Archive for gennaio 2012

Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini

29 gennaio 2012

 

 

 

 

Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini è una lucida requisitoria contro i miti dell’identità.

Si può appartenere a una tradizione senza esserne prigionieri? E si può immaginare la propria identità senza ricorrere alla metafora delle radici? La risposta è sì, basta riflettere su che cosa significa, propriamente, ciascuna di queste parole: per rendersi conto che l’identità, oggetto indefinibile, proprio per questo ha un disperato bisogno di metafore per essere maneggiato; che la tradizione non è qualcosa che si eredita per via genetica – o che la memoria trasmette meccanicamente da una generazione all’altra – ma la si costruisce e la si insegna passo dopo passo, che le radici, infine, sono un’immagine ingannevole ed escludente.

L’autore è classicista e scrittore, insegna Filologia classica all’Università di Siena, dove dirige il Centro Antropologia e Mondo Antico. Tra i suoi libri: C’era una volta il mito (Sellerio, 2007), Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008), Alle porte dei sogni (Sellerio, 2009), Affari di famiglia. La parentela nella letteratura e nella cultura antica (Il Mulino, 2009), Per vedere se (Il melangolo, 2011). Per Einaudi dirige la collana Mythologica.

 

 

Le radici cantate da Francesco Guccini non sono le stesse criticate dal prof. Bettini

 

 

 

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A History of the World in 100 objects, Neil MacGregor

23 gennaio 2012

 

 

 

A History of the World in 100 objects è il libro del direttore del British Museum Neil MacGregor, pubblicato da Viking, frutto del lavoro di quattro anni di cento esperti che hanno ricavato una classifica degli oggetti più significativi conservati dal museo. Cento oggetti tra gli otto milioni prodotti dall’uomo in più di due milioni di anni.

Sono gli oggetti quotidiani quelli più interessanti e carichi di storia: al centro di tutto c’è il significato del rapporto tra forma e funzione. È il caso dell’ascia da pugno (anche detta amigdala per la sua forma a mandorla) in fonolite ritrovata nella gola di Olduvai, in Tanzania, ossia quella che è definita la culla dell’umanità. È stata scolpita tra 1,4 e 1,2 milioni di anni fa, ed è il primo oggetto tecnologico multiuso: l’Homo Habilis lo usava per spellare la selvaggina e ricavarne pellicce, per tagliare la carne e ridurre i vegetali a una pappa commestibile. Oggetto talmente efficiente da accompagnare l’uomo per un milione di anni. Per costruire un’ascia da pugno non basta la destrezza manuale, ma serve soprattutto la capacità di pianificare e astrarsi dall’immediato per immaginare se stessi nel futuro. E forse quest’ascia custodisce anche il segreto del linguaggio: “Oggi le neuroscienze ci indicano che le aree del cervello attive quando si costruisce un utensile si sovrappongono a quelle della parola, come se si fossero evolute insieme” sostiene l’autore.

Il servizio da tè vittoriano , tris di teiera-zuccheriera- bricco per il latte, prodotto intorno al 1840 nella migliore manifattura di porcellana inglese, l’Etruria dal famoso ceramista Josiah Wedgwood, simboleggia uno dei primi paradossi della globalizzazione. Il tè è infatti sia il simbolo dell’essere inglesi che del non esserlo affatto: le foglie per l’infusione arrivano da India e Cina, lo zucchero dai Caraibi. E dietro la raffinata porcellana fregiata d’argento MacGregor rintraccia anche i disegni sul controllo sociale: da prelibatezza per ricchi, come era nel Settecento, il tè, a partire dal 1785, diventa una bevanda economica, che le classi alte hanno interesse a diffondere tra la popolazione perché sia sobria e operosa, anziché intorpidita dall’alcol.

 

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giuliano Aluffi pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

 

 

 

 

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Liberamilano seguito da Una mattina ci siam svegliati, Nanni Balestrini

22 gennaio 2012

 

 

 

 

Liberamilano seguito da Una mattina ci siam svegliati: l’autore è  Nanni Balestrini. Si tratta della cronaca di due giornate milanesi, che aprono e chiudono il periodo berlusconiano. Il secondo, è il resoconto della manifestazione del 25 aprile 1994, immediatamente successiva alla vittoria elettorale di Berlusconi; il primo è quello della vittoria di Pisapia nelle elezioni comunali di fine maggio 2011.

Nell’un caso come nell’altro, Radio Popolare racconta in diretta gli avvenimenti, raccogliendo le divers voci della città, di memoria e di resistenza nel caso della vittoria berlusconiana, di entusiamo, di fiducia e di apertura al futuro nel caso della recente vittoria di Pisapia. Anche in questo volume una oralità collettiva, veicolata questa volta da uno strumento di comunicazione di massa; anche qui il montaggio opera sapientemente su linguaggi preesistenti. (…) In oltre quarant’anni di attività, l’autore ha progressivamente affinato una tecnica espressiva fondata su artifici tipici delle avanguardie (il montaggio e l’uso della tecnologia applicata alla parola) e tuttavia capace di affetti potenti di realismo e di epica collettiva volta a esprimere una nuova oralità di massa. Conciliare lo sperimentalismo degli anni ’60 con il bisogno di raccontare la storia e la cronaca: questo è stato l’obiettivo a cui ha lavorato Balestrini.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Romano Luperini pubblicato dal Domenica del Sole 24 Ore in data 22/01/2012

 

 

 

 

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The Letters of Samuel Beckett, vol.1 (1929-1940), vol.2 (1941-1956), Cambridge University Press

22 gennaio 2012

 

 

 

The Letters of Samuel Beckett, vol.1 (1929-1940), vol.2 (1941-1956), pubblicato da Cambridge University Press, rivela la vera natura dello scrittore irlandese. La sua vera natura è nelle lettere. Una vita pigra e annoiata ad aspettare un riconoscimento che giunse tardi con la piece di Estragon e Vladimi. Ma alla prima non andò. Lo straordinario successo lo spiazzò (“deve esserci un malinteso” dichiarò) e mise in crisi le sue schive strategie sociali.

Si ha spesso l’impressione che piuttosto che leggere Beckett i critici lo sfruttino per dimostrare qualche teoria a loro cara. Lo si presenta come chi ha inaugurato il post-modernismo, decostruito il realismo, esaltato Joyce, poi demolito Joyce, come l’autore più ascetico e staccato dalla realtà quotidiana che mai ci sia stato, o dall’altra parte come l’esistenzialista ateo più vicino all’ordinaria decrepitudine della carne. Alla vita dalla quale è scaturita la sua straordinaria creatività, invece, si pensa poco, se non per proporre il mito dell’artista eremita lontano da ogni considerazione mondana. Adesso però con la pubblicazione dei primi due dei quattro volumi di lettere, si ha la possibilità di costruire tutt’altra immagine del progetto di Beckett e di tornare a leggerlo sgombro di vecchi pregiudizi; scoprendo innanzitutto che l’autore aveva ragione quando sosteneva che le sue opere erano di una semplicità e ovvietà esemplare.

 

 

 

 

Il testo riprende l’incipit dell’articolo di Tim Parks pubblicato dal Domenica del Sole 24 Ore in data 08/01/2012

 

 

 

 

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin

20 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin è stata di recente ristampata dalla casa editrice torinese Einaudi. Fu scritta nel 1935 e più volte rimaneggiata. Ora viene riproposta in una versione infine filologica, corredata di note e varianti, a cura di Francesco Valagussa.

 

 

 

 

Nel 1934, sei anni prima di uccidersi al confine franco-spagnolo per sfuggire alla Gestapo, l’autore pronunziò a Parigi la conferenza intitolata L’autore come produttore. Regolato sull’orologeria della battaglia antifascista, sulle sue urgenze, il testo si interrogava su come intellettuali e artisti potessero riconvertire a un pronto uso rivoluzionario le macchine. Cioè, in senso largo, i nuovi mezzi capitalistici di comunicazione e produzione culturale: stampa, radio, fotografia… Lo stesso teatro, “che invece di entrare in concorrenza con i moderni strumenti” dovrebbe “applicarli e imparare da essi”. Se non altro per spezzare la divisione del lavoro, forare la diga che separa autore e pubblico. Tra guardinghe spinte utopiche – che l’effimera esperienza proto-sovietica dell'”arte socializzata” aveva galvanizzato, ma che il patto Hitler-Stalin del ’39 avrebbe presto raso al suolo – nell’autore si andava precisando l’idea che, nella grande mobilitazione moderna, a fare arte non è più, o è sempre meno, “il soggetto quanto piuttosto l’apparato tecnico” ricorda Massimo Cacciari: “O l’arte si immerge totalmente nel sistema dell’innovazione oppure cessa di avere un significato”. Riparandosi in forme consolatorie, passatiste, contemplative. O viceversa attivamente reazionarie: come quelle che, a suo tempo, Benjamin riconosceva nella movenza futurista, con la sua estetizzazione “fascista” della macchina-nuova bellezza. Tendenza che oggi sembra prolungarsi, ma in versione postpolitica, in quei linguaggi creativi che vibrano acriticamente al brivido di ogni pseudonovità tecnologica.

La metropoli dei passages – le gallerie commerciali – , dei grandi magazzini, delle Esposizioni Universali, è apoteosi del capitale, della forma-merce che si fa forma di vita, del denaro che rende ogni cosa equivalente, qualitativamente “indifferente”; ma, per le stesse ragioni, la grande città è anche il momento che innesca la contraddizione-lavoro, la lotta di classe, la rivolta. Perciò, l’artista moderno o è metropolitano – e si carica di tutti questi contrasti – oppure non è. In un altro suo saggio recente, La città (Pazzini editore), la post-metropoli attuale è inseguita come “delirio”, cioè continua cancellazione dei vecchi confini urbani. Quelli della città fordista, strutturata secondo le esigenze di produzione industriale e scambio del vetero-capitalismo, e ancora progettabile, pianificabile. Mentre oggi “la città è ovunque. Quindi non c’è più. Si è trasformata in città-territorio” e “non è dunque programmabile”. Un monstre. “Questo è il dramma di tutti gli architetti e gli urbanisti” contemporanei. Fuori da ogni retorica sociologizzante sulle neo-metropoli liquide, dalle incessanti metamorfosi (un’ex area industriale che adesso è un’università e domani sarà centro commerciale…) – la nuova forma della città è secondo Cacciari: “un unico processo di dissoluzione di ogni identità urbana”. Una dinamica che, obbedendo alla razionalità globale del nuovo turbo-capitalismo, si rivela, allo stato, razionalmente ingovernabile. “Oggi non sembrano esserci politiche in grado di governare efficacemente i territori” dice l’ex-sindaco di Venezia. “I problemi – basti pensare al più imponente: quello ecologico – potranno essere affrontati solo a livello sovracomunale, sovrastatuale, sovranazionale”. Ma dirne di più adesso sarebbe strologare. Quel domani è terra incognita, “Hic sunt leones” sorride Cacciari.

 

 

 

Il testo riprende due brani dell’articolo di Marco Cicala pubblicato su Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

Le immagini sono opere di Roy Lichtenstein

 

 

 

 

 

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Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Colin Crouch

17 gennaio 2012

 

 

 

Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, è l’ultima opera di Colin Crouch (autore dell’importante Postdemocrazia) pubblicata in Italia da Laterza.

Le grandi imprese perseguendo i propri interessi interferiscono pesantemente nei processi democratici. Il che è un problema non solo per la democrazia, ma soprattutto per il mercato.

C’è un giallo da risolvere: spiegare la ‘strana’ mancata morte del neoliberismo. “Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente è meno favorevole di quanto dica di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro”.

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Laterza

L’immagine è una fotografia di Elliot Erwitt

 

 

 

 

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Postdemocrazia

 

 

 

I libri in lingua originale

The Strange Non-Death of Neoliberalism

 

 

 

Post-Democracy

 

 

 

 

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MetaMaus, Art Spiegelman

16 gennaio 2012

 

 

 

MetaMaus, l’ultima opera di Art Spiegelman, è stata recentemente pubblicata da Penguin Books.

Come Marcel Proust ha modificato le regole della narrazione, Maus. A Survivor’s Tale di Art Spiegelman nel 1986 ha cambiato le sorti della letteratura per immagini. Pubblicato tra il 1973 e il 1991, il premiatissimo romanzo a fumetti (auto)biografico ha rivoluzionato la Graphic Novel.
Per raccontare la tragedia della seconda guerra mondiale, l’autore ha inventato un mondo abitato solo da animali: gli ebrei sono topi, i nazisti gatti, i francesi rane e così via.
Nell’unica data italiana, oggi l’artista americano incontra il pubblico in un’esclusiva lezione per immagini dove dimostra perché il fumetto è un genere da non sottovalutare. In quella che McLuhan definì cultura “postletterata” il suo peso è destinato a crescere perché “i fumetti sono una sorta di eco del modo in cui il cervello lavora. La gente pensa in forma di immagini iconografiche piuttosto che in ologrammi, in esplosioni di linguaggio e non in paragrafi”.

 

 

 

Le immagini sono tratte dal blog Caartonist Globale del Sole 24 Ore

 

 

 

 

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Whatever Happened to Sex in Scandinavia, Marta Kuzma e Pablo Lafuente

11 gennaio 2012

 

 

 

 

Whatever Happened to Sex in Scandinavia, a cura di Marta Kuzma e Pablo Lafuente è  un libro autonomo ma anche il catalogo a posteriori di una mostra tenutasi lo scorso anno a Oslo, presso l’Office for Contemporary Art.

 

Vienna 1968. Una ragazza con un bel cappottino porta al guinzaglio un uomo a quattro zampe. È Valie Export, star della performance femminista, insieme a quel Peter Weibel che sarebbe poi diventato un teorico dei new media. Quell’immagine può essere assunta come simbolo dello spartiacque tra un prima e un dopo, tra un tempo in cui la provocazione a sfondo erotico aveva caratteri progressivi e un tempo, il nostro, in cui l’esibizione del sesso è diventata quasi sempre un sintomo regressivo, legato al lucro della pornografia. Questo passaggio è al centro del libro.

Negli anni Sessanta “la svedese” era un mito: quella bellissima e che per di più ci sta. Dietro a questo stereotipo c’erano stati, dall’inizio del Novecento, decenni di ricerca sulla necessità di svincolare il sesso dalle nascite, sulla possibilità di considerare l’aborto una decisione libera della donna, sull’opportunità di una condivisione del potere tra maschi e femmine, sull’accettazione dell’omosessualità. Nel libro troviamo raccolti tutti i testi che hanno tessuto questa trama corale, spesso di incredibile modernità. La differenza tra l’apertura mentale scandinava e certo moralismo americano fu palpabile quando, nel 1968, il film svedese I Am Curious-Yellow di Vilgot Sjoman fu bandito negli Stati Uniti: di contenuto politico, il suo potenziale eversivo fu considerato tanto più temibile in quanto conteneva scene di nudità frontale anche maschile. Alla radice dei cambiamenti in corso, dunque anche di quel film e dello scandalo che suscitò, stavano la disgregazione della famiglia rurale, il ruolo crescente delle donne nel lavoro e la diminuzione e il controllo della prole. Sul piano teorico, furono fondamentali i testi degli psicoanalisti del dopo-Freud, da La Rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich (1936) ed Eros e Civiltà (1955) di Herbert Marcuse. La rivista Evergreen Review, organo intellettuale del mondo beat e hippie, sfidava continuamente il pubblico con immagini di nudità e amore libero commiste a saggi dotti e a testi classici censurati. (…) La Scandinavia era avamposto naturale per le tematiche della liberazione, già da quegli anni Trenta in cui Oslo era diventata una possibile via di fuga culturale dall’Europa del totalitarismo; similmente, Vienna era stata abituata alle tematiche del corpo dal movimento azionista e da un Novecento artistico fatto da ribelli come Klimt, Kokoschka o quell’Egon Schiele che chiedeva a giovani prostitute di stare ore in pose mortificanti; l’America era meno preparata a sopportare l’urto di un certo immaginario e quando questo divenne di massa – Woodstock è un buon esempio – iniziò a reagire in due modi: con la censura, da un lato, fatta di dossier dei Servizi di Stato, e dall’altro usando la libertà che avanzava come un mezzo per nutrire la società dello spettacolo. Cinema, pubblicità, gadget iniziarono a usare l’eros e non hanno più smesso.

Paradossale ma vero, i movimenti di liberazione sessuale sono stati condotti al risultato opposto: una nuova prigione, i valori della seduzione come mezzo per vendere. Già nel 1973 il filosofo Jean François Lyotard ha usato il termine svedese posering come sinonimo di mostrare il corpo (a questo punto solo femminile) come un oggetto di consumo. Dieci anni dopo il regista Harun Farocki ha prodotto un film in cui ha ricostruito il backstage di un set pornografico per “Playboy”. Ancora oggi la sessualità è un campo di battaglia con cui gli artisti , come noi tutti, facciamo costantemente i conti.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Angela Vattese pubblicato su Domenica del Sole 24 Ore in data 08/01/12

 

 

 

 

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Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Giorgio Steimetz

9 gennaio 2012

 

 

 

 

 

Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente è il libro inchiesta di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino), probabile “fonte” di Pasolini su Eugenio Cefis e la sua responsabilità nella morte di Mattei. Venne pubblicato nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni (Ami), una casa editrice finanziata da Graziano Verzotto, uomo vicino a Enrico Mattei e informatore di Mauro De Mauro, il giornalista dell’ Ora di Palermo ucciso dalla mafia due anni prima. Dopo pochi giorni scompare dalla circolazione.

Vive solo pochi mesi, poi sparisce. Dalle due sedi della Biblioteca Centrale spariscono anche le copie d’obbligo: se ne trova ancora traccia nel registro di quella fiorentina, ma il libro non c’è. E si capisce: l’autore racconta la spregiudicata avventura di uno dei timonieri del pubblico-privato, la mescolanza di poteri tra Stato e potenze occulte. Pier Paolo Pasolini sta lavorando sugli stessi temi e, forse (è il caso di Verzotto), sta utilizzando le stesse fonti; quell’anno comincia a scrivere Petrolio, il grande romanzo incompiuto sul Potere (Einaudi lo pubblicherà postumo nel 1992, 17 anni dopo la sua morte). Un romanzo del quale la critica ha enfatizzato l’aspetto omosessuale – la doppia vita di un ingegnere petrolchimico – mentre la vera sostanza di Petrolio è il “rapporto terribile tra economia e politica, le bombe fasciste e di Stato, la struttura segreta delle società “brulicanti”, come i loro nomi, in beffardi acronimi” (Gianni D’Elia, Il Petrolio delle stragi, Effigie, p. 22).

In realtà non fu “ritirato dal mercato”. Non si trattava infatti di un libro-inchiesta destinato a circolare presso il pubblico, ma di un libro in piccola tiratura, anonimo, scritto dalla stessa Agenzia che lo stampò (cioè da Corrado Ragozzino), con funzione di avvertimento o di minaccia, il cui fine era di raggiungere un solo e potente destinatario e i suoi amici, come dice lo stesso autore nell’introduzione.

Nel corso dell’inchiesta sull’omicidio di Mattei, il sostituto Procuratore Vincenzo Calia coglie per primo le analogie e le simmetrie tra Questo è CefisPetrolio e ha il merito d’aver collegato tra loro i fili di questa intricata matassa. Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini. Quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate.

 

 

 

 

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Il Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK, James Hepburn

6 gennaio 2012

 

 

 

 

Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK è il libro inchiesta di James Hepburn (pseudonimo di autore/i sconosciuto/i) che uscirà in Italia, con un’intervista di Stefania Limiti a William Turner e una postfazione di Paolo Cucchiarelli, nel mese di gennaio 2012. La casa editrice è la romana Nutrimenti.

 

 

Dopo l’omicidio di Dallas la famiglia del presidente incaricò un gruppo di detective francesi e sovietici di indagare. Le conclusioni furono pubblicate in un libro (in Italia promosso da Agnelli) che scomparve dalle librerie di tutto il mondo. E ora riemerge.

 

 

Nell’agosto scorso sono state divulgate le conversazioni tra Jackie, moglie di John Kennedy, e Arthur Schlesinger, allora portavoce del presidente, nelle quali si accusa il successore Lyndon Johnson di essere stato uno degli ispiratori del complotto. E il prossimo anno cade il cinquantenario dell’omicidio politico che ha cambiato il mondo. Saranno desecretati i documenti top secret sul caso Kennedy. L’inchiesta che anima il libro fu voluta direttamente da Robert Kennedy, il fratello di JFK, ministro della giustizia quando John venne assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre del 1963. Robert venne ucciso a sua volta a Los Angeles nel giugno di cinque anni dopo. Il libro – inchiesta a doppia firma Sdece/Kgb – la redassero, appunto, i servizi segreti francese e sovietico.

 

 

 

Le immagini sono fotografie di Paul Fusco relative al saluto della popolazione americana al passaggio del treno con la salma di Robert Kennedy

Il testo è tratto dall’articolo di Piero Melati pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 06/01/2012

 

 

 

 

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