Archive for the ‘Psicologia’ Category

The Better Angels of Our Nature. Why Violence Has Declined, Steven Pinker

14 dicembre 2011

 

 

 

Con The Better Angels of our Nature, Steven Pinker accende un grande dibattito. Il libro è un tomo di ottocento pagine edito dalla Penguin. L’autore un illustre psicologo della Harvard University Press, già autore di Tabula Rasa pubblicato in Italia da Mondadori.

L’umanità non sarabbe mai stata così pacifica e altruista. Egli sostiene che il migliore e meno apprezzato aspetto del nostro tempo, è che viviamo nel più pacifico, tollerante e altruista periodo che la storia abbia mai conosciuto. Non è la prima volta che il 57enne psicologo canadese è al centro di dispute accademiche. Con la pubblicazione nel 2002 di The Blank Slate (Tabula Rasa, Mondadori), attaccò il concetto che la mente umana sia come una lavagna bianca, che educazione e società possono riempire a piacere. Secondo lui, invece, l’evoluzione ci ha dotato di tratti mentali precostituiti, che non ci rendono né intrinsecamente violenti, come pensava Hobbes, né intrinsecamente buoni, come pensava Rousseau. Piuttosto, a secondo delle epoche storiche e delle norme sociali prevalenti, per ottenere i nostri fini utilizziamo, in un mix variabile, cinque strumenti negativi innati (violenza predatoria e ideologica, dominanza, vendetta e sadismo) e quattro positivi (empatia, autocontrollo, senso morale e ragione). L’era che stiamo vivendo è appunto quella in cui i quattro angeli della nostra natura stanno godendosi il loro trionfo.

 

Il testo è tratto dal’articolo di Alex Saragosa pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 9-12-11

 

We’ve all had the experience of reading about a bloody war or shocking crime and asking, “What is the world coming to?” But we seldom ask, “How bad was the world in the past?” In this startling new book, the bestselling cognitive scientist Steven Pinker shows that the world of the past was much worse. With the help of more than a hundred graphs and maps, he presents some astonishing numbers. Tribal warfare was nine times as deadly as war and genocide in the 20th century. The murder rate of Medieval Europe was more than thirty times what it is today. Slavery, sadistic punishments, and frivolous executions were unexceptionable features of life for millennia, then suddenly were targeted for abolition. Wars between developed countries have vanished, and even in the developing world, wars kill a fraction of the people they did a few decades ago. Rape, battering, hate crimes, deadly riots, child abuse, cruelty to animals—all substantially down. How could this have happened, if human nature has not changed? What led people to stop sacrificing children, stabbing each other at the dinner table, or burning cats and disemboweling criminals as forms of popular entertainment? The key to explaining the decline of violence, he argues, is to understand the inner demons that incline us toward violence (such as revenge, sadism, and tribalism) and the better angels that steer us away. Thanks to the spread of government, literacy, trade, and cosmopolitanism, we increasingly control our impulses, empathize with others, bargain rather than plunder, debunk toxic ideologies, and deploy our powers of reason to reduce the temptations of violence. With the panache and intellectual zeal that have made his earlier books international bestsellers and literary classics, he will force you to rethink your deepest beliefs about progress, modernity, and human nature. This gripping book is sure to be among the most debated of the century so far.

 

 

Il testo in corsivo è tratto dal sito dell’autore

 

 

 

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Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico

25 novembre 2011

 

 

 

In Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico sostengono che la rigida demarcazione tra scienza e non-scienza. In realtà, la conoscenza è un sistema dinamico che “si sviluppa anche pescando nelle acque non sempre limpide delle “visioni oscure” e cresce depurandole via via”.

Emblematico, da questo punto di vista, è il lungo dialogo (riassunto e analizzato in questo libro) tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung, tra uno dei più grandi fisici del secolo scorso e il padre della psicologia analitica. Un libro denso di spunti e di stimolanti riflessioni sostenute da una ricca messe di citazioni. Nel 1930, quando si rivolge a Jung, Pauli è professore di fisica teorica al Politecnico di Zurigo. A soli trent’anni è un’autorità nel campo della nuova fisica quantistica (il suo principio di esclusione gli varrà il premio Nobel nel 1945) ma è anche una persona afflitta da gravi disturbi psichici. A seguito del trauma provocato dal suicidio della madre dopo la scoperta che il marito aveva un’amante, e di un matrimonio fallimentare durato poche settimane con una cantante di un locale notturno, cade in preda dell’alcolismo, diventa protagonista di diverbi e scontri fisici nei bar di Zurigo di cui è assiduo frequentatore. Il grande psicanalista lo trova così “stracolmo di materiale arcaico” che, “per evitare ogni influenza” da parte sua, lo affida a una sua allieva, con la quale intraprenderà un percorso analitico durato cinque mesi, punteggiato da un numero straordinario di sogni. “Non fu intrapresa interpretazione degna di nota – ricordava Jung – poiché il sognatore, in virtù della sua eccellente disciplina scientifica e delle sue doti personali, non aveva bisogno di alcun aiuto da parte di terzi”.
Solo un paio d’anni dopo entrò in analisi con “il maestro”, stabilendo con lui un sodalizio intellettuale, nutrito da un fitto carteggio durato oltre un quarto di secolo fino alla sua morte. Dapprima curioso, poi sempre più entusiasta, Pauli fece propri concetti junghiani come quelli di simbolo e di archetipo che egli riconobbe all’origine della scienza moderna in un celebre saggio su Keplero e l’influenza delle immagini archetipiche sulle sue teorie astronomiche. D’altra parte, come mostrano Tagliagambe e Malinconico, Jung giunse all’individuazione degli archetipi come forme imprescindibili per l’organizzazione dei contenuti dell’esperienza psichica cosciente anche grazie al suo dialogo con Pauli.
Quel loro sodalizio intellettuale culminò nella pubblicazione di un saggio a due mani, Naturklärung und Psyche, il saggio da cui prendono le mosse i nostri autori.

 

 

 

Il testo è tratto da un articolo di Umberto Bottazzini sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 20-11-2011

 

 

 

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Thinking, Fast and Slow, Daniel Kahneman

12 novembre 2011

 

 

 

 

Con Thinking, Fast and Slow, Daniel Kahneman scrive un Bildungsroman della mente che pensa se stessa. Il primo libro che lo psicologo israeliano e premio Nobel per l’Economia rivolge agli specialisti della disciplina. Quarant’anni di ricerche ed esperimenti sui meccanismi cognitivi che si celano dietro al nostro agire quotidiano sono ripercorsi attraverso l’avventura di due peculiari protagonisti: il sistema 1 e il sistema 2. Sullo sfondo, una nuova concezione della razionalità umana, meno idealizzata e assoluta, ma più realistica e aderente alle reali capacità della nostra mente. In prospettiva, un modo per non farsi manipolare da chi sfrutta cinicamente la nostra vulnerabilità cognitiva, e quindi potenzialmente per vivere vite più lunghe, sane e felici.

L’avventura inizia a Gerusalemme: alla fine degli anni Sessanta, Daniel invita per un seminario alla Hebrew University il suo di poco più giovane collega Amos Tversky. Amos è la stella nascente della psicologia della decisione, chi lo conosce lo descrive come “la persona più intelligente che avesse mai incontrato”. “Le persone sono naturalmente capaci di ragionare in modo statistico?”, lo incalzò Kahneman. Se oggi sappiamo che la risposta è negativa è grazie a loro. Né i profani, né gli esperti sono statistici intuitivi; e neppure logici ed economisti. Sbagliamo nel trafficare con le probabilità, con le deduzioni e con l’analisi costi e benefici. L’intuizione ci porta fuori strada. Lo fa sistematicamente. La direzione di questi sbagli esige una spiegazione. E la spiegazione ci svela come funzioniamo. Un lavoro quasi archeologico dove si cerca di immaginarsi il tutto partendo da alcuni reperti, ovvero i risultati degli esperimenti. Nei trent’anni che seguirono quell’incontro – Tversky morirà di tumore nel 1996, il libro è dedicato a lui – i ritrovamenti furono molti ed entusiasmanti. In questo libro Kahneman dice di poterli ricondurre a un comune denominatore. È tutta una questione di lentezza (o di velocità). Pensiero veloce e pensiero lento sottostanno ai processi cognitivi, e sono impersonificati, rispettivamente, dal sistema 1 e dal sistema 2 (ma, dice Kahneman, se li avessi chiamati “Joe” e “Bob” sarebbe andato altrettanto bene). Il sistema 1 è intuitivo, impulsivo, associativo (adora saltare alle conclusioni), automatico, inconscio (non sa perché fa quello che fa), veloce, ecologico ed economico (spreca letteralmente poca energia, cioè glucosio). Il sistema 2 è consapevole, deliberativo, lento, se non addirittura pigro, faticoso da avviare, riflessivo, educabile ed educato, costoso in termine di consumo energetico.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Matteo Motterlini pubblicato sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 06-11-11

 

 

 

 

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The Basic Law of Human Stupidity, Carlo M. Cipolla

24 ottobre 2011

 

 

 

The Basic Law of Human Stupidity, per dirla con Carlo M. Cipolla, racconta la stupidità umana, ovvero “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”.

Trentacinque anni fa questo libro l’autore lo regalava a pochi amici. Paradossalmente solo oggi tutti potranno leggere il testo originale dopo che in tante lingue è diventato un bestseller. Nessuno invece potrà mai leggere il seguito alle Leggi fondamentali che lui avrebbe voluto intitolare I rumpbal nella storia.

 

 

Siamo nel 1973. Carlo M. Cipolla chiede alla casa editrice bolognese, per la quale sta per pubblicare la traduzione della Storia economica dell’Europa pre-industriale, di stampare un breve testo in inglese che intende regalare agli amici per Natale. Si tratta di una deliziosa (auto)parodia del modo di fare storia economica dell’antichità e del Medioevo. Il commercio delle spezie, in particolare del pepe, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo. Nell’agosto 1976, l’autore chiede di stampare con le stesse modalità un altro breve testo in inglese: The Basic Law of Human Stupidity. Il Mulino ne tira un centinaio di copie numerate e l’autore le regala agli amici. Sulla base dell’analisi dei danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso e di quelli che procura agli altri, e data la definizione per cui “una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o adirittura subendo un danno”, l’autore costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare con precisione i tipi degli intelligenti, degli sprovveduti, dei banditi e degli stupidi, dal quale si evince tra l’altro che “lo stupido è più pericoloso del bandito”. Con questa deliziosa parodia sembra aver scoperto le leggi della stupidità. Per anni però si rifiuta di tradurre il testo in italiano. Impossibile rendere lo humour swiftiano dell’originale. Ma le pressioni crescono, il passaparola si diffonde e nel 1987 accetta di far tradurre i due testi e di riunirli in Allegro ma non troppo, uscito nel 1988. A mancare all’appello era una vera edizione inglese o americana. La soluzione si è raggiunta il 3 novembre 2011 con la pubblicazione del volume per i tipi del grande editore bolognese.

 

 

 

Il testo riprende l’articolo di Armando Massarenti pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore

 

 

 

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Occorre correggere Wikipedia (cui rimanda il link di questa foto): la M. del nome dell’autore non sta per Maria. Non sta per niente: l’autore la usò nel 1950 per riempire uno spazio richiesto mentre compilava i moduli d’iscrizione all’università di Berkely.

 

 

 

 

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Self Comes to Mind. Constructing the Conscious Brain, Antonio Damasio

16 ottobre 2011

 

 

 

In Self Comes to Mind. Constructing the Conscious Brain, Antonio Damasio rilancia l’importanza primaria del tronco encefalitico nel cammino della mente verso l’io.

È questo un approccio ricco di suggestioni non sempre ben corroborate. Il filosofo John Searle lo ha ringraziato per avergli chiarito tramite email quel che voleva dire. Tuttavia, pur apprezzando il libro, pensa però che non sia sulla buona strada. Neanche la recensione-saggio che Searle gli ha fatto sul New York Review of Books – il 9 giugno 2011 – aiuta a capire il lavoro dell’autore.

 

Quel che possiamo dire è che la ricerca naturalistica ha trovato aree della corteccia attive nelle attività di mente e coscienza, delle quali, entro certi limiti, si conoscono le attività elettro-chimmiche. La metodologia della ricerca, che cerca di capire se e in che misura la correlazione fra eventi mentali e aree cerebrali attive è causale, è ben strutturata, e i protocolli che accompagnano le comunicazioni sono dettagliati ed esaurienti. La ricerca punta alla conoscenza delle connessioni fra le aree corticali e sottocorticali, alla plasticità della corteccia a seconda delle esperienze, al ruolo dei geni e della distribuzione causale dei neuroni, alle conseguenze dell’invecchiamento sui processi cognitivi. La scoperta della sincronizzazione delle cellule di reti neurali geneticamente omogenee nei processi della coscienza è stata, ad esempio, fondamentale per capire la formazione e il funzionamento delle mappe neuronali. (…) Per l’autore l primo passo del cervello sulla via della coscienza  sarebbe la mente inconscia, risultato dell’aggregazione di mappe corticali flessibili diffuse in tutto il cervello. (…) L’unica interpretazione possibile è che la mente inconscia, primo passo dei meccanismi del cervello verso la coscienza, sarebbe l’insieme di ciò che si percepisce, prima che sia percepito. Il cervello crea l’io, il Self, di cui l’autore – riprendendo in parte William James – descrive tre stadi e che considera essenzialmente costituito da qualia (senso di piacere, dolore, il senso dell’esperienza ecc…). Quando l’Io, che non è un nucleo del cervello, ma un processo nervoso, si aggiunge al processo fino allora inconscio della mente, nasce la coscienza, che è “uno stato della mente in cui c’è la conoscenza di se stessi e dell’ambiente”. (…) Pagine non prive d’interesse su descrizioni fenomenologiche dei qualia, del feeling delle emozioni, della memoria si alternano a modelli speculativi d’eventi per i quali l’approcco naturalistico sarebbe indispensabile. Questo libro è la conferma che le riflessioni sulla coscienza senza riferimenti ai correlati nervosi sono costruzioni spesso lussureggianti, ma che non spiegano nulla.

 

Il testo è l’articolo di Arnaldo Benini sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore il 25-09-11

L’immagine in apertura è un’illustrazione di Anna Godeassi

 

 

 

 

Il libro

Antonio Damasio, Self Comes to Mind. Constructing the Conscious Brain, Cornerstone, London, 2010

 

 

 

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Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto

25 luglio 2011

 

 

 

 

Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico degli psicologi Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto (Università di Padova) è un lavoro di ricerca sui fatti del G8 di Genova, e, precisamente, sulle loro conseguenze psicologiche e sociali.

Il testo è tratto dal blog Nazione Indiana. L’autore Francesco Forlani scrive: “Ho chiesto a Maria Liguori di mandarmi per Nazione Indiana un piccolo estratto del libro da loro appena pubblicato”.

 

Tanto si è detto, del terribile che vi è stato in questa vicenda, e in questi giorni riviviamo emozioni,riformuliamo ipotesi e ci guardiamo le spalle. Maria Liguori

 

 

L’Italia è un Paese caratterizzato da innumerevoli conflitti tra memorie divise. Per citare solo uno dei più recenti volumi di storia contemporanea, quello di John Foot, sin dal titolo si parla di Fratture d’Italia (2009). Tante sono le fratture che incrinano l’unità del nostro Paese, generando memorie belligeranti e afflizioni individuali. E una di queste è sicuramente il G8 di Genova.
Dieci anni sono ormai trascorsi da quelle giornate. Nonostante ciò, è un evento che continua a rimanere impresso nell’immaginario collettivo. Difficile dimenticare quei drammatici accadimenti, grazie a fotografie e video visibili per tutti, anche per chi non era a Genova in quei giorni. Immagini che ci hanno permesso di assistere agli scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e osservare il trasferimento in barella di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla vicenda di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le polemiche sulle sentenze.

Che cosa resta di Genova, oggi? Un senso diffuso di ingiustizia, una grande sofferenza umana, una forte sfiducia tra cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. Sicuramente un’eredità pesante. E un pensiero assai diffuso nel nostro Paese sembra voler indossare il “salvagente del tempo”. Nella speranza che il tempo sia il grande guaritore che lenisce e sana le ferite. Quasi che a far decantare la sofferenza, essa svanisca. E che il risentimento covato dall’ingiustizia patita possa essere eroso dal lavorio della dimenticanza. Grazie agli storici e agli studiosi di memoria sappiamo però che il tempo non è di per sé una medicina. Con una frase ricorrente, essi ci avvertono che “tutto si può dire del passato, tranne che sia passato”. Sottolineando la necessità di abbandonare un simile pensiero della passività, per abbracciare invece strategie attive in grado di far fronte a questo passato che non passa.

Noi siamo psicologi sociali. Non siamo né giudici e né politici. Molto si è detto e tantissimo scritto sul G8. Tranne qualche analisi sociologica sul movimento no-global, le scienze psicosociali hanno però sostanzialmente taciuto. Noi, fin dall’inizio, siamo restati colpiti dagli avvenimenti di Genova. E soprattutto si è fatto strada nelle nostre menti una convinzione: il G8 andrà a conficcarsi nel futuro. Continuerà a parlare a noi di noi anche dopo il suo iter giudiziario. Un’impressione che, strada facendo, ha trovato sostegno in parole scientificamente istruite. Cercando di dare un nome alla natura della sofferenza prodottasi con il G8 di Genova – un diffuso trauma psicopolitico –, interrogando le pratiche sociali della memoria, affrontando il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte dei cittadini –, con le reciproche “barriere emotive” che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Il sapere delle scienze psicosociali è stata la nostra guida per muoverci lungo le vie di Genova. E siamo ben consapevoli di aver percorso solo una parte del tragitto. Così come di aver indossato particolari occhiali per vedere ciò che abbiamo visto. Arrivando persino a temere di rimanere accecati, sentendo l’esigenza di rispecchiarci in altri sguardi. (…)
Il libro è dedicato a tutti coloro che ci hanno aiutato e a tutte le vittime di qualsiasi forma di autoritarismo.

 

 

 

 

Il libro

Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori editore, Napoli, 2011

 

 

 

 

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Cosa resta del padre?, Massimo Recalcati

9 marzo 2011

 

 

 

Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna è il saggio di grande valore dello psicanalista Massimo Recalcati pubblicato da Raffaello Cortina.

Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale del discorso educativo. Non vi può essere educazione se l’imperativo che orienta il discorso sociale è un perverso Perché no? che rende insensata ogni esperienza del limite. Come introdurre la funzione virtuosa del limite se tutto sospinge verso l’apologia del consumo e dell’appagamento senza detrimenti?

 

 

 


La difficoltà in cui versa il discorso educativo è doppia:

  • da un lato difficoltà ad assumere con responsabilità la differenza generazionale introducendo il potere simbolico dell’interdizione;
  • dall’altro difficoltà nel trasmettere il desiderio da una generazione all’altra, nel dare testimonianza di cosa significhi desiderare.

Un grave problema di questi anni è l’assenza di conflittualità nei legami familiari, e in specie nel rapporto padre-figlio. Il nuovo disagio della giovinezza non è più segnato dall’Edipo, non si produce più dal conflitto tra le generazioni, dalla tragedia dell’usurpazione, bensì dall’intossicazione generata dall’eccesso di godimento e dal declino della funzione simbolica della castrazione.

 

 


 

Le angoscie dei genitori contemporanei.

La prima è dovuta all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli: esigenza inedita che ribalta il rapporto dialettico genitori-figli. L’importanza insita nel No del genitore (del padre) sta nel fatto che questa interdizione o castrazione simbolica insegna e trasferisce al figlio il significato del desiderio.

La seconda angoscia spiegata in Cosa resta del padre? è legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Ma se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini…equasi mai felici (J. P. Sartre). Ma cos’è il fallimento? Non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: ma è anche il suo rovescio. Un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione.

 

 


 

I giovani sono esposti al fallimento perché la via autentica della formazione è la via del fallimento. In questo senso loro sono più esposti alla malattia dell’inconscio: perché ci sia incontro con la verità del desiderio è necessario smarrirsi e fallire. Ed essi sanno smarrirsi e ritrovarsi. Ma perché questo avvenga è necessaria la presenza degli adulti, di un legame, di una appartenenza.

 

 

 

 

Il libro

Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011

 

 

 


 

 

 

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Da tenere d’occhio nel 2010: in uscita nei mesi di maggio e giugno

18 maggio 2010

Dal sito del Guardian i libri da tenere d’occhio in uscita a maggio e giugno 2010

Maggio
- Fiction

David Mitchell, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet (Sceptre)

Jonathan Coe , The Terrible Privacy of Maxwell Sim (Viking)

Andrew O’Hagan,  The Life and Opinions of Maf the Dog, and of His Friend Marilyn Monroe (Faber)

Alan Warner ci riporta nel mondo di The Soprano con il nuovo romanzo The Stars in the Bright Sky (Vintage)

In-Flight Entertainment (Vintage) la nuova raccolta di racconti di Helen Simpson

The Slap (Atlantic), l’edizione inglese dell’ultimo romanzo di Christos Tsiolkas, vincitore del Commonwealth Writers’ prize.

- Guerra

Dall’autore di The Perfect Storm, War by Sebastian Junger (HarperCollins)

- Tecnologia

The Googlization of Everything, by Siva Vaidhyanathan (Profile).

- Poesia

Dragon Talk, by Fleur Adcock (Bloodaxe).

- Psicologia

Why We Lie: The Source of Our Disasters, by Dorothy Rowe (HarperCollins).

- Libri per bambini

The Prince of Mist, by Carlos Ruiz Zafón (Orion) (Età 12+)

Giugno

- Fiction

L’attesissimo seguito del romanzo di Yann Martel Life of Pi, Beatrice and Virgil (Canongate)

Juan Gabriel Vasquez, scrittore sudamericano autore di  The Informers, The Secret History of Costaguana (Bloomsbury)

Joseph O’Connor, Ghost Light (Vintage).

- Letteratura

Encounter, Milan Kundera (Faber). Una nuova collezione si saggi di Milan Kundera

- Industria

The Most Powerful Idea in the World: The Story of Steam, Industry and Invention, by William Rosen (Random)

Fonte: The Guardian, Saturday 2 January 2010

Da tenere d’occhio nel 2010 – in uscita nei mesi di aprile e maggio

2 aprile 2010

Dal sito del Guardian i libri da tenere d’occhio in uscita ad aprile e maggio 2010

Aprile
- Fiction

Philip Pullman, The Good Man Jesus and the Scoundrel Christ (Canongate)

Helen Dunmore, The Betrayal (Penguin), il seguito del besteseller The Siege,

Mick Jackson, The Widow’s Tale (Faber)

Roddy Doyle completa la trilogia “The Last Roundup” su Henry Smart, The Dead Republic (Vintage). Una trilogia che attraverso gli occhi del suo protagonista racconta tutta la storia d’Irlanda nel ventesimo secolo.

Dopo Disobedience, che racconta la comunità ebraica ortodossa a Londra, il nuovo romanzo di Naomi Alderman The Lessons (Viking).

Dopo il successo del 2007 di Darkmans, il nuovo romanzo di Nicola Barker, Burley Cross Postbox Theft (Fourth Estate)

- Letteratura

Shakespeare, Sex and Love, by Stanley Wells (Oxford).

Contested Will: Who Wrote Shakespeare? by James Shapiro (Faber).

- Poesia:

White Egrets, by Derek Walcott (Faber).

- Biografia

Katherine the Queen, by Linda Porter (MacMillan).

- Fisica

The Edge of Physics: Dispatches from the Frontiers of Cosmology, by Anil Ananthaswamy (Duckworth).

Maggio
- Fiction

David Mitchell, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet (Sceptre)

Jonathan Coe , The Terrible Privacy of Maxwell Sim (Viking)

Andrew O’Hagan,  The Life and Opinions of Maf the Dog, and of His Friend Marilyn Monroe (Faber)

Alan Warner ci riporta nel mondo di The Soprano con il nuovo romanzo The Stars in the Bright Sky (Vintage)

In-Flight Entertainment (Vintage) la nuova raccolta di racconti di Helen Simpson

The Slap (Atlantic), l’edizione inglese dell’ultimo romanzo di Christos Tsiolkas, vincitore del Commonwealth Writers’ prize.

- Guerra

Dall’autore di The Perfect Storm, War by Sebastian Junger (HarperCollins)

- Tecnologia

The Googlization of Everything, by Siva Vaidhyanathan (Profile).

- Poesia

Dragon Talk, by Fleur Adcock (Bloodaxe).

- Psicologia

Why We Lie: The Source of Our Disasters, by Dorothy Rowe (HarperCollins).

- Libri per bambini

The Prince of Mist, by Carlos Ruiz Zafón (Orion) (Età 12+)

Fonte: The Guardian, Saturday 2 January 2010