Archive for the ‘La Repubblica’ Category

Tauroetica, Fernando Savater

6 febbraio 2012

 

 

 

 

Tauroetica è il titolo eloquente dell’ultimo libro del filosofo basco Fernando Savater. La ragione principale che lo ha spinto a scriverlo è stata la difesa delle corse dei tori durante il dibattito che ha portato la Catalogna a vietarle da quest’anno. La casa di Fernando Savater a Madrid è un labirinto di libri e oggetti di ogni genere, pupazzi, chincaglieria, ninnoli. Molti quadri di cavalli, come è inevitabile per un uomo stregato dagli ippodromi fin da quando era bambino. Nulla invece di tori. Nessuno di quei segni che in Spagna si trovano ovunque nelle case degli aficionados, come qui vengono chiamati gli appassionati di corrida.

Ma non sono un vero aficionado io. Ma se si sostiene che è immorale, allora è necessario rispondere. Per questo ho scritto Tauroetica.

Che è infatti piuttosto un saggio sul rapporto fra uomini e animali. Un rapporto compromesso?

Il problema dei nostri giorni è che, soprattutto in città, non si sviluppa più alcuna relazione con gli animali. Io ho conosciuto una Spagna rurale. Qui fuori, sulla Gran Via, passavano le pecore per la transumanza. Oggi si conoscono solo gli animali di Walt Disney e si stenta a vedere in cosa essi siano diversi dagli uomini. Ciò ha portato a una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Una tendenza che spinge ad accreditare le forme più estreme di animalismo, come l’antispecismo di Peter Singer, ossia l’ idea che tra le specie animali non ci siano distinzioni di sorta.

 

 

È una tesi pericolosa?

Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. Questa differenza non la intendono gli antispecisti. Singer è arrivato a dire che se mi trovo di fronte un bambino con tare mentali o fisiche irreversibili e un vitello in perfetto stato devo scegliere il vitello e sopprimere in culla il bambino senza farlo soffrire.

Gli antispecisti sostengono che è l’interesse ciò che caratterizza senza distinzioni tutti gli esseri viventi e che dunque un toro non ha nessun interesse di entrare nell’ arena, né il maiale di andare al macello.

Guardi, la questione dell’ interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L’interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali sono mossi dall’istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma.

Che gli antispecisti contestano.

Sì. Salvo poi chiedere agli uomini di optare per soluzioni diverse rispetto a quelle che magari preferiscono, come mangiare carni, usare pelle animale per le scarpe e così via. Con il risultato paradossale che gli uomini dovrebbero rifiutarsi di uccidere la tigre ma certo la tigre non potrebbe che continuare a fare quello che fa secondo l’istinto, ossia anche divorare l’uomo. L’uomo sarebbe dunque l’unico tra gli animali a rispettare la nuova legge. Dimostrando quindi che qualche differenza tra lui e le altre specie in fondo c’è.

Ma come si è arrivati a queste posizioni estreme, spesso anche largamente condivise?

Per quel che riguarda la storia del pensiero, il percorso è evidente. Si tratta dell’ evoluzione delle teorie utilitariste di Bentham che per primo parlò dei cosiddetti “diritti degli animali”. Credo però che sia più interessante considerare l’ atteggiamento generale con cui si accolgono queste teorie. Un atteggiamento in cui predomina il sentimentalismo e in cui l’ umanitarismo sta sostituendo l’umanismo. Stiamo attenti: chi è umanitario si preoccupa del benessere degli altri ma non della loro umanità, che risiede in aspirazioni, desideri e così via. Io con un cane posso essere umanitario ma non umanista. E qui si apre l’ altro tema dei nostri giorni. È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano.

Siamo in fuga dalla relazione?

Non c’ è dubbio. Vede, con un animale domestico come il cane, per esempio, noi possiamo seguire i nostri due atteggiamenti più estranei alla relazionalità: il sergente ordinatore che è in noi e che al cane dà ordini; e il sensibile iperprotettivo che fa le manfrine. I cani del resto ci offrono un affetto che non esige nulla in cambio. Un affetto che non si può investire di carica morale.

Crede che in futuro agli animali sia destinata una vita diversa?

Se questo animalismo diventasse dominante, si realizzerebbe la forma perfetta di protezione degli animali: l’estinzione. E del resto, qual è oggi l’ animale perfetto e più conosciuto e amato? Il dinosauro. Sta lì nel nulla. A Jurassic Park, vive una vita magnifica. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini.

 

 

 

 

Il testo è l’articolo di Matteo Nucci pubblicato su Repubblica in data 03/02/2012

I video sono tratti nell’ordine da Parla con lei (Pedro Almodóvar), L’albero degli zoccoli (Ermanno Olmi), Jurassic Park (Steven Spielberg).

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

Il libro in lingua originale

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

A History of the World in 100 objects, Neil MacGregor

23 gennaio 2012

 

 

 

A History of the World in 100 objects è il libro del direttore del British Museum Neil MacGregor, pubblicato da Viking, frutto del lavoro di quattro anni di cento esperti che hanno ricavato una classifica degli oggetti più significativi conservati dal museo. Cento oggetti tra gli otto milioni prodotti dall’uomo in più di due milioni di anni.

Sono gli oggetti quotidiani quelli più interessanti e carichi di storia: al centro di tutto c’è il significato del rapporto tra forma e funzione. È il caso dell’ascia da pugno (anche detta amigdala per la sua forma a mandorla) in fonolite ritrovata nella gola di Olduvai, in Tanzania, ossia quella che è definita la culla dell’umanità. È stata scolpita tra 1,4 e 1,2 milioni di anni fa, ed è il primo oggetto tecnologico multiuso: l’Homo Habilis lo usava per spellare la selvaggina e ricavarne pellicce, per tagliare la carne e ridurre i vegetali a una pappa commestibile. Oggetto talmente efficiente da accompagnare l’uomo per un milione di anni. Per costruire un’ascia da pugno non basta la destrezza manuale, ma serve soprattutto la capacità di pianificare e astrarsi dall’immediato per immaginare se stessi nel futuro. E forse quest’ascia custodisce anche il segreto del linguaggio: “Oggi le neuroscienze ci indicano che le aree del cervello attive quando si costruisce un utensile si sovrappongono a quelle della parola, come se si fossero evolute insieme” sostiene l’autore.

Il servizio da tè vittoriano , tris di teiera-zuccheriera- bricco per il latte, prodotto intorno al 1840 nella migliore manifattura di porcellana inglese, l’Etruria dal famoso ceramista Josiah Wedgwood, simboleggia uno dei primi paradossi della globalizzazione. Il tè è infatti sia il simbolo dell’essere inglesi che del non esserlo affatto: le foglie per l’infusione arrivano da India e Cina, lo zucchero dai Caraibi. E dietro la raffinata porcellana fregiata d’argento MacGregor rintraccia anche i disegni sul controllo sociale: da prelibatezza per ricchi, come era nel Settecento, il tè, a partire dal 1785, diventa una bevanda economica, che le classi alte hanno interesse a diffondere tra la popolazione perché sia sobria e operosa, anziché intorpidita dall’alcol.

 

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giuliano Aluffi pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin

20 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin è stata di recente ristampata dalla casa editrice torinese Einaudi. Fu scritta nel 1935 e più volte rimaneggiata. Ora viene riproposta in una versione infine filologica, corredata di note e varianti, a cura di Francesco Valagussa.

 

 

 

 

Nel 1934, sei anni prima di uccidersi al confine franco-spagnolo per sfuggire alla Gestapo, l’autore pronunziò a Parigi la conferenza intitolata L’autore come produttore. Regolato sull’orologeria della battaglia antifascista, sulle sue urgenze, il testo si interrogava su come intellettuali e artisti potessero riconvertire a un pronto uso rivoluzionario le macchine. Cioè, in senso largo, i nuovi mezzi capitalistici di comunicazione e produzione culturale: stampa, radio, fotografia… Lo stesso teatro, “che invece di entrare in concorrenza con i moderni strumenti” dovrebbe “applicarli e imparare da essi”. Se non altro per spezzare la divisione del lavoro, forare la diga che separa autore e pubblico. Tra guardinghe spinte utopiche – che l’effimera esperienza proto-sovietica dell’”arte socializzata” aveva galvanizzato, ma che il patto Hitler-Stalin del ’39 avrebbe presto raso al suolo – nell’autore si andava precisando l’idea che, nella grande mobilitazione moderna, a fare arte non è più, o è sempre meno, “il soggetto quanto piuttosto l’apparato tecnico” ricorda Massimo Cacciari: “O l’arte si immerge totalmente nel sistema dell’innovazione oppure cessa di avere un significato”. Riparandosi in forme consolatorie, passatiste, contemplative. O viceversa attivamente reazionarie: come quelle che, a suo tempo, Benjamin riconosceva nella movenza futurista, con la sua estetizzazione “fascista” della macchina-nuova bellezza. Tendenza che oggi sembra prolungarsi, ma in versione postpolitica, in quei linguaggi creativi che vibrano acriticamente al brivido di ogni pseudonovità tecnologica.

La metropoli dei passages – le gallerie commerciali – , dei grandi magazzini, delle Esposizioni Universali, è apoteosi del capitale, della forma-merce che si fa forma di vita, del denaro che rende ogni cosa equivalente, qualitativamente “indifferente”; ma, per le stesse ragioni, la grande città è anche il momento che innesca la contraddizione-lavoro, la lotta di classe, la rivolta. Perciò, l’artista moderno o è metropolitano – e si carica di tutti questi contrasti – oppure non è. In un altro suo saggio recente, La città (Pazzini editore), la post-metropoli attuale è inseguita come “delirio”, cioè continua cancellazione dei vecchi confini urbani. Quelli della città fordista, strutturata secondo le esigenze di produzione industriale e scambio del vetero-capitalismo, e ancora progettabile, pianificabile. Mentre oggi “la città è ovunque. Quindi non c’è più. Si è trasformata in città-territorio” e “non è dunque programmabile”. Un monstre. “Questo è il dramma di tutti gli architetti e gli urbanisti” contemporanei. Fuori da ogni retorica sociologizzante sulle neo-metropoli liquide, dalle incessanti metamorfosi (un’ex area industriale che adesso è un’università e domani sarà centro commerciale…) – la nuova forma della città è secondo Cacciari: “un unico processo di dissoluzione di ogni identità urbana”. Una dinamica che, obbedendo alla razionalità globale del nuovo turbo-capitalismo, si rivela, allo stato, razionalmente ingovernabile. “Oggi non sembrano esserci politiche in grado di governare efficacemente i territori” dice l’ex-sindaco di Venezia. “I problemi – basti pensare al più imponente: quello ecologico – potranno essere affrontati solo a livello sovracomunale, sovrastatuale, sovranazionale”. Ma dirne di più adesso sarebbe strologare. Quel domani è terra incognita, “Hic sunt leones” sorride Cacciari.

 

 

 

Il testo riprende due brani dell’articolo di Marco Cicala pubblicato su Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

Le immagini sono opere di Roy Lichtenstein

 

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

La libreria consiglia: Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana, Giorgio Bocca

27 dicembre 2011

 

 

 

 

La libreria consiglia la lettura de Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana di Giorgio Bocca e cita l’Amaca di Michele Serra in memoria del giornalista scomparso.

 

Bocca è di quelli che, andandosene, ci lascia davvero soli. Questo sono i Padri: coloro che sanno quello che si deve e quello che non si deve fare. I Padri sanno tenere nascosti dubbi e debolezze, e se hanno paura (perché tutti hanno paura) non lo lasciano intendere. L’italiano di Bocca era netto e spedito, i suoi giudizi secchi come una fucilata, il rischio dell’inespressività, della debolezza di pensiero gli pareva la vera indegnità di ogni scrittura. Meglio correre il rischio il rischio della durezza. Nel Provinciale, che è uno dei pochi libri davvero decisivi per capire il Novecento italiano, ha raccontato senza un grammo di moralismo, e anzi facendosene attore egli stesso, l’euforia del boom, lo stordimento dell’Italia inurbata e arricchita, l’appartenenza all’epopea partigiana come bussola intatta, come discrimine morale. Era spesso aspro e pessimista, ma non era mai vinto e mai vile; e mano a mano che si disfacevano ideologie e certezze, in lui, anche da molto vecchio, si ritrovano lo sguardo chiaro del coraggio. Lo ammiravo molto e mi metteva soggezione. Non c’è giornalista di questo giornale che non si faccia, in questo momento, la domanda del figlio quando muore il padre: se saremo degni di lui.

 

 

 

Il testo è l’elzeviro – L’amaca – di Michele Serra pubblicato da Repubblica in data 27-12-11

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

L’ora d’italiano, Luca Serianni

13 dicembre 2010

Nell’ Ora di italiano Luca Serianni nota come, dopo decenni di idealistica egemonia delle materie umanistiche, si sia arrivati all’estremo opposto. Non stupisce che sia sempre più emarginata, dall’ideologia dominante del Massimo Profitto Immediato, una ricerca come quella umanistica. Mentre un’educazione linguistica attraverso la letteratura sarebbe davvero un valore aggiunto, in una società che vive di linguaggio.

Certo, la sistematica umiliazione sociale dei docenti ha prodotto, in molti di noi, disamoramento e routine. Il requisito primo del buon insegnante è “strettamente soggettivo, anzi psicologico”: la “fiducia” nella propria efficacia. Chi insegna deve anzitutto “credere al lavoro che fa e scommettere su sé stesso, proponendosi agli allievi come un esempio positivo”.  Ed è un paradosso solo apparente quello per il quale – proprio in quanto negletta e disprezzata dalla società contemporanea – la letteratura può essere banco di prova ideale: di questo continuare a formare se stessi cui equivale a formare gli altri.

Dalla Francia giunge la tesi di Yves Citton (L’avenir des Humanités, La Découverte, pagg. 203): per il quale l’avvenire dell’Umanità è legato proprio alle humanités, alle discipline umanistiche. Se ai modelli dominanti della società della comunicazione e del mercato della conoscenza si sostituisse una “cultura dell’interpretazione“, infatti, si accederebbe a una pratica non fondamentalista dell’approssimarsi continuo alla verità, della sua continua messa in discussione, di una necessaria dimensione sociale del pensiero.

Articolo di Andrea Cortellessa

Luca Serianni, L’ora d’italiano, Laterza, Roma-Bari, 2010

AC                                                                         LibOn.it

Fonte: La Repubblica,venerdì 10 dicembre 2010, pag.51

Contro la letteratura, Davide Rondoni

10 dicembre 2010

In Contro la letteratura, Davide Rondoni scrive che chi vuole uccidere la letteratura non sono i governanti con i loro tagli forsennati, bensì quei mediocri “fannulloni“, che per gli stessi governanti sono i professori di Lettere.

«Milioni di euro pubblici buttati in un pozzo» per Rondoni alimentano una classe col «culo dell’anima seduto comodo». L’insegnante-travet, «anima morta», si affanna a contestualizzare, storicizzare, tentare di spiegare quella scintilla divina, la Poesia, che andrebbe invece lasciata senza lacci, libera di infiammare gli Spiriti. Al suo posto Rondoni vagheggia un commando di Eletti che entrino senza troppe formalità in «un ordine di lavoratori a contratto».

Come ogni intellettuale di destra che si rispetti, Rondoni cita di sfuggita il Pasolini “corsaro”. Ma un suo vero antecedente è Giovanni Papini che nel 1914 (all’epoca di Amiamo la guerra) su Lacerba strillava: ” Chidiamo le scuole perché antigeniali (…) intristiscono gli animi anziché sollevarli”. Quell’ideologia antidemocratica (in entrambi dichiaratamente anti-illuministica) torna sempre nella sua “supplica abissale, svergognata”: ad accompagnare le forbici privatizzatrici, quelle sì svergognate, di Tremonti.

Ma perché ostinarsi a considerare la scuola pubblica, e in essa la presenza delle materie umanistiche, un valore non contrattabile? L’insegnamento della letteratura, a scuola, sia reso facoltativo: questa la “Gran Proposta” di Rondoni.

 

Articolo di Andrea Cortellessa

 

Davide Rondoni, Contro la letteratura, Il Saggiatore, Milano, 2010

 

AC                                                        LibOn.it

 

Fonte: La Repubblica, R2 Cultura, venerdì 10 dicembre 2010, pag.51

Sulla lingua del tempo presente, Gustavo Zagrebelsky

26 novembre 2010

Sulla lingua del tempo presente. La lingua del potere nell’Italia di oggi. Undici parole per Lui posson bastare.

Scendere in politica: da uno stadio superiore (l’azienda) a uno inferiore (la politica). Contratto con gli elettori (devoti): concetto mediato dalla dimensione imprenditoriale e commerciale e trasportato nella dimensione pubblica e statale della politica . Amore fra colleghi e persone della stessa fazione: intromissione nella sfera intima e sentimentale. Doni del capo, ai sottomessi. Mantenuti: tutti coloro che non hanno conseguito fortuna (la fortuna del capo). Popolo: coacervo di persone sottostanti tutte uguali, o, perlomeno, moltitudine omologata. E ancora: le tasche degli italiani, ovvero un luogo intoccabile arrivato a essere tabù; politicamente corretto, categoria tanto più generica quanto più stringente e imperante nel gergo pubblico.

Gustavo Zagrebelsky studia il tempo in cui viviamo vivisezionandone la lingua; o meglio, analizzando alcune decine di parole di uno dei suoi principali protagonisti e “padroni”.

Come antecedente della sua fatica Zagrebelsky ha assunto la ricerca del celebre filologo ebreo-tedesco, Viktor Klemperer, che dedicò nel 1947, a guerra da poco conclusa, un saggio sull’idioma del Terzo Reich, da lui definito alla latina Lingua Terzii Imperii. L’argomento di Zagrebelsky è certo meno bieco, ma può dircela lunga sui tempi che viviamo. I quali si impongono alla nostra attenzione con il timbro vocale di chi ci governa e sommerge di parole.

AC                                                         LibOn.it

Fonte: Repubblica, Cultura, pag. 41, mercoledì 17 novembre 2010

Pubblicato il libro rosso di Carl Gustav Jung

11 novembre 2010

 

Il santo Graal dell’Inconscio rimasto segreto per 80 anni.

Un'illustrazione del Libro rosso

Esce dopo quasi un secolo “The Red Book“, l’opera inedita di cui si conosceva l’esistenza ma non il contenuto, di Carl Gustav Jung (1875-1961), padre della psicologia analitica.

Il volume, al quale l’autore lavorò per sedici anni, è una riproduzione facsimilare dell’originale e raccoglie appunti e disegni di Jung.

Il Libro Rosso – pubblicato dell’editore W.W. Norton negli Usa – esce oggi in Italia per Bollati Boringhieri. Traduttori: Massimello M. A., Schiavoni G., Sorge G. Curatore: Sonu Shamdasani.

 

 

Fonte: La Repubblica, La Domenica di Repubblica, domenica 7 novembre 2010, pag. 35

www.libon.it

La settimana delle grandi uscite

26 ottobre 2010

La settimana prossima le librerie avranno quattro libri molto attesi. Dall’ultimo:

  1. Venerdì 29 ottobre 2010: a 30 anni esatti da Il Nome della Rosa, Umberto Eco pubblica Il cimitero di Praga, Bompiani;
  2. Giovedì 28 ottobre 2010: Feltrinelli pubblica l’ultimo libro del grande giornalista e scrittore cuneese Giorgio Bocca, Fratelli Coltelli. 1943-2010 L’Italia che ho conosciuto;
  3. Mercoledì 27 ottobre 2010: esce il romanzo di conferma di Alessandro Piperno dopo l’esordio premio Campiello 2005 (Con le peggiori intenzioni), Persecuzione.Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori;
  4. Mercoledì 27 ottobre 2010: Niccolò Ammaniti pubblica per Einaudi, Io e te, storia d’adolescenti e solitudini.

 

Fonte: D, La Repubblica, pag.56, sabato 23 Ottobre 2010.

L’altro cileno: Luis Sepulveda

26 ottobre 2010

Una raccolta che prende il via dai ricordi, dal vissuto recente e passato. Uno zibaldone di appunti narrativi, con racconti e aneddoti inattesi.

Ritratto di gruppo con assenza, edito da Guanda, uscirà nelle librerie italiane a inizio novembre.

Un Sepulveda al suo meglio, con la sua consueta capacità di convertire ogni riflessione, ogni denuncia in un racconto affascinante. Come nel brano che dà il titolo alla raccolta. Nel 1990 torna per la prima volta in Cile, dopo quattordici anni di esilio, con una fotografa, che otto anni prima ha catturato un’immagine in cui si vedono cinque bambini. Lo scopo del viaggio è ritrovare quei cinque bambini e fotografarli. Uno di loro, però, non c’è più… La sua storia è il pretesto per raccontare che cos’è successo al Cile, e com’è il paese dopo diciassette anni di dittatura…

Fonte: La Repubblica, R2 Cultura, giovedì 21 Ottobre 2010; http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=506728