Archivio per la categoria ‘Il Mulino’

Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini

29 gennaio 2012

 

 

 

 

Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini è una lucida requisitoria contro i miti dell’identità.

Si può appartenere a una tradizione senza esserne prigionieri? E si può immaginare la propria identità senza ricorrere alla metafora delle radici? La risposta è sì, basta riflettere su che cosa significa, propriamente, ciascuna di queste parole: per rendersi conto che l’identità, oggetto indefinibile, proprio per questo ha un disperato bisogno di metafore per essere maneggiato; che la tradizione non è qualcosa che si eredita per via genetica – o che la memoria trasmette meccanicamente da una generazione all’altra – ma la si costruisce e la si insegna passo dopo passo, che le radici, infine, sono un’immagine ingannevole ed escludente.

L’autore è classicista e scrittore, insegna Filologia classica all’Università di Siena, dove dirige il Centro Antropologia e Mondo Antico. Tra i suoi libri: C’era una volta il mito (Sellerio, 2007), Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008), Alle porte dei sogni (Sellerio, 2009), Affari di famiglia. La parentela nella letteratura e nella cultura antica (Il Mulino, 2009), Per vedere se (Il melangolo, 2011). Per Einaudi dirige la collana Mythologica.

 

 

Le radici cantate da Francesco Guccini non sono le stesse criticate dal prof. Bettini

 

 

 

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Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale, Giuseppe Berta

24 dicembre 2011

 

 

 

Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale è l’ultimo saggio di Giuseppe Berta edito dal Mulino.

 

La questione Fiat-Chrysler, con le sue incognite sul futuro, è la spia di ciò che potrà succedere domani ad altre grandi imprese, chiamate a scegliere fra proiezione internazionale e radicamento nel territorio d’origine. L’esperienza Fiat mostra come la ricerca di una soluzione internazionale possa rivelarsi una condizione di sopravvivenza.

 

L’alleanza Fiat-Chrysler ha costituito un punto di svolta nel panorama industriale del nostro paese. Sull’orlo del collasso al passaggio di secolo, dopo un difficile rilancio, la Fiat ha colto l’occasione della crisi globale del 2008 per trovare nel legame con la Chrysler la via d’uscita da una situazione altrimenti senza futuro. Ma ciò ha finito col proiettare la nostra maggiore impresa industriale fuori dei confini nazionali, calamitandola nei flussi di una dinamica globale che minaccia il suo ancoraggio al sistema italiano. Il progressivo distacco dall’Italia della sua impresa-simbolo pone perciò interrogativi sulle prospettive stesse del nostro industrialismo. C’è ancora spazio per la grande impresa?

L’autore insegna Storia contemporanea nell’Università Bocconi di Milano. I suoi libri più recenti sono: “Nord. Dal triangolo industriale alla megalopoli padana 1950-2000” (Mondadori, 2008), “L’Italia delle fabbriche. La parabola dell’industrialismo nel Novecento” (Il Mulino, III ed. 2009), “Eclisse della socialdemocrazia” (Il Mulino, II ed. 2010).

 

 

 

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La rivoluzione incompiuta. Donne, Famiglie, Welfare, Gøsta Esping-Andersen

26 novembre 2011

 

 

 

La rivoluzione incompiuta. Donne, Famiglie, Welfare, è l’ultimo saggio del sociologo danese Gøsta Esping-Andersen pubblicato dal Mulino.

È vero che sono le rivoluzioni tecnologiche a cambiare il mondo, ma nella società contemporanea altrettanto importante è stata la rivoluzione dei comportamenti femminili. Che tuttavia resta incompiuta, non solo e non tanto perché gli uomini sono restii a cambiare in pari misura, e le discriminazioni lungi dall’essere cancellate, quanto perché l’uguaglianza di genere ha fatto più strada tra i ceti più ricchi e istruiti, in cui la maggiore presenza di coppie a doppio (e alto) reddito consente anche un maggiore investimento a favore dei figli. Proprio perché incompiuta, l’emancipazione femminile rischia così, paradossalmente, di diventare un rinnovato fattore di disuguaglianza sociale. Un saggio di taglio sociologico sulla rivoluzione dei comportamenti femminili. Rivoluzione che resta incompiuta, non solo e non tanto perché gli uomini sono restii a cambiare in pari misura, e le discriminazioni lungi dall’essere cessate, quanto perché l’uguaglianza di genere ha fatto più strada tra i ceti più ricchi e istruiti, in cui la maggiore presenza di coppie a doppio reddito consente anche un maggiore investimento a favore dei figli. Per queste ragioni l’emancipazione femminile rischia, paradossalmente, di diventare un rinnovato fattore di disuguaglianza sociale.


L’autrice è professore di Sociologia nell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Tra le sue pubblicazioni “I fondamenti sociali delle economie postindustriali” (Il Mulino, 2000) e “Oltre lo stato assistenziale. Per un nuovo patto tra generazioni” (Garzanti, 2010).

 

 

 

 

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The Basic Law of Human Stupidity, Carlo M. Cipolla

24 ottobre 2011

 

 

 

The Basic Law of Human Stupidity, per dirla con Carlo M. Cipolla, racconta la stupidità umana, ovvero “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”.

Trentacinque anni fa questo libro l’autore lo regalava a pochi amici. Paradossalmente solo oggi tutti potranno leggere il testo originale dopo che in tante lingue è diventato un bestseller. Nessuno invece potrà mai leggere il seguito alle Leggi fondamentali che lui avrebbe voluto intitolare I rumpbal nella storia.

 

 

Siamo nel 1973. Carlo M. Cipolla chiede alla casa editrice bolognese, per la quale sta per pubblicare la traduzione della Storia economica dell’Europa pre-industriale, di stampare un breve testo in inglese che intende regalare agli amici per Natale. Si tratta di una deliziosa (auto)parodia del modo di fare storia economica dell’antichità e del Medioevo. Il commercio delle spezie, in particolare del pepe, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo. Nell’agosto 1976, l’autore chiede di stampare con le stesse modalità un altro breve testo in inglese: The Basic Law of Human Stupidity. Il Mulino ne tira un centinaio di copie numerate e l’autore le regala agli amici. Sulla base dell’analisi dei danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso e di quelli che procura agli altri, e data la definizione per cui “una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o adirittura subendo un danno”, l’autore costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare con precisione i tipi degli intelligenti, degli sprovveduti, dei banditi e degli stupidi, dal quale si evince tra l’altro che “lo stupido è più pericoloso del bandito”. Con questa deliziosa parodia sembra aver scoperto le leggi della stupidità. Per anni però si rifiuta di tradurre il testo in italiano. Impossibile rendere lo humour swiftiano dell’originale. Ma le pressioni crescono, il passaparola si diffonde e nel 1987 accetta di far tradurre i due testi e di riunirli in Allegro ma non troppo, uscito nel 1988. A mancare all’appello era una vera edizione inglese o americana. La soluzione si è raggiunta il 3 novembre 2011 con la pubblicazione del volume per i tipi del grande editore bolognese.

 

 

 

Il testo riprende l’articolo di Armando Massarenti pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore

 

 

 

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L’autore

Occorre correggere Wikipedia (cui rimanda il link di questa foto): la M. del nome dell’autore non sta per Maria. Non sta per niente: l’autore la usò nel 1950 per riempire uno spazio richiesto mentre compilava i moduli d’iscrizione all’università di Berkely.

 

 

 

 

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Ama il prossimo tuo, Enzo Bianchi, Massimo Cacciari

12 ottobre 2011

 

 

 

 

Ama il prossimo tuo è il saggio scritto a quattro mani da Enzo Bianchi e Massimo Cacciari, e pubblicato dal Mulino.

 

È il “comandamento nuovo” che umanizza e dà un significato universale a tutti gli altri che, se assunti nella loro pienezza, convergono verso questo appello unitario. Esso esprime la rottura più importante compiuta da Gesù rispetto al giudaismo: la logica della religione dei Padri si apre a una dimensione “altra”, segnando il passaggio dalla Legge mosaica alla legge dell’Amore, come presenza di Dio nella storia. Ma a chi mi faccio prossimo? È possibile oltrepassare la solitudine del singolo per aprirsi all’altro? Un comandamento difficile e quasi sempre smentito: si può non praticarlo, ma non si può negarlo e non riconoscere che ha cambiato alla radice la storia dell’uomo.

 

 

 

Il testo è tratto dal sito del Mulino

L’immagine in apertura è il San Cristoforo, San Rocco e San Sebastiano (1532/1535) di Lorenzo Lotto

 

 

 

Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, ha insegnato Teologia biblica nell’Università San Raffaele di Milano e collabora con La Stampa, la Repubblica, Avvenire e la rivista Jesus. Tra i suoi testi, che coniugano spiritualità cristiana e cammini di umanizzazione, ricordiamo i più recenti: Il pane di ieri (2008), Ogni cosa alla sua stagione (2010), L’altro siamo noi (2010), tutti pubblicati con Einaudi e Una lotta per la vita (San Paolo, 2011).

Massimo Cacciari insegna Estetica nella Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. Tra i libri che ne hanno più segnato la ricerca: Krisis (Feltrinelli, 1976), e pubblicati con Adelphi, Icone della legge (1985), Dell’Inizio (1990), il dittico europeo Geofilosofia dell’Europa (1994) e L’Arcipelago (1997), infine Della cosa ultima (2004) e Hamletica (2009). In questa stessa collana ha pubblicato con P. Coda Io sono il Signore Dio tuo (2010).

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

Gli autori

 

 

 

 

 

 

 

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Elogio del dubbio, Peter Berger, Anton Zijderveld

15 settembre 2011

 

 

Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici è il saggio di Peter Berger e Anton Zijderveld appena pubblicato da Il Mulino.

Come affrontare, in un’epoca di grande pluralismo culturale, questioni morali pressanti come quelle dell’aborto, della bioetica, della pena di morte, della violenza? La risposta, secondo gli autori di questa piccola guida alla modernità, sta nel dubbio. Non il dubbio ottenebrante del relativismo che ci rende inetti a scegliere, storditi dalla moltitudine delle opzioni, ma un dubbio virtuoso, ironico e tuttavia capace di sorreggere la fiducia nei nostri valori senza esporla alla tentazione del fondamentalismo, che sospetta un nemico in chiunque la pensi diversamente. Un delicato esercizio di intelligenza e misura, alla ricerca di un equilibrio difficile ma tutt’altro che impossibile: coltivare le proprie convinzioni senza stringersi così tenacemente ad esse da diventare fanatici.

 

Peter Berger è professore emerito nella Boston University. Tra i suoi libri con il Mulino: La realtà come costruzione sociale (V ed. 1997) e Lo smarrimento dell’uomo moderno (2010), entrambi con T. Luckmann; America religiosa, Europa laica? (con G. Davie e E. Fokas, 2010).

Anton Zijderveld, sociologo e filosofo, è docente nella Erasmus University di Rotterdam, dopo aver insegnato negli Stati Uniti e in Canada.

 

 

 

L’immagine in apertura è un’opera di Mariano Chelo intitolata Il Dubbio

 

 

 

Il libro in italiano

Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

Il libro in lingua

In Praise of Doubt. How to Have Convictions without Becoming a Fanatic, HarperCollins Publishers, New York, 2010

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

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L’esperienza del male, Antonio Cassese

15 settembre 2011

 

 

 

L’esperienza del male. Guerra, tortura, genocidio, terrorismo alla sbarra è il saggio di Antonio Cassese, pubblicato nei prossimi giorni da Il Mulino.

I trattati internazionali non riescono più a frenare i crimini di guerra: i conflitti attuali sono scontri spietati tra belligeranti diseguali che fanno regredire alla barbarie più feroce. Dilagano forme di privatizzazione della guerra che si sottraggono a qualsiasi tipo di legge. I diritti umani, poi, sono usati spesso come pretesti per attaccare l’avversario. In questa antiretorica conversazione Antonio Cassese, che pure ha dedicato la propria vita ad affermare il diritto, spesso rischiando anche in proprio, ne mette a nudo la debolezza. Ma in questo paesaggio umano dolente, dove si scandagliano i fondali oscuri della nostra convivenza civile, emerge con forza il ruolo decisivo dell’opinione pubblica internazionale: quella che Cassese intende qui risvegliare raccontandoci, con la memoria degli occhi ma anche con la generosità del cuore, la sua esperienza di judge internazionale.

 

 

L’autore è professore di Diritto internazionale, è stato rappresentante del governo italiano in vari organi dell’Onu – tra cui la Commissione dei diritti umani – poi presidente del Comitato del consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura e primo presidente del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Nel 2004 ha presieduto la Commissione internazionale d’inchiesta dell’Onu sui crimini del Darfur, e dal 2009 è presidente del Tribunale speciale per il Libano. Giorgio Acquaviva ha lavorato a “Il Giorno” e al “Quotidiano Nazionale” come caporedattore e vaticanista.

 

 

Le immagini visualizzate sono i dipinti di Fernando Botero ispirati alle torture dei carceri di Abu Ghraib

 

 

 

Il libro

Antonio Cassese, L’esperienza del male. Guerra, tortura, genocidio, terrorismo alla sbarra, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

La casa editrice

 

 

 

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Romanzo mondo, Vittorio Coletti

29 agosto 2011

 

In Romanzo mondo, Vittorio Coletti sostiene: “Il romanzo si è staccato dalla sua terra nativa e si presta a lanciarsi nel vortice della circolazione globale”.

 

 

I grandi romanzi del passato ‐ Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Delitto e castigo ‐ erano saldamente radicati nel loro territorio e nella lingua locale. Anzi, più ne facevano parte, più riuscivano profondi e avevano la possibilità, dopo un’affermazione nazionale, di attrarre un pubblico anche internazionale. Così, nonostante le differenze di lingua e cultura, la Nazione non è mai stata una scatola a chiusura stagna. Gli scrittori si facevano influenzare dai capolavori di altri Paesi ‐ Sterne da Rabelais, Stendhal da Fielding, Joyce da Flaubert ‐ tanto che far studiare le letterature nazionali come fossero a se stanti è stato uno sbaglio. Ma se una piccola parte della produzione letteraria circolava anche all’estero, i territori stessi rimanevano ben diversi; i romanzi erano radicati in quei territori (“Emma Bovary trasferita a Roma non solo non funzionerebbe come emblema della piccola borghesia ottocentesca, ma semplicemente non potrebbe darsi”) e soprattutto gli scrittori indirizzavano le loro opere a un pubblico nazionale; erano coinvolti in un dibattito con chi li circondava.

Nel secondo Novecento tutto ciò è cambiato. Si tratta di un’evoluzione lunga, complessa, ancora in atto, e non sorprende che Coletti stenti a mettervi ordine. Anche con la forte tendenza di culture ed economie ad allinearsi, rimangono differenze importanti tra un posto e l’altro, tra una lingua e un’altra, tra le persone, le tradizioni, i mercati. Dire che “le somiglianze fra le diverse realtà nazionali stavano diventando superiori alle differenze”, quasi ci fosse una linea netta tra differenza assoluta e somiglianza totale, con un punto di svolta superato il quale i romanzi non racconteranno più la loro terra di provenienza, non è molto convincente. Dire che “stava avvicinandosi il momento in cui una vicenda ambientata a Berlino non sarebbe stata troppo dissimile da una ambientata a Lisbona” fa pensare che lo scrittore si limiti a riportare fedelmente le vicende senza che sia lui a decidere se radicarle o meno in un ambiente particolare. Un romanzo che raccontasse per davvero la politica calabrese di oggi troverebbe personaggi e vicende molto diversi da uno ambientato nel Parlamento norvegese.

Citando Coetzee, Coletti fa notare come, man mano che i romanzieri sudamericani, africani e asiatici si sono aggregati alla Repubblica mondiale delle lettere, è emerso il fenomeno di chi racconta non più per il proprio pubblico nazionale, ma per una readership più estesa e tendenzialmente liberale.

Dice Coetzee: “Il romanzo inglese è scritto in primo luogo dagli inglesi per gli inglesi. È questo a farne il romanzo inglese. Il romanzo russo è scritto dai russi per i russi. Ma il romanzo africano non è scritto dagli africani per gli africani. Magari i romanzieri africani scrivono dell’Africa, di esperienze africane, ma mi sembra che mentre scrivono non facciano altro che guardarsi alle spalle, con un occhio agli stranieri che li leggeranno”.

Questo sì che è convincente, e va ben oltre la letteratura africana. È evidente che le opere recenti di Pamuk non si rivolgono più in modo marcato a un pubblico turco, mentre quelle di Rushdie non erano mai rivolte a un popolo indiano. Anzi, dire che il romanzo inglese è scritto dagli inglesi per gli inglesi sembra almeno in parte anacronistico; già dieci anni fa, Kazuo Ishiguro, di origini giapponesi ma considerato uno dei migliori scrittori inglesi, spiegò che il suo stile estremamente spoglio era pensato proprio per facilitare la traduzione e la circolazione globale dei suoi romanzi. E incoraggiava gli altri scrittori inglesi a fare altrettanto.

Tornando (adesso) alle differenze e somiglianze tra Berlino e Lisbona, notiamo un cambiamento comune a tutte e due le città, anzi a tutti i Paesi occidentali. Che mentre ancora nel primo Novecento il romanzo aveva un certo peso culturale e politico in loco, facendo del romanziere una persona importante nella dinamica del Paese e nella costruzione di un’identità nazionale, questo non è più vero.

Oggi la narrativa non è più centrale all’identità collettiva, anche perché il pubblico sta leggendo tanta letteratura straniera. Laddove invece un romanzo abbia davvero un effetto politico, è spesso un incidente di percorso. Rushdie ha più volte spiegato che I versetti satanici doveva essere un romanzo molto privato, e che non aveva previsto una violenta reazione musulmana. Anzi, avvertito che il romanzo poteva suscitare proteste se pubblicato in India, ha creduto troppo cauti i suoi consiglieri. I tumulti che sono poi scoppiati hanno indicato quanto poco quest’autore capisse del mondo di cui si era fatto rappresentante per un Occidente assettato di esotismo.

Venuta meno la possibilità di un ruolo importante nel proprio Paese, diventa sempre più forte il richiamo di una celebrità internazionale resa possibile dalla ormai rapidissima e pressoché globale distribuzione di un romanzo. Anzi, in molti casi sarà proprio il successo internazionale a conferire allo scrittore un prestigio, se non un’influenza, in Patria. Ricordo una conversazione con il romanziere sudtirolese Josef Zoderer, che si dannava perché non era tradotto in inglese. Più recentemente, l’olandese Edzard Mik, autore di otto romanzi, mi ha spiegato che la sua più grande ambizione è farsi tradurre in inglese. “Altrimenti avrò fallito, come scrittore”. Seduto al suo computer, senz’altro online e in contatto via Facebook con tutto il mondo, il romanziere non accetta più i limiti di un pubblico nazionale che non gli concede poi tanta importanza.

Coletti è bravo nel far capire come la nuova vocazione internazionale del romanzo cambi i suoi contenuti e tenda ad aumentare la confusione tra alta letteratura e letteratura di genere. Azzeccato il paragone tra Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Eco, dove la differenza di qualità sta non tanto nel progetto stesso ‐ tutti e due i libri presentano la storia come una vasta cospirazione internazionale ‐ ma nell’eleganza ed erudizione dell’esecuzione. Efficace pure l’analisi di un Baricco che evoca puntualmente “un’atmosfera letteraria à senza lasciar riconoscere epoche e posti precisi”.

Il libro per bambini, ci spiega Coletti, il giallo, il fantasy e il romanzo di fantascienza sono tutti generi che si prestano a una rapida commercializzazione in diversi Paesi. Nel giallo in particolare, l’ambientazione locale può essere recuperata, non come fattore determinante nel puzzle del delitto, ma come esotismo per incuriosire il lettore straniero ‐ “il particolare è il colore necessario per diversificare prodotti analoghi”.

Per uno di quegli strani casi della vita, ho letto il libro di Coletti in viaggio per l’Olanda dove, come parte di un progetto di ricerca dell’Università Iulm su letteratura e globalizzazione, ho passato un mese a parlare con scrittori olandesi e a leggere i loro romanzi (in traduzione inglese, francese o italiana). Nonostante il momento di intenso scontro politico in Olanda, la preoccupazione di tutti gli scrittori era di non chiudersi nella vita nazionale ma di far parte della comunità letteraria più estesa che si va formando. E malgrado la mia nostalgia per i romanzi di altri tempi, le opere di Arnon Grunberg, Christiaan Weijts, Jan van Mersbergen, Anton Valens e Tommy Wieringa mi hanno convinto che si può anche scrivere una buona narrativa senza che il lettore vi percepisca la benché minima particolarità nazionale. Detto questo, ho trovato l’Olanda molto, molto diversa dall’Italia…

 

 

Il testo è l’articolo di Tim Parks sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore pubblicato il 21-08-11

 

 

 

 

Il libro

Vittorio Coletti, Romanzo mondo, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

 

L’autore

La libreria

 

 

 

 

 

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Storia del turismo in Italia, Annunziata Berrino

14 marzo 2011

 

Storia del Turismo in Italia è il saggio di Annunziata Berrino, docente di Storia Contemporanea all’Università Federico II di Napoli, e pubblicato dal Mulino (collana: Le Vie della Civiltà).

 


La storia del viaggio e del turismo ha conosciuto un notevole sviluppo: non solo se n’è diffuso l’insegnamento universitario, ma è emerso un pubblico vasto di lettori appassionati al tema. Basta ricordare il successo di saggi come La mente del viaggiatore di Eric Leed, Il viaggio in Italia di Attilio Brilli, Vacanze di pochi, vacanze di tutti di Patrizia Battilani.

Questa nuova sintesi offre per la prima volta una storia complessiva del turismo italiano dall’inizio dell’Ottocento a oggi.

 


L’autrice prende le mosse dal momento in cui nasce il viaggio di diporto, cioè per vacanza, nel quale l’Italia è meta ambita dei viaggi stranieri, per poi soffermarsi sull’emergere del turismo del benessere, con la fortuna dei soggiorni termali e delle vacanze al mare, sullo sviluppo delle infrastrutture e delle istituzioni e la progressiva, impetuosa diffusione del turismo di massa, che rende oggi questo settore una delle realtà economiche cruciali del nostro.

 

 

Le immagini visualizzate sono fotografie di Martin Parr

 

 

Il libro

Annunziata Berrino, Storia del Turismo in Italia, Bologna, Il Mulino, 2011

 

 

L’autrice

 

 

Altri libri dell’autrice

L’eredità contesa: Storie di successioni nel Mezzogiorno prenapoleonico (Carocci, 1999), Storia del Turismo (annale edito da Franco Angeli editore).

 

 

La casa editrice


 

 

La libreria

 

 

 

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Invidia, Elena Pulcini

2 marzo 2011

 

Invidia. La passione triste è il saggio di Elena Pulcini edito dal Mulino: un colto excursus sul peccato, dall’antica Grecia della gelosia tra gli dei cantata da Esiodo, Pindaro ed Eschilo, alla Casa del Grande Fratello dei nostri più prosaici giorni.

 


L’invidia come chiara emanazione di una passione relazionale, che scaturisce dal confronto (e scontro) con gli altri, sino a generare quel risentimento che tormenta e intorpidisce l’esistenza e produce l’avvelenamento dell’anima.

 


Un autentico vizio di prossimità, che ci coglie nel momento in cui stabiliamo un paragone con il nostro simile, attività che svolgiamo instancabilmente e quotidianamente e che anzi, per dirla tutta, istituisce la società, come aveva ben capito Rousseau quando riconosceva nella comparaison il debutto della relazione tra gli uomini, esseri mimetici per eccellenza.

 


Se i secoli precedenti pullulano di casi celeberrimi di invidiosi, letterari o realmente esistiti (da Iago nemico di Otello ad Antonio Salieri che odiava Mozart), l’invidia dà il meglio di sé nell’epoca moderna, in qualità di patologia democratica, come dimostra Pulcini. La spinta alla libertà e all’uguaglianza che alimenta la grande stagione della modernità scopre il suo contrappasso nella diffusione su larga scala di questo mesto sentimento, che soltanto tra simili trova il modo di svilupparsi appieno. Il Moderno è l’epoca delle opportunità illimitate, che offrono a tutti la possibilità quanto meno di aspirare al miglioramento della propria condizione, e il tempo del capitalismo, nel quale oggetto dell’invidia diventa, innanzitutto, la ricchezza.

 

Le illustrazioni visualizzate sono di Damiano Groppi. LibOn le pubblica con l’autorizzazione dell’autore

 

 

Il libro

Elena Pulcini, Invidia. La passione triste, Bologna, Il Mulino, 2011

 

 

L’autore



 

 

 

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