidente assettato di esotismo.

Venuta meno la possibilità di un ruolo importante nel proprio Paese, diventa sempre più forte il richiamo di una celebrità internazionale resa possibile dalla ormai rapidissima e pressoché globale distribuzione di un romanzo. Anzi, in molti casi sarà proprio il successo internazionale a conferire allo scrittore un prestigio, se non un’influenza, in Patria. Ricordo una conversazione con il romanziere sudtirolese Josef Zoderer, che si dannava perché non era tradotto in inglese. Più recentemente, l’olandese Edzard Mik, autore di otto romanzi, mi ha spiegato che la sua più grande ambizione è farsi tradurre in inglese. “Altrimenti avrò fallito, come scrittore”. Seduto al suo computer, senz’altro online e in contatto via Facebook con tutto il mondo, il romanziere non accetta più i limiti di un pubblico nazionale che non gli concede poi tanta importanza.

Coletti è bravo nel far capire come la nuova vocazione internazionale del romanzo cambi i suoi contenuti e tenda ad aumentare la confusione tra alta letteratura e letteratura di genere. Azzeccato il paragone tra Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Eco, dove la differenza di qualità sta non tanto nel progetto stesso ‐ tutti e due i libri presentano la storia come una vasta cospirazione internazionale ‐ ma nell’eleganza ed erudizione dell’esecuzione. Efficace pure l’analisi di un Baricco che evoca puntualmente “un’atmosfera letteraria à senza lasciar riconoscere epoche e posti precisi”.

Il libro per bambini, ci spiega Coletti, il giallo, il fantasy e il romanzo di fantascienza sono tutti generi che si prestano a una rapida commercializzazione in diversi Paesi. Nel giallo in particolare, l’ambientazione locale può essere recuperata, non come fattore determinante nel puzzle del delitto, ma come esotismo per incuriosire il lettore straniero ‐ “il particolare è il colore necessario per diversificare prodotti analoghi”.

Per uno di quegli strani casi della vita, ho letto il libro di Coletti in viaggio per l’Olanda dove, come parte di un progetto di ricerca dell’Università Iulm su letteratura e globalizzazione, ho passato un mese a parlare con scrittori olandesi e a leggere i loro romanzi (in traduzione inglese, francese o italiana). Nonostante il momento di intenso scontro politico in Olanda, la preoccupazione di tutti gli scrittori era di non chiudersi nella vita nazionale ma di far parte della comunità letteraria più estesa che si va formando. E malgrado la mia nostalgia per i romanzi di altri tempi, le opere di Arnon Grunberg, Christiaan Weijts, Jan van Mersbergen, Anton Valens e Tommy Wieringa mi hanno convinto che si può anche scrivere una buona narrativa senza che il lettore vi percepisca la benché minima particolarità nazionale. Detto questo, ho trovato l’Olanda molto, molto diversa dall’Italia…

 

 

Il testo è l’articolo di Tim Parks sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore pubblicato il 21-08-11

 

 

 

 

Il libro

Vittorio Coletti, Romanzo mondo, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

 

L’autore

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Il valore delle cose, Raj Patel

29 agosto 2011

 

 

 

Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo è un saggio di Raj Patel pubblicato da Feltrinelli nel 2010.

Voglio proporre come introduzione al libro questo articolo di Christian Raimo pubblicato dal blog di Minimum Fax, Minima & Moralia: Carta igienica di stato.

Qualche giorno fa ascoltavo una ragazza italiana che vive a Londra tornata a farsi le vacanze in Italia raccontarmi i riots: ho visto un sedicenne, un diciassettenne, diceva, che dopo aver saccheggiato un negozio di smartphone, ne aveva presi così tanti che non sapeva che farci e li rivendeva a cinque pounds l’uno. Ho pensato a questo ragazzino che, seppure per molti versi non sarà un esempio, aveva secondo me la ragione dalla sua per almeno un paio di motivi.

Uno, da un punto di vista dell’economia globale. Magari non aveva letto Il valore delle cose di Raj Patel ma stava comunque a suo modo applicando una forma di giustizia distributiva: cinque pounds è più o meno il prezzo di fabbrica di certi telefonini superaccessoriati usciti dagli stabilimenti cinesi, tipo la Foxconn – questa immensa comunità operaia di 300.000 dipendenti (e qualche decina di suicidi l’anno) dove la paga media è di 130 dollari al mese.

Due. In un certo senso non faceva altro che prendere alla lettera qualche slogan visto in giro, tipo quello della Nike con Wayne Rooney del Manchester che la spara grossa: Don’t be the target, be the weapon. Oppure quello della nuova Lancia Ypsilon che campeggia anche sulla metà dei cartelloni sei per tre in Italia. Che rimproverargli? Come molti suoi coetanei probabilmente cresciuto con il mito del Vincent Cassel che si scontra contro la polizia nelle banlieue dell’Odio, ne ha magari seguito la carriera, cattivo dopo cattivo, e ora sarebbe in grado di interpretare meglio di chiunque altro il senso di quel ghigno sfoderato sempre da Cassel alla fine dello spot girato da quello stesso Aronofsky che l’ha diretto nel Cigno nero: “A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso“, pausa attoriale, “è un diritto“. Figuriamoci un bel mucchio di iPhone.

Ci sono queste due ragioni (ragioni che non riescono a far empatizzare in parte con quella rabbia?) alla base della mia sicurezza che siamo alla fine di un’epoca politica anche per l’Italia. E che questa manovra di Ferragosto è il cappio al collo con il quale il governo Berlusconi si sta impiccando da solo senza neanche rendersene conto o non potendo fare altrimenti.

Questa è la sensazione. Ogni giorno che viene fuori un’ulteriore dichiarazione ufficiale o ufficiosa su una correzione aggiuntiva, ogni giorno che i mercati subiscono una tempesta che lascia anche il manifesto a corto di titoli apocalittici, si sente più nitido il rumore di una sega concentrata sul ramo sul quale questo governo e questa classe politica si è seduta.

E allora dà un piacere macabro ascoltare le conferenze stampa di Tremonti e andare a rileggersi le parole che utilizzava nel suo libro La paura e la speranza, giusto un paio di anni fa. La crisi era finita, il futuro era alle porte, gli economisti una manica di menagrami…

Come crea dei cortocircuiti niente male vedere Fiat Industrial sprofondare a meno 12 per cento e ricordarsi che saranno mesi che ci siamo dimenticati: non abbiamo ancora ringraziato l’uomo col maglioncino…

La strategia politica di chi ha gestito e sta ancora cercando di gestire questa crisi si sta rivelando un kolossal del fallimento, una scena tipo una Letizia Moratti che aspetta fiduciosa l’arrivo provvidenziale di un Gigi D’Alessio. Inizia a risultare imbarazzante quest’illusione pervicace dei nostri ministri. Riuscire ancora a incantare qualcuno di essere capaci di guidare un paese: una convinzione che affonda le sue fondamenta su un castello di sabbie mobili.

Oltre i sorrisi laccati, i ghe pensi mì, i siamo solidi, i risorgeremo, va a un certo punto tenuto conto di un principio di realtà. E la realtà è che l’impianto economico, politico, e anche retorico, di questa finanziaria d’emergenza fa acqua: fa acqua per molti motivi strutturali da un punto di vista economico, ma ancor di più si rivela una fata morgana perché fa appello a un senso di responsabilità collettiva che è stato progressivamente smantellato esattamente da chi lo sbandiera ora come un valore comune, assoluto, scontato; demolito in nome di piccoli e grandi tornaconti personali, dei tamponi per salvare i governicchi, dell’incompetenza brada, del menefreghismo rivendicato, dell’evasione fiscale à la page.

Sono stati gli anni delle inaugurazioni dell’anno scolastico del Cepu e ora si chiede senso di responsabilità tagliando i fondi alle province: che dove prenderanno i soldi per rinnovare la scuola? Sono stati gli anni in cui il venticinque aprile qualcuno lo festeggiava a minorenni e barzellette riciclate, e ora a noi viene chiesto di lavorare? È successo neanche un annetto fa che i capitali (un centinaio di miliardi di puro non-ve-dico-come-l’ho-fatti) sono tornati dall’estero scudati fiscalmente al 5 per cento e ora si pretende una tassa di solidarietà?

All’improvviso, come Lochness ferragostani, riemergono spiriti nazionali, europeismi leghisti, Tobin Tax, patriottismi emergenziali, Napolitani santificati ai meeting. Ora pare, si dice, che la barca è la stessa.

Ma qualche dubbio uno può continuare a averlo, no? Anche perché basta sfogliare un qualsiasi giornale di gossip estivo per capire che la barca non è la stessa. Su Chi di questa settimana, per esempio, c’era quella dell’imprenditore Briatore, dell’imprenditore Lucio Presta, o dell’ex-direttore generale della Rai Mauro Masi: persino a una prima occhiata uno si accorge che c’è una differenza tra tutte queste barche e i pedalò che uno continua a affittare nonostante i rincari del 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Per anni ci è stato detto che funzionava come la temperatura. Non si trattava di una crisi reale; era una crisi percepita. Ora si ammette che possiamo fidarci dei sensi. Così forse qualcuno di voi non si stupirà a sapere che anche quest’anno c’è stato un aumento nelle richieste di rateazione delle tasse. Siamo circa a un milione di italiani, che finanziano Equitalia e altre compagnie di giro con un paio di miliardi di interessi all’anno. E nemmeno vi risulterà strano immaginare come i piccoli e grandi enti locali reagiranno all’ennesimo saccheggio: utilizzando sempre di più i vigili urbani come agenti di recupero crediti (quanti di voi hanno preso una multa quest’estate su una amena provinciale isolata alle tre del pomeriggio?).

Il senso di collettività non si inventa da un giorno all’altro. Mi dispiace. Altrimenti sembra quello che è: un tentativo goffo, quasi patetico, di mascherarsi da terza classe per poter accedere alle scialuppe. Non è credibile chiedere una legittimazione ulteriore a una rapina perpetrata sulla spesa sociale da parte chi ha speculato per trent’anni sulla deriva del debito pubblico senza un’idea neanche minima di cosa volesse dire pubblico. Come dire, è un trucco scoperto. La finanziarie di emergenza, le tasse di solidarietà si costruiscono predicando per un welfare da difendere, per i beni comuni, per la giustizia sociale, non razzolando sulla intangibilità di privilegi acquisiti.

Altrimenti la prossima volta che uno compila la dichiarazione dei redditi forse sarebbe bene che trovasse vicino all’otto per mille anche una casella per la causale per poter inserire una noticina tipo: grazie mille dell’impegno profuso nel cercare trucchi da commercialisti balneari, ma questa crisi non la pagherei, gradirei invece destinare queste mie tasse a qualcosa che si possa chiamare Stato; nel frattempo che capiate cos’è, decido di destinarli alle scorte di carta igienica utili per l’anno scolastico imminente dei miei figli, così evito di fargliela portare da casa.

 

 

I video in apertura sono due sequenze dal film Hollywood Party. Legano con il post solo per mezzo del sintagma ‘carta igienica’. La carta igienica fa da tramite e collega testo (Carta igienica di stato) e video (dove allo spassoso Peter Sellers bastano pochi minuti, dentro il bagno di una lussuosissima casa americana, per “distruggere” la civiltà occidentale)

 

 

 

 

Il libro

Raj Patel, Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo, Feltrinelli, Milano, 2010

 

 

 

Il libro in inglese

The Value of Nothing: How to Reshape Market Society and Redefine Democracy

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Speed, Ueli Steck

29 agosto 2011

 

 

Speed. 7 ore che hanno cambiato la mia vita,  di Ueli Steck, è l’ultimo libro del grande e alpinista e performer svizzero. La montagna è lentezza o velocità? La montagna è performance?

 

Uno sale veloce mentre l’altro cammina lento. Orizzontale o verticale. Alla dimensione delle lunghe distanze da coprire nel minor tempo possibile la tradizione contrappone quella del salire con gesti lenti e ponderati per superare brevi tratti di elevata difficoltà. Ma tutti i luoghi comuni hanno delle eccezioni. L’autore, alpinista fuoriclasse svizzero, si è specializzato nella salita in velocità delle più difficili pareti alpine, le nord di Cervino, Eiger e Grandes Jorasses, scalando in un tempo complessivo di appena 7 ore quella che veniva definita la trilogia dei “problemi delle Alpi”. Le sfide, l’impegno e l’ingaggio fisico e mentale di tali imprese vengono raccontati nel libro. Enrico Brizzi, invece, è appassionato di lunghe traversate a piedi dove l’exploit sportivo è solo il mezzo per affrontare un viaggio in cui il tempo, che scorre lento, cadenzato dai passi, favorisce la conoscenza degli altri e di se stessi, ispirando storie da raccontare. La scorsa estate Brizzi ha percorso l’intero stivale dall’estremo Nord della Vetta d’Italia (Alto Adige) alla punta meridionale di Capo Passero (Sicilia), e questa esperienza è confluita nel libro Gli psicoatleti. Stek e Brizzi si definiscono, a loro modo, atleti. Brizzi ha chiuso la propria trilogia di romanzi ispirati a lunghi viaggi a piedi immergendosi, con il pretesto sportivo, per tre mesi nella pancia dell’Italia unita e scoprendo elementi forti di coesione che resistono al campanilismo centrifugo. Il romanzo rivolge uno sguardo impietoso sui costumi di un popolo e di una generazione, quella dei trentenni. L’Italia contemporanea viene messa a confronto con il periodo postunitario attraverso una divertente vicenda fantastorica. Per l’autore, al contrario, la performance atletica è il cuore dell’impresa e l’alpinista, ne discute con i grandi che lo hanno preceduto: Reinhold Messner, Walter Bonatti e Cristophe Profit.


 

 

Il video

 

 

 

 

Il libro

Ueli Steck, Speed. 7 ore che hanno cambiato la mia vita, Priuli e Verlucca, Scarmagno (TO), 2011

 

 

 

 

La casa editrice

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Corrispondenze ai margini dell’Occidente, Loris Ferri e Stefano Sanchini

29 agosto 2011

Corrispondenze ai margini dell’Occidente di Loris Ferri e Stefano Sanchini, uscito di recente per i tipi di Effigie.

 

A presentarlo bastino alcune parole di Roberto Roversi, tratte dalla Nota introduttiva:

Un Dante e un Virgilio del nostro tempo. Non dentro all’inferno dei morti ma nell’assordante inferno della vita, sempre percosso da un franare di sassi. Domande che circondano il lettore, lo allagano. Come in una stanza senza vetri. Un ansimare di parole che risuona con una musica da organo, forte e scandita. Dunque, un Dante e un Virgilio del nostro tempo? Intrappolati nella densità di un mondo che non dà respiro? Un convulso risuonare e tormentarsi fra le alte pareti di un inferno cittadino? La sapienza del chiedere, la lucida ossessione del tendere l’arco delle parole per l’impegno di rispondere o almeno di collegarsi a quella ossessione, e intanto, aperta, la tragica ferita di continuo indotta dal sapere poco e dal volere molto, placando l’affanno dell’incertezza sulle spalle del compagno di questo viaggio nell’inferno poi nel purgatorio delle parole (rr)

 

Loris Ferri e Stefano Sanchini fanno parte della redazione della Rivista di Poesia e Realtà La Gru. Loris Ferri ha pubblicato la raccolta poetica: Borderlinea (Thauma, 2008), con prefazione di Gianni D’Elia, e di prossima pubblicazione è il poema in versi Rom -uomo-. Stefano Sanchini ha dato alle stampe l’opera prima Interrail (Fara Editore, 2007), con prefazione di Davide Nota, e il poema eretico Via del Carnocchio (Thauma, 2010). Fanno parte del progetto Calpestare l’oblio – Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale per la resistenza della memoria repubblicana.

 

 

 

Da Infernaccio

Stefano:

la fame ritrova la sete
dell’adulto con bandiere più nere
e il suo culto mai smesso dell’avere

il carrarmato schiaccia le madri
l’aereo bombarda moschee
per il petrolio in terre straniere

di questa storia che non ha una memoria
io ricordo gli ospedali le scuole
crollare a due passi da casa

dall’altra parte del mare dov’erano
le intelligenti armi non so
gli stolti eran davanti alle televisioni

calcificati dai loro palloni e dai grandi
fratelli educati al competere a vincere
premi; si fa cupa l’era del capitale

non ci si può distrarre non basta
il tempo a pensare
io penso ai fratelli minori

una colpa ce l’hanno
ed è quella di essere nati;
Loris ti prego ferma la guerra

voglio che torni il carretto di legno
con sopra il grano e sopra ubriaco
il contadino che canta al suo mulo

Loris:

e nel vino ubriaco che solca il bicchiere,
del canto di lotta nei bar di provincia
forse qualcuno è rimasto, ancora a parlare
forse un delirio ci lascia vedere ciò che sarebbe!

“allora venga la notte e squarci l’ombra
in forma di falce scavi il cranio alla terra
perché siano i morti vivi meno soli”…
così Pier Paolo, Borìs e Volodja

non voglio per me contare i defunti
non voglio solo fiutare cose sepolte
già un odore resiste che nessuno ricorda
di un fascismo ancora vivo nei costumi

nostri….ahimè! non basta capire ma sentire
si deve in questo giorno nell’ora e nel tempo
in cui terre che furono nome d’Iguana
ora in morte il loro suono è sancito

terre fecondate nel sangue semplice
degli indigeni; ma noi gendarmi dell’etimo
a muovere guerre ai mulini a vento,
sappiamo ciò che in terra va colto

non è sangue, ma è frutto fecondo…

 

 

 

Il testo è tratto da Absolute Ville; autore Valerio Cuccaroni.

Le immagini visualizzate sono opere di William Kentridge

 

 

 

Il libro

Loris Ferri e Stefano Sanchini, Corrispondenze ai margini dell’Occidente, Effigie, Milano, 2011

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

La fine del capitalismo

29 agosto 2011

 

 

 

La fine del capitalismo: ecco cosa stiamo vivendo in questa estate 2011. L’inizio della fine del capitalismo. Punto.

Di seguito un bell’articolo di Alberto De Nicola pubblicato da Alfabeta2 il 19-8-11.

 

 

Micrologica dei mercati e delle rivolte

Sono due le immagini che catturano l’attenzione in questi giorni di agosto. Immagini che abbiamo la fortuna di trovare accostate nelle pagine dei giornali. Da una parte quelle che ritraggono le facce incredule degli operatori finanziari che assistono inermi al crollo delle borse di mezzo mondo, dall’altra quelle delle città inglesi attraversate dai riot che a partire dall’uccisione di un giovane da parte della polizia, scorso sono esplosi in modo incredibilmente virulento.

Tanto le une quanto le altre, disposte accanto, sembrano messe lì a posta per dirci cose che isolatamente non avrebbero avuto l’opportunità di dire.

Ad accomunarle però, non è solo il collage giornalistico. C’è un sottile sospetto che le lega. Nelle parole dei leader politici che le commentano ricorre  infatti una bizzarra analogia: “la Borsa è un orologio rotto” (Berlusconi), il downgrade delle agenzie sul debito pubblico americano “fa acqua da tutte le parti” (Tesoro Usa), “l’andamento dei mercati che abbiamo visto negli ultimi giorni è semplicemente ingiustificato sulla base dei fondamentali dell’economia” (Rehn, Commissario Ue agli affari economici).

Il Primo Ministro Cameron parla della rivolta come insensata, irriducibile alla logica della politica: “mindless”, “needless and opportunist”.

Insomma, sembrerebbe che i governi siano sotto l’attacco di forze potenzialmente distruttive ma al contempo impersonali e irrazionali. In entrambi i casi, si affacciano come di consueto anche le teorie cospirazioniste. Lo spettro delle possibili spiegazioni oscilla tra la matrice della preordinazione (degli speculatori da un lato e di non meglio specificate bande, dall’altro) e quella dell’assenza di logica.

Eppure, come tutti sanno, tanto le rivolte quanto i mercati, una “logica” ce l’hanno eccome. Nonostante la natura irriducibilmente differente pare che condividano in profondità anche una stessa percezione: che stiamo entrando in una spirale recessiva di lungo termine, che le politiche di austerità non faranno quadrare il cerchio ai “fondamentali dell’economia”, ma produrranno e accentueranno dinamiche di biforcazione sociale già in atto. Che declassamento e impoverimento di fasce sempre più ampie di popolazione saranno la realtà con la quale convivere, non un effetto perverso della situazione attuale, ma almeno nel medio termine, un solido orizzonte.

Visti da questa particolare angolazione, mercati e rivolte presentano una razionalità di rango ben superiore a quella dimostrata dai governi che si affannano a fornire rassicurazioni, fingendo di avere la situazione in pugno.

Povero non vuol dire escluso

Del resto questa presunta irrazionalità affonda le radici nella convinzione che i comportamenti che la contraddistinguono appartengano ad una sfera “separata” da quella in cui governa l’agire socialmente legittimato. Allo stesso modo con cui sentiamo ripetere la consolante quanto ridicola distinzione tra economia “finanziaria” ed economia “reale”, torna alla ribalta l’idea che ad animare le rivolte di questi giorni in Inghilterra sia una sorta di “altra società”, o “quasi società”, nei confronti della quale si possono assumere atteggiamenti opposti, dalla paura alla compassione, ma pur sempre “separata” e legata solo formalmente alla comunità.

Sono in questi giorni a Londra e nel leggere i commenti su queste giornate sono rimasto stupito dal modo in cui riviva qui lo spettro dell‘underclass. Pur senza nominarla, sembra quasi che dopo i riot tutto si giochi attorno a questa categoria. Del resto, lontano parente delle classi pericolose di ottocentesca memoria, quello dell‘underclass è un retaggio tipico della sociologia anglosassone che ha visto nelle trasformazioni della stratificazione sociale post-fordista l’emergere di un agglomerato non solo povero, ma escluso, de-socializzato, ignorante, che per questo esprime in modo istintuale, mindless appunto, i propri bisogni.

La sottoclasse non è solo il prodotto della disuguaglianza, non significa solo marginalità ma anche preclusione sociale e politica a-farsi-classe. Nata con una vocazione critica, la categoria è stata utilizzata moralisticamente dai conservatori che vi hanno visto l’incarnazione sociale della devianza e dai progressisti l’oggetto inerme su cui indirizzare l’intervento assistenziale e riparatore.

Quello dell‘underclass è tuttavia un limite vistoso sia sul versante interpretativo che su quello politico. Limite culturale ma, si badi bene, anche incarnato nelle striature che segnano la società britannica.

Sul fronte interpretativo, nonostante sia difficile dire qualcosa di compiuto sulla composizione sociale che ha animato i riot di questi giorni, basterebbe leggere i “profili” sociali dei ragazzi portati in tribunale in queste ore per rendersi conto che la faccenda risulta ben più complessa delle rappresentazioni monolitiche: disoccupati, ma anche occupati, neri ma anche bianchi, poco istruiti ma anche molto istruiti. Questa eterogeneità, che lascia intendere una complessità maggiore di quella che solitamente si è disposti a credere, viene immediatamente surclassata da un’immagine della povertà completamente negativa, definita essenzialmente da mancanza, da un vuoto e dal “saccheggio” come indizio che ne rivela la natura. Fondamentalmente sotto due aspetti: il primo è che questo sarebbe in definitiva il segno più evidente di una povertà che riguarda l’asocialità della vita quotidiana, è questa povertà dell’esperienza a rendere compulsivo, non-politico e rabbioso il gesto. A me invece pare che ciò che rende “esplosiva” l’esperienza della povertà, non sia affatto il suo venir fuori da uno stato di isolamento, ma esattamente il suo contrario: l’essere cioè immersa dentro flussi sociali, comunicativi e di consumo complessi, densi ed estesi. Ciò che passa attraverso le merci (merci che connettono, che concatenano forme di vita, che allargano le possibilità della circolazione) è un livello di socializzazione di cui si conosce già perfettamente l’utilità e il valore, ma al quale viene imposta una misura inaccettabile, questa sì senza valore, senza proporzione, senza contenuto. Non c’è solo il pesante livello della disoccupazione a rendere vacua la misura del lavoro nell’accesso alle merci, ma anche l’insufficienza di reddito che deriva da quelli precari, spesso semi-gratuiti. È questa misura, violenta e brutale, ad essere presa di mira.

Il secondo aspetto, legato al primo, rimanda ad un’idea di povertà tutta inscritta nella contraddizione fra l’universalismo del consumismo e il particolarismo dell’accesso al reddito. Il saccheggio sarebbe in questo caso un riflesso pavloviano di fronte ad una merce esposta che non possiamo acquistare. Il risvolto di questo discorso così universalmente accettato ricade in quell’idea, tutta moralistica, che basterebbe ridurre “lo spettacolo delle merci” per rendere più sopportabile la mancanza di denaro.

Ora, quello che veramente non si coglie e che queste giornate inglesi rendono massimamente manifesto, è che è avvenuta, non da oggi, una frattura nel rapporto di proporzionalità tra consumi e reddito. In altri termini noi assistiamo ad un progressivo sganciamento del desiderio di consumo dalle disponibilità di reddito (sia quello che deriva dal lavoro che quello derivante dalle varie prestazioni dello Stato). Questa relativa ma potente autonomizzazione è il segno di una disposizione delle persone a riprodursi che fuoriesce dalla logica riproduttiva del capitale. È questa stessa disposizione che il capitale tenta di recuperare e di mettere a profitto attraverso l’indebitamente privato. Da questa angolazione si potrebbe vedere che non è la norma capitalistica del consumo che, producendo bisogni indotti, si rivolta contro se stessa, ma è casomai il desiderio, che nell’azione collettiva, prova a se stesso che quella misura che “separa” è sempre revocabile, precaria e, in ultima istanza, needless.

Piaccia o no, per una manciata di notti nelle strade delle città inglesi, si è presentato una nuovo modo di regolazione dell’economia, incapace di istituzionalizzarsi, ma che sta lì a ricordare che quello che domina in modo diseguale le vite di tutti, non ha nulla di assoluto. Dietro i fuochi, un piccolo evento di auto-normazione.

Si potrebbe dire, senza troppa ironia, che il progetto di de-statualizzare il Welfare contenuto nell’idea di Big Society del Primo Ministro Cameron si sia magicamente avverato in questi giorni d’estate: sotto forma però, di un keynesismo d’assalto.

Il paradosso della Big Society

Ma è soprattutto il limite politico dell’underclass che sembra dominare oggi il dibattito negli Uk. L’implicito recupero della categoria inquieta soprattutto perché non anima solo gli incubi della stampa britannica, ma anche i sogni di alcuni commentatori che contrappongono la veracità del burning and looting alle modeste movenze della middle class che in inverno, nel Regno Unito, ha animato (non da sola) le manifestazioni studentesche. Occorre dire, a onor del vero, che anche in Italia non molto tempo fa abbiamo avuto esempi dello stesso acume analitico!

Eppure, la verità che si tende ad esorcizzare e a ricacciare indietro è che in questo momento, i processi di impoverimento che toccano settori diffusi della società, rendono possibili composizioni inedite. Rendono possibili, non vuol dire che lo siano nell’immediato né che lo siano necessariamente. Che queste siano all’oggi “di fatto” complicate, non c’è dubbio alcuno. In questi giorni in diversi quartieri britannici i cittadini si sono dati appuntamento per “ripulire le strade”, senza l’aiuto del Governo, in una contesa che vede il “sociale” (la “strada”) come una terra da conquistare e rivendicare. Il sito della Bbc chiama paradossalmente (e significativamente) resistenza queste azioni di civismo. Dentro questo paradosso c’è tutto il significato ambivalente della Big Society: nel suo essere per definizione “terza” rispetto allo Stato e al Mercato, questa può assumere alternativamente le fattezze della privatizzazione del comune e della miniaturizzazione dello Stato, oppure il segno costitutivo e conflittuale dell’autonomia dall’uno e dall’altro. Sarà il modo in cui i processi di soggettivazione occuperanno questo spazio a risolvere in un senso o nell’altro l’alternativa. In questa capacità di comporre o di contrapporre i pezzi che convergono nella vulnerabilità di massa, si gioca la partita del governo e quella dei conflitti. Ma la partita è politica, non ha nulla ha che fare con la “natura”, anche se “sociale”, del problema. Questo è solo un pregiudizio degno del peggior giornalismo, di qualunque bandiera esso sia.

L’”alto” e il “basso” dei governi

In questi giorni Londra è stata effettivamente fuori controllo. Questo ci dice che i mercati finanziari e i tumulti si presentano come l’”alto” e il “basso” delle pratiche di governo, cioè il limite che ne segna il perimetro e lo spazio d’azione. Per questo le giornate inglesi, nonostante l’estrema complessità che le caratterizza e gli esiti che prenderanno, ci devono far gioire. Non solo perché una parte di popolazione sta reagendo alle politiche di austerità e agli effetti che producono in termini di controllo sociale. Ma soprattutto perché ci dicono che oltre ai mercati finanziari, esiste un’altra istanza capace di tenere in pugno i governi. Sappiamo bene che la lotta di classe non si accontenta di questo, deve sul terreno della trasformazione misurare la sua potenza. Ma d’altra parte sappiamo anche bene che non può nulla senza questo carattere minaccioso, senza questo rendere troppo costoso il continuare sulla stessa strada.

 

 

 

 

 

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The London Riots, Donald Sassoon

29 agosto 2011

 

The London Riots: Donald Sassoon scrive sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore: L’instant sociology di David Cameron.

 

 

Nel centro di Londra, dove vivo, siamo tornati alla normalità, tranne per il numero di poliziotti in strada e di elicotteri nel cielo. A Parigi i poveri vivono fuori e i ricchi in città. Ma a Londra non è così. Il mio quartiere è molto misto. Le case borghesi sono spesso situate accanto a quelle popolari. Tra i vicini di casa dei trader della City c’è gente che guadagna in un anno quello che loro guadagnano in un giorno.

Il mio quartiere è stato tra i meno colpiti, ma dei teppisti hanno saccheggiato il minimarket di Muhammad Naz mentre lui e i suoi clienti osservavano la scena terrorizzati. Una trentina di giovani (alcuni bambini di 12 anni) gli ha fracassato il negozio e rubato sigarette, bevande alcooliche e seicento sterline ‐ il tutto in cinque minuti. Il signor Naz ha commentato: «Sembravano divertirsi». Altrove era molto peggio.

Le cause? A Tottenham (Londra nord) la polizia ha ucciso un uomo per sbaglio (non è la prima volta). La dimostrazione di protesta è degenerata in un tumulto. Il movimento si è esteso ad altre parti della capitale, poi ad altre città. Ci sono alcuni precedenti: sempre a Tottenham, nel 1985, una donna (nera) morì d’infarto mentre la polizia perquisiva la sua casa. Nelle violenze che seguirono un poliziotto (bianco) fu dilaniato. Nel 1981, a Liverpool, un arresto considerato ingiustificato innescò tumulti prolungati e distruttivi. Perfino la signora Thatcher ne rimase turbata. In quegli anni l’elemento razziale era prevalente. Oggi il fattore razza è più marginale.

I tumulti hanno costretto il primo ministro, David Cameron, a tornare dalle sue vacanze toscane e a richiamare i parlamentari dalle loro. Poiché viviamo in una instant-society dobbiamo esprimere giudizi istantanei anche se tutti sanno che occorre un tempo di riflessione più lungo. I politici hanno fatto a gara per condannare il tutto come «dissennato, disgustose, barbaro». Hanno chiesto che i colpevoli siano arrestati, processati rapidamente e puniti. David Cameron ha definito la violenza «inaccettabile» (c’è anche quella accettabile?). È una specie di rito propiziatorio. Bisogna farlo perché altrimenti sembrerebbe bizzarro. È un modo per dire alle vittime: «Sento il tuo dolore». E le vittime sono in televisione, davanti ai loro negozi e alle loro case in fiamme. Una donna in lacrime racconta di essere scappata dal suo appartamento appena prima che questo bruciasse, mentre i giovani teppisti, fuori, ridevano. Difficile non indignarsi.

Dopo la condanna, il primo ministro ha anche spiegato che la polizia era stata troppo morbida, che avrebbe dovuto intervenire subito e duramente. Boris Johnson, il sindaco (conservatore), ha condannato il governo per gli annunciati tagli alle spese della polizia. La sinistra ha detto esattamente la stessa cosa. Cameron ha risposto che i tagli si faranno comunque ma che alla polizia e alla magistratura verranno dati più poteri (la percentuale della popolazione in carcere è già la più alta d’Europa).

Per i problemi odierni Cameron non accusa il multiculturalismo, come aveva fatto alcuni mesi fa. Dà invece la colpa ai genitori che, come la polizia, sarebbero troppo permissivi. E offre una di quelle analisi presa in prestito al volo dai quotidiani: questi giovani, ci spiega, fanno parte di una sottocultura formata da bande di maschi che si considerano padroni di un proprio territorio (come in West Side Story). Sono guidati da capetti autoritari, provengono da famiglie disfunzionali e si auto-finanziano con la droga. Altri, in cerca di spiegazioni ‘moderne’, aggiungono che questi «selvaggi» sono perfino in possesso di tecnologie sofisticate, comunicando attraverso Blackberry e social network come Twitter e Facebook. Come se l’uso della tecnologia nella violenza collettiva fosse una novità. Già nella guerra civile inglese (1642-1649) alcuni davano la colpa all’invenzione della stampa per la troppo rapida diffusione di pamphlets rivoluzionari.

Il rimedio? Tornare ai vecchi tempi quando i genitori picchiavano i bambini, li mandavano a letto presto, e dettavano come vestirsi e cosa fare? Io sono abbastanza maturo da ricordare i teddy-boys, i mods e i rockers dell’Inghilterra dei primi anni Sessanta: anche allora si diceva che avevano troppi soldi e troppo poco rispetto.
Poi c’è la spiegazione più ‘democratica’ i colpevoli non sono solo i giovani selvaggi, siamo tutti noi, la società intera. Anche questo fa parte di un vecchio rituale schizofrenico: i colpevoli sono un piccolo gruppo di ‘alieni’ da reprimere e, nello stesso tempo, la colpa è di tutti. Ciò mi ricorda la linea seguita da alcuni editorialisti del «Wall Street Journal» all’indomani del crollo bancario. Il giornale, nel commovente sforzo di discolpare i banchieri, sosteneva che siamo tutti responsabili perché prendiamo in prestito soldi che non possiamo rimborsare e che li spendiamo su case e cose che non possiamo permetterci.

Ma chi sono questi giovani barbari? È troppo presto per vedere quanto sia fondata la sociologia di David Cameron. A un esame ravvicinato delle persone finora arrestate emerge che, come si supponeva, sono quasi tutti maschi e quasi tutti sotto i trent’anni. Ma non fanno tutti parte di un Lumpenproletariat di disoccupati. Tra gli arrestati troviamo un’aspirante ballerina (una delle poche ragazze), un agente immobiliare, studenti di ragioneria, di giornalismo e di ingegneria, un postino, un aiuto-maestro elementare, un bagnino di piscina e un assistente sociale (!). Non saranno rappresentativi, molti di loro saranno scarcerati per mancanza di prove, ma una cosa è sicura: nelle prossime settimane, mesi, anni, l’analisi si rivelerà essere molto più complicata di quella istantanea di oggi.

Una spiegazione sicuramente da scartare sarà quella data nell’immediato: i saccheggiatori come specie di extra-terrestri, con un sistema di valori completamente diverso dal nostro. In realtà i loro valori sono in sintonia con quelli della società dei consumi ora giunta a un’ulteriore fase di individualismo possessivo. Prendo quello che voglio perché posso. Anche i banchieri e i trader della City si sono autopagati somme enormi perché ‘potevano’. E continuano a farlo. Anche i parlamentari (alcuni, non tutti) hanno gonfiato le proprie spese perché potevano. Anche i giornalisti di Murdoch invadevano la privacy e intercettavano le telefonate altrui perché potevano. Anche gli evasori fiscali non pagano le tasse perché pensano di farla franca. Fare i furbi, cosa che gli italiani ritenevano essere un difetto nazionale, ora è un vizio globale.

Nel Medio Evo le sommosse accadevano per il pane. Oggi, con il progresso, abbiamo sommosse per le scarpe Nike e gli iPod. Inoltre – e questo sono stati in pochi ad avere il coraggio di dirlo – per un adolescente, saccheggiare un minimarket è un grande divertimento. Si entra, si prende quello che si vuole, proprio come fanno i ricchi, e si esce: il sogno segreto del cittadino della società dei consumi. Con il grande rammarico dei miei amici intellettuali, in una strada di Londra, l’unico negozio non saccheggiato è stato quello del libraio.

 

 

 

 

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The London Riots, Marco Mancassola

29 agosto 2011

 

The London Riots: Marco Mancassola scrive sul Manifesto due articoli: Nelle borse, nelle strade e Business as usual. Eccoli.

 

Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l’odore di bruciato nell’aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull’asfalto.

“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c’è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.

Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall’altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell’ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L’accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.

Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l’opinione pubblica liberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.

Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l’avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l’uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.

Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull’asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all’attacco, senza molta solidarietà reciproca.

Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un’intera metropoli, di un’intera società. Quando l’inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l’evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?

Croydon brucia, le borse crollano. Condannabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un’aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste”.

 

 

Molta gente, nelle giornate clou degli scontri e dei saccheggi, è andata a mangiare nei ristorantini di Dalston: sapeva che erano aperti. E il motivo per cui erano aperti era che i ristoratori e i negozianti turchi della zona avevano chiamato amici e parenti, con mazze da baseball, a fare la guardia delle proprie vetrine. Ha funzionato. Le gang dei ragazzini sono passate per la zona ma, tranne l’assalto a un negozio della catena JD Sports, non hanno osato altro.

Basterebbe questo episodio per suggerire che negli scontri di Londra si sono intrecciati vari fattori, comprese le tensioni tra comunità diverse – comunità razziali, come del resto accade da decenni in questo paese; comunità anagrafiche, con gli adolescenti con felpa e cappuccio a formare una comunità a sé. I tre uomini di origine asiatica morti a Birmingham sono stati uccisi in questo modo, investiti da un’auto mentre facevano la guardia a una pompa di benzina.

Le autorità, d’altro canto, incoraggiano l’autodifesa: secondo il quotidiano Guardian, la polizia avrebbe distribuito istruzioni ai commercianti londinesi sull’”uso ragionevole della forza” per difendere le proprietà. Le vendite online di strumenti di autodifesa sono lievitate: Amazon.co.uk ha visto crescere a livelli esorbitanti, nelle ultime ore, le vendite di mazze “sportive”. Un clima da far west in cui i poveri, ancora una volta, sembrano pronti a massacrarsi a vicenda.

Un fondo speciale di venti milioni di sterline è stato intanto annunciato dalle autorità londinesi per i danni subiti dalle attività commerciali. Si attendono dettagli su come sarà distribuito. Ne potranno beneficiare solo i negozi indipendenti, magari privi di assicurazione, o anche quelli di grandi catene? Catene di abbigliamento sportivo come Foot Locker o JD Sports, tra le più colpite, dovrebbero forse iniziare a considerare i danni da sommosse urbane come fisiologici: sono i negozi dove gli stessi ragazzi delle periferie lavorano o provano a lavorare, comprano oppure rubano. I negozi che definiscono il loro stile, che loro adorano e che poi, a quanto pare, alla fine incendiano. Il ciclo è completo. Il cortocircuito totale.

A un paio di giorni dalla fine delle violenze, i cappucci delle felpe sono su, come sempre. Gli adolescenti camminano sotto il cielo livido di un’estate che quest’anno non è mai arrivata. Il sei per cento dei giovani londinesi sotto i 19 anni, dice una statistica del Centre for Social Justice, appartiene a una gang. Le gang di strada “censite” sono 257. In un altro articolo, assai profetico, comparso sul Guardian a fine luglio, si parlava della chiusura dei youth club nei quartieri del nord di Londra, dovuta ai tagli sociali che hanno ridotto del 75% il budget dei servizi giovanili. In molte aree, i youth club erano l’unica alternativa alla socialità delle gang. La loro chiusura, combinata con i tagli all’istruzione, avrebbe portato a grossi problemi nelle strade, annunciava un operatore sociale.

Eppure nelle strade di Londra, si sa, tutto scorre con cinica velocità. La città si scrolla di dosso la cenere dei roghi. I turisti belgi e francesi che vengono in giornata a fare shopping a Oxford Street, approfittando del cambio favorevole, sembrano non aver neppure sentito parlare delle rivolte. Business as usual, come si dice qui. Fino magari alle prossime fiammate. Fino ai prossimi roghi altrettanto veloci. Sotto il cielo livido sembra difficile, al momento, trovare il modo di immaginare qualcos’altro: roghi estemporanei, atroci e intermittenti.

 

 

 

 

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Filosofia e poesia, Maria Zambrano

29 agosto 2011
le ragioni del sentimento

Leggere Filosofia e poesia di Maria Zambrano è come attraversare un bosco misterioso, che ad ogni svolta presenta una sorpresa, un’apertura, un rimando inatteso. Così è anche, e forse soprattutto, per Filosofia e poesia, pubblicato nel 1939, dove la parola ragionata/intenzionale e la parola incantata/occasionale danzano tra calorosi abbracci e lontananze ostili. In un percorso che da Platone conduce fino al cuore del Novecento, la filosofa spagnola affronta un tema che continua ad affascinare: il rapporto tra la “violenza” della filosofia e lo sguardo “caritatevole” della poesia, rapporto agonico e fecondo al tempo stesso. Cultrice di un “sapere dell’anima” e propugnatrice di una “ragione poetica” la Zambrano non può che vivere in sé la lacerazione e la compenetrazione dei due versanti della parola, filosofia e poesia, contrastati amanti in perenne, inquieto, dialogo.

Il saggio Le ragioni del sentimento: filosofia e poesia in Maria Zambrano di Carlo Penati pone in questione tali riflessioni e impone nuove domande. La tematica alla quale questo lavoro porta un importante contributo è “Antipensiero”, affrontata sul n. 64 di “Anterem” (giugno 2002).

Il testo è tratto da Anterem

Il libro

Maria Zambrano,  Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna, 2010

L’autrice

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Interessanti opinioni by Noam Chomsky

29 agosto 2011

 

 

 

 

 

 

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Il discorso di Barack H. Obama: crisi finanziaria estate 2011

29 agosto 2011

 

 

 

Ecco il discorso di Barack H. Obama a proposito della crisi finanziaria, del tracollo dei mercati internazionali nell’estate 2011.

Chi scrive associa (forse capziosamente) le parole riportate di seguito a un uomo spaesato, a una maschera terrorizzata, non al volto di un uomo sicuro o intrepido – ecco il legame con il video -. Il Sistema a cui il Presidente degli Stati Uniti d’America fa riferimento con grande vaghezza, che regola le vite degli abitanti del pianeta, è un fantasma; impalpabile scivola sul mondo e spinge l’uomo nel baratro.

 

 

Americane e americani,

a questo punto del mio mandato e nel pieno delle tempeste economiche e finanziarie che stanno sconvolgendo il nostro paese e l’intero mondo desidero rivolgermi a voi con parole sincere e oneste per dirvi come stanno veramente le cose.

Ho pensato a lungo se compiere o no questo passo, che nessun altro Presidente degli Stati Uniti o di qualsiasi altro paese del mondo ha mai compiuto. Poi ho deciso che era venuto il momento di farlo, che non si poteva più aspettare, che dovevo avere fiducia nei miei concittadini, che non avevo il diritto di continuare a tenervi nascosta la verità, che era ora di non trattarvi più come dei bambini a cui si raccontano delle storielle, che dovevo dirvi come è organizzata la nostra vita e la vita della specie umana su questo pianeta, per tentare di modificarne tutti insieme – con creatività e con coraggio – la traiettoria suicida.

Mi anima l’idea, o l’illusione, che si possano modificare le cose anche con una spinta che viene dall’alto, e non solo dal basso, come è quasi sempre successo nel mondo, a prezzo di enormi sofferenze e tragedie. Mi avete dato una responsabilità molto grande. Non voglio deludere le aspettative e le speranze che avete riposto in me.

Mi avete eletto, sorprendendo il mondo, in un momento in cui sembrava che il nostro grande paese avesse di fronte a sé un destino di rapido declino, frutto di ristrettezza di orizzonti, avidità senza freni, arroganza, incapacità di sentire la propria originalità e la propria missione in questo cruciale momento della vita della nostra specie su questo pianeta. Devo dirvi con schiettezza che non sono riuscito finora a essere all’altezza delle speranze che avevo acceso nei vostri cuori, e questo perché ogni idea minima di miglioramento e di rigenerazione della vita si è scontrata con interessi così ottusi e feroci che hanno portato alla paralisi di ogni mio proponimento volto al bene pubblico e non solo all’interesse di gruppi e caste e lobbies che, in questa epoca, sono diventati i nuovi tiranni del nostro paese e del mondo.

Finora – lo avete visto bene – ho impiegato tutte le mie forze e il mio tempo nel tentativo di mediare con questi ciechi e forsennati interessi di breve respiro. Perché ogni cosa è degenerata a tal punto, gli interessi in gioco sono così grandi che non si può più muovere un passo senza scatenare furibonde reazioni. Perché il naturale desiderio di aumentare il proprio benessere, per sé e per la propria famiglia e per il proprio gruppo, è diventato una macchina totalitaria che assorbe tutto e che non si ferma più di fronte a niente e opprime altre vite fino a divorare interi paesi e interi popoli attraverso giochi di guerra economici e finanziari irresponsabili e criminali. Simili a indemoniati con cui è impossibile ragionare, costoro respingono ogni proposta che sia nell’interesse di molti e non di pochi, per perseguire fini di pura sopraffazione. Il nostro paese e il mondo sono ostaggio di queste caste tiranniche e di queste lobbies che opprimono i popoli come durante i peggiori periodi storici del feudalesimo. È venuto il momento di prendere coscienza di questo. È venuto il momento di chiederci se possiamo ancora permetterci un simile fardello e se all’interno di queste logiche ci sarà un futuro per noi. È venuto il momento di chiederci se una simile tirannide della sola dimensione economica sulla vita è il nostro unico e fatale destino o se invece è possibile organizzare le nostre vite anche su altre potenze che ci sono dentro di noi.

Per quanto mi riguarda, io non sono più disposto a farmi scudo di queste terribili difficoltà per continuare a tacere. Io ho la possibilità – che mi è data dalla nostra Costituzione e dalle nostre leggi – di rivolgermi con fiducia e con coraggio a voi, come un capitano in una tremenda burrasca, quando occorre unire gli sforzi per salvare le vite dei marinai e ricondurre in porto la nave.

Americane e americani, ma anche cittadine e cittadini del mondo intero, così non si può più andare avanti. Bisogna dire con chiarezza che se non cambieremo la nostra rotta andremo a sbattere contro un muro. Bisogna rompere l’incantesimo e renderci conto che stiamo segando da tempo il ramo su cui siamo seduti. Tutti i fini, i mezzi, gli strumenti, gli scopi, le strutture, le scale delle priorità su cui si reggono le nostre vite e le vite dei nostri popoli e delle nostre nazioni sono da ripensare e da reinventare. Nel nostro paese vivono più di 300 milioni di persone provenienti da ogni angolo della terra. Nel nostro pianeta vivono ormai quasi 7 miliardi di persone. Tutti insieme, mossi da queste logiche e tiranneggiati da questi nuovi demoni, stiamo saturando l’unico mondo di cui disponiamo e, come un’orda di cavallette, stiamo saccheggiando le sue non infinite risorse, lasciando in eredità un deserto alle generazioni future. Mentre sempre nuovi, potenti paesi si stanno preparando a seguire la stessa rovinosa strada che anche noi abbiamo finora seguito, con esiti che non sono difficili da prevedere.

Bisogna riorganizzare le nostre vite su altre basi, su altre priorità e su altri valori. La strada sarà lunga, difficile, ma, come prima cosa, bisogna individuare la malattia se si vuole curarla. Ci aspetta un lavoro enorme, ma anche un’enorme invenzione e un’enorme speranza. Occorre uno sforzo e una fiducia comuni per reinventare le nostre vite. Non c’è più tempo, non possiamo più permetterci di rimandare. Noi uomini, come specie, abbiamo solo duecentomila anni, un battito di ciglia rispetto alle vite di altre specie, eppure in così poco tempo siamo riusciti a portare al limite del collasso le condizioni della nostra vita su questo pianeta, che pare ormai vicino al punto in cui non potrà più sostenere a lungo la nostra devastante presenza.

Il nostro paese ha dato prova anche nel passato di grande coraggio, di non avere paura di difficoltà che sembravano a prima vista insormontabili. È venuto il momento di tirare fuori ancora questo coraggio, di compiere questa impresa che sembrerebbe superiore alle nostre forze: quella di rendere ancora possibile e desiderabile la vita su questo pianeta, per noi e per i nostri figli. Da questo momento in poi mi impegno di fronte a voi a impiegare il tempo che mi divide dalla fine del mio mandato presidenziale per tentare di creare le premesse e di gettare le basi per questa gigantesca trasformazione, coinvolgendo anche gli altri paesi e gli altri popoli e gli altri governi del mondo. Io da solo – anche se sono il Presidente degli Stati Uniti – posso fare ben poco. Aiutatemi a fare quello che è giusto fare. Solo così gli Stati Uniti torneranno a essere una luce e una guida per il mondo intero.

Ecco, vi ho detto quello che avevo da dirvi. Non lo so che cosa mi succederà adesso. Non so neppure se uscirò vivo dalla sala in cui sto registrando questo messaggio o se arriverò alla fine di questa giornata. Non so se vivrò abbastanza a lungo per potervi chiedere di rieleggermi sulla base di questo arduo mandato. Io non so se queste parole vi spaventeranno o se invece vi ridaranno speranza e coraggio e se per questo mi rieleggerete. Però sono sicuro che – qualunque cosa succeda – quello che vi ho detto stanotte resterà nei nostri cuori e che non lo dimenticherete.

Dio salvi l’America e salvi il mondo.

 

 

 

 

Il testo è tratto da un post di Antonio Moresco su Il primo amore: Discorso del presidente degli Stati Uniti Barack H. Obama nella memorabile notte del…
Il video è il monologo finale di  M- Il mostro di Dusseldorf.

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