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Dizionario amoroso degli esploratori, Michel Le Bris

30 dicembre 2011

 

 

 

Dizionario amoroso degli esploratori di Michel Le Bris è  un libro in cui, anziché ritrovarsi, splendidamente ci si perde. Labirinti, polverosi portolani, oceani di cose e di nomi irti di scogliere e cime tempestose.

 

L’autore, bretone marchiato dalla sua terra favolosa fin nel nome bisillabo tranchant come il bompresso di un brigantino, è un barbuto baleniere nell’anima, navigatore indomito di spazi illimitati, editore, scrittore e patron dei viaggiatori armati di penna di mezzo mondo. Egli  ha scritto un tomo di mille pagine che non è un Baedeker ma semplicemente la riproduzione della sua soffitta di Morlaix, quella dove si rifugiava dopo aver visto partire le grandi navi dai ventosi faraglioni del Nordovest, per squadernare al riparo dalla pioggia vecchi diari di viaggio illustrati, in quel pendolarismo talmudico fra il “fuori” e il “dentro”, la tana e gli spazi aperti, che sta alla base del sogno.

 

 

“Il fuori guarisce” dice Nicolas Bouvier, di cui Le Bris è stato editore e amico profondo, Bouvier autore di uno dei massimi libri di viaggio del ventesimo secolo, La polvere del mondo.

 

 

Attraverso la sfolgorante traduzione di Vera Verdiani che, lavorando sul polacco, ci ha già reso conoscibile Kapuscinski, entri in un percorso che non ha nulla di sistematico, in una soffitta dell’infanzia dove trovi il Passaggio a Nordovest ma anche la favolosa terra di Thule, la mappa della Patagonia e quella dell’Isola del Tesoro, Fridtjof Nansen monumento dell’esplorazione polare e un emerito bugiardo come Daniel Defoe, autore di un libro sul Madagascar nel quale non aveva mai messo piede. In questo spazio dei libri “amati” (da qui il magnifico titolo) lo Stretto di Magellano sta sullo stesso scaffale del regno perduto di Oz e del favoloso El Dorado. E attorno a te si affollano razziatori di antichità e atletici vincitori dell’impossibile, eccentriche ribelli vittoriane e imperturbabili originali come James Bruce, le cui avventure parvero così folli (eppur vere, tanto che fu riabilitato un secolo dopo) da ispirare la presa in giro de Il Barone di Münchausen di Rudolf Erich Raspe. A Carl Ethan Clarence Akeley, l’ineguagliabile impagliatore di elefanti-giganti poi diventato protettore degli ultimi gorilla, viene così dedicato più spazio che a Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud. I viaggi, come i libri, son fatti per ribaltare i luoghi comuni ed ecco che accanto a Marco Polo sbuca Rabban Sauma, un monaco cristiano cinese che negli stessi anni viaggia fino a Roma e oltre con una missiva del Khan per il Papa. Accanto alla “nostra” scoperta dell’America, Le Bris ci svela il suo contrario, la scoperta del Mondo Antico da parte dei pellirosse che nel 1509 attraversano l’Atlantico in canotto solo per vedere da dove viene l’uomo bianco. “Nihil ultra”, di là non c’è nulla, aveva inciso Ercole sulle colonne, ma l’Autore dissente, al punto di proclamare come incipit: “Di là c’è qualcosa”. Anzi, di là c’è “sempre” qualcosa. Basta uscire di casa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Paolo Rumiz pubblicato su Repubblica in data 29-12-11

L’immagine in apertura è un dipinto di William Turner

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

AC