Archive for the ‘Crisi economica’ Category

The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity, Jeffrey Sachs

3 ottobre 2011

 

 

 

 

The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity è l’ultimo libro di Jeffrey D. Sachs: Director of The Earth Institute, Quetelet Professor of Sustainable Development, e Professor of Health Policy and Management alla Columbia University. Inoltre Special Advisor della Segreteria generale, di Ban Ki-moon, presso le Nazioni Unite.

 

Probabilmente, la “verità” sta nella complessità dei fenomeni (ora economici e politici, presto sociali, giuridici, antropologici ecc…) che molti paesi del mondo stanno affrontando o dovranno affrontare. Nella loro complessità bisogna trovare le chiavi di lettura. Come spesso accade, alla complessità dei fenomeni storici nuovi, si affianca l’inadeguatezza – a fronteggiarli e forse anche comprenderli – delle strutture preesistenti. Il risultato è la difficoltà all’adattamento e al progresso. Oppure, per lo stesso motivo, la difficoltà delle strutture esistenti a evolversi in strutture e modelli organizzativi nuovi e più funzionanti e giusti. Insomma, la stasi anziché il moto. L’interesse pago e disinteressato dell’oggi, piuttosto che l’idea del domani. Caratteristiche tipiche della molle decadenza. È ormai da circa tre anni che molte delle aree occidentali evolute e ricche attraversano “crisi” economiche e finanziarie. Tuttavia anche superate queste “crisi” il panorama non sembra prospettare un futuro agevole e rilassato. Sono dietro l’angolo – bisognerà pur iniziare a parlarne – questioni demografiche, oltreché ambientali, di portata planetaria e dal valore epocale. Oggi, a pochi mesi dall’anno 2012, la popolazione mondiale ha quasi raggiunto i 7 miliardi di persone. Di questi, 1,5 miliardi sono gli “occidentali”, 5,5 miliardi sono popolazioni di culture diverse e distanti dalla/le “nostre”. Previsioni e studi demografici illustri e più che attendibili spiegano che, nel 2050, la Terra avrà 9,5 miliardi di persone; dove, 1 miliardo saranno gli “occidentali” e 7,5 miliardi gli “altri”. In Italia, per restare sulla demografia, l’invecchiamento (drammatico e spaventoso) della popolazione porterà a un rapido scavalcamento del numero dei pensionati su quello dei lavoratori. Bastano pochi dati – o fatti – per riflettere sul fatto che dietro a “crisi” economiche ci sono sommovimenti e fenomeni ineludibili, e che il punto di vista da cui noi occidentali soppesiamo i fatti non è l’unico o il migliore. Siamo una cultura minoritaria; ricca, e purtuttavia minoritaria. Per giunta decrescente. Pertanto, costretta, nel breve giro di qualche decennio, a rivedere i propri parametri e sistemi organizzativi; non ultimo quello economico. Anche questo, figlio di una certa cultura: ribadisco, non la sola, non la migliore a questo mondo. Tutt’altro.

 

 

 

 

Il testo sono considerazioni personali non strettamente attinenti al contenuto del libro

 

 

 

 

Il libro

Jeffrey Sachs, The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity, Random House, 2011

 

 

 

 

L’autore


 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

Il valore delle cose, Raj Patel

29 agosto 2011

 

 

 

Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo è un saggio di Raj Patel pubblicato da Feltrinelli nel 2010.

Voglio proporre come introduzione al libro questo articolo di Christian Raimo pubblicato dal blog di Minimum Fax, Minima & Moralia: Carta igienica di stato.

Qualche giorno fa ascoltavo una ragazza italiana che vive a Londra tornata a farsi le vacanze in Italia raccontarmi i riots: ho visto un sedicenne, un diciassettenne, diceva, che dopo aver saccheggiato un negozio di smartphone, ne aveva presi così tanti che non sapeva che farci e li rivendeva a cinque pounds l’uno. Ho pensato a questo ragazzino che, seppure per molti versi non sarà un esempio, aveva secondo me la ragione dalla sua per almeno un paio di motivi.

Uno, da un punto di vista dell’economia globale. Magari non aveva letto Il valore delle cose di Raj Patel ma stava comunque a suo modo applicando una forma di giustizia distributiva: cinque pounds è più o meno il prezzo di fabbrica di certi telefonini superaccessoriati usciti dagli stabilimenti cinesi, tipo la Foxconn – questa immensa comunità operaia di 300.000 dipendenti (e qualche decina di suicidi l’anno) dove la paga media è di 130 dollari al mese.

Due. In un certo senso non faceva altro che prendere alla lettera qualche slogan visto in giro, tipo quello della Nike con Wayne Rooney del Manchester che la spara grossa: Don’t be the target, be the weapon. Oppure quello della nuova Lancia Ypsilon che campeggia anche sulla metà dei cartelloni sei per tre in Italia. Che rimproverargli? Come molti suoi coetanei probabilmente cresciuto con il mito del Vincent Cassel che si scontra contro la polizia nelle banlieue dell’Odio, ne ha magari seguito la carriera, cattivo dopo cattivo, e ora sarebbe in grado di interpretare meglio di chiunque altro il senso di quel ghigno sfoderato sempre da Cassel alla fine dello spot girato da quello stesso Aronofsky che l’ha diretto nel Cigno nero: “A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso“, pausa attoriale, “è un diritto“. Figuriamoci un bel mucchio di iPhone.

Ci sono queste due ragioni (ragioni che non riescono a far empatizzare in parte con quella rabbia?) alla base della mia sicurezza che siamo alla fine di un’epoca politica anche per l’Italia. E che questa manovra di Ferragosto è il cappio al collo con il quale il governo Berlusconi si sta impiccando da solo senza neanche rendersene conto o non potendo fare altrimenti.

Questa è la sensazione. Ogni giorno che viene fuori un’ulteriore dichiarazione ufficiale o ufficiosa su una correzione aggiuntiva, ogni giorno che i mercati subiscono una tempesta che lascia anche il manifesto a corto di titoli apocalittici, si sente più nitido il rumore di una sega concentrata sul ramo sul quale questo governo e questa classe politica si è seduta.

E allora dà un piacere macabro ascoltare le conferenze stampa di Tremonti e andare a rileggersi le parole che utilizzava nel suo libro La paura e la speranza, giusto un paio di anni fa. La crisi era finita, il futuro era alle porte, gli economisti una manica di menagrami…

Come crea dei cortocircuiti niente male vedere Fiat Industrial sprofondare a meno 12 per cento e ricordarsi che saranno mesi che ci siamo dimenticati: non abbiamo ancora ringraziato l’uomo col maglioncino…

La strategia politica di chi ha gestito e sta ancora cercando di gestire questa crisi si sta rivelando un kolossal del fallimento, una scena tipo una Letizia Moratti che aspetta fiduciosa l’arrivo provvidenziale di un Gigi D’Alessio. Inizia a risultare imbarazzante quest’illusione pervicace dei nostri ministri. Riuscire ancora a incantare qualcuno di essere capaci di guidare un paese: una convinzione che affonda le sue fondamenta su un castello di sabbie mobili.

Oltre i sorrisi laccati, i ghe pensi mì, i siamo solidi, i risorgeremo, va a un certo punto tenuto conto di un principio di realtà. E la realtà è che l’impianto economico, politico, e anche retorico, di questa finanziaria d’emergenza fa acqua: fa acqua per molti motivi strutturali da un punto di vista economico, ma ancor di più si rivela una fata morgana perché fa appello a un senso di responsabilità collettiva che è stato progressivamente smantellato esattamente da chi lo sbandiera ora come un valore comune, assoluto, scontato; demolito in nome di piccoli e grandi tornaconti personali, dei tamponi per salvare i governicchi, dell’incompetenza brada, del menefreghismo rivendicato, dell’evasione fiscale à la page.

Sono stati gli anni delle inaugurazioni dell’anno scolastico del Cepu e ora si chiede senso di responsabilità tagliando i fondi alle province: che dove prenderanno i soldi per rinnovare la scuola? Sono stati gli anni in cui il venticinque aprile qualcuno lo festeggiava a minorenni e barzellette riciclate, e ora a noi viene chiesto di lavorare? È successo neanche un annetto fa che i capitali (un centinaio di miliardi di puro non-ve-dico-come-l’ho-fatti) sono tornati dall’estero scudati fiscalmente al 5 per cento e ora si pretende una tassa di solidarietà?

All’improvviso, come Lochness ferragostani, riemergono spiriti nazionali, europeismi leghisti, Tobin Tax, patriottismi emergenziali, Napolitani santificati ai meeting. Ora pare, si dice, che la barca è la stessa.

Ma qualche dubbio uno può continuare a averlo, no? Anche perché basta sfogliare un qualsiasi giornale di gossip estivo per capire che la barca non è la stessa. Su Chi di questa settimana, per esempio, c’era quella dell’imprenditore Briatore, dell’imprenditore Lucio Presta, o dell’ex-direttore generale della Rai Mauro Masi: persino a una prima occhiata uno si accorge che c’è una differenza tra tutte queste barche e i pedalò che uno continua a affittare nonostante i rincari del 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Per anni ci è stato detto che funzionava come la temperatura. Non si trattava di una crisi reale; era una crisi percepita. Ora si ammette che possiamo fidarci dei sensi. Così forse qualcuno di voi non si stupirà a sapere che anche quest’anno c’è stato un aumento nelle richieste di rateazione delle tasse. Siamo circa a un milione di italiani, che finanziano Equitalia e altre compagnie di giro con un paio di miliardi di interessi all’anno. E nemmeno vi risulterà strano immaginare come i piccoli e grandi enti locali reagiranno all’ennesimo saccheggio: utilizzando sempre di più i vigili urbani come agenti di recupero crediti (quanti di voi hanno preso una multa quest’estate su una amena provinciale isolata alle tre del pomeriggio?).

Il senso di collettività non si inventa da un giorno all’altro. Mi dispiace. Altrimenti sembra quello che è: un tentativo goffo, quasi patetico, di mascherarsi da terza classe per poter accedere alle scialuppe. Non è credibile chiedere una legittimazione ulteriore a una rapina perpetrata sulla spesa sociale da parte chi ha speculato per trent’anni sulla deriva del debito pubblico senza un’idea neanche minima di cosa volesse dire pubblico. Come dire, è un trucco scoperto. La finanziarie di emergenza, le tasse di solidarietà si costruiscono predicando per un welfare da difendere, per i beni comuni, per la giustizia sociale, non razzolando sulla intangibilità di privilegi acquisiti.

Altrimenti la prossima volta che uno compila la dichiarazione dei redditi forse sarebbe bene che trovasse vicino all’otto per mille anche una casella per la causale per poter inserire una noticina tipo: grazie mille dell’impegno profuso nel cercare trucchi da commercialisti balneari, ma questa crisi non la pagherei, gradirei invece destinare queste mie tasse a qualcosa che si possa chiamare Stato; nel frattempo che capiate cos’è, decido di destinarli alle scorte di carta igienica utili per l’anno scolastico imminente dei miei figli, così evito di fargliela portare da casa.

 

 

I video in apertura sono due sequenze dal film Hollywood Party. Legano con il post solo per mezzo del sintagma ‘carta igienica’. La carta igienica fa da tramite e collega testo (Carta igienica di stato) e video (dove allo spassoso Peter Sellers bastano pochi minuti, dentro il bagno di una lussuosissima casa americana, per “distruggere” la civiltà occidentale)

 

 

 

 

Il libro

Raj Patel, Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo, Feltrinelli, Milano, 2010

 

 

 

Il libro in inglese

The Value of Nothing: How to Reshape Market Society and Redefine Democracy

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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La fine del capitalismo

29 agosto 2011

 

 

 

La fine del capitalismo: ecco cosa stiamo vivendo in questa estate 2011. L’inizio della fine del capitalismo. Punto.

Di seguito un bell’articolo di Alberto De Nicola pubblicato da Alfabeta2 il 19-8-11.

 

 

Micrologica dei mercati e delle rivolte

Sono due le immagini che catturano l’attenzione in questi giorni di agosto. Immagini che abbiamo la fortuna di trovare accostate nelle pagine dei giornali. Da una parte quelle che ritraggono le facce incredule degli operatori finanziari che assistono inermi al crollo delle borse di mezzo mondo, dall’altra quelle delle città inglesi attraversate dai riot che a partire dall’uccisione di un giovane da parte della polizia, scorso sono esplosi in modo incredibilmente virulento.

Tanto le une quanto le altre, disposte accanto, sembrano messe lì a posta per dirci cose che isolatamente non avrebbero avuto l’opportunità di dire.

Ad accomunarle però, non è solo il collage giornalistico. C’è un sottile sospetto che le lega. Nelle parole dei leader politici che le commentano ricorre  infatti una bizzarra analogia: “la Borsa è un orologio rotto” (Berlusconi), il downgrade delle agenzie sul debito pubblico americano “fa acqua da tutte le parti” (Tesoro Usa), “l’andamento dei mercati che abbiamo visto negli ultimi giorni è semplicemente ingiustificato sulla base dei fondamentali dell’economia” (Rehn, Commissario Ue agli affari economici).

Il Primo Ministro Cameron parla della rivolta come insensata, irriducibile alla logica della politica: “mindless”, “needless and opportunist”.

Insomma, sembrerebbe che i governi siano sotto l’attacco di forze potenzialmente distruttive ma al contempo impersonali e irrazionali. In entrambi i casi, si affacciano come di consueto anche le teorie cospirazioniste. Lo spettro delle possibili spiegazioni oscilla tra la matrice della preordinazione (degli speculatori da un lato e di non meglio specificate bande, dall’altro) e quella dell’assenza di logica.

Eppure, come tutti sanno, tanto le rivolte quanto i mercati, una “logica” ce l’hanno eccome. Nonostante la natura irriducibilmente differente pare che condividano in profondità anche una stessa percezione: che stiamo entrando in una spirale recessiva di lungo termine, che le politiche di austerità non faranno quadrare il cerchio ai “fondamentali dell’economia”, ma produrranno e accentueranno dinamiche di biforcazione sociale già in atto. Che declassamento e impoverimento di fasce sempre più ampie di popolazione saranno la realtà con la quale convivere, non un effetto perverso della situazione attuale, ma almeno nel medio termine, un solido orizzonte.

Visti da questa particolare angolazione, mercati e rivolte presentano una razionalità di rango ben superiore a quella dimostrata dai governi che si affannano a fornire rassicurazioni, fingendo di avere la situazione in pugno.

Povero non vuol dire escluso

Del resto questa presunta irrazionalità affonda le radici nella convinzione che i comportamenti che la contraddistinguono appartengano ad una sfera “separata” da quella in cui governa l’agire socialmente legittimato. Allo stesso modo con cui sentiamo ripetere la consolante quanto ridicola distinzione tra economia “finanziaria” ed economia “reale”, torna alla ribalta l’idea che ad animare le rivolte di questi giorni in Inghilterra sia una sorta di “altra società”, o “quasi società”, nei confronti della quale si possono assumere atteggiamenti opposti, dalla paura alla compassione, ma pur sempre “separata” e legata solo formalmente alla comunità.

Sono in questi giorni a Londra e nel leggere i commenti su queste giornate sono rimasto stupito dal modo in cui riviva qui lo spettro dell‘underclass. Pur senza nominarla, sembra quasi che dopo i riot tutto si giochi attorno a questa categoria. Del resto, lontano parente delle classi pericolose di ottocentesca memoria, quello dell‘underclass è un retaggio tipico della sociologia anglosassone che ha visto nelle trasformazioni della stratificazione sociale post-fordista l’emergere di un agglomerato non solo povero, ma escluso, de-socializzato, ignorante, che per questo esprime in modo istintuale, mindless appunto, i propri bisogni.

La sottoclasse non è solo il prodotto della disuguaglianza, non significa solo marginalità ma anche preclusione sociale e politica a-farsi-classe. Nata con una vocazione critica, la categoria è stata utilizzata moralisticamente dai conservatori che vi hanno visto l’incarnazione sociale della devianza e dai progressisti l’oggetto inerme su cui indirizzare l’intervento assistenziale e riparatore.

Quello dell‘underclass è tuttavia un limite vistoso sia sul versante interpretativo che su quello politico. Limite culturale ma, si badi bene, anche incarnato nelle striature che segnano la società britannica.

Sul fronte interpretativo, nonostante sia difficile dire qualcosa di compiuto sulla composizione sociale che ha animato i riot di questi giorni, basterebbe leggere i “profili” sociali dei ragazzi portati in tribunale in queste ore per rendersi conto che la faccenda risulta ben più complessa delle rappresentazioni monolitiche: disoccupati, ma anche occupati, neri ma anche bianchi, poco istruiti ma anche molto istruiti. Questa eterogeneità, che lascia intendere una complessità maggiore di quella che solitamente si è disposti a credere, viene immediatamente surclassata da un’immagine della povertà completamente negativa, definita essenzialmente da mancanza, da un vuoto e dal “saccheggio” come indizio che ne rivela la natura. Fondamentalmente sotto due aspetti: il primo è che questo sarebbe in definitiva il segno più evidente di una povertà che riguarda l’asocialità della vita quotidiana, è questa povertà dell’esperienza a rendere compulsivo, non-politico e rabbioso il gesto. A me invece pare che ciò che rende “esplosiva” l’esperienza della povertà, non sia affatto il suo venir fuori da uno stato di isolamento, ma esattamente il suo contrario: l’essere cioè immersa dentro flussi sociali, comunicativi e di consumo complessi, densi ed estesi. Ciò che passa attraverso le merci (merci che connettono, che concatenano forme di vita, che allargano le possibilità della circolazione) è un livello di socializzazione di cui si conosce già perfettamente l’utilità e il valore, ma al quale viene imposta una misura inaccettabile, questa sì senza valore, senza proporzione, senza contenuto. Non c’è solo il pesante livello della disoccupazione a rendere vacua la misura del lavoro nell’accesso alle merci, ma anche l’insufficienza di reddito che deriva da quelli precari, spesso semi-gratuiti. È questa misura, violenta e brutale, ad essere presa di mira.

Il secondo aspetto, legato al primo, rimanda ad un’idea di povertà tutta inscritta nella contraddizione fra l’universalismo del consumismo e il particolarismo dell’accesso al reddito. Il saccheggio sarebbe in questo caso un riflesso pavloviano di fronte ad una merce esposta che non possiamo acquistare. Il risvolto di questo discorso così universalmente accettato ricade in quell’idea, tutta moralistica, che basterebbe ridurre “lo spettacolo delle merci” per rendere più sopportabile la mancanza di denaro.

Ora, quello che veramente non si coglie e che queste giornate inglesi rendono massimamente manifesto, è che è avvenuta, non da oggi, una frattura nel rapporto di proporzionalità tra consumi e reddito. In altri termini noi assistiamo ad un progressivo sganciamento del desiderio di consumo dalle disponibilità di reddito (sia quello che deriva dal lavoro che quello derivante dalle varie prestazioni dello Stato). Questa relativa ma potente autonomizzazione è il segno di una disposizione delle persone a riprodursi che fuoriesce dalla logica riproduttiva del capitale. È questa stessa disposizione che il capitale tenta di recuperare e di mettere a profitto attraverso l’indebitamente privato. Da questa angolazione si potrebbe vedere che non è la norma capitalistica del consumo che, producendo bisogni indotti, si rivolta contro se stessa, ma è casomai il desiderio, che nell’azione collettiva, prova a se stesso che quella misura che “separa” è sempre revocabile, precaria e, in ultima istanza, needless.

Piaccia o no, per una manciata di notti nelle strade delle città inglesi, si è presentato una nuovo modo di regolazione dell’economia, incapace di istituzionalizzarsi, ma che sta lì a ricordare che quello che domina in modo diseguale le vite di tutti, non ha nulla di assoluto. Dietro i fuochi, un piccolo evento di auto-normazione.

Si potrebbe dire, senza troppa ironia, che il progetto di de-statualizzare il Welfare contenuto nell’idea di Big Society del Primo Ministro Cameron si sia magicamente avverato in questi giorni d’estate: sotto forma però, di un keynesismo d’assalto.

Il paradosso della Big Society

Ma è soprattutto il limite politico dell’underclass che sembra dominare oggi il dibattito negli Uk. L’implicito recupero della categoria inquieta soprattutto perché non anima solo gli incubi della stampa britannica, ma anche i sogni di alcuni commentatori che contrappongono la veracità del burning and looting alle modeste movenze della middle class che in inverno, nel Regno Unito, ha animato (non da sola) le manifestazioni studentesche. Occorre dire, a onor del vero, che anche in Italia non molto tempo fa abbiamo avuto esempi dello stesso acume analitico!

Eppure, la verità che si tende ad esorcizzare e a ricacciare indietro è che in questo momento, i processi di impoverimento che toccano settori diffusi della società, rendono possibili composizioni inedite. Rendono possibili, non vuol dire che lo siano nell’immediato né che lo siano necessariamente. Che queste siano all’oggi “di fatto” complicate, non c’è dubbio alcuno. In questi giorni in diversi quartieri britannici i cittadini si sono dati appuntamento per “ripulire le strade”, senza l’aiuto del Governo, in una contesa che vede il “sociale” (la “strada”) come una terra da conquistare e rivendicare. Il sito della Bbc chiama paradossalmente (e significativamente) resistenza queste azioni di civismo. Dentro questo paradosso c’è tutto il significato ambivalente della Big Society: nel suo essere per definizione “terza” rispetto allo Stato e al Mercato, questa può assumere alternativamente le fattezze della privatizzazione del comune e della miniaturizzazione dello Stato, oppure il segno costitutivo e conflittuale dell’autonomia dall’uno e dall’altro. Sarà il modo in cui i processi di soggettivazione occuperanno questo spazio a risolvere in un senso o nell’altro l’alternativa. In questa capacità di comporre o di contrapporre i pezzi che convergono nella vulnerabilità di massa, si gioca la partita del governo e quella dei conflitti. Ma la partita è politica, non ha nulla ha che fare con la “natura”, anche se “sociale”, del problema. Questo è solo un pregiudizio degno del peggior giornalismo, di qualunque bandiera esso sia.

L'”alto” e il “basso” dei governi

In questi giorni Londra è stata effettivamente fuori controllo. Questo ci dice che i mercati finanziari e i tumulti si presentano come l'”alto” e il “basso” delle pratiche di governo, cioè il limite che ne segna il perimetro e lo spazio d’azione. Per questo le giornate inglesi, nonostante l’estrema complessità che le caratterizza e gli esiti che prenderanno, ci devono far gioire. Non solo perché una parte di popolazione sta reagendo alle politiche di austerità e agli effetti che producono in termini di controllo sociale. Ma soprattutto perché ci dicono che oltre ai mercati finanziari, esiste un’altra istanza capace di tenere in pugno i governi. Sappiamo bene che la lotta di classe non si accontenta di questo, deve sul terreno della trasformazione misurare la sua potenza. Ma d’altra parte sappiamo anche bene che non può nulla senza questo carattere minaccioso, senza questo rendere troppo costoso il continuare sulla stessa strada.

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Ahi gente che dovresti esser devota,/e lasciar seder Cesare in la sella… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera

8 agosto 2011

 

 

 

 

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta dalli sproni,

poi che ponesti mano alla predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio dalle stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che ‘l giardin dello ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

de’ tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m’accompagne?»

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien della tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che nell’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto dell’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogni villan che parteggiando viene.

La Divina Commedia, Purgatorio, VI, 91-126

… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera: Il podestà forestiero … Editoriale pubblicato in data 07-08-11.

 

I mercati, l’Europa. Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana! «Europeista» è un aggettivo usato sempre meno. «Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa. Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti. Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.

Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico». Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.

Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purché sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sé, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni. Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.

Scarsa dignità. Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anziché prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti. In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).

Downgrading politico. Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale. Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia. L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie. Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anziché fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.

Tempo perduto. Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti. La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società, dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.

Crescita penalizzata. Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita. Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni). L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.

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