Archive for dicembre 2011

Dizionario amoroso degli esploratori, Michel Le Bris

30 dicembre 2011

 

 

 

Dizionario amoroso degli esploratori di Michel Le Bris è  un libro in cui, anziché ritrovarsi, splendidamente ci si perde. Labirinti, polverosi portolani, oceani di cose e di nomi irti di scogliere e cime tempestose.

 

L’autore, bretone marchiato dalla sua terra favolosa fin nel nome bisillabo tranchant come il bompresso di un brigantino, è un barbuto baleniere nell’anima, navigatore indomito di spazi illimitati, editore, scrittore e patron dei viaggiatori armati di penna di mezzo mondo. Egli  ha scritto un tomo di mille pagine che non è un Baedeker ma semplicemente la riproduzione della sua soffitta di Morlaix, quella dove si rifugiava dopo aver visto partire le grandi navi dai ventosi faraglioni del Nordovest, per squadernare al riparo dalla pioggia vecchi diari di viaggio illustrati, in quel pendolarismo talmudico fra il “fuori” e il “dentro”, la tana e gli spazi aperti, che sta alla base del sogno.

 

 

“Il fuori guarisce” dice Nicolas Bouvier, di cui Le Bris è stato editore e amico profondo, Bouvier autore di uno dei massimi libri di viaggio del ventesimo secolo, La polvere del mondo.

 

 

Attraverso la sfolgorante traduzione di Vera Verdiani che, lavorando sul polacco, ci ha già reso conoscibile Kapuscinski, entri in un percorso che non ha nulla di sistematico, in una soffitta dell’infanzia dove trovi il Passaggio a Nordovest ma anche la favolosa terra di Thule, la mappa della Patagonia e quella dell’Isola del Tesoro, Fridtjof Nansen monumento dell’esplorazione polare e un emerito bugiardo come Daniel Defoe, autore di un libro sul Madagascar nel quale non aveva mai messo piede. In questo spazio dei libri “amati” (da qui il magnifico titolo) lo Stretto di Magellano sta sullo stesso scaffale del regno perduto di Oz e del favoloso El Dorado. E attorno a te si affollano razziatori di antichità e atletici vincitori dell’impossibile, eccentriche ribelli vittoriane e imperturbabili originali come James Bruce, le cui avventure parvero così folli (eppur vere, tanto che fu riabilitato un secolo dopo) da ispirare la presa in giro de Il Barone di Münchausen di Rudolf Erich Raspe. A Carl Ethan Clarence Akeley, l’ineguagliabile impagliatore di elefanti-giganti poi diventato protettore degli ultimi gorilla, viene così dedicato più spazio che a Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud. I viaggi, come i libri, son fatti per ribaltare i luoghi comuni ed ecco che accanto a Marco Polo sbuca Rabban Sauma, un monaco cristiano cinese che negli stessi anni viaggia fino a Roma e oltre con una missiva del Khan per il Papa. Accanto alla “nostra” scoperta dell’America, Le Bris ci svela il suo contrario, la scoperta del Mondo Antico da parte dei pellirosse che nel 1509 attraversano l’Atlantico in canotto solo per vedere da dove viene l’uomo bianco. “Nihil ultra”, di là non c’è nulla, aveva inciso Ercole sulle colonne, ma l’Autore dissente, al punto di proclamare come incipit: “Di là c’è qualcosa”. Anzi, di là c’è “sempre” qualcosa. Basta uscire di casa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Paolo Rumiz pubblicato su Repubblica in data 29-12-11

L’immagine in apertura è un dipinto di William Turner

 

 

 

 

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Deng Xiaoping and the Transformation of China, Ezra F. Vogel

29 dicembre 2011

 

 

 

Deng Xiaoping and the Transformation of China di Ezra Feivel Vogel è un grande libro. Alcuni tra i più prestigiosi newspapers americani lo hanno inserito tra i migliori libri dell’anno 2011.

 

L’autore è professore emerito di Scienze sociali alla Harvard University. Forse nessun’altro studioso della storia, della società e della cultura cinese contemporanea meglio di lui avrebbe potuto addentrarsi nel vortice dei mutamenti del terzo paese del pianeta per estensione del territorio, secondo per volume dell’indotto dell’economia e primo per numero di abitanti.

 

Il personaggio cui ruota attorno questo studio è la personificazione del “mutamento cinese”. Forse nessun’altro nel corso del ventesimo secolo ha avuto un impatto più radicale e duraturo sulla storia  del mondo. Deng Xiaoping fu descritto da Mao Tse-Tung come un ago dentro una palla di cotone. Egli fu la guida pragmatica ed estremamente lucida alle spalle della rivoluzione economica della Cina nella seconda metà, e ancora di più, nell’ultimo quarto di secolo. Affrontò i danni prodotti dalla Rivoluzione Culturale, dissolse il culto della figura di Mao, spezzò le politiche che avevano imbrigliato l’economia del paese. Ossessionato dalla crescita economica e tecnologica, allacciò fondamentali rapporti commerciali con l’Occidente. Allo stesso tempo fu un capo autoritario: si ricordi il giro di vite ordinato in Piazza Tiananmen nel 1989.

 

 

Dopo aver studiato in Francia e in Russia, dove scoprì il Marxismo e il Leninismo, ritornò nel 1927 in Cina. Due anni dopo guidò la sommossa della provincia di Guangxi contro il governo del Kuomintang. Ben presto la rivolta fallì e lui si spostò nell’Area del Soviet Centrale nella provincia dello Jiangxi. Fu un veterano della Lunga Marcia, durante la quale servì come Segretario Generale del Consiglio Centrale del Partito Comunista. Da commissario politico sotto Liu Bocheng, organizzò importanti campagne militari durante la guerra con il Giappone contro il Kuomingtang, durante la Guerra Civile. Essendo un sostenitore di Mao Tse-tung,  fu incaricato dallo stesso Mao di ricoprire nel nuovo governo cariche importanti. Nel 1957, dopo aver appoggiato ufficialmente Mao nella sua Campagna Anti-Conservatrice, divenne Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dirigendo gli affari quotidiani del paese assieme al Presidente Liu Shaoqi. Al crescere del disincanto nei confronti del grande balzo in avanti di Mao, Deng e Liu, all’interno del PCC, acquisirono sempre più influenza e potere. Attuarono delle riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Deng e Liu collaborarono con tenacia, per adottare una linea politica più concreta, in opposizione alle idee radicali di Mao. Gradualmente emerse come leader de-facto della più popolosa nazione del mondo nei primi anni successivi alla morte di Mao nel 1976.  Una volta al potere, egli si accorse della necessità di smontare parte dell’impalcatura culturale ed economica costruita da Mao e da lui nel corso di più di cinquant’anni: e lo fece. Faceva parte anche lui di quella manciata di contadini rivoluzionari che aveva condotto la Cina: un gruppo che include Mao Tse-tung e i fondatori delle dinastie Han e Ming.

 

 

 

 

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La libreria consiglia: Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana, Giorgio Bocca

27 dicembre 2011

 

 

 

 

La libreria consiglia la lettura de Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana di Giorgio Bocca e cita l’Amaca di Michele Serra in memoria del giornalista scomparso.

 

Bocca è di quelli che, andandosene, ci lascia davvero soli. Questo sono i Padri: coloro che sanno quello che si deve e quello che non si deve fare. I Padri sanno tenere nascosti dubbi e debolezze, e se hanno paura (perché tutti hanno paura) non lo lasciano intendere. L’italiano di Bocca era netto e spedito, i suoi giudizi secchi come una fucilata, il rischio dell’inespressività, della debolezza di pensiero gli pareva la vera indegnità di ogni scrittura. Meglio correre il rischio il rischio della durezza. Nel Provinciale, che è uno dei pochi libri davvero decisivi per capire il Novecento italiano, ha raccontato senza un grammo di moralismo, e anzi facendosene attore egli stesso, l’euforia del boom, lo stordimento dell’Italia inurbata e arricchita, l’appartenenza all’epopea partigiana come bussola intatta, come discrimine morale. Era spesso aspro e pessimista, ma non era mai vinto e mai vile; e mano a mano che si disfacevano ideologie e certezze, in lui, anche da molto vecchio, si ritrovano lo sguardo chiaro del coraggio. Lo ammiravo molto e mi metteva soggezione. Non c’è giornalista di questo giornale che non si faccia, in questo momento, la domanda del figlio quando muore il padre: se saremo degni di lui.

 

 

 

Il testo è l’elzeviro – L’amaca – di Michele Serra pubblicato da Repubblica in data 27-12-11

 

 

 

 

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Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale, Giuseppe Berta

24 dicembre 2011

 

 

 

Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale è l’ultimo saggio di Giuseppe Berta edito dal Mulino.

 

La questione Fiat-Chrysler, con le sue incognite sul futuro, è la spia di ciò che potrà succedere domani ad altre grandi imprese, chiamate a scegliere fra proiezione internazionale e radicamento nel territorio d’origine. L’esperienza Fiat mostra come la ricerca di una soluzione internazionale possa rivelarsi una condizione di sopravvivenza.

 

L’alleanza Fiat-Chrysler ha costituito un punto di svolta nel panorama industriale del nostro paese. Sull’orlo del collasso al passaggio di secolo, dopo un difficile rilancio, la Fiat ha colto l’occasione della crisi globale del 2008 per trovare nel legame con la Chrysler la via d’uscita da una situazione altrimenti senza futuro. Ma ciò ha finito col proiettare la nostra maggiore impresa industriale fuori dei confini nazionali, calamitandola nei flussi di una dinamica globale che minaccia il suo ancoraggio al sistema italiano. Il progressivo distacco dall’Italia della sua impresa-simbolo pone perciò interrogativi sulle prospettive stesse del nostro industrialismo. C’è ancora spazio per la grande impresa?

L’autore insegna Storia contemporanea nell’Università Bocconi di Milano. I suoi libri più recenti sono: “Nord. Dal triangolo industriale alla megalopoli padana 1950-2000” (Mondadori, 2008), “L’Italia delle fabbriche. La parabola dell’industrialismo nel Novecento” (Il Mulino, III ed. 2009), “Eclisse della socialdemocrazia” (Il Mulino, II ed. 2010).

 

 

 

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The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo

23 dicembre 2011

 

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo è uno dei libri più importanti degli ultimi anni. È una raccolta di racconti – la prima dell’autore – uscita negli Stati Uniti da Scribner. La raccolta comprende le storie brevi composte dallo scrittore nella sua quarantennale carriera, parallelamente ai quindici romanzi. Questo libro, appena uscito, è stato accolto con entusiamo dall’intera critica di lingua inglese. Nove racconti, ognuno accompagnato da un’illustrazione, raccolti in ordine cronologico, con tanto di date, all’interno di tre sezioni. Il libro dà l’impressione di essere a un tempo sgargiante e riservato, arioso ed ermetico. La storia che dà il titolo al libro ha per protagoniste due monache che portano cibo e consolazione a uomini e donne di ogni età, gli sconfitti nella terra delle opportunità. Una vicenda di redenzione che parte dall’omicidio di una bambina di nome Esmeralda, con un personaggio che si chiama Ismael (chiaro il riferimento a Moby Dick).

 

Quando noi diciamo di amare uno scrittore, noi distorciamo la verità: quello che intendiamo dire è di amare una parte dello scrittore. Talvolta la sua metà, talvolta più, talvolta meno. La grande presenza di Joyce nella letteratura del ‘900 si deve soprattutto a Ulysses, meno a Dubliners. Possiamo gettare via i tre tentativi di “romanzi completi” di Kafka, senza eliminare la sua stravolgente originalità. George Eliot ci ha dato un solo libro leggibile, e questo è diventato l’archetipo della Anglophone novel. Ogni pagina di Dickens contiene un paragrafo che anima ed eccita, e uno che respinge (…) Milton consiste nel Paradise Lost. Anche William Shakespeare, che in genere elude ogni limite mortale, cade sotto questa legge (…) Io amo l’opera di Don DeLillo; questo equivale a dire amo End Zone (1972), Running Dog (1978), White Noise (1985), Libra (1988), Mao II (1991), e la prima e l’ultima parte di Underworld (1997).

 

 

 

Il primo brano è tratto dall’articolo di Antonio Monda pubblicato su Repubblica in data 22-12-11

Il secondo brano è tratto (e tradotto) dall’articolo di Martin Amis pubblicato sul New Yorker in data 21-11-11

 

 

 

Il libro

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Scribner Book Company, 2011

 

 

 

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Storia culturale della fotografia italiana e La Fotografia. Le origini 1839-1890 : libri sulla storia della fotografia

21 dicembre 2011

 

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) e La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) sono due importanti volumi sulla storia della fotografia.

Il 7 gennaio 1839 all’Académie des Sciences di Parigi viene dato l’annuncio che è stato scoperto “un metodo per fissare le immagini che si dipingono da soledentro una camera oscura”. La tecnica viene chiamata dagherrotipia dal nome di Jacques-Mandé Daguerre, ma già dodici anni prima Nicéphore Niépce, appassionato di chimica e incisione, aveva realizzato la più antica immagine fotografica. Niépce però moriva nel 1833 e il suo nome verrà dimenticato da chi ha perfezionato e reso accessibile il procedimento fotografico. Non è che la prima delle infinite questioni che raccontano una storia decisiva per la contemporaneità, e tuttavia in Italia a lungo sottovalutata. Nelle nostre università i corsi di Storia della Fotografia sono arrivati da poco più di vent’anni, e stanno già cominciando a sparire.

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) è l’opera curata da Antonella Russo, studiosa di spicco e allieva del grande storico della fotografia Beaumont Newhall, che intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana rispetto alla più generale storia della fotografia internazionale, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale. La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) è un’opera maestosa che ha sfornato ora il primo dei suoi quattro volumi. Si è scelto di utilizzare una voce narrante costituita da brevi monografie, scritte da Francesco Zanot, incentrate su quello che può definirsi il destino pubblico della fotografia: testi dedicati a mostre, libri, eventi, protagonisti che hanno segnato profondamente il discorso fotografico nelle sue diverse incarnazioni, attraverso numerose e spesso sorprendenti immagini emblematiche e simboliche.
La lettura è completata da saggi affidati a tre noti studiosi internazionali: Quentin Bajac, che si concentra sulla percezione della fotografia alla sua nascita; Elizabeth Siegel, che affronta le vicende della pratica dell’album fotografico, e cioè di quella fotografia privata e apparentemente “senza storia”, e Walter Guadagnini – curatore dell’intera collana –, che colloca in una prospettiva storica uno degli usi più comuni del mezzo fotografico, quello del racconto di viaggio e dell’incontro con l’altro da sé, il diverso, il nuovo.

 

Le immagini sono fotografie di Henri Cartier-Bresson
Il brano in corsivo è tratto dall’articolo di Matteo Nucci pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 16-12-11

 

 

 

 

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The Cut, The Way Home, The Night Gardener: i grandi libri di George P. Pelecanos

21 dicembre 2011

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

The Cut, The Way Home, The Night Gardener, The Turnaround sono alcuni dei  quindici grandi libri crime novels di George P. Pelecanos. L’autore - di origine greca – nasce a Washington, D.C.  nel 1957. Prima di approdare alla scrittura, fa innumerevoli lavori tra i quali il barista, il cuoco, il venditore di scarpe ed elettrodomestici, mestieri che farà poi svolgere a molti protagonisti dei suoi romanzi.È stato distributore cinematografico: ha lavorato con i fratelli Coen e ha fatto conoscere negli Stati Uniti The Killer di John Woo. Attualmente scrive anche per la televisione. È uno dei creatori e soggettisti di The Wire, serie poliziesca pluripremiata della HBO e sta scrivendo una nuova serie sullo sfondo della seconda guerra mondiale prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks intitolata The Pacific.

 

 

 

Alcune recensioni dei libri in traduzione italiana su QLibri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La libreria consiglia: Ragazzo di città, Edmund White

19 dicembre 2011

 

 

 

Con Ragazzo di città (traduzione di Alessandro Bocchi), Edmund White (all’età di settant’anni) ci regala forse il suo libro più bello. È un libro di ritratti. C’è prima di tutto l’autoritratto del giovane scrittore, giovane, timido e un po’ imbranato ragazzo del Midwest che nel 1962 arriva a New York e da lì costruisce, a volte a fatica, la sua carriera di scrittore. Racconta i suoi lavori, le sue prime esperienze letterarie, i suoi traslochi, i suoi viaggi, i suoi amori, le sue frequentazioni. Ci regala poi un bellissimo ritratto di città. Prima di tutto di New York (che domina dalla prima all’ultima pagina), ma anche qua e là, di San Francisco, Parigi, Venezia e Roma. Ci porta a spasso per le strade di New York fin dalle prime righe del libro, che comincia così: “Negli anni Settanta, a New York, nessuno si svegliava prima di mezzogiorno. Era una città al collasso, pericolosa, sudicia, dove spesso latitavano i servizi essenziali”. Nelle sue pagine ritornano spesso le descrizioni di questa New York, sporca (“sulle strade si accumulavano montagne di spazzatura maleodorante”), violenta, intollerante (“noi gay portavamo al collo dei fischietti per poter chiedere aiuto ad altri gay in caso di aggressioni da parte delle gang”). White ci racconta soprattutto la New York del Village e di Soho, i quartieri più trasgressivi. Nel 1969, con la rivolta di Stonewall, egli assiste alla rinascita del movimento gay. “Quel che colpiva di più”, scrive, “era l’abbondanza sessuale”. Nel libro le sue avventure sessuali, più esplicitamente descritte in altri suoi libri, restano sullo sfondo. Qui l’autore preferisce indugiare su altri incontri. Quelli con scrittori, poeti, letterati, personaggi del mondo culturale che, nonostante lo sfacelo della città, animavano la vita di New York e non solo. Ecco allora una straordinaria galleria di ritratti. Ci troviamo Elizabeth Bishop. Una ingombrante, vulcanica, autoritaria e superba Susan Sontag, sua grande amica, pur tra alti e bassi. Poi Robert Wilson, il trasgressivo e geniale fotografo Robert Mapplethorpe (“Mise subito in chiaro che non era interessato al sesso; no, voleva che io scrivessi di lui”). E ancora William Burroughs, Truman Capote e Peggy Guggenheim. Il racconto si chiude all’inizio degli anni Ottanta. Da allora lo scrittore di Cincinnati ha continuato ad essere baciato da una felicità creativa che sembra smentire quanto gli disse un giorno Truman Capote: “Probabilmente scriverai dei bei libri. Ma, ricordati, è una vita atroce”.

 

 

Il testo è l’articolo di Roberto Zichittella pubblicato su Satisfiction

 

 

 

 

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Il libro in lingua originale

City boy. My life in New York during the 1960s and 1970s

 

 

 

 

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Il cielo diviso, Cassandra, La città degli angeli: le opere di Christa Wolf

16 dicembre 2011

 

 

 

Il cielo diviso, Cassandra, La città degli angeli: ovvero alcune delle opere letterarie di Christa Wolf, certamente una delle figure centrali della letteratura tedesca del Novecento.

Nata nel 1929, in quella parte di Polonia con abitanti di lingua tedesca rivendicata dal nazismo, crebbe sotto quel regime e fu cacciata dalla terra natale nel 1945 dall’arrivo dei russi, ritrovandosi naturalmente abitante di quella mezza Germania detta DDR, e abitando proprio a Berlino, città divisa per eccellenza. Imbevuta di ideali comunisti, fu giovane attivista e giovane scrittrice impegnata. Si era laureata con il grande Hans Mayer con una tesi su Fallada, tipico scrittore di Weimar e della diaspora conseguente l’avvento di Hitler. Il disagio dell’essere cresciuta sotto una dittatura e di vivere sotto un’altra che si diceva comunista, le vicende dei paesi fratelli dell’Europa dell’est posti sotto il giogo di Stalin e dei suoi successori, finirono per aprirle gli occhi assai presto, e la sua scrittura si fece, pur con le obbligate difese ma cercando sempre di evitare le astuzie di tanti scrittori del regime, sempre più densa e più ricca: spostando il romanzo verso il mito, verso il saggio, verso il diario, nella linea di una interrogazione costante sul rapporto con la società e le sue leggi, le sue oppressioni. Non si trattò solo di politica, anche di condizione femminile, di lotta contro ogni tipo di oppressione, di perennità e varietà della ricerca dell’indipendenza del pensiero e della saggezza di una convivenza senza sopra e sotto. Fu ben diversa in questo da una delle grandi scrittrici della DDR, Anna Seghers, grandissima scrittrice perseguitata dal nazismo, molto più anziana e più onorata e in qualche modo una sua maestra o sorella maggiore, che si compromise decisamente nel regime, nonostante l’alta qualità della sua opera, e da Bertolt Brecht con la sua genialità e la sua arte della sopravvivenza artistica. E fu certamente più vicina ai quasi coetanei il drammaturgo Heiner Muller, il romanziere Christoph Hein, il poeta Wolf Biermann.

Il cielo diviso ce la fece conoscere e amare (è un romanzo del 1963), e poi venne Cassandra, venerato dalle lettrici di mezzo mondo e non solo da loro, venne Medea, vennero Guasto e Riflessioni su Christa T. e le molte raccolte di saggi, interventi, diari, che ci permisero di avere – in Italia grazie all’ostinazione della casa editrice E/O, e grazie alle ottime traduzioni di Anita Raja – una conoscenza piena della scrittrice e della teorica, e del suo modo di militare dentro una società estremamente chiusa pur senza considerare mai “l’altra parte”, l’Occidente, come un paradiso di chissà quali libertà. La storia e l’oltre la storia (il dietro la storia, il sotto la storia) divennero i poli di una personale dialettica retta da una sincerità assoluta, che rifulse anche quando, dopo la caduta del muro, si tentò da occidente di infangare il suo nome con accuse che si rivelarono infondate, di collaborazione con la Stasi, la famosa polizia segreta interna del regime di Ulbricht e dei suoi successori.

Di fatto, la cultura della RFT e della nuova Germania unita non le ha mai perdonato la sua indipendenza di pensiero e il suo attaccamento a un’idea di società equalitaria, la sua diffidenza nei confronti della società capitalistica e dei suoi feticci. Nel marzo del 1992 – il muro era caduto da poco, e così il regime sovietico e i suoi “satelliti – venne a Milano chiamata da “Linea d’ombra” per un incontro con Kazimierz Brandys, il grande romanziere polacco (il capolavoro: Rondò, edizioni E/O, o in lingua inglese  pubblicato da Europa Editions) che era stato anche lui comunista e anzi nelle sue prime opere autore di punta del “realismo socialista”. Questi due scrittori si stimavano molto a vicenda e, sia detto tra parentesi, avrebbero ben meritato il Nobel ben più di tanti scrittori infinitamente meno bravi di loro. Ospiti in una sala che ci venne procurata dalla curia, per intervento diretto del cardinal Martini, di fronte a un pubblico vasto e variegato che andava da Fortini e Cases a quasi tutti i tedeschi (“di destra” e “di sinistra”) di Milano, e dagli studenti ai politici, il loro fu il duetto vivace di due “ex” ovviamente molto disillusi e molto lucidi anche sul proprio passato, che però non entusiasmò certi nostalgici del comunismo che erano accorsi anche loro sperando ben altro… Sia Brandys che la Wolf ci sembrarono persone di una sincerità assoluta, che rispondevano senza nessun escamotage alle richieste della situazione e che però non esitavano a dire il loro “che cosa rimane”  e a ribadire la propria diffidenza nei confronti della società capitalista.

Oggi che le contrapposizioni tra Est e Ovest e tra comunismo e capitalismo sono crollate e il regime è uno solo, questa fedeltà ha forse qualcosa di nuovo da insegnarci, ma sono soprattutto convinto che i lettori che Christa Wolf continuerà ad avere cercheranno nella sua opera – e specialmente in Cassandra – una lezione perennemente attuale, che va oltre la Storia nel segno di una pervicace difesa della dignità umana, contro ogni manipolazione e ogni mistifcazione ideologica.

 

 

Pubblichiamo il testo che Christa Wolf scrisse in occasione dei 15 anni delle Edizioni E/O. Durante il primo incontro con gli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola, Christa e Gerhard Wolf vennero a sapere che Sandro aveva una libreria chiamata «Vecchia Talpa»; da allora in poi cominciarono a chiamarli “Le talpe” (Sandroesandra)

 

 

Il testo è l’articolo di Goffredo Fofi pubblicato sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 01-12-11

 

 

 

 

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The Better Angels of Our Nature. Why Violence Has Declined, Steven Pinker

14 dicembre 2011

 

 

 

Con The Better Angels of our Nature, Steven Pinker accende un grande dibattito. Il libro è un tomo di ottocento pagine edito dalla Penguin. L’autore un illustre psicologo della Harvard University Press, già autore di Tabula Rasa pubblicato in Italia da Mondadori.

L’umanità non sarabbe mai stata così pacifica e altruista. Egli sostiene che il migliore e meno apprezzato aspetto del nostro tempo, è che viviamo nel più pacifico, tollerante e altruista periodo che la storia abbia mai conosciuto. Non è la prima volta che il 57enne psicologo canadese è al centro di dispute accademiche. Con la pubblicazione nel 2002 di The Blank Slate (Tabula Rasa, Mondadori), attaccò il concetto che la mente umana sia come una lavagna bianca, che educazione e società possono riempire a piacere. Secondo lui, invece, l’evoluzione ci ha dotato di tratti mentali precostituiti, che non ci rendono né intrinsecamente violenti, come pensava Hobbes, né intrinsecamente buoni, come pensava Rousseau. Piuttosto, a secondo delle epoche storiche e delle norme sociali prevalenti, per ottenere i nostri fini utilizziamo, in un mix variabile, cinque strumenti negativi innati (violenza predatoria e ideologica, dominanza, vendetta e sadismo) e quattro positivi (empatia, autocontrollo, senso morale e ragione). L’era che stiamo vivendo è appunto quella in cui i quattro angeli della nostra natura stanno godendosi il loro trionfo.

 

Il testo è tratto dal’articolo di Alex Saragosa pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 9-12-11

 

We’ve all had the experience of reading about a bloody war or shocking crime and asking, “What is the world coming to?” But we seldom ask, “How bad was the world in the past?” In this startling new book, the bestselling cognitive scientist Steven Pinker shows that the world of the past was much worse. With the help of more than a hundred graphs and maps, he presents some astonishing numbers. Tribal warfare was nine times as deadly as war and genocide in the 20th century. The murder rate of Medieval Europe was more than thirty times what it is today. Slavery, sadistic punishments, and frivolous executions were unexceptionable features of life for millennia, then suddenly were targeted for abolition. Wars between developed countries have vanished, and even in the developing world, wars kill a fraction of the people they did a few decades ago. Rape, battering, hate crimes, deadly riots, child abuse, cruelty to animals—all substantially down. How could this have happened, if human nature has not changed? What led people to stop sacrificing children, stabbing each other at the dinner table, or burning cats and disemboweling criminals as forms of popular entertainment? The key to explaining the decline of violence, he argues, is to understand the inner demons that incline us toward violence (such as revenge, sadism, and tribalism) and the better angels that steer us away. Thanks to the spread of government, literacy, trade, and cosmopolitanism, we increasingly control our impulses, empathize with others, bargain rather than plunder, debunk toxic ideologies, and deploy our powers of reason to reduce the temptations of violence. With the panache and intellectual zeal that have made his earlier books international bestsellers and literary classics, he will force you to rethink your deepest beliefs about progress, modernity, and human nature. This gripping book is sure to be among the most debated of the century so far.

 

 

Il testo in corsivo è tratto dal sito dell’autore

 

 

 

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