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La libreria consiglia: Ragazzo di città, Edmund White

19 dicembre 2011

 

 

 

Con Ragazzo di città (traduzione di Alessandro Bocchi), Edmund White (all’età di settant’anni) ci regala forse il suo libro più bello. È un libro di ritratti. C’è prima di tutto l’autoritratto del giovane scrittore, giovane, timido e un po’ imbranato ragazzo del Midwest che nel 1962 arriva a New York e da lì costruisce, a volte a fatica, la sua carriera di scrittore. Racconta i suoi lavori, le sue prime esperienze letterarie, i suoi traslochi, i suoi viaggi, i suoi amori, le sue frequentazioni. Ci regala poi un bellissimo ritratto di città. Prima di tutto di New York (che domina dalla prima all’ultima pagina), ma anche qua e là, di San Francisco, Parigi, Venezia e Roma. Ci porta a spasso per le strade di New York fin dalle prime righe del libro, che comincia così: “Negli anni Settanta, a New York, nessuno si svegliava prima di mezzogiorno. Era una città al collasso, pericolosa, sudicia, dove spesso latitavano i servizi essenziali”. Nelle sue pagine ritornano spesso le descrizioni di questa New York, sporca (“sulle strade si accumulavano montagne di spazzatura maleodorante”), violenta, intollerante (“noi gay portavamo al collo dei fischietti per poter chiedere aiuto ad altri gay in caso di aggressioni da parte delle gang”). White ci racconta soprattutto la New York del Village e di Soho, i quartieri più trasgressivi. Nel 1969, con la rivolta di Stonewall, egli assiste alla rinascita del movimento gay. “Quel che colpiva di più”, scrive, “era l’abbondanza sessuale”. Nel libro le sue avventure sessuali, più esplicitamente descritte in altri suoi libri, restano sullo sfondo. Qui l’autore preferisce indugiare su altri incontri. Quelli con scrittori, poeti, letterati, personaggi del mondo culturale che, nonostante lo sfacelo della città, animavano la vita di New York e non solo. Ecco allora una straordinaria galleria di ritratti. Ci troviamo Elizabeth Bishop. Una ingombrante, vulcanica, autoritaria e superba Susan Sontag, sua grande amica, pur tra alti e bassi. Poi Robert Wilson, il trasgressivo e geniale fotografo Robert Mapplethorpe (“Mise subito in chiaro che non era interessato al sesso; no, voleva che io scrivessi di lui”). E ancora William Burroughs, Truman Capote e Peggy Guggenheim. Il racconto si chiude all’inizio degli anni Ottanta. Da allora lo scrittore di Cincinnati ha continuato ad essere baciato da una felicità creativa che sembra smentire quanto gli disse un giorno Truman Capote: “Probabilmente scriverai dei bei libri. Ma, ricordati, è una vita atroce”.

 

 

Il testo è l’articolo di Roberto Zichittella pubblicato su Satisfiction

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

Il libro in lingua originale

City boy. My life in New York during the 1960s and 1970s

 

 

 

 

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