Archivio per la categoria ‘Economia’

Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Colin Crouch

17 gennaio 2012

 

 

 

Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, è l’ultima opera di Colin Crouch (autore dell’importante Postdemocrazia) pubblicata in Italia da Laterza.

Le grandi imprese perseguendo i propri interessi interferiscono pesantemente nei processi democratici. Il che è un problema non solo per la democrazia, ma soprattutto per il mercato.

C’è un giallo da risolvere: spiegare la ‘strana’ mancata morte del neoliberismo. “Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente è meno favorevole di quanto dica di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro”.

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Laterza

L’immagine è una fotografia di Elliot Erwitt

 

 

 

 

Il libro

 

 

Postdemocrazia

 

 

 

I libri in lingua originale

The Strange Non-Death of Neoliberalism

 

 

 

Post-Democracy

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Deng Xiaoping and the Transformation of China, Ezra F. Vogel

29 dicembre 2011

 

 

 

Deng Xiaoping and the Transformation of China di Ezra Feivel Vogel è un grande libro. Alcuni tra i più prestigiosi newspapers americani lo hanno inserito tra i migliori libri dell’anno 2011.

 

L’autore è professore emerito di Scienze sociali alla Harvard University. Forse nessun’altro studioso della storia, della società e della cultura cinese contemporanea meglio di lui avrebbe potuto addentrarsi nel vortice dei mutamenti del terzo paese del pianeta per estensione del territorio, secondo per volume dell’indotto dell’economia e primo per numero di abitanti.

 

Il personaggio cui ruota attorno questo studio è la personificazione del “mutamento cinese”. Forse nessun’altro nel corso del ventesimo secolo ha avuto un impatto più radicale e duraturo sulla storia  del mondo. Deng Xiaoping fu descritto da Mao Tse-Tung come un ago dentro una palla di cotone. Egli fu la guida pragmatica ed estremamente lucida alle spalle della rivoluzione economica della Cina nella seconda metà, e ancora di più, nell’ultimo quarto di secolo. Affrontò i danni prodotti dalla Rivoluzione Culturale, dissolse il culto della figura di Mao, spezzò le politiche che avevano imbrigliato l’economia del paese. Ossessionato dalla crescita economica e tecnologica, allacciò fondamentali rapporti commerciali con l’Occidente. Allo stesso tempo fu un capo autoritario: si ricordi il giro di vite ordinato in Piazza Tiananmen nel 1989.

 

 

Dopo aver studiato in Francia e in Russia, dove scoprì il Marxismo e il Leninismo, ritornò nel 1927 in Cina. Due anni dopo guidò la sommossa della provincia di Guangxi contro il governo del Kuomintang. Ben presto la rivolta fallì e lui si spostò nell’Area del Soviet Centrale nella provincia dello Jiangxi. Fu un veterano della Lunga Marcia, durante la quale servì come Segretario Generale del Consiglio Centrale del Partito Comunista. Da commissario politico sotto Liu Bocheng, organizzò importanti campagne militari durante la guerra con il Giappone contro il Kuomingtang, durante la Guerra Civile. Essendo un sostenitore di Mao Tse-tung,  fu incaricato dallo stesso Mao di ricoprire nel nuovo governo cariche importanti. Nel 1957, dopo aver appoggiato ufficialmente Mao nella sua Campagna Anti-Conservatrice, divenne Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dirigendo gli affari quotidiani del paese assieme al Presidente Liu Shaoqi. Al crescere del disincanto nei confronti del grande balzo in avanti di Mao, Deng e Liu, all’interno del PCC, acquisirono sempre più influenza e potere. Attuarono delle riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Deng e Liu collaborarono con tenacia, per adottare una linea politica più concreta, in opposizione alle idee radicali di Mao. Gradualmente emerse come leader de-facto della più popolosa nazione del mondo nei primi anni successivi alla morte di Mao nel 1976.  Una volta al potere, egli si accorse della necessità di smontare parte dell’impalcatura culturale ed economica costruita da Mao e da lui nel corso di più di cinquant’anni: e lo fece. Faceva parte anche lui di quella manciata di contadini rivoluzionari che aveva condotto la Cina: un gruppo che include Mao Tse-tung e i fondatori delle dinastie Han e Ming.

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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The Basic Law of Human Stupidity, Carlo M. Cipolla

24 ottobre 2011

 

 

 

The Basic Law of Human Stupidity, per dirla con Carlo M. Cipolla, racconta la stupidità umana, ovvero “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”.

Trentacinque anni fa questo libro l’autore lo regalava a pochi amici. Paradossalmente solo oggi tutti potranno leggere il testo originale dopo che in tante lingue è diventato un bestseller. Nessuno invece potrà mai leggere il seguito alle Leggi fondamentali che lui avrebbe voluto intitolare I rumpbal nella storia.

 

 

Siamo nel 1973. Carlo M. Cipolla chiede alla casa editrice bolognese, per la quale sta per pubblicare la traduzione della Storia economica dell’Europa pre-industriale, di stampare un breve testo in inglese che intende regalare agli amici per Natale. Si tratta di una deliziosa (auto)parodia del modo di fare storia economica dell’antichità e del Medioevo. Il commercio delle spezie, in particolare del pepe, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo. Nell’agosto 1976, l’autore chiede di stampare con le stesse modalità un altro breve testo in inglese: The Basic Law of Human Stupidity. Il Mulino ne tira un centinaio di copie numerate e l’autore le regala agli amici. Sulla base dell’analisi dei danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso e di quelli che procura agli altri, e data la definizione per cui “una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o adirittura subendo un danno”, l’autore costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare con precisione i tipi degli intelligenti, degli sprovveduti, dei banditi e degli stupidi, dal quale si evince tra l’altro che “lo stupido è più pericoloso del bandito”. Con questa deliziosa parodia sembra aver scoperto le leggi della stupidità. Per anni però si rifiuta di tradurre il testo in italiano. Impossibile rendere lo humour swiftiano dell’originale. Ma le pressioni crescono, il passaparola si diffonde e nel 1987 accetta di far tradurre i due testi e di riunirli in Allegro ma non troppo, uscito nel 1988. A mancare all’appello era una vera edizione inglese o americana. La soluzione si è raggiunta il 3 novembre 2011 con la pubblicazione del volume per i tipi del grande editore bolognese.

 

 

 

Il testo riprende l’articolo di Armando Massarenti pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

Occorre correggere Wikipedia (cui rimanda il link di questa foto): la M. del nome dell’autore non sta per Maria. Non sta per niente: l’autore la usò nel 1950 per riempire uno spazio richiesto mentre compilava i moduli d’iscrizione all’università di Berkely.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Fa’ la cosa giusta! Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili

1 ottobre 2011

 

 

 

 

Fa’ la cosa giusta! Ovvero, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.

 

 

 

Visitatori

Sabato 1 ottobre: Sarzana.                                 Il programma

Domenica 2 ottobre: Taggia.                               Il  programma

Venerdì 7 ottobre: Genova.                                 Il programma

 

 

 

Espositori

Come partecipare                                                     Istruzioni

 

 

 

Il sito

 

 

 

Libri associati

Serge Latouche, Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2011

 

 

 

Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2009

 

 

 

Serge Latouche, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, Eleuthera, Milano, 2011

 

 

 

 

L’immagine in apertura è un’illustrazione di Carlo Stanga

 

 

 

 

 

La libreria


 

 

 

 

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Soldi rubati, Nunzia Penelope

5 settembre 2011

 

 

 

 

 

Soldi rubati è l’ultimo libro di Nunzia Penelope, brava giornalista del Mondo e del Foglio.

In un saggio tremendo nella sua chiarezza, l’autrice raccoglie e classifica per la prima volta tutte le forme d’illegalità economica, risalendo al totale: quanto ci costano ogni anno l’evasione fiscale, il lavoro nero, gli abusi edilizi, la corruzione, la grande criminalità, il riciclaggio e gli altri reati finanziari? In che modo ciascuna di queste voci, e tutte assieme con le fitte relazioni che intrattengono, stanno divorando la nostra ricchezza?

 

 

I soldi fanno girare il mondo, ma se girano dalla parte sbagliata finisce che il mondo si ferma. E quello che sta accadendo all’economia italiana. Appesantita dalla crisi, certo, ma soprattutto da un tasso d’illegalità che non ha pari nel mondo occidentale…
Partiamo da tre numeri base: ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti da proprietari italiani nei paradisi fiscali e su cui non si pagano tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico. Si potrebbe azzerarlo e vivere felici.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nunzia Penelope, giornalista, scrive di economia per varie testate, tra cui Il Foglio e Il Mondo. Ha pubblicato alcuni libri: in L’Ultimo Leader (Editori Riuniti, 2002) ha raccontato per prima il fenomeno del  “Cinese” Sergio Cofferati; in Vecchi e Potenti. Perché l’Italia è in mano ai settantenni (Baldini Castoldi Dalai, 2007, Premio Estense 2008 e Premio Siderno 2008) ha disegnato la mappa della gerontocrazia italiana. Vive e lavora a Roma.

 

 

 

 

Il libro

Nunzia Penelope, Soldi rubati, Ponte alle Grazie, Milano, 2011

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Il valore delle cose, Raj Patel

29 agosto 2011

 

 

 

Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo è un saggio di Raj Patel pubblicato da Feltrinelli nel 2010.

Voglio proporre come introduzione al libro questo articolo di Christian Raimo pubblicato dal blog di Minimum Fax, Minima & Moralia: Carta igienica di stato.

Qualche giorno fa ascoltavo una ragazza italiana che vive a Londra tornata a farsi le vacanze in Italia raccontarmi i riots: ho visto un sedicenne, un diciassettenne, diceva, che dopo aver saccheggiato un negozio di smartphone, ne aveva presi così tanti che non sapeva che farci e li rivendeva a cinque pounds l’uno. Ho pensato a questo ragazzino che, seppure per molti versi non sarà un esempio, aveva secondo me la ragione dalla sua per almeno un paio di motivi.

Uno, da un punto di vista dell’economia globale. Magari non aveva letto Il valore delle cose di Raj Patel ma stava comunque a suo modo applicando una forma di giustizia distributiva: cinque pounds è più o meno il prezzo di fabbrica di certi telefonini superaccessoriati usciti dagli stabilimenti cinesi, tipo la Foxconn – questa immensa comunità operaia di 300.000 dipendenti (e qualche decina di suicidi l’anno) dove la paga media è di 130 dollari al mese.

Due. In un certo senso non faceva altro che prendere alla lettera qualche slogan visto in giro, tipo quello della Nike con Wayne Rooney del Manchester che la spara grossa: Don’t be the target, be the weapon. Oppure quello della nuova Lancia Ypsilon che campeggia anche sulla metà dei cartelloni sei per tre in Italia. Che rimproverargli? Come molti suoi coetanei probabilmente cresciuto con il mito del Vincent Cassel che si scontra contro la polizia nelle banlieue dell’Odio, ne ha magari seguito la carriera, cattivo dopo cattivo, e ora sarebbe in grado di interpretare meglio di chiunque altro il senso di quel ghigno sfoderato sempre da Cassel alla fine dello spot girato da quello stesso Aronofsky che l’ha diretto nel Cigno nero: “A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso“, pausa attoriale, “è un diritto“. Figuriamoci un bel mucchio di iPhone.

Ci sono queste due ragioni (ragioni che non riescono a far empatizzare in parte con quella rabbia?) alla base della mia sicurezza che siamo alla fine di un’epoca politica anche per l’Italia. E che questa manovra di Ferragosto è il cappio al collo con il quale il governo Berlusconi si sta impiccando da solo senza neanche rendersene conto o non potendo fare altrimenti.

Questa è la sensazione. Ogni giorno che viene fuori un’ulteriore dichiarazione ufficiale o ufficiosa su una correzione aggiuntiva, ogni giorno che i mercati subiscono una tempesta che lascia anche il manifesto a corto di titoli apocalittici, si sente più nitido il rumore di una sega concentrata sul ramo sul quale questo governo e questa classe politica si è seduta.

E allora dà un piacere macabro ascoltare le conferenze stampa di Tremonti e andare a rileggersi le parole che utilizzava nel suo libro La paura e la speranza, giusto un paio di anni fa. La crisi era finita, il futuro era alle porte, gli economisti una manica di menagrami…

Come crea dei cortocircuiti niente male vedere Fiat Industrial sprofondare a meno 12 per cento e ricordarsi che saranno mesi che ci siamo dimenticati: non abbiamo ancora ringraziato l’uomo col maglioncino…

La strategia politica di chi ha gestito e sta ancora cercando di gestire questa crisi si sta rivelando un kolossal del fallimento, una scena tipo una Letizia Moratti che aspetta fiduciosa l’arrivo provvidenziale di un Gigi D’Alessio. Inizia a risultare imbarazzante quest’illusione pervicace dei nostri ministri. Riuscire ancora a incantare qualcuno di essere capaci di guidare un paese: una convinzione che affonda le sue fondamenta su un castello di sabbie mobili.

Oltre i sorrisi laccati, i ghe pensi mì, i siamo solidi, i risorgeremo, va a un certo punto tenuto conto di un principio di realtà. E la realtà è che l’impianto economico, politico, e anche retorico, di questa finanziaria d’emergenza fa acqua: fa acqua per molti motivi strutturali da un punto di vista economico, ma ancor di più si rivela una fata morgana perché fa appello a un senso di responsabilità collettiva che è stato progressivamente smantellato esattamente da chi lo sbandiera ora come un valore comune, assoluto, scontato; demolito in nome di piccoli e grandi tornaconti personali, dei tamponi per salvare i governicchi, dell’incompetenza brada, del menefreghismo rivendicato, dell’evasione fiscale à la page.

Sono stati gli anni delle inaugurazioni dell’anno scolastico del Cepu e ora si chiede senso di responsabilità tagliando i fondi alle province: che dove prenderanno i soldi per rinnovare la scuola? Sono stati gli anni in cui il venticinque aprile qualcuno lo festeggiava a minorenni e barzellette riciclate, e ora a noi viene chiesto di lavorare? È successo neanche un annetto fa che i capitali (un centinaio di miliardi di puro non-ve-dico-come-l’ho-fatti) sono tornati dall’estero scudati fiscalmente al 5 per cento e ora si pretende una tassa di solidarietà?

All’improvviso, come Lochness ferragostani, riemergono spiriti nazionali, europeismi leghisti, Tobin Tax, patriottismi emergenziali, Napolitani santificati ai meeting. Ora pare, si dice, che la barca è la stessa.

Ma qualche dubbio uno può continuare a averlo, no? Anche perché basta sfogliare un qualsiasi giornale di gossip estivo per capire che la barca non è la stessa. Su Chi di questa settimana, per esempio, c’era quella dell’imprenditore Briatore, dell’imprenditore Lucio Presta, o dell’ex-direttore generale della Rai Mauro Masi: persino a una prima occhiata uno si accorge che c’è una differenza tra tutte queste barche e i pedalò che uno continua a affittare nonostante i rincari del 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Per anni ci è stato detto che funzionava come la temperatura. Non si trattava di una crisi reale; era una crisi percepita. Ora si ammette che possiamo fidarci dei sensi. Così forse qualcuno di voi non si stupirà a sapere che anche quest’anno c’è stato un aumento nelle richieste di rateazione delle tasse. Siamo circa a un milione di italiani, che finanziano Equitalia e altre compagnie di giro con un paio di miliardi di interessi all’anno. E nemmeno vi risulterà strano immaginare come i piccoli e grandi enti locali reagiranno all’ennesimo saccheggio: utilizzando sempre di più i vigili urbani come agenti di recupero crediti (quanti di voi hanno preso una multa quest’estate su una amena provinciale isolata alle tre del pomeriggio?).

Il senso di collettività non si inventa da un giorno all’altro. Mi dispiace. Altrimenti sembra quello che è: un tentativo goffo, quasi patetico, di mascherarsi da terza classe per poter accedere alle scialuppe. Non è credibile chiedere una legittimazione ulteriore a una rapina perpetrata sulla spesa sociale da parte chi ha speculato per trent’anni sulla deriva del debito pubblico senza un’idea neanche minima di cosa volesse dire pubblico. Come dire, è un trucco scoperto. La finanziarie di emergenza, le tasse di solidarietà si costruiscono predicando per un welfare da difendere, per i beni comuni, per la giustizia sociale, non razzolando sulla intangibilità di privilegi acquisiti.

Altrimenti la prossima volta che uno compila la dichiarazione dei redditi forse sarebbe bene che trovasse vicino all’otto per mille anche una casella per la causale per poter inserire una noticina tipo: grazie mille dell’impegno profuso nel cercare trucchi da commercialisti balneari, ma questa crisi non la pagherei, gradirei invece destinare queste mie tasse a qualcosa che si possa chiamare Stato; nel frattempo che capiate cos’è, decido di destinarli alle scorte di carta igienica utili per l’anno scolastico imminente dei miei figli, così evito di fargliela portare da casa.

 

 

I video in apertura sono due sequenze dal film Hollywood Party. Legano con il post solo per mezzo del sintagma ‘carta igienica’. La carta igienica fa da tramite e collega testo (Carta igienica di stato) e video (dove allo spassoso Peter Sellers bastano pochi minuti, dentro il bagno di una lussuosissima casa americana, per “distruggere” la civiltà occidentale)

 

 

 

 

Il libro

Raj Patel, Il valore delle cose. E le illusioni del liberismo, Feltrinelli, Milano, 2010

 

 

 

Il libro in inglese

The Value of Nothing: How to Reshape Market Society and Redefine Democracy

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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La fine del capitalismo

29 agosto 2011

 

 

 

La fine del capitalismo: ecco cosa stiamo vivendo in questa estate 2011. L’inizio della fine del capitalismo. Punto.

Di seguito un bell’articolo di Alberto De Nicola pubblicato da Alfabeta2 il 19-8-11.

 

 

Micrologica dei mercati e delle rivolte

Sono due le immagini che catturano l’attenzione in questi giorni di agosto. Immagini che abbiamo la fortuna di trovare accostate nelle pagine dei giornali. Da una parte quelle che ritraggono le facce incredule degli operatori finanziari che assistono inermi al crollo delle borse di mezzo mondo, dall’altra quelle delle città inglesi attraversate dai riot che a partire dall’uccisione di un giovane da parte della polizia, scorso sono esplosi in modo incredibilmente virulento.

Tanto le une quanto le altre, disposte accanto, sembrano messe lì a posta per dirci cose che isolatamente non avrebbero avuto l’opportunità di dire.

Ad accomunarle però, non è solo il collage giornalistico. C’è un sottile sospetto che le lega. Nelle parole dei leader politici che le commentano ricorre  infatti una bizzarra analogia: “la Borsa è un orologio rotto” (Berlusconi), il downgrade delle agenzie sul debito pubblico americano “fa acqua da tutte le parti” (Tesoro Usa), “l’andamento dei mercati che abbiamo visto negli ultimi giorni è semplicemente ingiustificato sulla base dei fondamentali dell’economia” (Rehn, Commissario Ue agli affari economici).

Il Primo Ministro Cameron parla della rivolta come insensata, irriducibile alla logica della politica: “mindless”, “needless and opportunist”.

Insomma, sembrerebbe che i governi siano sotto l’attacco di forze potenzialmente distruttive ma al contempo impersonali e irrazionali. In entrambi i casi, si affacciano come di consueto anche le teorie cospirazioniste. Lo spettro delle possibili spiegazioni oscilla tra la matrice della preordinazione (degli speculatori da un lato e di non meglio specificate bande, dall’altro) e quella dell’assenza di logica.

Eppure, come tutti sanno, tanto le rivolte quanto i mercati, una “logica” ce l’hanno eccome. Nonostante la natura irriducibilmente differente pare che condividano in profondità anche una stessa percezione: che stiamo entrando in una spirale recessiva di lungo termine, che le politiche di austerità non faranno quadrare il cerchio ai “fondamentali dell’economia”, ma produrranno e accentueranno dinamiche di biforcazione sociale già in atto. Che declassamento e impoverimento di fasce sempre più ampie di popolazione saranno la realtà con la quale convivere, non un effetto perverso della situazione attuale, ma almeno nel medio termine, un solido orizzonte.

Visti da questa particolare angolazione, mercati e rivolte presentano una razionalità di rango ben superiore a quella dimostrata dai governi che si affannano a fornire rassicurazioni, fingendo di avere la situazione in pugno.

Povero non vuol dire escluso

Del resto questa presunta irrazionalità affonda le radici nella convinzione che i comportamenti che la contraddistinguono appartengano ad una sfera “separata” da quella in cui governa l’agire socialmente legittimato. Allo stesso modo con cui sentiamo ripetere la consolante quanto ridicola distinzione tra economia “finanziaria” ed economia “reale”, torna alla ribalta l’idea che ad animare le rivolte di questi giorni in Inghilterra sia una sorta di “altra società”, o “quasi società”, nei confronti della quale si possono assumere atteggiamenti opposti, dalla paura alla compassione, ma pur sempre “separata” e legata solo formalmente alla comunità.

Sono in questi giorni a Londra e nel leggere i commenti su queste giornate sono rimasto stupito dal modo in cui riviva qui lo spettro dell‘underclass. Pur senza nominarla, sembra quasi che dopo i riot tutto si giochi attorno a questa categoria. Del resto, lontano parente delle classi pericolose di ottocentesca memoria, quello dell‘underclass è un retaggio tipico della sociologia anglosassone che ha visto nelle trasformazioni della stratificazione sociale post-fordista l’emergere di un agglomerato non solo povero, ma escluso, de-socializzato, ignorante, che per questo esprime in modo istintuale, mindless appunto, i propri bisogni.

La sottoclasse non è solo il prodotto della disuguaglianza, non significa solo marginalità ma anche preclusione sociale e politica a-farsi-classe. Nata con una vocazione critica, la categoria è stata utilizzata moralisticamente dai conservatori che vi hanno visto l’incarnazione sociale della devianza e dai progressisti l’oggetto inerme su cui indirizzare l’intervento assistenziale e riparatore.

Quello dell‘underclass è tuttavia un limite vistoso sia sul versante interpretativo che su quello politico. Limite culturale ma, si badi bene, anche incarnato nelle striature che segnano la società britannica.

Sul fronte interpretativo, nonostante sia difficile dire qualcosa di compiuto sulla composizione sociale che ha animato i riot di questi giorni, basterebbe leggere i “profili” sociali dei ragazzi portati in tribunale in queste ore per rendersi conto che la faccenda risulta ben più complessa delle rappresentazioni monolitiche: disoccupati, ma anche occupati, neri ma anche bianchi, poco istruiti ma anche molto istruiti. Questa eterogeneità, che lascia intendere una complessità maggiore di quella che solitamente si è disposti a credere, viene immediatamente surclassata da un’immagine della povertà completamente negativa, definita essenzialmente da mancanza, da un vuoto e dal “saccheggio” come indizio che ne rivela la natura. Fondamentalmente sotto due aspetti: il primo è che questo sarebbe in definitiva il segno più evidente di una povertà che riguarda l’asocialità della vita quotidiana, è questa povertà dell’esperienza a rendere compulsivo, non-politico e rabbioso il gesto. A me invece pare che ciò che rende “esplosiva” l’esperienza della povertà, non sia affatto il suo venir fuori da uno stato di isolamento, ma esattamente il suo contrario: l’essere cioè immersa dentro flussi sociali, comunicativi e di consumo complessi, densi ed estesi. Ciò che passa attraverso le merci (merci che connettono, che concatenano forme di vita, che allargano le possibilità della circolazione) è un livello di socializzazione di cui si conosce già perfettamente l’utilità e il valore, ma al quale viene imposta una misura inaccettabile, questa sì senza valore, senza proporzione, senza contenuto. Non c’è solo il pesante livello della disoccupazione a rendere vacua la misura del lavoro nell’accesso alle merci, ma anche l’insufficienza di reddito che deriva da quelli precari, spesso semi-gratuiti. È questa misura, violenta e brutale, ad essere presa di mira.

Il secondo aspetto, legato al primo, rimanda ad un’idea di povertà tutta inscritta nella contraddizione fra l’universalismo del consumismo e il particolarismo dell’accesso al reddito. Il saccheggio sarebbe in questo caso un riflesso pavloviano di fronte ad una merce esposta che non possiamo acquistare. Il risvolto di questo discorso così universalmente accettato ricade in quell’idea, tutta moralistica, che basterebbe ridurre “lo spettacolo delle merci” per rendere più sopportabile la mancanza di denaro.

Ora, quello che veramente non si coglie e che queste giornate inglesi rendono massimamente manifesto, è che è avvenuta, non da oggi, una frattura nel rapporto di proporzionalità tra consumi e reddito. In altri termini noi assistiamo ad un progressivo sganciamento del desiderio di consumo dalle disponibilità di reddito (sia quello che deriva dal lavoro che quello derivante dalle varie prestazioni dello Stato). Questa relativa ma potente autonomizzazione è il segno di una disposizione delle persone a riprodursi che fuoriesce dalla logica riproduttiva del capitale. È questa stessa disposizione che il capitale tenta di recuperare e di mettere a profitto attraverso l’indebitamente privato. Da questa angolazione si potrebbe vedere che non è la norma capitalistica del consumo che, producendo bisogni indotti, si rivolta contro se stessa, ma è casomai il desiderio, che nell’azione collettiva, prova a se stesso che quella misura che “separa” è sempre revocabile, precaria e, in ultima istanza, needless.

Piaccia o no, per una manciata di notti nelle strade delle città inglesi, si è presentato una nuovo modo di regolazione dell’economia, incapace di istituzionalizzarsi, ma che sta lì a ricordare che quello che domina in modo diseguale le vite di tutti, non ha nulla di assoluto. Dietro i fuochi, un piccolo evento di auto-normazione.

Si potrebbe dire, senza troppa ironia, che il progetto di de-statualizzare il Welfare contenuto nell’idea di Big Society del Primo Ministro Cameron si sia magicamente avverato in questi giorni d’estate: sotto forma però, di un keynesismo d’assalto.

Il paradosso della Big Society

Ma è soprattutto il limite politico dell’underclass che sembra dominare oggi il dibattito negli Uk. L’implicito recupero della categoria inquieta soprattutto perché non anima solo gli incubi della stampa britannica, ma anche i sogni di alcuni commentatori che contrappongono la veracità del burning and looting alle modeste movenze della middle class che in inverno, nel Regno Unito, ha animato (non da sola) le manifestazioni studentesche. Occorre dire, a onor del vero, che anche in Italia non molto tempo fa abbiamo avuto esempi dello stesso acume analitico!

Eppure, la verità che si tende ad esorcizzare e a ricacciare indietro è che in questo momento, i processi di impoverimento che toccano settori diffusi della società, rendono possibili composizioni inedite. Rendono possibili, non vuol dire che lo siano nell’immediato né che lo siano necessariamente. Che queste siano all’oggi “di fatto” complicate, non c’è dubbio alcuno. In questi giorni in diversi quartieri britannici i cittadini si sono dati appuntamento per “ripulire le strade”, senza l’aiuto del Governo, in una contesa che vede il “sociale” (la “strada”) come una terra da conquistare e rivendicare. Il sito della Bbc chiama paradossalmente (e significativamente) resistenza queste azioni di civismo. Dentro questo paradosso c’è tutto il significato ambivalente della Big Society: nel suo essere per definizione “terza” rispetto allo Stato e al Mercato, questa può assumere alternativamente le fattezze della privatizzazione del comune e della miniaturizzazione dello Stato, oppure il segno costitutivo e conflittuale dell’autonomia dall’uno e dall’altro. Sarà il modo in cui i processi di soggettivazione occuperanno questo spazio a risolvere in un senso o nell’altro l’alternativa. In questa capacità di comporre o di contrapporre i pezzi che convergono nella vulnerabilità di massa, si gioca la partita del governo e quella dei conflitti. Ma la partita è politica, non ha nulla ha che fare con la “natura”, anche se “sociale”, del problema. Questo è solo un pregiudizio degno del peggior giornalismo, di qualunque bandiera esso sia.

L’”alto” e il “basso” dei governi

In questi giorni Londra è stata effettivamente fuori controllo. Questo ci dice che i mercati finanziari e i tumulti si presentano come l’”alto” e il “basso” delle pratiche di governo, cioè il limite che ne segna il perimetro e lo spazio d’azione. Per questo le giornate inglesi, nonostante l’estrema complessità che le caratterizza e gli esiti che prenderanno, ci devono far gioire. Non solo perché una parte di popolazione sta reagendo alle politiche di austerità e agli effetti che producono in termini di controllo sociale. Ma soprattutto perché ci dicono che oltre ai mercati finanziari, esiste un’altra istanza capace di tenere in pugno i governi. Sappiamo bene che la lotta di classe non si accontenta di questo, deve sul terreno della trasformazione misurare la sua potenza. Ma d’altra parte sappiamo anche bene che non può nulla senza questo carattere minaccioso, senza questo rendere troppo costoso il continuare sulla stessa strada.

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Da tenere d’occhio nel 2010 – in uscita nel mese di marzo

1 marzo 2010

Dal sito del Guardian i libri da tenere d’occhio nei primi tre mesi del 2010.

Marzo
- Fiction

Ian McEwan, Solar (Vintage)

Dopo il successo di The Road Home (premio Orange) Trespass di Rose Tremain (Vintage)

Don DeLillo, Point Omega (Macmillan)

Il romanzo d’esordio di Alex Preston, This Bleeding City (Faber) e Marilyn Chin, Revenge of the Mooncake Vixen (Hamish Hamilton).

- Economia

Michael Lewis, autore di Liar’s Poker, The Big Short, (Penguin)

- Cosmologia

Are We Alone in the Universe? Paul Davies (Penguin).

- Reportage

Zeitoun, Dave Eggers (Penguin), il racconto dei sopravvissuti all’uragano Katrina del 2005.

Febbraio
- Fiction

Jon McGregor, Even the Dogs (Bloomsbury)

Joshua Ferris, The Unnamed (Penguin)

Il nuovo, atteso romanzo di Martin Amis The Pregnant Widow (Vintage), ambientato in Italia, nell’estate del 1970.

Dopo il successo di Small Island (2004) il nuovo romanzo di Andrea Levy The Long Song (Headline Review).

Peter Carey, Parrot and Olivier in America (Faber).

La prima traduzione inglese del libro considerato il capolavoro dello scrittore francese, premio Nobel nel 2008, JMG Le Clezio: Desert (Atlantic),

Paul Murray, Skippy Dies (Penguin)

- Filosofia

What Darwin Got Wrong, Jerry Fodor & Massimo Piattelli-Palmarini (Profile).

- Arte

Van Gogh, by Tim Hilton (HarperPress). La prima biografia completa di Vincent van Gogh.

- Femminismo

Dall’autrice di The New Feminism (1999), Living Dolls,  Natasha Walter (Little, Brown).

- Volo

Fly by Wire, by William Langewiesche (Penguin).

- Filosofia

Michelangelo’s Finger: An Exploration of Everyday Transcendence, Raymond Tallis (Atlantic)

- Psicologia

How Many Friends Does One Person Need? by Robin Dunbar (Faber)

- Poesia

The Wrecking Light, Robin Robertson (Macmillan).

- Libri per bambini

Fighting Ruben Wolfe, by Markus Zuzak (Random House) (Età 11+)

Blue Chameleon, Emily Gravett (Macmillan) (Età 2+)

TimeRiders, Alex Scarrow (Penguin). (Età 10+)

Gennaio
- Fiction

Dal premio Nobel Orhan Pamuk The Museum of Innocence (Faber)

EL Doctorow, Homer and Langley (Little, Brown)

John Wyndham, Plan for Chaos (Penguin)

Belinda Bauer, Blacklands (Transworld)

- Storia della Scienza

Seeing Further: The Story of Science & the Royal Society, edited by Bill Bryson (HarperPress)

- Memorie

Must You Go?My Life with Harold Pinter, Antonia Fraser (Orion). Un libro di memorie di uno dei più clelebri matrimoni letterari del nostro tempo.

- Poesia

Love Poems, Carol Ann Duffy (Picador)

A Hospital Odyssey, Gwyneth Lewis (Bloodaxe)

- Musica

The Cello Suites: In Search of a Baroque Masterpiece, Eric Siblin (Vintage)

Whoops! Why Everyone Owes Everyone and No One Can Pay, John Lanchester (Penguin). Una guida lucida e illuminante sul mondo della finanza e del credito.

- Libri per bambini

Enchanted Glass, Diana Wynne Jones (HarperCollins). (Età 9+)

Fonte: The Guardian, Saturday 2 January 2010

Ron Paul: End the Fed

18 settembre 2009

Ron_Paul Uscito da pochi giorni negli Stati Uniti il libro di Ron Paul, il deputato repubblicano che da sempre si batte contro il sistema monetario della Federal Reserve, è già tra i libri più venduti in America.

End the Fed” Ron Paul (2009)
Fonte: Il Sole 24 Ore, giovedì 17 settembre 2009, pagina 15

La crisi economica internazionale: il caso giapponese

8 maggio 2009

La crisi economica intenazionale.
Aiuti pubblici, il caso giapponese.

Dal Sole 24 Ore di martedi 21 aprile 2009:

“The Holy Grail of Macroeconomics. Lessons from Japan’s Great Recession”, Richard Koo,  (John Wiley).

Richard Koo, economista giapponese, sostenitore degli aiuti pubblici è l’ispiratore delle scelte del governo giapponese.

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