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The Falling Man: un’analisi

12 settembre 2011

 

 

 

 

The Falling Man: traduciamo un’analisi di Tom Junod pubblicata dalla rivista Esquire nel 2003.

La celebre fotografia è stata scattata da Richard Drew -  un professionista che nel 1968 era riuscito a fotografare Robert Kennedy appena colpito a morte – alle 9.41, la mattina dell’11 settembre 2001.

 

Ricordate questa fotografia? Negli States molti si sono dannati per stracciarla dai ricordi dell’11 settembre. Quello che c’è dietro a questa fotografia, però, e la ricerca su quell’uomo lì immortalato, sono il nostro più intimo legame all’orrore di quel giorno.

Nella foto, lui se ne va via da questo mondo come una freccia. Non ha scelto il suo destino, ma negli ultimi istanti della sua vita, vi si avvicina e lo abbraccia. Se non stesse cadendo, egli starebbe volando benissimo. Appare rilassato mentre fende l’aria. Sembra a proprio agio nella stretta di un attimo inimmaginabile. Non è terrorizzato dal vortice della gravità o da quello che lo aspetta. Le braccia lungo i fianchi. La gamba sinistra piegata al ginocchio quasi per una casualità. L’altra verticale. La maglia, o camicia, bianca, sbatte, gonfiata dall’aria, fuori dai pantaloni neri. Le sue scarpe alte alla caviglia sono ancora ai piedi. Nelle altre fotografie, le persone in volo giù dal grattacielo lottano contro l’orrore di una cosa più grande di loro. Deboli e piccoli davanti alle Twin Towers; piccoli di fronte al fatto in sé. Senza maglia, senza scarpe: sbattono, sbracciano, precipitano. Confusi come nuotassero a cascata lungo la parete di una montagna. L’uomo nella fotografia, invece, corre a piombo lungo la verticale: in accordo con le linee delle Torri dietro di lui. Lui le divide e le seziona. Alla sua sinistra è la Torre nord, alla destra, la sud. Anche se ignaro del suo equilibrio geometrico, egli è il fuoco di un nuovo simbolo; una bandiera fatta di assi di acciaio illuminate dal sole. C’è chi ha visto in questa fotografia stoicismo, volontà di potenza, rassegnazione; altri, diversamente, vi hanno visto la libertà. C’è un non so che di ribelle nella postura di quest’uomo: come se, messo di fronte alla morte, al fatto inevitabile della morte, abbia deciso di andarle incontro; come se fosse un missile, anzi una lancia, rivolta con la punta alla sua fine. Sono passati quindici secondi dopo le nove e quarantuno minuti della mattina, nel momento in cui è stata scattata questa fotografia: nell’istante in cui è stato afferrato quest’uomo in accelerazione a trentadue piedi al secondo al quadrato. Mentre sta viaggiando a testa in giù a centocinquanta miglia all’ora. Nella foto lui è congelato (fermo); nella sua vita sta bruciando gli infiniti punti (di un retta) che lo dividono dalla sua scomparsa.

 

 

Il colpevole di questa libera traduzione dal testo originale sono io

 

 

 

 

 

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AC