Archivio per la categoria ‘Laterza’

Tauroetica, Fernando Savater

6 febbraio 2012

 

 

 

 

Tauroetica è il titolo eloquente dell’ultimo libro del filosofo basco Fernando Savater. La ragione principale che lo ha spinto a scriverlo è stata la difesa delle corse dei tori durante il dibattito che ha portato la Catalogna a vietarle da quest’anno. La casa di Fernando Savater a Madrid è un labirinto di libri e oggetti di ogni genere, pupazzi, chincaglieria, ninnoli. Molti quadri di cavalli, come è inevitabile per un uomo stregato dagli ippodromi fin da quando era bambino. Nulla invece di tori. Nessuno di quei segni che in Spagna si trovano ovunque nelle case degli aficionados, come qui vengono chiamati gli appassionati di corrida.

Ma non sono un vero aficionado io. Ma se si sostiene che è immorale, allora è necessario rispondere. Per questo ho scritto Tauroetica.

Che è infatti piuttosto un saggio sul rapporto fra uomini e animali. Un rapporto compromesso?

Il problema dei nostri giorni è che, soprattutto in città, non si sviluppa più alcuna relazione con gli animali. Io ho conosciuto una Spagna rurale. Qui fuori, sulla Gran Via, passavano le pecore per la transumanza. Oggi si conoscono solo gli animali di Walt Disney e si stenta a vedere in cosa essi siano diversi dagli uomini. Ciò ha portato a una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Una tendenza che spinge ad accreditare le forme più estreme di animalismo, come l’antispecismo di Peter Singer, ossia l’ idea che tra le specie animali non ci siano distinzioni di sorta.

 

 

È una tesi pericolosa?

Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. Questa differenza non la intendono gli antispecisti. Singer è arrivato a dire che se mi trovo di fronte un bambino con tare mentali o fisiche irreversibili e un vitello in perfetto stato devo scegliere il vitello e sopprimere in culla il bambino senza farlo soffrire.

Gli antispecisti sostengono che è l’interesse ciò che caratterizza senza distinzioni tutti gli esseri viventi e che dunque un toro non ha nessun interesse di entrare nell’ arena, né il maiale di andare al macello.

Guardi, la questione dell’ interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L’interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali sono mossi dall’istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma.

Che gli antispecisti contestano.

Sì. Salvo poi chiedere agli uomini di optare per soluzioni diverse rispetto a quelle che magari preferiscono, come mangiare carni, usare pelle animale per le scarpe e così via. Con il risultato paradossale che gli uomini dovrebbero rifiutarsi di uccidere la tigre ma certo la tigre non potrebbe che continuare a fare quello che fa secondo l’istinto, ossia anche divorare l’uomo. L’uomo sarebbe dunque l’unico tra gli animali a rispettare la nuova legge. Dimostrando quindi che qualche differenza tra lui e le altre specie in fondo c’è.

Ma come si è arrivati a queste posizioni estreme, spesso anche largamente condivise?

Per quel che riguarda la storia del pensiero, il percorso è evidente. Si tratta dell’ evoluzione delle teorie utilitariste di Bentham che per primo parlò dei cosiddetti “diritti degli animali”. Credo però che sia più interessante considerare l’ atteggiamento generale con cui si accolgono queste teorie. Un atteggiamento in cui predomina il sentimentalismo e in cui l’ umanitarismo sta sostituendo l’umanismo. Stiamo attenti: chi è umanitario si preoccupa del benessere degli altri ma non della loro umanità, che risiede in aspirazioni, desideri e così via. Io con un cane posso essere umanitario ma non umanista. E qui si apre l’ altro tema dei nostri giorni. È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano.

Siamo in fuga dalla relazione?

Non c’ è dubbio. Vede, con un animale domestico come il cane, per esempio, noi possiamo seguire i nostri due atteggiamenti più estranei alla relazionalità: il sergente ordinatore che è in noi e che al cane dà ordini; e il sensibile iperprotettivo che fa le manfrine. I cani del resto ci offrono un affetto che non esige nulla in cambio. Un affetto che non si può investire di carica morale.

Crede che in futuro agli animali sia destinata una vita diversa?

Se questo animalismo diventasse dominante, si realizzerebbe la forma perfetta di protezione degli animali: l’estinzione. E del resto, qual è oggi l’ animale perfetto e più conosciuto e amato? Il dinosauro. Sta lì nel nulla. A Jurassic Park, vive una vita magnifica. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini.

 

 

 

 

Il testo è l’articolo di Matteo Nucci pubblicato su Repubblica in data 03/02/2012

I video sono tratti nell’ordine da Parla con lei (Pedro Almodóvar), L’albero degli zoccoli (Ermanno Olmi), Jurassic Park (Steven Spielberg).

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

Il libro in lingua originale

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Colin Crouch

17 gennaio 2012

 

 

 

Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, è l’ultima opera di Colin Crouch (autore dell’importante Postdemocrazia) pubblicata in Italia da Laterza.

Le grandi imprese perseguendo i propri interessi interferiscono pesantemente nei processi democratici. Il che è un problema non solo per la democrazia, ma soprattutto per il mercato.

C’è un giallo da risolvere: spiegare la ‘strana’ mancata morte del neoliberismo. “Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente è meno favorevole di quanto dica di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro”.

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Laterza

L’immagine è una fotografia di Elliot Erwitt

 

 

 

 

Il libro

 

 

Postdemocrazia

 

 

 

I libri in lingua originale

The Strange Non-Death of Neoliberalism

 

 

 

Post-Democracy

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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La mutazione individualista, Giovanni Gozzini

27 ottobre 2011

 

 

 

Con La mutazione individualista, Giovanni Gozzini offre uno studio storico e sociologico di ottimo valore sul ruolo della televisione nella società italiana dal 1954 al 2011. Il saggio si presenta come un vero e proprio vademecum sull’utilizzo del poderoso elettrodomestico, e offre un grande spunto di riflessione sui tangibili effetti che questo “oggetto e soggetto” ha prodotto sulle persone, le famiglie, le comunità e la società tutta del nostro paese.

 

La televisione cambia la testa degli italiani. Cancella la politica come progetto condiviso di futuro e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo. Ma la televisione non è onnipotente. Se provoca tali effetti è perché – a differenza di chiese, partiti, sindacati – ha saputo raccogliere una mutazione individualista che si sviluppa in modo molecolare e sotterraneo nella società italiana, a partire dagli anni Settanta. Da Dallas al Grande Fratello, molte produzioni televisive hanno contribuito a cancellare l’orizzonte collettivo della storia e della politica e la realtà si è ridotta a un microcosmo di individui.

 

 

 

Il video in apertura riprende un’intervista di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali

Il testo in corsivo è ripreso dal sito della casa editrice Laterza

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Modernità liquida, Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

Modernità liquida è l’ultimo saggio di Zygmunt Bauman pubblicato dalla casa editrice Laterza.

 

Presento il libro associandolo a una poesia di Eugenio Montale: Fine di settembre; da Quaderno di quattro anni (1977).

Il canto del rigògolo

è un suono d’ordinaria amministrazione

Non fa pensare al canto degli altri uccelli

Sto qui in una mezz’ombra  Per alzare la tenda

si tira una funicella Ma oggi è troppa fatica

anche questo È tempo di siccità

universale, le rondini inferocite

sono pericolose Così vocifera

la radio delle vicine allevatrici di gatti

 e pappagalli Di fuori sfrecciano macchine

ma non fanno rumore, solo un ronzìo un sottofondo

al martellìo vocale del rigògolo

Molta gente dev’essere sulla spiaggia

in quest’ultimo ponte di fine settimana

Se tiro la funicella eccola là

formicolante in prospettiva Quanto tempo è passato

da quando mi attendevo colpi di scena

resurrezioni e miracoli a ogni giro di sole

Sapevo bene che il tempo era veloce

ma era una nozione scritta nei libri

Sotto lo scorrimento temporale

era la stasi che vinceva il giuoco

era un’infinitudine popolata

ricca di sé, non di uomini, divina

perché il divino non è mai parcellare

Solo ora comprendo che il tempo è duro, metallico

è un’incudine che sprizza le sue scintille

su noi povere anime ma svolge il suo lavoro

con un’orrenda indifferenza a volte

un po’ beffarda come ora il canto

del rigògolo il solo dei piumati

che sa farsi ascoltare in giorni come questi

 

 

 

L’immagine in apertura è un’opera di William Kentridge

 

 

Rimando al post sull’introduzione al libro: qui

 

 

 

Il libro

Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2011

 

 

 

L’autore


 

 

 

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I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman così scrive nell’introduzione al suo ultimo libro - Modernità liquida (Laterza, 2011) -.

All’epoca dell’Illuminismo di Bacone, Cartesio o Hegel, in nessun luogo della Terra il livello di vita era più che doppio rispetto a quello delle aree più povere. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito procapite 428 volte maggiore di quello del paese più povero, lo Zimbabwe. E si tratta, non dimentichiamolo, di paragoni tra valori medi, che ricordano la proverbiale statistica dei due polli. [...] L’abisso sempre più profondo che separa chi è povero e senza prospettive dal mondo opulento, ottimista e rumoroso, è un’altra evidente ragione di grande preoccupazione. [...] Ma c’è anche un’altra ragione di allarme, non meno grave. I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; del resto, arricchirsi è un valore tanto desiserato solo in quanto aiuta a migliorare la qualità della vita, e “migliorare la vita” significa, nel gergo degli addetti della chiesa della crescita economica, ormai diffusa su tutto il pianeta, “consumare di più”. [...] Quello che viene ignorato in questo silenzio, è l’avvertimento lanciato due anni fa da Tim Jackson in nel libro Prosperità senza crescita: entro la fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti dovranno sopravvivere in un ambiente dal clima ostile e povero di risorse, tra distruzione degli habitat decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazioni di massa e inevitabili guerre”. [...] Già nel 1990, una ventina d’anni prima del volume di Jackson, in Governare i beni collettivi, Elinor Ostrom, aveva avvertito che la convinzione propagandata senza sosta secondo cui le persone sono naturalmente portate a ricercare profitti di breve termine, non regge alla prova dei fatti. [...] È tempo di chiedersi: quelle forme di vita in comunità che la maggior parte di noi conosce unicamente attraverso le ricerche etnografiche sulle poche nicchie oggi rimaste, sono davvero qualcosa di irrevocabilmente concluso?

 

 

 

Il testo è apparso su Repubblica in data 21-09-11, pag. 37

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat

 

 

 

 

Rimando al post del libro: qui

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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La banda della superstrada Fenadora-Anzù, Matteo Melchiorre

21 luglio 2011

 

 

 

In La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), Matteo Melchiorre, giovane storico veneto, coglie lo snodo epocale con il quale la costruzione delle grandi opere e infrastrutture – in Italia – si trasforma da progetto per lo “sviluppo” del paese (opera utile), a opera non soltanto inutile nelle sue dimensioni, ma vero e proprio ricettacolo di interessi economici di ogni natura.

In questo senso si assiste a una sorta di inversione del sublime: grande non è più sinonimo di ammirevole, ma la banalità della tecnica costruttiva cementizia e la massimizzazione del guadagno producono oggi escrescenze prive di valori estetici, dove nessuno ha tentato di ingentilire le forme, di sperimentare soluzioni che a una solo presunta “utilità” unissero almeno la gradevolezza alla vista. La grande opera dannosa e non richiesta si trasforma in pozzo senza fondo che assorbe risorse, non risolve problemi e produce nuovi danni e criticità in un mondo sovraffollato, dove gli spazi si riducono.

La superstrada fa parte di quel complesso di nuove arterie della pedemontana bellunese che vengono proposte da politici un po’ avidi, un po’ privi di fantasia, attribuendo al nuovo viadotto, alla nuova galleria, il potere di portare ossigeno all’economia locale, di sollevare le sorti di un declino strutturale. Ma un piccolo gruppo di persone perbene, non ci sta, rompe l’incantesimo e apre gli occhi sulla devastazione del territorio e degli animi introdotta dal cantiere infinito. Prova a lottare in modo goffo e maldestro, ma alla fine è troppo tardi, il processo è inarrestabile “la superstrada è dotata di una forza superiore rispetto a quanto le sta attorno. Esprime un esubero energetico che si realizza nella facilità con cui abbatte e scavalca ogni ostacolo, seguendo dritta il suo disegno”.

La presa di coscienza è iniziata troppo tardi, le menti della contestazione sono troppo poche, titubanti, inesperte: “Parole, siamo intrappolati nelle parole. Da quelle non si esce. I fatti, nel frattempo, può succedere che sfuggano.”
Per la Fenadora-Anzù i fatti sono sfuggiti, e i prati verdi del feltrino non ci sono più.

«Quando gli ho rivelato la mia intenzione di costituire una banda d’azione per sabotare la Fenadora- Anzù, Marino mi ha detto che lui non scherzava, quel giorno al bar. Secondo lui la superstrada va bombardata per davvero e perciò è ben disposto a prender parte all’iniziativa. Ma vuole sapere in cosa consisteranno questi sabotaggi. Insomma, mi dice, questo è il terreno infido del terrorismo. Gli dico che, se è per questo, anche Giuseppe Mazzini approvava i sabotaggi».

 

Il video posto in apertura è la scena finale del film di Paolo Sorrentino: Le conseguenze dell’amore. Lo associo al tema del libro attraverso  – soprattutto – l’elemento simbolico del cemento, presente sia nell’uno che nell’altro.

Il testo è tratto dalla presentazione del libro scritta da Luca Mercalli e apparsa sul sito della casa editrice Laterza

 

 

 

 

Il libro

Matteo Melchiorre, La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), Laterza, Roma-Bari, 2011

 

 

 

 

 

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La lettera aperta sulla scuola: 10 editori riuniti

16 maggio 2011

Lettera aperta sulla scuola: 10 editori riuniti è un’iniziativa promossa da Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Carmine Donzelli, Federico Enriques (Zanichelli), Carlo Feltrinelli, Sandra e Sandro Ferri (E/O), Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti), Alessandro e Giuseppe Laterza, Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Paolo Mieli (RCS), Antonio e Olivia Sellerio.

Anche la libreria internazionale LibOn aderisce convintamente.


LEGGI E FIRMA ANCHE TU LA LETTERA APERTA

La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria.
La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro.

Firmiamo questa lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo, in ogni luogo a partire dalla stesse scuole pubbliche statali.

LEGGI E FIRMA ANCHE TU LA LETTERA APERTA


Il testo è tratto dal sito della casa editrice Laterza

La libreria

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La felicità della democrazia. Un dialogo, Ezio Mauro, Gustavo Zagrebelsky

6 maggio 2011

La felicità della democrazia. Un dialogo è il libro scritto da Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky, edito da Laterza, in uscita dal 5 maggio.

Propongo un personale riassunto dell’estratto del testo pubblicato dal sito della casa editrice.

Ezio Mauro   (…) Sei stupito se ti dico che la democrazia deve rispondere addirittura alla grande questione della felicità?

Gustavo Zagrebelsky   Vuoi introdurre questo tema? Ti avverto subito ch’io, in materia, mi sento alquanto leopardiano. In ogni caso, «se uno sia felice o infelice individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare».
Comunque sia, procediamo pure e chiediamoci che cosa la democrazia abbia a che fare con la felicità.

EM    (…) Contrapponi l’éthos al páthos, in qualche modo. Sei però d’accordo con me nel collegare democrazia e felicità?

GZ   Nel senso di soddisfazione per il dovere compiuto, sì. Credo che possa esserci una grande felicità e forse anche noi, qualche volta, l’abbiamo provata. Ma non è certo la felicità di cui parla il nostro tempo, quando virtù e felicità sono state separate, anzi collocate agli antipodi. L’affamato di felicità non esita a farsi beffe della virtù, a esibire come un vessillo il proprio lato più laido. L’archetipo è Faust che vende l’anima al demonio e il demonio, per quanti sforzi si facciano per adeguarsi ai tempi, non è propriamente l’immagine della virtù.
Ammetto d’essere un pesce fuor d’acqua (…)

EM  (…) Ci penso da tempo, è una questione cruciale. In questo Paese, e soltanto in questo (bisognerà pur riflettere sulla ragione) si sta facendo strada l’idea che la felicità e la soddisfazione dell’individuo possono essere cercate solo fuori dalle regole, a dispetto delle norme, in quella dismisura tipica dell’abuso e del privilegio, che irride agli interdetti culturali e sociali, al sentimento del rispetto, al pubblico decoro. È la ribellione culturale contro il «regolamentarismo» e il politicamente corretto, ed è la rivolta molto più concreta, utilitaristica, contro il diritto e la legalità, invocando il «sonno della legge». C’è un singolare e arbitrario rovesciamento persino di D’Annunzio, come se andare a destra oggi significasse andare «verso la vita», mentre dall’altra parte ci sarebbe spazio solo per una fioca esistenza in bianco e nero, fatta di conformismo e senza sentimenti: un neopuritanesimo in grisaglia, che non sa amare la forza bruta della vita nella sua sregolatezza più feconda, nel caos rigeneratore che nasce dalla licenza e dall’eccesso, contro l’ordine regolare del mondo. È un rovesciamento disperato delle cose. Sotto la spinta dell’urgenza e della necessità si cerca ipocritamente di invocare il disordine come nuovo fondamento del vivere insieme, l’esagerazione come modello sociale, la licenza come libertà, il soverchio come nuova misura. Che felicità può esserci quando, come scrive Durkheim, «si è talmente al di fuori delle condizioni ordinarie della vita, e se ne è talmente consapevoli, che si prova il bisogno di mettersi al di fuori e al di sopra della morale corrente»?

GZ (…) Se ci pensi, la ricerca della felicità era, originariamente, la rivendicazione sulla bocca degli infelici, cioè degli oppressi quali si sentivano gli americani al tempo della loro rivoluzione anticoloniale.
Oggi, il senso s’è rovesciato. Sono i potenti che la rivendicano come diritto, la praticano e l’esibiscono, quasi sempre oscenamente, come stile di vita. Non sentiremo uno sfrattato, un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un genitore abbandonato a se stesso con un figlio disabile, un migrante irregolare, un individuo strangolato dagli strozzini, un rom cacciato che non ha pietra su cui posare il capo, una madre che vede il suo bambino morire di fame, rivendicare il suo diritto alla «felicità». Grottesco! Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia. Un minimo di giustizia è ciò che ha preso il posto della felicità. 


Il libro

La felicità della democrazia
Ezio Mauro – Gustavo Zagrebelsky
disponibile anche in ebook

Gli autori

La casa editrice

La libreria

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Hotel a zero stelle, Tommaso Pincio

5 maggio 2011

Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora è il libro di Tommaso Pincio edito da Laterza.

L’albergo è un’occasione temporanea. Ma è la possibilità di trovare un “posto per sé”, un “posto dedicato”, altrove, lontano da casa. L’albergo è un luogo freddo e accomodante; a disposizione. L’ospitalità dell’albergo è mutuata da un contratto: così è (più o meno) concordata nei suoi termini e garantita.


Il testo porta questi significati attraverso l’elogio dell’albergo, del suo concetto e delle sue concretizzazioni materiali.

Il ricevimento

Ho un debole per gli alberghi. Mi piace tutto di questi luoghi. Per cominciare, mi piace come sono concepiti. Mi piace che siano provvisti di un ricevimento. Non importa quanto maestoso sia, questo ricevimento. Mi va bene anche una semplice scrivania con una persona dietro, come in molte guest house sparse per l’Asia. Mi piace l’idea che, entrando, sia previsto di andare al ricevimento per annunciarsi, comunicare che dovrebbe esserci una stanza riservata a proprio nome. Mi piace il condizionale, “dovrebbe”, e mi piace l’espressione “a mio nome”, se usati in un contesto alberghiero. E mi piacciono pure e, non poco, sia la parola “ricevimento” che la sua variante inglese “reception“. E non mi dispiace nemmeno la possibilità di presentarsi senza una prenotazione e la conseguente paura di essere respinti, con cortesia ma respinti, perché l’albergo è al completo.

La camera

Allo stesso modo, e per ovvie ragioni, adoro quando, dopo attimi di sospensione trascorsi cercando di sbirciare nel registro che il portiere consulta con professionale distacco, spunta una camera libera. E immagino non sia necessario precisare quanto suadenti suonino alle mie orecchie le parole “camera”, “stanza”, “room”, “chambre” e via dicendo, nel caso in cui queste parole indichino una camera di albergo di qualsivoglia specie. Mi piace poi scoprire se la colazione è compresa nel  prezzo della stanza e se è eventualmente possibile cenare in albergo, anche se cenare in albergo è l’ultimo dei modi in cui mi piace trascorrere una serata quando sono in viaggio. E mi piace inoltre il momento in cui mi viene comunicato il numero della mia stanza e mi viene pórta la chiave. Non mi dispiace neppure che mi venga pórta una carta magnetica al posto della chiave, sebbene le carte mi piacciano meno delle chiavi perché spesso ho dei problemi a usarle e mi succede di confonderle con quelle di credito. Mi succede pure, non so perché, di perderle o dimenticarle in stanza con più facilità delle chiavi. Per cui, tutto considerato, preferirei che negli alberghi seguitassero a porgere chiavi, anche se oggi c’è la tecnologia. Preferirei seguitare a entrare nella mia stanza alla vecchia maniera, infilando la chiave nella serratura, perché solo così riesco ad apprezzare al meglio il piacere di varcare la soglia e restare immobile per qualche istante a fissare il letto fatto, le lenzuola linde e stirate, i cuscini gonfi e sprimacciati. Mi piace constatare di quale tipo di televisore è dotata la stanza, anche se il televisore in albergo non lo guardo quasi mai. Per questa ragione posso dire che mi piacciono sia le stanze dotate di televisore che quelle senza televisore; indifferentemente.

Gli accessori

Mi piace controllare la temperatura del condizionatore e alzarla o abbassarla, se è il caso, anche se io sono uno a cui l’aria condizionata piace poco. Quando viaggio per i tropici dell’Oriente estremo preferisco le guest house agli alberghi, perché nelle prime è sempre disponibile l’opzione “stanza con solo ventilatore”. Ah, quanto mi piacciono i ventilatori e il loro frullìo stanco e monotono. Mi piace controllare la presenza di tutto il necessario per il bagno; saponi, sciampo e quella roba là. Mi piace che la tavoletta del water sia fasciata dalla striscia di carta che ne garantisce la perfetta igiene, anche se non ho mai compreso come una fascetta di carta possa garantire una cosa del genere. Mi piace soffermarmi a leggere le condizioni affisse sul lato interno della porta, e in particolare mi piace leggere che sono tenuto a lasciare la stanza entro le ore 12 antimeridiane. Poi mi piace valutare la differenza di prezzo tra bassa e alta stagione. Mi piace studiare le piantine nelle quali è evidenziato il percorso da seguire in caso di incendio, anche se sono certo che nel panico di un incendio non sarei mai capace di seguire alcun percorso. Mi piace la solitudine delle stanze d’albergo, una solitudine speciale che è in parte tua e in parte della stanza e ti resta appiccicata addosso anche quando esci dall’albergo e giri per la città, tra gli indigeni.

L’ospite

E mi piace una serie di altre cose che non sto qui a elencare perché sono tutte cose delle quali chiunque può avere esperienza, e comunque riconducibili allo stato di “ospite” cui si assurge dimorando in un albergo. Mi piace un sacco essere ospite. Ma solo ospite di un albergo. Essere ospite di amici invece mi mette a disagio, anche se alla fine può rivelarsi più piacevole e confortevole dell’essere ospite di un albergo. E comunque sia, preferisco sempre essere ospite di un albergo, perché, come dicevo, io ho un debole per gli alberghi.


Il libro

Tommaso Pincio, Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, Laterza, Roma-Bari, 2011

L’autore

La libreria

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Sempre più blu, Antonio Sciotto

15 aprile 2011

Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi è il libro di Antonio Sciotto edito da Laterza, che racconta la condizione degli operai di questi anni.

Lottano con le bollette, l’affitto, il mutuo. La crisi li costringe a farsi la guerra per conquistarsi brandelli di lavoro nero e arrotondare la cassa integrazione. Molti salgono sui tetti e imitano i reality per non essere invisibili, per infilare la loro storia nel circuito dei media. Qualcuno fa gli straordinari per pagarsi la cocaina e magari lavorare meglio. Sono gli operai del dopo Novecento, del dopo ideologie, i post-operai.


Nell’87 Gad Lerner aveva raccontato le prime incrinature di quel mito, raccogliendo in Operai (ristampato da Feltrinelli) le storie di vita quotidiana delle tute blu di Mirafiori sconfitti sette anni prima da Romiti.

Oggi la realtà è ancora più ostile. La crisi ha accentuato la disperazione. Nel Nordest, altro luogo mitico del lavoro italiano, si suicidano anche i padroni. Per non reggere l’onta del fallimento o il terrore della disperazione.

Il testo è tratto dall’articolo di Paolo Griseri sul Venerdì di Repubblica, 15/04/ 2011

Il libro

Antonio Sciotto, Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi, Laterza, Roma-Bari, 2011

Il libro di Lerner

Gad Lerner, Operai. Viaggio all’interno della Fiat. La vita, le case, le fabbriche di una classe che non c’è più, Feltrinelli, Milano, 1987 (2010)

Libri associati

Gerhard Ritter,

Eric Hobsbawm,

La libreria

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