Archivio per la categoria ‘Antropologia’

I libri di Piero Coppo: il padre dell’etnopsichiatria. Con citazione di Frantz Fanon

4 gennaio 2012

 

 

 

Piero Coppo è il padre italiano dell’etnopsichiatria. Per presentarlo utilizzo una citazione da Frantz Fanon. Neuropsichiatra e psicoterapeuta, Coppo insegna Etnopsichiatria all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come consulente dell’OMS ed esperto del Ministero degli Esteri italiano, ha lavorato a lungo in Mali e in Guatemala, in programmi di cooperazione sulla medicina tradizionale. Per Bollati Boringhieri ha pubblicato: Guaritori di follia. Storie dell’altopiano Dogon (1994), Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003), Le ragioni del dolore. Etnopsichiatria della depressione (2005), Negoziare con il male. Stregoneria e controstregoneria Dogon (2007). È anche autore di Etnopsichiatria (Il Saggiatore, 1996) e Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale (Colibrì, 1998).

 

Frantz Fanon nacque nel 1925 in Martinica da una famiglia borghese. Era “negro”: ebbe così modo di sperimentare gli effetti di questa qualità somatica negli svariati contesti che gli capitò di attraversare nella sua breve vita. Dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale combattendo con la Resistenza britannica,  poi con quella francese, nel 1951 si laureò in Medicina a Lione, e l’anno successivo iniziò a lavorare come psichiatra, prima a Saint-Alban, poi nel manicomio di Blida, in Algeria, dove raccolse dai suoi pazienti testimonianze dirette delle torture subite. Dopo tre anni rassegnò le dimissioni, con una lettera in cui accennava alla insopportabile contraddizione tra gli scopi della sua professione e il ruolo politico che, come dipendente dell’amministrazione coloniale, si trovava a ricoprire.

Se la psichiatria è la tecnica medica che si propone di consentire all’uomo di non essere più estraneo al suo ambiente, ho il dovere di dichiarare che l’arabo, alienato cronico nel proprio paese, vive in uno stato di totale spersonalizzazione… I fatti d’Algeria sono la conseguenza logica di un tentativo abortito di privare un popolo del suo cervello (da Lettera al Ministro residente, 1956, pag. 104)

Del 1961,  l’anno della sua morte, è la pubblicazione del suo ultimo scritto, I dannati della Terra, sorta di testamento politico prefato da Jean-Paul Sartre. Nel libro insorge contro l’esclusione di un miliardo e mezzo di uomini da parte di una minoranza tracotante e afferma che l’unica via di liberazione dal colonialismo è la lotta armata, rifiutando di riconoscere qualsiasi partito politico non generato direttamente nel corso della lotta.

Né Freud né Adler e neppure il cosmico Jung, nel corso delle loro ricerche, hanno pensato ai negri. Troppo spesso si dimentica che la nevrosi non è costitutiva della realtà umana. Lo si voglia o no, il complesso di Edipo fra i negri non è affatto sul punto di comparire. Ci si potrebbe far notare, con Malinowski, che il solo responsabile di questa assenza è il regime matriarcale. Ma, a parte il fatto che noi potremmo domandarci se gli etnologi, imbevuti del complesso della loro civiltà, non si sono sforzati di ritrovarne la copia presso i popoli da essi studiati, ci sarebbe relativamente facile dimostrare che nelle Antille francesi il novantasette per cento delle famiglie non possono dare origine a una nevrosi edipica. Incapacità di cui noi ci rallegriamo moltissimo. ( da Il negro e l’altro, Il Saggiatore, Milano, 1965)

 

 

 

 

Il testo della citazione è tratto dal volume Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003)

L’immagine in apertura è una fotografia di George Rodger

 

 

 

 

 

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Di quanti amici abbiamo bisogno? Frivolezze e curiosità evoluzionistiche, Robin Dunbar

25 ottobre 2011

 

 

 

In Di quanti amici abbiamo bisogno? Frivolezze e curiosità evoluzionistiche, Robin Dunbar sostiene che un uomo può avere al massimo centocinquanta amici: di più non ne sono ammessi dal nostro cervello.

L’autore è docente di antropologia dell’evoluzione all’Università di Oxford. È famoso per le sue ipotesi sull’evoluzione del linguaggio e sul pettegolezzo come strumento di coesione sociale (Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue).

Sono centocinquanta circa. L’ho dedotto studiando la relazione tra la dimensione dei gruppi sociali dei primati e la grandezza dei loro cervelli. Negli esseri umani, la neocorteccia permette di tenere a mente in maniera continua non più di centocinquanta legami affettivi. (…) Se i gruppi di cacciatori-raccoglitori della preistoria avevano pressapoco questa dimensione, centocinquanta erano anche gli abitanti che avevano in media i villaggi inglesi secondo il censimento di Guglielmo il conquistatore nel 1086. E questa è anche la dimensione ottimane per una business unit secondo diversi guru del managment odierno. (…) Se per i primati la spinta cruciale a stare in gruppo è venuta dalla necessità di difendersi dai predatori, nel caso degli uomini il pericolo maggiore erano gli altri uomini, le tribù vicine. Osserviamo che ancora oggi in zone come i Tropici, afflitte da una quantità di malattie e parassiti superiori a quella in altre parti del mondo, i gruppi umani tendono a essere più coesi e meno disposti a mischiarsi con individui di altre comunità. Il miracolo dei primati, tra i quali anche gli uomini, l’aver saputo estendere a tutto il gruppo l’attaccamento istintivo del partner che è proprio delle specie animali monogame. La fedeltà appare correlata all’intelligenza. Scegliere una relazione di coppia da mantenere per un lungo periodo di tempo richiede una notevole capacità mentale, perché per la perpetuazione della specie è molto rischioso investire sul partner sbagliato, e poi per non spezzare la coppia, bisogna ricordare per tutto il tempo ciò di cui il partner ha bisogno e modificare il proprio comportamento di conseguenza.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giuliano Aluffi sul Venerdì di Repubblica del 21-10-11

L’immagine in apertura è un dipinto di René Magritte

 

 

 

 

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