Archivio per la categoria ‘G8 Genova’

Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto

25 luglio 2011

 

 

 

 

Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico degli psicologi Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto (Università di Padova) è un lavoro di ricerca sui fatti del G8 di Genova, e, precisamente, sulle loro conseguenze psicologiche e sociali.

Il testo è tratto dal blog Nazione Indiana. L’autore Francesco Forlani scrive: “Ho chiesto a Maria Liguori di mandarmi per Nazione Indiana un piccolo estratto del libro da loro appena pubblicato”.

 

Tanto si è detto, del terribile che vi è stato in questa vicenda, e in questi giorni riviviamo emozioni,riformuliamo ipotesi e ci guardiamo le spalle. Maria Liguori

 

 

L’Italia è un Paese caratterizzato da innumerevoli conflitti tra memorie divise. Per citare solo uno dei più recenti volumi di storia contemporanea, quello di John Foot, sin dal titolo si parla di Fratture d’Italia (2009). Tante sono le fratture che incrinano l’unità del nostro Paese, generando memorie belligeranti e afflizioni individuali. E una di queste è sicuramente il G8 di Genova.
Dieci anni sono ormai trascorsi da quelle giornate. Nonostante ciò, è un evento che continua a rimanere impresso nell’immaginario collettivo. Difficile dimenticare quei drammatici accadimenti, grazie a fotografie e video visibili per tutti, anche per chi non era a Genova in quei giorni. Immagini che ci hanno permesso di assistere agli scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e osservare il trasferimento in barella di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla vicenda di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le polemiche sulle sentenze.

Che cosa resta di Genova, oggi? Un senso diffuso di ingiustizia, una grande sofferenza umana, una forte sfiducia tra cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. Sicuramente un’eredità pesante. E un pensiero assai diffuso nel nostro Paese sembra voler indossare il “salvagente del tempo”. Nella speranza che il tempo sia il grande guaritore che lenisce e sana le ferite. Quasi che a far decantare la sofferenza, essa svanisca. E che il risentimento covato dall’ingiustizia patita possa essere eroso dal lavorio della dimenticanza. Grazie agli storici e agli studiosi di memoria sappiamo però che il tempo non è di per sé una medicina. Con una frase ricorrente, essi ci avvertono che “tutto si può dire del passato, tranne che sia passato”. Sottolineando la necessità di abbandonare un simile pensiero della passività, per abbracciare invece strategie attive in grado di far fronte a questo passato che non passa.

Noi siamo psicologi sociali. Non siamo né giudici e né politici. Molto si è detto e tantissimo scritto sul G8. Tranne qualche analisi sociologica sul movimento no-global, le scienze psicosociali hanno però sostanzialmente taciuto. Noi, fin dall’inizio, siamo restati colpiti dagli avvenimenti di Genova. E soprattutto si è fatto strada nelle nostre menti una convinzione: il G8 andrà a conficcarsi nel futuro. Continuerà a parlare a noi di noi anche dopo il suo iter giudiziario. Un’impressione che, strada facendo, ha trovato sostegno in parole scientificamente istruite. Cercando di dare un nome alla natura della sofferenza prodottasi con il G8 di Genova – un diffuso trauma psicopolitico –, interrogando le pratiche sociali della memoria, affrontando il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte dei cittadini –, con le reciproche “barriere emotive” che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Il sapere delle scienze psicosociali è stata la nostra guida per muoverci lungo le vie di Genova. E siamo ben consapevoli di aver percorso solo una parte del tragitto. Così come di aver indossato particolari occhiali per vedere ciò che abbiamo visto. Arrivando persino a temere di rimanere accecati, sentendo l’esigenza di rispecchiarci in altri sguardi. (…)
Il libro è dedicato a tutti coloro che ci hanno aiutato e a tutte le vittime di qualsiasi forma di autoritarismo.

 

 

 

 

Il libro

Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori editore, Napoli, 2011

 

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria


 

 

 

 

 

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L’esemplarità di Genova

22 luglio 2011

 

 

 

 

L’esemplarità di Genova è un articolo di Lello Voce pubblicato da Alfabeta2.

Il video in apertura è una parte del monologo finale del Colonnello Kurtz (Marlon Brando), dal film di Francis Ford Coppola Apocalipse Now. Lo associo al tema dell’articolo per via del concetto di Orrore, centrale nel discorso del Colonnello Kurtz.

Era l’inizio dell’autunno del 2003, circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova, due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri.

Mario Placanica, il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani, è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. Nessun processo sarà celebrato.

In quella sentenza, che impedisce sin lo svolgimento del dibattimento, sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001. Nel mandare assolto Placanica, il giudice Daloiso fa ben di più che riconoscere il diritto alla legittima difesa. Cita l’articolo 53 del Codice Penale e dice che «non si tratta della legittima difesa, ma di un potere più ampio, in cui la legittimità della reazione non è subordinata al limite della proporzione con la minaccia», anzi essa può più semplicemente essere giustificata dal «fine di adempiere a un dovere d’ufficio che qualifica la sua condotta». Fa niente che quell’articolo, a norma di Codice, vada applicato solo nel caso in cui si tratti «di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona». L’articolo c’è, basta saperlo interpretare in modo argutamente estensivo, e soprattutto, far capire a tutti che così sarà, d’ora in avanti.

Per chi, come me, era a Genova, quelle righe suonavano come un’agghiacciante confessione.

Sta in quelle righe l’esplicitazione di quella che oggi chiamerei l‘esemplarità di Genova.

Genova era stata solo l’ultimo anello di una catena di esperimenti sempre più spudorati di uso della violenza per la repressione delle proteste di piazza, l‘akmé raggiunta, dopo che già a Goteborg un Ministro aveva ordinato di sparare sui manifestanti (Scajola non sarà da meno, almeno a suo dire), dopo la prova generale di Napoli, con le forze di polizia sguinzagliate all’inseguimento della folla terrorizzata.

In attesa di Genova, in una serie di caserme italiane si era svolto un training accurato. Ci scapparono addirittura i feriti negli scontri simulati tra truppa e ufficiali. I famigerati Ccir stavano per fare la loro entrata in scena, prologo improvvido alla futura polizia europea, mostro ibrido in cui tutori dell’ordine e militari si danno la mano.

Militare è, infatti, la tecnica utilizzata per travolgere il corteo delle Tute Bianche su via Tolemaide, attaccandolo contemporaneamente su tre lati, senza lasciare alcuna via di fuga, con lo scopo, non di riportare l’ordine, ma di disordinare le «truppe» avversarie e sterminarle. Militare è lo sgombero di piazza Manin, dove si spazzano via con violenza inaudita centinaia di persone inermi, militare l’attacco al corteo di sabato, per spezzarlo a metà, quasi fosse una colonna nemica, militare, tanto quanto un rastrellamento, il preordinato massacro della Diaz, fuoco d’artificio finale di una pirotecnica gestione dell’ordine pubblico, oramai schiettamente sudamericana.

Quando, indagando sulla morte di Carlo Giuliani, insieme con il web-nick Franti, ci rendemmo conto per primi che in piazza Alimonda erano presenti ben due ufficiali dei carabinieri che erano già a Mogadiscio, nei giorni dell’omicidio Alpi, al comando del Distaccamento di polizia militare del Porto, ci stupimmo e con noi si stupirono in molti.

In effetti non c’era da sorprendersi. Ingenuo era chi credeva che i corpi d’élite delle missioni di peace keeping sarebbero stati utilizzati a protezione della zona rossa e dei leader mondiali. Loro erano lì non a difendere, ma ad attaccare, a mostrare a tutti come fare per stroncare la protesta di masse ormai troppo numerose e decise per non costituire un pericolo per il neocapitalismo globalizzato e ultraliberista.

Genova, o Mogadiscio era lo stesso. Nessuna meraviglia per me, dunque nel ritrovare, anni dopo, uno di loro a Nassirya, a comandare in quelle camerate dove faceva bella mostra di sé un vessillo di Salò.

Che tutto ciò avvenisse proprio in Italia in fondo era ovvio: dove altro sarebbe potuto accadere?

Il tic oscuro dello Stato liberale, quello che lo consegna, mani e piedi legati, tra le braccia della violenza fascio-liberista, lo riportava sul luogo del suo primo delitto, benaccolto dai suoi soliti famigli.

Anni di stragi impunite, decine di delitti per «ordine pubblico», stavano lì a garantire la sincerità della malafede di tutti coloro che si esibivano nel teatrino della politica italiota.

I moderati sono troppo spesso, qui da noi, i garanti dell’esercizio tranquillo e smodato d’ogni estremismo poliziesco.

La giustificazione sarebbe stata la solita: svolgere il proprio dovere, obbedire agli ordini, anche se poi, come sempre, nel risalire un’infinita e nebbiosa catena di comando, tutte le responsabilità sarebbero sparite come neve al sole. Non appaia retorico ed esagerato: è la stessa solfa udita a Norimberga. Ubbidire agli ordini, compiere il proprio dovere.

L’articolo 53 C.P., insomma. Il giudice Daloiso aveva capito tutto.

Da allora cos’è successo a questa Ytaglia?

Tutto sembra cambiato, anche se non è cambiato nulla.

Sorta di Gattopardo globale, l’immaginario collettivo ha digerito e messo in circolo anche Genova. Quello dei torturati e quello dei torturatori. Il fantasma di Genova, con il suo essere esageratamente «esagerato», ha permesso il normalizzarsi di violenze su violenze, in scala minore, certo, ma non meno impressionante, ha innescato un processo letale di «fascistizzazione» degli apparati repressivi dello Stato di diritto, ha agito da babau per ogni tentativo collettivo d’opposizione radicale.

Le Zone Rosse si sono moltiplicate. Molecolarizzate.

A Bolzaneto segue, coerentemente, l’Ospedale Pertini, dove si lascia morire Cucchi scrollando le spalle. A piazza Alimonda fa eco sinistra il cadavere massacrato di Aldrovandi, alle cariche con i blindati a corso Torino, quelle a cavallo delle ruspe in Val di Susa.

L’eccezione è divenuta norma. La violenza di massa un gadget portatile per qualsiasi divisa.

E così Fini, che a Genova era a Forte San Giuliano, nella sala operativa dei Carabinieri, a dirigere con il suo fido On. Ascierto i movimenti delle truppe sul campo di battaglia e che per primo ci mise la faccia per giustificare l’omicidio di piazza Alimonda, può passare oggi come un custode affidabile della nostra democrazia, un interlocutore privilegiato per certa Sinistra. Il Principe di Salina non può che uscire di scena: il futuro è tutto per chi, come suo nipote Tancredi, sa interpretare lo spirito dei tempi nuovi, quello che, in nome dell’Italia unita e risorgimentale, fucila i garibaldini in Aspromonte.

 

 

 

 

I libri sul tema

Massimiliano Andretta, Donatella Della Porta, Lorenzo Mosca, Global, noglobal, new global. La protesta contro il G8 a Genova, Laterza, Roma-Bari, 2002

 

 

 

Franco Fracassi, G8 Gate. 10 anni d’inchiesta: i Segreti del G8 di Genova, Alpine Studio, Lecco, 2011

 

 

 

Luciano Clerico, Dovere di cronaca. L’attesa, la guerra e la morte al G8 di Genova, Pazzini Stampatore, Rimini, 2003

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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