Caos, territorio, arte, Elizabeth Grosz (Deleuze e l’organizzazione della Terra)

5 febbraio 2012

 

 

 

 

Caos, territorio, arte di Elizabeth Grosz riprende e reinterpreta il concetto di Deleuze di riorganizzazione della Terra.Il libro in italiano è edito da ObarraO con la traduzione di Guido Lagomarsino; l’originale inglese Chaos, Territory, Art. Deleuze and the Framing of the Earth è pubblicato dalla Columbia University Press.

L’autrice è una filosofa australiana, docente di Gender Studies alla Rutgers University negli Usa e di architettura nelle università di Bergen e di Sydney. Studiosa attenta alla filosofia francese (si è occupata di autori come Lacan e Derrida e questo libro), in questo ultimo libro ha come modello di riferimento Gilles Deleuze.

In tre brevi capitoli viene esposta un’ontologia dell’arte basata sostanzialmente su tre punti chiave: il senso del caos; la funzione della vibrazione; il concetto di sensazione. Facendo dialogare la logica della sensazione di Deleuze, i principi di selezione naturale e sessuale di Darwin e il concetto di ambiente del grande biosemiotico estone Jakob von Uexküll (ambiente come unwelt, un’isola di sensi che circonda ciascun organismo), l’autrice ci guida in un percorso teso verso le genealogie delle “origini” dell’arte, o meglio verso le origini delle sue condizioni d’esistenza, che nascono dai movimenti di separazione e nuova riaggregazione con la sfera dei fenomeni naturali, la deterritorializzazione e la riterritorializzazione rese celebri dal filosofo francese. Centralità dunque al territorio e all’azione dell’animale che lo strappa al caos, cioè alla terra. La nascita dell’impulso artistico avverrebbe poi di conseguenza, non come espressione della sola corporeità, ma come “estensione dell’imperativo architettonico di organizzare lo spazio terrestre”, dentro la sovrabbondanza terrestre, sviluppandosi “a contatto dei sistemi casa-territorio e territorio-casa”, passando però attraverso un reale, complesso, multi-situato processo di incormiciamento della terra stessa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Gianluca Pulsoni pubblicato su Alias (Il Manifesto) in data 04/02/2012

L’immagine in apertura è un’opera di Alberto Burri

 

 

 

 

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Goodbye, Columbus and Five Short Stories, Philip Roth

2 febbraio 2012

 

 

 

 

Pubblicato per la prima volta nel 1959, Goodbye, Columbus and Five Short Stories è il primo romanzo di Philip Roth.

È la storia di Neil Klugman e della bella e determinata Brenda Patimkin. Lui vive in un quartiere povero di Newark, lei nel lussuoso sobborgo di Short Hills, e si incontrano durante una vacanza estiva, tuffandosi in una relazione che ha a che fare tanto con l’amore quanto con la differenza sociale e il sospetto. Questo romanzo breve è accompagnato da cinque racconti, il cui tono va dall’iconoclasta al sorprendentemente tenero.

Con questo suo primo libro, premiato con il National Book Award, l’autore si è immediatamente affermato come scrittore dotato di un umorismo esplosivo, uno sguardo penetrante e impietoso e una grande compassione anche per i suoi personaggi più inclini all’autoinganno. A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Mr Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare. È abile, arguto, pieno d’energia, ed esegue la sua partitura da virtuoso (Saul Bellow).

Adesso Einaudi ripubblica il libro tradotto da Vincenzo Mantovani.

 

 

 

 

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Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini

29 gennaio 2012

 

 

 

 

Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Maurizio Bettini è una lucida requisitoria contro i miti dell’identità.

Si può appartenere a una tradizione senza esserne prigionieri? E si può immaginare la propria identità senza ricorrere alla metafora delle radici? La risposta è sì, basta riflettere su che cosa significa, propriamente, ciascuna di queste parole: per rendersi conto che l’identità, oggetto indefinibile, proprio per questo ha un disperato bisogno di metafore per essere maneggiato; che la tradizione non è qualcosa che si eredita per via genetica – o che la memoria trasmette meccanicamente da una generazione all’altra – ma la si costruisce e la si insegna passo dopo passo, che le radici, infine, sono un’immagine ingannevole ed escludente.

L’autore è classicista e scrittore, insegna Filologia classica all’Università di Siena, dove dirige il Centro Antropologia e Mondo Antico. Tra i suoi libri: C’era una volta il mito (Sellerio, 2007), Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008), Alle porte dei sogni (Sellerio, 2009), Affari di famiglia. La parentela nella letteratura e nella cultura antica (Il Mulino, 2009), Per vedere se (Il melangolo, 2011). Per Einaudi dirige la collana Mythologica.

 

 

Le radici cantate da Francesco Guccini non sono le stesse criticate dal prof. Bettini

 

 

 

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The Letters of Samuel Beckett, vol.1 (1929-1940), vol.2 (1941-1956), Cambridge University Press

22 gennaio 2012

 

 

 

The Letters of Samuel Beckett, vol.1 (1929-1940), vol.2 (1941-1956), pubblicato da Cambridge University Press, rivela la vera natura dello scrittore irlandese. La sua vera natura è nelle lettere. Una vita pigra e annoiata ad aspettare un riconoscimento che giunse tardi con la piece di Estragon e Vladimi. Ma alla prima non andò. Lo straordinario successo lo spiazzò (“deve esserci un malinteso” dichiarò) e mise in crisi le sue schive strategie sociali.

Si ha spesso l’impressione che piuttosto che leggere Beckett i critici lo sfruttino per dimostrare qualche teoria a loro cara. Lo si presenta come chi ha inaugurato il post-modernismo, decostruito il realismo, esaltato Joyce, poi demolito Joyce, come l’autore più ascetico e staccato dalla realtà quotidiana che mai ci sia stato, o dall’altra parte come l’esistenzialista ateo più vicino all’ordinaria decrepitudine della carne. Alla vita dalla quale è scaturita la sua straordinaria creatività, invece, si pensa poco, se non per proporre il mito dell’artista eremita lontano da ogni considerazione mondana. Adesso però con la pubblicazione dei primi due dei quattro volumi di lettere, si ha la possibilità di costruire tutt’altra immagine del progetto di Beckett e di tornare a leggerlo sgombro di vecchi pregiudizi; scoprendo innanzitutto che l’autore aveva ragione quando sosteneva che le sue opere erano di una semplicità e ovvietà esemplare.

 

 

 

 

Il testo riprende l’incipit dell’articolo di Tim Parks pubblicato dal Domenica del Sole 24 Ore in data 08/01/2012

 

 

 

 

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin

20 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin è stata di recente ristampata dalla casa editrice torinese Einaudi. Fu scritta nel 1935 e più volte rimaneggiata. Ora viene riproposta in una versione infine filologica, corredata di note e varianti, a cura di Francesco Valagussa.

 

 

 

 

Nel 1934, sei anni prima di uccidersi al confine franco-spagnolo per sfuggire alla Gestapo, l’autore pronunziò a Parigi la conferenza intitolata L’autore come produttore. Regolato sull’orologeria della battaglia antifascista, sulle sue urgenze, il testo si interrogava su come intellettuali e artisti potessero riconvertire a un pronto uso rivoluzionario le macchine. Cioè, in senso largo, i nuovi mezzi capitalistici di comunicazione e produzione culturale: stampa, radio, fotografia… Lo stesso teatro, “che invece di entrare in concorrenza con i moderni strumenti” dovrebbe “applicarli e imparare da essi”. Se non altro per spezzare la divisione del lavoro, forare la diga che separa autore e pubblico. Tra guardinghe spinte utopiche – che l’effimera esperienza proto-sovietica dell’”arte socializzata” aveva galvanizzato, ma che il patto Hitler-Stalin del ’39 avrebbe presto raso al suolo – nell’autore si andava precisando l’idea che, nella grande mobilitazione moderna, a fare arte non è più, o è sempre meno, “il soggetto quanto piuttosto l’apparato tecnico” ricorda Massimo Cacciari: “O l’arte si immerge totalmente nel sistema dell’innovazione oppure cessa di avere un significato”. Riparandosi in forme consolatorie, passatiste, contemplative. O viceversa attivamente reazionarie: come quelle che, a suo tempo, Benjamin riconosceva nella movenza futurista, con la sua estetizzazione “fascista” della macchina-nuova bellezza. Tendenza che oggi sembra prolungarsi, ma in versione postpolitica, in quei linguaggi creativi che vibrano acriticamente al brivido di ogni pseudonovità tecnologica.

La metropoli dei passages – le gallerie commerciali – , dei grandi magazzini, delle Esposizioni Universali, è apoteosi del capitale, della forma-merce che si fa forma di vita, del denaro che rende ogni cosa equivalente, qualitativamente “indifferente”; ma, per le stesse ragioni, la grande città è anche il momento che innesca la contraddizione-lavoro, la lotta di classe, la rivolta. Perciò, l’artista moderno o è metropolitano – e si carica di tutti questi contrasti – oppure non è. In un altro suo saggio recente, La città (Pazzini editore), la post-metropoli attuale è inseguita come “delirio”, cioè continua cancellazione dei vecchi confini urbani. Quelli della città fordista, strutturata secondo le esigenze di produzione industriale e scambio del vetero-capitalismo, e ancora progettabile, pianificabile. Mentre oggi “la città è ovunque. Quindi non c’è più. Si è trasformata in città-territorio” e “non è dunque programmabile”. Un monstre. “Questo è il dramma di tutti gli architetti e gli urbanisti” contemporanei. Fuori da ogni retorica sociologizzante sulle neo-metropoli liquide, dalle incessanti metamorfosi (un’ex area industriale che adesso è un’università e domani sarà centro commerciale…) – la nuova forma della città è secondo Cacciari: “un unico processo di dissoluzione di ogni identità urbana”. Una dinamica che, obbedendo alla razionalità globale del nuovo turbo-capitalismo, si rivela, allo stato, razionalmente ingovernabile. “Oggi non sembrano esserci politiche in grado di governare efficacemente i territori” dice l’ex-sindaco di Venezia. “I problemi – basti pensare al più imponente: quello ecologico – potranno essere affrontati solo a livello sovracomunale, sovrastatuale, sovranazionale”. Ma dirne di più adesso sarebbe strologare. Quel domani è terra incognita, “Hic sunt leones” sorride Cacciari.

 

 

 

Il testo riprende due brani dell’articolo di Marco Cicala pubblicato su Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

Le immagini sono opere di Roy Lichtenstein

 

 

 

 

 

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Whatever Happened to Sex in Scandinavia, Marta Kuzma e Pablo Lafuente

11 gennaio 2012

 

 

 

 

Whatever Happened to Sex in Scandinavia, a cura di Marta Kuzma e Pablo Lafuente è  un libro autonomo ma anche il catalogo a posteriori di una mostra tenutasi lo scorso anno a Oslo, presso l’Office for Contemporary Art.

 

Vienna 1968. Una ragazza con un bel cappottino porta al guinzaglio un uomo a quattro zampe. È Valie Export, star della performance femminista, insieme a quel Peter Weibel che sarebbe poi diventato un teorico dei new media. Quell’immagine può essere assunta come simbolo dello spartiacque tra un prima e un dopo, tra un tempo in cui la provocazione a sfondo erotico aveva caratteri progressivi e un tempo, il nostro, in cui l’esibizione del sesso è diventata quasi sempre un sintomo regressivo, legato al lucro della pornografia. Questo passaggio è al centro del libro.

Negli anni Sessanta “la svedese” era un mito: quella bellissima e che per di più ci sta. Dietro a questo stereotipo c’erano stati, dall’inizio del Novecento, decenni di ricerca sulla necessità di svincolare il sesso dalle nascite, sulla possibilità di considerare l’aborto una decisione libera della donna, sull’opportunità di una condivisione del potere tra maschi e femmine, sull’accettazione dell’omosessualità. Nel libro troviamo raccolti tutti i testi che hanno tessuto questa trama corale, spesso di incredibile modernità. La differenza tra l’apertura mentale scandinava e certo moralismo americano fu palpabile quando, nel 1968, il film svedese I Am Curious-Yellow di Vilgot Sjoman fu bandito negli Stati Uniti: di contenuto politico, il suo potenziale eversivo fu considerato tanto più temibile in quanto conteneva scene di nudità frontale anche maschile. Alla radice dei cambiamenti in corso, dunque anche di quel film e dello scandalo che suscitò, stavano la disgregazione della famiglia rurale, il ruolo crescente delle donne nel lavoro e la diminuzione e il controllo della prole. Sul piano teorico, furono fondamentali i testi degli psicoanalisti del dopo-Freud, da La Rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich (1936) ed Eros e Civiltà (1955) di Herbert Marcuse. La rivista Evergreen Review, organo intellettuale del mondo beat e hippie, sfidava continuamente il pubblico con immagini di nudità e amore libero commiste a saggi dotti e a testi classici censurati. (…) La Scandinavia era avamposto naturale per le tematiche della liberazione, già da quegli anni Trenta in cui Oslo era diventata una possibile via di fuga culturale dall’Europa del totalitarismo; similmente, Vienna era stata abituata alle tematiche del corpo dal movimento azionista e da un Novecento artistico fatto da ribelli come Klimt, Kokoschka o quell’Egon Schiele che chiedeva a giovani prostitute di stare ore in pose mortificanti; l’America era meno preparata a sopportare l’urto di un certo immaginario e quando questo divenne di massa – Woodstock è un buon esempio – iniziò a reagire in due modi: con la censura, da un lato, fatta di dossier dei Servizi di Stato, e dall’altro usando la libertà che avanzava come un mezzo per nutrire la società dello spettacolo. Cinema, pubblicità, gadget iniziarono a usare l’eros e non hanno più smesso.

Paradossale ma vero, i movimenti di liberazione sessuale sono stati condotti al risultato opposto: una nuova prigione, i valori della seduzione come mezzo per vendere. Già nel 1973 il filosofo Jean François Lyotard ha usato il termine svedese posering come sinonimo di mostrare il corpo (a questo punto solo femminile) come un oggetto di consumo. Dieci anni dopo il regista Harun Farocki ha prodotto un film in cui ha ricostruito il backstage di un set pornografico per “Playboy”. Ancora oggi la sessualità è un campo di battaglia con cui gli artisti , come noi tutti, facciamo costantemente i conti.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Angela Vattese pubblicato su Domenica del Sole 24 Ore in data 08/01/12

 

 

 

 

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Il Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK, James Hepburn

6 gennaio 2012

 

 

 

 

Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK è il libro inchiesta di James Hepburn (pseudonimo di autore/i sconosciuto/i) che uscirà in Italia, con un’intervista di Stefania Limiti a William Turner e una postfazione di Paolo Cucchiarelli, nel mese di gennaio 2012. La casa editrice è la romana Nutrimenti.

 

 

Dopo l’omicidio di Dallas la famiglia del presidente incaricò un gruppo di detective francesi e sovietici di indagare. Le conclusioni furono pubblicate in un libro (in Italia promosso da Agnelli) che scomparve dalle librerie di tutto il mondo. E ora riemerge.

 

 

Nell’agosto scorso sono state divulgate le conversazioni tra Jackie, moglie di John Kennedy, e Arthur Schlesinger, allora portavoce del presidente, nelle quali si accusa il successore Lyndon Johnson di essere stato uno degli ispiratori del complotto. E il prossimo anno cade il cinquantenario dell’omicidio politico che ha cambiato il mondo. Saranno desecretati i documenti top secret sul caso Kennedy. L’inchiesta che anima il libro fu voluta direttamente da Robert Kennedy, il fratello di JFK, ministro della giustizia quando John venne assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre del 1963. Robert venne ucciso a sua volta a Los Angeles nel giugno di cinque anni dopo. Il libro – inchiesta a doppia firma Sdece/Kgb – la redassero, appunto, i servizi segreti francese e sovietico.

 

 

 

Le immagini sono fotografie di Paul Fusco relative al saluto della popolazione americana al passaggio del treno con la salma di Robert Kennedy

Il testo è tratto dall’articolo di Piero Melati pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 06/01/2012

 

 

 

 

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I libri di Piero Coppo: il padre dell’etnopsichiatria. Con citazione di Frantz Fanon

4 gennaio 2012

 

 

 

Piero Coppo è il padre italiano dell’etnopsichiatria. Per presentarlo utilizzo una citazione da Frantz Fanon. Neuropsichiatra e psicoterapeuta, Coppo insegna Etnopsichiatria all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come consulente dell’OMS ed esperto del Ministero degli Esteri italiano, ha lavorato a lungo in Mali e in Guatemala, in programmi di cooperazione sulla medicina tradizionale. Per Bollati Boringhieri ha pubblicato: Guaritori di follia. Storie dell’altopiano Dogon (1994), Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003), Le ragioni del dolore. Etnopsichiatria della depressione (2005), Negoziare con il male. Stregoneria e controstregoneria Dogon (2007). È anche autore di Etnopsichiatria (Il Saggiatore, 1996) e Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale (Colibrì, 1998).

 

Frantz Fanon nacque nel 1925 in Martinica da una famiglia borghese. Era “negro”: ebbe così modo di sperimentare gli effetti di questa qualità somatica negli svariati contesti che gli capitò di attraversare nella sua breve vita. Dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale combattendo con la Resistenza britannica,  poi con quella francese, nel 1951 si laureò in Medicina a Lione, e l’anno successivo iniziò a lavorare come psichiatra, prima a Saint-Alban, poi nel manicomio di Blida, in Algeria, dove raccolse dai suoi pazienti testimonianze dirette delle torture subite. Dopo tre anni rassegnò le dimissioni, con una lettera in cui accennava alla insopportabile contraddizione tra gli scopi della sua professione e il ruolo politico che, come dipendente dell’amministrazione coloniale, si trovava a ricoprire.

Se la psichiatria è la tecnica medica che si propone di consentire all’uomo di non essere più estraneo al suo ambiente, ho il dovere di dichiarare che l’arabo, alienato cronico nel proprio paese, vive in uno stato di totale spersonalizzazione… I fatti d’Algeria sono la conseguenza logica di un tentativo abortito di privare un popolo del suo cervello (da Lettera al Ministro residente, 1956, pag. 104)

Del 1961,  l’anno della sua morte, è la pubblicazione del suo ultimo scritto, I dannati della Terra, sorta di testamento politico prefato da Jean-Paul Sartre. Nel libro insorge contro l’esclusione di un miliardo e mezzo di uomini da parte di una minoranza tracotante e afferma che l’unica via di liberazione dal colonialismo è la lotta armata, rifiutando di riconoscere qualsiasi partito politico non generato direttamente nel corso della lotta.

Né Freud né Adler e neppure il cosmico Jung, nel corso delle loro ricerche, hanno pensato ai negri. Troppo spesso si dimentica che la nevrosi non è costitutiva della realtà umana. Lo si voglia o no, il complesso di Edipo fra i negri non è affatto sul punto di comparire. Ci si potrebbe far notare, con Malinowski, che il solo responsabile di questa assenza è il regime matriarcale. Ma, a parte il fatto che noi potremmo domandarci se gli etnologi, imbevuti del complesso della loro civiltà, non si sono sforzati di ritrovarne la copia presso i popoli da essi studiati, ci sarebbe relativamente facile dimostrare che nelle Antille francesi il novantasette per cento delle famiglie non possono dare origine a una nevrosi edipica. Incapacità di cui noi ci rallegriamo moltissimo. ( da Il negro e l’altro, Il Saggiatore, Milano, 1965)

 

 

 

 

Il testo della citazione è tratto dal volume Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003)

L’immagine in apertura è una fotografia di George Rodger

 

 

 

 

 

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Dizionario amoroso degli esploratori, Michel Le Bris

30 dicembre 2011

 

 

 

Dizionario amoroso degli esploratori di Michel Le Bris è  un libro in cui, anziché ritrovarsi, splendidamente ci si perde. Labirinti, polverosi portolani, oceani di cose e di nomi irti di scogliere e cime tempestose.

 

L’autore, bretone marchiato dalla sua terra favolosa fin nel nome bisillabo tranchant come il bompresso di un brigantino, è un barbuto baleniere nell’anima, navigatore indomito di spazi illimitati, editore, scrittore e patron dei viaggiatori armati di penna di mezzo mondo. Egli  ha scritto un tomo di mille pagine che non è un Baedeker ma semplicemente la riproduzione della sua soffitta di Morlaix, quella dove si rifugiava dopo aver visto partire le grandi navi dai ventosi faraglioni del Nordovest, per squadernare al riparo dalla pioggia vecchi diari di viaggio illustrati, in quel pendolarismo talmudico fra il “fuori” e il “dentro”, la tana e gli spazi aperti, che sta alla base del sogno.

 

 

“Il fuori guarisce” dice Nicolas Bouvier, di cui Le Bris è stato editore e amico profondo, Bouvier autore di uno dei massimi libri di viaggio del ventesimo secolo, La polvere del mondo.

 

 

Attraverso la sfolgorante traduzione di Vera Verdiani che, lavorando sul polacco, ci ha già reso conoscibile Kapuscinski, entri in un percorso che non ha nulla di sistematico, in una soffitta dell’infanzia dove trovi il Passaggio a Nordovest ma anche la favolosa terra di Thule, la mappa della Patagonia e quella dell’Isola del Tesoro, Fridtjof Nansen monumento dell’esplorazione polare e un emerito bugiardo come Daniel Defoe, autore di un libro sul Madagascar nel quale non aveva mai messo piede. In questo spazio dei libri “amati” (da qui il magnifico titolo) lo Stretto di Magellano sta sullo stesso scaffale del regno perduto di Oz e del favoloso El Dorado. E attorno a te si affollano razziatori di antichità e atletici vincitori dell’impossibile, eccentriche ribelli vittoriane e imperturbabili originali come James Bruce, le cui avventure parvero così folli (eppur vere, tanto che fu riabilitato un secolo dopo) da ispirare la presa in giro de Il Barone di Münchausen di Rudolf Erich Raspe. A Carl Ethan Clarence Akeley, l’ineguagliabile impagliatore di elefanti-giganti poi diventato protettore degli ultimi gorilla, viene così dedicato più spazio che a Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud. I viaggi, come i libri, son fatti per ribaltare i luoghi comuni ed ecco che accanto a Marco Polo sbuca Rabban Sauma, un monaco cristiano cinese che negli stessi anni viaggia fino a Roma e oltre con una missiva del Khan per il Papa. Accanto alla “nostra” scoperta dell’America, Le Bris ci svela il suo contrario, la scoperta del Mondo Antico da parte dei pellirosse che nel 1509 attraversano l’Atlantico in canotto solo per vedere da dove viene l’uomo bianco. “Nihil ultra”, di là non c’è nulla, aveva inciso Ercole sulle colonne, ma l’Autore dissente, al punto di proclamare come incipit: “Di là c’è qualcosa”. Anzi, di là c’è “sempre” qualcosa. Basta uscire di casa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Paolo Rumiz pubblicato su Repubblica in data 29-12-11

L’immagine in apertura è un dipinto di William Turner

 

 

 

 

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Deng Xiaoping and the Transformation of China, Ezra F. Vogel

29 dicembre 2011

 

 

 

Deng Xiaoping and the Transformation of China di Ezra Feivel Vogel è un grande libro. Alcuni tra i più prestigiosi newspapers americani lo hanno inserito tra i migliori libri dell’anno 2011.

 

L’autore è professore emerito di Scienze sociali alla Harvard University. Forse nessun’altro studioso della storia, della società e della cultura cinese contemporanea meglio di lui avrebbe potuto addentrarsi nel vortice dei mutamenti del terzo paese del pianeta per estensione del territorio, secondo per volume dell’indotto dell’economia e primo per numero di abitanti.

 

Il personaggio cui ruota attorno questo studio è la personificazione del “mutamento cinese”. Forse nessun’altro nel corso del ventesimo secolo ha avuto un impatto più radicale e duraturo sulla storia  del mondo. Deng Xiaoping fu descritto da Mao Tse-Tung come un ago dentro una palla di cotone. Egli fu la guida pragmatica ed estremamente lucida alle spalle della rivoluzione economica della Cina nella seconda metà, e ancora di più, nell’ultimo quarto di secolo. Affrontò i danni prodotti dalla Rivoluzione Culturale, dissolse il culto della figura di Mao, spezzò le politiche che avevano imbrigliato l’economia del paese. Ossessionato dalla crescita economica e tecnologica, allacciò fondamentali rapporti commerciali con l’Occidente. Allo stesso tempo fu un capo autoritario: si ricordi il giro di vite ordinato in Piazza Tiananmen nel 1989.

 

 

Dopo aver studiato in Francia e in Russia, dove scoprì il Marxismo e il Leninismo, ritornò nel 1927 in Cina. Due anni dopo guidò la sommossa della provincia di Guangxi contro il governo del Kuomintang. Ben presto la rivolta fallì e lui si spostò nell’Area del Soviet Centrale nella provincia dello Jiangxi. Fu un veterano della Lunga Marcia, durante la quale servì come Segretario Generale del Consiglio Centrale del Partito Comunista. Da commissario politico sotto Liu Bocheng, organizzò importanti campagne militari durante la guerra con il Giappone contro il Kuomingtang, durante la Guerra Civile. Essendo un sostenitore di Mao Tse-tung,  fu incaricato dallo stesso Mao di ricoprire nel nuovo governo cariche importanti. Nel 1957, dopo aver appoggiato ufficialmente Mao nella sua Campagna Anti-Conservatrice, divenne Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dirigendo gli affari quotidiani del paese assieme al Presidente Liu Shaoqi. Al crescere del disincanto nei confronti del grande balzo in avanti di Mao, Deng e Liu, all’interno del PCC, acquisirono sempre più influenza e potere. Attuarono delle riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Deng e Liu collaborarono con tenacia, per adottare una linea politica più concreta, in opposizione alle idee radicali di Mao. Gradualmente emerse come leader de-facto della più popolosa nazione del mondo nei primi anni successivi alla morte di Mao nel 1976.  Una volta al potere, egli si accorse della necessità di smontare parte dell’impalcatura culturale ed economica costruita da Mao e da lui nel corso di più di cinquant’anni: e lo fece. Faceva parte anche lui di quella manciata di contadini rivoluzionari che aveva condotto la Cina: un gruppo che include Mao Tse-tung e i fondatori delle dinastie Han e Ming.

 

 

 

 

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The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo

23 dicembre 2011

 

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo è uno dei libri più importanti degli ultimi anni. È una raccolta di racconti – la prima dell’autore – uscita negli Stati Uniti da Scribner. La raccolta comprende le storie brevi composte dallo scrittore nella sua quarantennale carriera, parallelamente ai quindici romanzi. Questo libro, appena uscito, è stato accolto con entusiamo dall’intera critica di lingua inglese. Nove racconti, ognuno accompagnato da un’illustrazione, raccolti in ordine cronologico, con tanto di date, all’interno di tre sezioni. Il libro dà l’impressione di essere a un tempo sgargiante e riservato, arioso ed ermetico. La storia che dà il titolo al libro ha per protagoniste due monache che portano cibo e consolazione a uomini e donne di ogni età, gli sconfitti nella terra delle opportunità. Una vicenda di redenzione che parte dall’omicidio di una bambina di nome Esmeralda, con un personaggio che si chiama Ismael (chiaro il riferimento a Moby Dick).

 

Quando noi diciamo di amare uno scrittore, noi distorciamo la verità: quello che intendiamo dire è di amare una parte dello scrittore. Talvolta la sua metà, talvolta più, talvolta meno. La grande presenza di Joyce nella letteratura del ’900 si deve soprattutto a Ulysses, meno a Dubliners. Possiamo gettare via i tre tentativi di “romanzi completi” di Kafka, senza eliminare la sua stravolgente originalità. George Eliot ci ha dato un solo libro leggibile, e questo è diventato l’archetipo della Anglophone novel. Ogni pagina di Dickens contiene un paragrafo che anima ed eccita, e uno che respinge (…) Milton consiste nel Paradise Lost. Anche William Shakespeare, che in genere elude ogni limite mortale, cade sotto questa legge (…) Io amo l’opera di Don DeLillo; questo equivale a dire amo End Zone (1972), Running Dog (1978), White Noise (1985), Libra (1988), Mao II (1991), e la prima e l’ultima parte di Underworld (1997).

 

 

 

Il primo brano è tratto dall’articolo di Antonio Monda pubblicato su Repubblica in data 22-12-11

Il secondo brano è tratto (e tradotto) dall’articolo di Martin Amis pubblicato sul New Yorker in data 21-11-11

 

 

 

Il libro

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Scribner Book Company, 2011

 

 

 

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Storia culturale della fotografia italiana e La Fotografia. Le origini 1839-1890 : libri sulla storia della fotografia

21 dicembre 2011

 

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) e La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) sono due importanti volumi sulla storia della fotografia.

Il 7 gennaio 1839 all’Académie des Sciences di Parigi viene dato l’annuncio che è stato scoperto “un metodo per fissare le immagini che si dipingono da soledentro una camera oscura”. La tecnica viene chiamata dagherrotipia dal nome di Jacques-Mandé Daguerre, ma già dodici anni prima Nicéphore Niépce, appassionato di chimica e incisione, aveva realizzato la più antica immagine fotografica. Niépce però moriva nel 1833 e il suo nome verrà dimenticato da chi ha perfezionato e reso accessibile il procedimento fotografico. Non è che la prima delle infinite questioni che raccontano una storia decisiva per la contemporaneità, e tuttavia in Italia a lungo sottovalutata. Nelle nostre università i corsi di Storia della Fotografia sono arrivati da poco più di vent’anni, e stanno già cominciando a sparire.

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) è l’opera curata da Antonella Russo, studiosa di spicco e allieva del grande storico della fotografia Beaumont Newhall, che intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana rispetto alla più generale storia della fotografia internazionale, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale. La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) è un’opera maestosa che ha sfornato ora il primo dei suoi quattro volumi. Si è scelto di utilizzare una voce narrante costituita da brevi monografie, scritte da Francesco Zanot, incentrate su quello che può definirsi il destino pubblico della fotografia: testi dedicati a mostre, libri, eventi, protagonisti che hanno segnato profondamente il discorso fotografico nelle sue diverse incarnazioni, attraverso numerose e spesso sorprendenti immagini emblematiche e simboliche.
La lettura è completata da saggi affidati a tre noti studiosi internazionali: Quentin Bajac, che si concentra sulla percezione della fotografia alla sua nascita; Elizabeth Siegel, che affronta le vicende della pratica dell’album fotografico, e cioè di quella fotografia privata e apparentemente “senza storia”, e Walter Guadagnini – curatore dell’intera collana –, che colloca in una prospettiva storica uno degli usi più comuni del mezzo fotografico, quello del racconto di viaggio e dell’incontro con l’altro da sé, il diverso, il nuovo.

 

Le immagini sono fotografie di Henri Cartier-Bresson
Il brano in corsivo è tratto dall’articolo di Matteo Nucci pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 16-12-11

 

 

 

 

I libri

 

 

 

 

 

 

 

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La libreria consiglia: Ragazzo di città, Edmund White

19 dicembre 2011

 

 

 

Con Ragazzo di città (traduzione di Alessandro Bocchi), Edmund White (all’età di settant’anni) ci regala forse il suo libro più bello. È un libro di ritratti. C’è prima di tutto l’autoritratto del giovane scrittore, giovane, timido e un po’ imbranato ragazzo del Midwest che nel 1962 arriva a New York e da lì costruisce, a volte a fatica, la sua carriera di scrittore. Racconta i suoi lavori, le sue prime esperienze letterarie, i suoi traslochi, i suoi viaggi, i suoi amori, le sue frequentazioni. Ci regala poi un bellissimo ritratto di città. Prima di tutto di New York (che domina dalla prima all’ultima pagina), ma anche qua e là, di San Francisco, Parigi, Venezia e Roma. Ci porta a spasso per le strade di New York fin dalle prime righe del libro, che comincia così: “Negli anni Settanta, a New York, nessuno si svegliava prima di mezzogiorno. Era una città al collasso, pericolosa, sudicia, dove spesso latitavano i servizi essenziali”. Nelle sue pagine ritornano spesso le descrizioni di questa New York, sporca (“sulle strade si accumulavano montagne di spazzatura maleodorante”), violenta, intollerante (“noi gay portavamo al collo dei fischietti per poter chiedere aiuto ad altri gay in caso di aggressioni da parte delle gang”). White ci racconta soprattutto la New York del Village e di Soho, i quartieri più trasgressivi. Nel 1969, con la rivolta di Stonewall, egli assiste alla rinascita del movimento gay. “Quel che colpiva di più”, scrive, “era l’abbondanza sessuale”. Nel libro le sue avventure sessuali, più esplicitamente descritte in altri suoi libri, restano sullo sfondo. Qui l’autore preferisce indugiare su altri incontri. Quelli con scrittori, poeti, letterati, personaggi del mondo culturale che, nonostante lo sfacelo della città, animavano la vita di New York e non solo. Ecco allora una straordinaria galleria di ritratti. Ci troviamo Elizabeth Bishop. Una ingombrante, vulcanica, autoritaria e superba Susan Sontag, sua grande amica, pur tra alti e bassi. Poi Robert Wilson, il trasgressivo e geniale fotografo Robert Mapplethorpe (“Mise subito in chiaro che non era interessato al sesso; no, voleva che io scrivessi di lui”). E ancora William Burroughs, Truman Capote e Peggy Guggenheim. Il racconto si chiude all’inizio degli anni Ottanta. Da allora lo scrittore di Cincinnati ha continuato ad essere baciato da una felicità creativa che sembra smentire quanto gli disse un giorno Truman Capote: “Probabilmente scriverai dei bei libri. Ma, ricordati, è una vita atroce”.

 

 

Il testo è l’articolo di Roberto Zichittella pubblicato su Satisfiction

 

 

 

 

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Il libro in lingua originale

City boy. My life in New York during the 1960s and 1970s

 

 

 

 

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Il cielo diviso, Cassandra, La città degli angeli: le opere di Christa Wolf

16 dicembre 2011

 

 

 

Il cielo diviso, Cassandra, La città degli angeli: ovvero alcune delle opere letterarie di Christa Wolf, certamente una delle figure centrali della letteratura tedesca del Novecento.

Nata nel 1929, in quella parte di Polonia con abitanti di lingua tedesca rivendicata dal nazismo, crebbe sotto quel regime e fu cacciata dalla terra natale nel 1945 dall’arrivo dei russi, ritrovandosi naturalmente abitante di quella mezza Germania detta DDR, e abitando proprio a Berlino, città divisa per eccellenza. Imbevuta di ideali comunisti, fu giovane attivista e giovane scrittrice impegnata. Si era laureata con il grande Hans Mayer con una tesi su Fallada, tipico scrittore di Weimar e della diaspora conseguente l’avvento di Hitler. Il disagio dell’essere cresciuta sotto una dittatura e di vivere sotto un’altra che si diceva comunista, le vicende dei paesi fratelli dell’Europa dell’est posti sotto il giogo di Stalin e dei suoi successori, finirono per aprirle gli occhi assai presto, e la sua scrittura si fece, pur con le obbligate difese ma cercando sempre di evitare le astuzie di tanti scrittori del regime, sempre più densa e più ricca: spostando il romanzo verso il mito, verso il saggio, verso il diario, nella linea di una interrogazione costante sul rapporto con la società e le sue leggi, le sue oppressioni. Non si trattò solo di politica, anche di condizione femminile, di lotta contro ogni tipo di oppressione, di perennità e varietà della ricerca dell’indipendenza del pensiero e della saggezza di una convivenza senza sopra e sotto. Fu ben diversa in questo da una delle grandi scrittrici della DDR, Anna Seghers, grandissima scrittrice perseguitata dal nazismo, molto più anziana e più onorata e in qualche modo una sua maestra o sorella maggiore, che si compromise decisamente nel regime, nonostante l’alta qualità della sua opera, e da Bertolt Brecht con la sua genialità e la sua arte della sopravvivenza artistica. E fu certamente più vicina ai quasi coetanei il drammaturgo Heiner Muller, il romanziere Christoph Hein, il poeta Wolf Biermann.

Il cielo diviso ce la fece conoscere e amare (è un romanzo del 1963), e poi venne Cassandra, venerato dalle lettrici di mezzo mondo e non solo da loro, venne Medea, vennero Guasto e Riflessioni su Christa T. e le molte raccolte di saggi, interventi, diari, che ci permisero di avere – in Italia grazie all’ostinazione della casa editrice E/O, e grazie alle ottime traduzioni di Anita Raja – una conoscenza piena della scrittrice e della teorica, e del suo modo di militare dentro una società estremamente chiusa pur senza considerare mai “l’altra parte”, l’Occidente, come un paradiso di chissà quali libertà. La storia e l’oltre la storia (il dietro la storia, il sotto la storia) divennero i poli di una personale dialettica retta da una sincerità assoluta, che rifulse anche quando, dopo la caduta del muro, si tentò da occidente di infangare il suo nome con accuse che si rivelarono infondate, di collaborazione con la Stasi, la famosa polizia segreta interna del regime di Ulbricht e dei suoi successori.

Di fatto, la cultura della RFT e della nuova Germania unita non le ha mai perdonato la sua indipendenza di pensiero e il suo attaccamento a un’idea di società equalitaria, la sua diffidenza nei confronti della società capitalistica e dei suoi feticci. Nel marzo del 1992 – il muro era caduto da poco, e così il regime sovietico e i suoi “satelliti – venne a Milano chiamata da “Linea d’ombra” per un incontro con Kazimierz Brandys, il grande romanziere polacco (il capolavoro: Rondò, edizioni E/O, o in lingua inglese  pubblicato da Europa Editions) che era stato anche lui comunista e anzi nelle sue prime opere autore di punta del “realismo socialista”. Questi due scrittori si stimavano molto a vicenda e, sia detto tra parentesi, avrebbero ben meritato il Nobel ben più di tanti scrittori infinitamente meno bravi di loro. Ospiti in una sala che ci venne procurata dalla curia, per intervento diretto del cardinal Martini, di fronte a un pubblico vasto e variegato che andava da Fortini e Cases a quasi tutti i tedeschi (“di destra” e “di sinistra”) di Milano, e dagli studenti ai politici, il loro fu il duetto vivace di due “ex” ovviamente molto disillusi e molto lucidi anche sul proprio passato, che però non entusiasmò certi nostalgici del comunismo che erano accorsi anche loro sperando ben altro… Sia Brandys che la Wolf ci sembrarono persone di una sincerità assoluta, che rispondevano senza nessun escamotage alle richieste della situazione e che però non esitavano a dire il loro “che cosa rimane”  e a ribadire la propria diffidenza nei confronti della società capitalista.

Oggi che le contrapposizioni tra Est e Ovest e tra comunismo e capitalismo sono crollate e il regime è uno solo, questa fedeltà ha forse qualcosa di nuovo da insegnarci, ma sono soprattutto convinto che i lettori che Christa Wolf continuerà ad avere cercheranno nella sua opera – e specialmente in Cassandra – una lezione perennemente attuale, che va oltre la Storia nel segno di una pervicace difesa della dignità umana, contro ogni manipolazione e ogni mistifcazione ideologica.

 

 

Pubblichiamo il testo che Christa Wolf scrisse in occasione dei 15 anni delle Edizioni E/O. Durante il primo incontro con gli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola, Christa e Gerhard Wolf vennero a sapere che Sandro aveva una libreria chiamata «Vecchia Talpa»; da allora in poi cominciarono a chiamarli “Le talpe” (Sandroesandra)

 

 

Il testo è l’articolo di Goffredo Fofi pubblicato sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 01-12-11

 

 

 

 

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The Better Angels of Our Nature. Why Violence Has Declined, Steven Pinker

14 dicembre 2011

 

 

 

Con The Better Angels of our Nature, Steven Pinker accende un grande dibattito. Il libro è un tomo di ottocento pagine edito dalla Penguin. L’autore un illustre psicologo della Harvard University Press, già autore di Tabula Rasa pubblicato in Italia da Mondadori.

L’umanità non sarabbe mai stata così pacifica e altruista. Egli sostiene che il migliore e meno apprezzato aspetto del nostro tempo, è che viviamo nel più pacifico, tollerante e altruista periodo che la storia abbia mai conosciuto. Non è la prima volta che il 57enne psicologo canadese è al centro di dispute accademiche. Con la pubblicazione nel 2002 di The Blank Slate (Tabula Rasa, Mondadori), attaccò il concetto che la mente umana sia come una lavagna bianca, che educazione e società possono riempire a piacere. Secondo lui, invece, l’evoluzione ci ha dotato di tratti mentali precostituiti, che non ci rendono né intrinsecamente violenti, come pensava Hobbes, né intrinsecamente buoni, come pensava Rousseau. Piuttosto, a secondo delle epoche storiche e delle norme sociali prevalenti, per ottenere i nostri fini utilizziamo, in un mix variabile, cinque strumenti negativi innati (violenza predatoria e ideologica, dominanza, vendetta e sadismo) e quattro positivi (empatia, autocontrollo, senso morale e ragione). L’era che stiamo vivendo è appunto quella in cui i quattro angeli della nostra natura stanno godendosi il loro trionfo.

 

Il testo è tratto dal’articolo di Alex Saragosa pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 9-12-11

 

We’ve all had the experience of reading about a bloody war or shocking crime and asking, “What is the world coming to?” But we seldom ask, “How bad was the world in the past?” In this startling new book, the bestselling cognitive scientist Steven Pinker shows that the world of the past was much worse. With the help of more than a hundred graphs and maps, he presents some astonishing numbers. Tribal warfare was nine times as deadly as war and genocide in the 20th century. The murder rate of Medieval Europe was more than thirty times what it is today. Slavery, sadistic punishments, and frivolous executions were unexceptionable features of life for millennia, then suddenly were targeted for abolition. Wars between developed countries have vanished, and even in the developing world, wars kill a fraction of the people they did a few decades ago. Rape, battering, hate crimes, deadly riots, child abuse, cruelty to animals—all substantially down. How could this have happened, if human nature has not changed? What led people to stop sacrificing children, stabbing each other at the dinner table, or burning cats and disemboweling criminals as forms of popular entertainment? The key to explaining the decline of violence, he argues, is to understand the inner demons that incline us toward violence (such as revenge, sadism, and tribalism) and the better angels that steer us away. Thanks to the spread of government, literacy, trade, and cosmopolitanism, we increasingly control our impulses, empathize with others, bargain rather than plunder, debunk toxic ideologies, and deploy our powers of reason to reduce the temptations of violence. With the panache and intellectual zeal that have made his earlier books international bestsellers and literary classics, he will force you to rethink your deepest beliefs about progress, modernity, and human nature. This gripping book is sure to be among the most debated of the century so far.

 

 

Il testo in corsivo è tratto dal sito dell’autore

 

 

 

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L’autore

 

 

 

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American Dust. Prima che il vento si porti via tutto, Richard Brautigan

3 dicembre 2011

 

 

 

American Dust. Prima che il vento si porti via tutto (So The Wind Won’t Blow It All Away) è il penultimo romanzo di Richard Brautigan.

Romanzi del genere li riesci a scrivere solo se hai visto il fondo della sconfitta, o se sei già morto: non sei capace di quella intensità mite, di quella convalescente economia di parole se sei ancora vivo, o vincente. Per urlare così sottovoce, devi essere finito. Allora ti spetta una dolcezza che, in compenso, è infinita. (Alessandro Baricco)

 

Arrivano tutte le sere, d’estate. Scaricano da un furgoncino un divano, tavolini e lampade. Ricostruiscono sulla riva del lago il salotto di casa. E pescano. L’alcolizzato abita in una baracca. I ragazzi vanno da lui a raccattare i vuoti per rivenderseli e comprare qualcosa, un hamburger oppure una scatola di proiettili. Quel giorno il ragazzino decide per i proiettili. La Seconda guerra mondiale è finita e nessuno fa caso a un adolescente con un fucile sottobraccio, fermo a una stazione di servizio. Il ragazzino è un uomo e ricorda, prima che il vento si porti via tutto, l’America e i suoi sogni, l’alcolizzato e le sue bottiglie, i due sul divano in riva al lago, la figlia dell’impresario di pompe funebri e l’odore di gas in casa. La scelta, leggera e terribile, tra hamburger e proiettili, un colpo di fucile in un campo di meli e l’amico bello e ferito, lasciato lì a morire dissanguato.

La polvere. Uno degli elementi basilari della cultura americana. L’America dei ranch, delle carovane e dei caravan, delle strade spazzate dal vento. Polvere di stelle. L’America che ha costruito il proprio mito sulla propria infima natura prematerica, sulla propria scomposizione parcellizata, sulla propria volatilità sporca, il proprio confondersi nel vento caldo.
La polvere che copre come una maschera ironica i volti dei piloti di “rottami vaganti” che attraversano l’America in cerca sempre di un altro che cosa.
Duello al sole in preproduzione si chiamava Lust in the dust (lussuria nella polvere). Furore: nuvole di polvere. Il finale di Nickelodeon, di Bogdanovich, registra, in un gioco di specchi, la totale adesione del mito cinematografico al mito della polvere alzata dal vento in un luogo selvaggio e squallido. La polvere del deserto e quella della miseria, fuse nelle canzoni di Springsteen. La polvere di Richard Brautigan è sedimentata sui ricordi che vogliono esplodere e cambiare strada, vorrebbero correggere il passato e redimere il destino, magari con l’aiuto di Superman, che in un fermo fotogramma generoso anche se forse troppo caustico, gli avrebbe consigliato di comprarselo qual cavolo di hamburger, invece di pensare a quelle maledette pallottole…

 

 

 

Il testo in corsivo è tratto da Blog senza qualità

 

 

 

 

Il libro in italiano (Isbn editore)

 

 

 

Il libro in lingua originale (Cengage Learning, Boston)

 

 

 

 

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Becoming Dickens. The Invention of a Novelist, Robert Douglas-Fairhurst

30 novembre 2011

 

 

 

In Becoming Dickens. The Invention of a Novelist, Robert Douglas-Fairhurst racconta il percorso con cui un giovane ambizioso londinese (un giovane giornalista) diventa il più famoso scrittore del mondo e uno dei più grandi romanzieri britannici della storia. Seguendo la trama complessa e avviluppata della sua prima parte di carriera (attorno al 1830), lo studioso del Magdalen College – University of Oxford – sottolinea un’importante avvenimento: costruendo e reinventando se stesso, lo scrittore trasforma il romanzo. Lui sapeva ed era molto sensibile riguardo la capacità delle cose di diventare diverse da se stesse e cambiare  nel tempo. Come l’eroe di Dombey and Son egli rimase sempre colpito dal what might have been, and what was not. Questa biografia non vuole essere una celebrazione della figura storica dello scrittore, una sorta di canto o redenzione della sua vita, questa biografia vuole ritrarre dal vivo la sua vita, con tutto il corredo di un’incertezza e un senso di debolezza straniante. Ritrarre giorno per giorno la sua vita e from sentence to sentence la sua scrittura: questo è l’impegno dell’opera.

Nel periodo della sua esistenza Dickens non ebbe rivali. Egli si definì semplicemente The Inimitable. Tuttavia non ebbe fiducia nella sua fama all’estero e nel mondo intero.

La sua infanzia fu segnata dai traumi e dalla povertà. Agli inizi della sua carriera, il suicidio del suo primo collaboratore; poi, la morte improvvisa della donna che sarebbe divenuta l’amore e la compagna della sua vita. Tutto ciò segna la vita prima, la carriera poi, dello scrittore, ed è materia prima di questo importante studio biografico-stilistico.

 

 

Il testo è tradotto dal sito della Harvard University Press

 

 

 

 

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L’autore

 

 

 

 

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L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Marco Santagata

30 novembre 2011

 

 

L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante è il saggio con cui Marco Santagata – docente di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa – offre uno studio sistematico dell’opera e della figura storica del sommo poeta fiorentino. L’autore si sofferma sui principali momenti della sua produzione, dalla Vita Nova al De vulgari eloquentia, alle Rime e alla Commedia, mettendone magistralmente in luce i tratti essenziali, la raffinata tecnica di costruzione dei personaggi e la fitta trama di rimandi che il poeta tesse consapevolmente in uno straordinario sforzo di sistematicità. Da questo sfondo emerge, sopra ogni altra cosa, l’io del poeta: autore, narratore e personaggio insieme, che sempre usa il dato autobiografico contingente per investirlo di una portata universale, trovando destino e fatalità dietro i fatti della sua stessa vita.

 

Come descrivere dunque il “sistema Dante”? Nel suo libro su Petrarca più importante, I frammenti dell’anima, Santagata aveva letto la storia del Canzoniere – l’evoluzione della struttura, le modifiche puntuali – alla luce della biografia del suo autore. L’io e il mondo è, per certi versi, un esercizio simmetrico: è la biografia di Dante vista, intuita, ricostruita attraverso le sue opere. Dante, infatti, si presta. I dati certi sulla sua vita sono pochi; i documenti sono scarsi. Che cosa abbia fatto, come abbia vissuto a Firenze sullo scorcio del Duecento non lo sappiamo. E i vent’anni dell’esilio sono, per noi, quasi solo un rosario di nomi: Lunigiana, Bologna, Verona, Romagna, Malaspina, Scaligeri, da Polenta… Della vita di Petrarca, nato mezzo secolo dopo, sappiamo infinitamente di più. Eppure Dante ci è familiare, più familiare di Petrarca, perché Dante non fa che parlare di sé nelle sue opere.
Questa propensione all’auto-fiction è abbastanza normale oggi, nei nostri tempi post-romantici e post-psicanalitici, ma non lo era nel Medioevo. Da questo punto di vista, Dante non è esattamente, come si dice, un “uomo del suo tempo”. Chi lo ha letto ricorda le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova si ripromette di dire della donna amata “quello che mai non fue detto d’alcuna”; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio prende su di sé il compito di illuminare con la sua filosofia “coloro che sono in tenebre e in oscuritade”, e commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, al modo in cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. Tutto questo è noto e non meraviglia troppo, perché ricade nella categoria, antica almeno tanto quanto moderna, dell’orgoglio del l’artista. Ciò che distingue veramente Dante da altri suoi colleghi, medievali e moderni, è un’altra cosa, e cioè il fatto che egli non crede soltanto di possedere un talento fuori del comune, e di essere perciò un individuo eccezionale, ma ritiene anche che gli sia stato riservato un destino fuori del comune, ovvero che la sua esistenza personale trascorra all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza va molto al di là della sua semplice persona. Come scrive Santagata, “se c’è un tratto che si mantiene inalterato lungo tutto il corso dell’avventura umana e intellettuale di Dante è il suo sentimento di essere diverso. Che si consideri un intellettuale e un poeta fuori dal coro o, addirittura, un profeta contro il coro, egli si sente investito della missione di cambiare il mondo”.
Questo saggio esplora questo sterminato territorio tra finzione e autobiografia, che è appunto il territorio nel quale cade buona parte dell’opera di Dante. I risultati di questa esplorazione sono spesso eccellenti. L’autore riesce a farci vedere sotto una luce nuova argomenti e testi sui quali si poteva credere che tutto l’essenziale fosse già stato detto.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Claudio Giunta pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 13-11-11

 

 

 

 

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Il superorganismo, Bert Hölldobler e Edward O. Wilson

25 novembre 2011

 

 

 

 

Il superorganismo, di Bert Hölldobler e Edward O. Wilson, è l’edizione italiana di un libro spettacolare – a livello di esemplificazione delle sofisticate potenzialità teoriche del pensiero evoluzionistico – scritto dai due più autorevoli mirmecologi viventi. La sua uscita purtroppo ha tardato cinque anni a causa del dissidio insorto tra loro durante la gestazione dell’opera. Un contrasto riguardante il meccanismo selettivo che avrebbe fatto emergere i comportamenti altruisti e, nella fattispecie, dato luogo alle forme di socialità più avanzate e sorprendenti, osservabili quasi solo tra gli insetti eusociali. Quel dissidio è diventato un acceso (anche nei toni) scontro tra Wilson e alcuni biologi teorici, da una parte, e la comunità dei sociobiologi, di cui l’entomologo di Harvard era uno dei leader scientifici. L’ultimo eclatante episodio è del marzo scorso: 130 sociobiologi hanno firmato una lettera a Nature, criticando duramente un articolo di Wilson e di Peter Nowak, che pretende di smontare la teoria della selezione parentale. Cioè, la tesi che l’altruismo e quindi la cooperazione negli insetti sociali, siano evolutivamente la conseguenza della parentela genetica tra gli individui.
La questione è piuttosto nota, e viene sollevata da Charles Darwin. Come è possibile, se l’unità di selezione è l’individuo, che trasmette le sue caratteristiche vantaggiose alla prole, che esistano organizzazioni sociali, come quelle delle formiche, delle termiti o delle api, i cui componenti, a parte le regine, sono sterili o non si riproducono e vivono o si sacrificano per il formicaio, il termitaio o l’alverare? Darwin opta per l’esistenza di un livello di selezione al di sopra dell’individuo. Cioè che anche la colonia possa funzionare come un’entità biologica competitiva. (…) Tornando al libro, si tratta di un’espansione della parte teorica di Formiche (tradotto anche’esso da Adelphi 1997) con cui la coppia vinse il Pulitzer ma soprattutto di un aggiornamento del famoso, splendido e oggi storico Le società degli insetti pubblicato da Wilson nel 1974 (Einaudi 1976). Rimane il fatto che, pur con l’indecisione teorica di cui si è detto, questo libro contiene formidabili lezioni sulla natura dell’organizzazione biologica e dimostra come alla fine la sociobiologia, anche rispetto al funzionamento di società evolutivamente molto lontane da noi, sta di fatto convergendo in una nuova sorta di economia sociale della natura. Dove l’intuizione smithiana della “mano invisibile” e l’annoso problema del coordinamento spontaneo dei comportamenti individuali trova negli insetti eusociali formidabili modelli naturali. Su cui non farebbero male gli economisti a ragionare, usando questi sistemi come termini di paragone per capire cosa manca alle società umane (a parte i geni, e questo non è poco!) per cooperare più efficacemente in vista di un bene comune.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Gilberto Corbellini sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data  20-11-2011

 

 

 

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L’occhio della Medusa, Remo Ceserani

19 novembre 2011

 

 

 

 

L’occhio della Medusa è il bellissimo studio di Remo Ceserani pubblicato da Bollati Boringhieri nella collana Fotografia e Letteratura; un libro che se da un lato colma un vuoto – quello dello studio della fotografia nella letteratura -, metabolizzando e riordinando un’intera galassia di studi (e basterebbero i nomi di Walter Benjamin, Gisèle Freund, Roland Barthes, Susan Sontag, John Berger), dall’altro fornisce un esempio di che cosa significhi, sul serio, occuparsi di letteratura comparata, la stessa che Goethe presagiva nel concetto di Weltliteratur. (…) Che poi l’oggetto di indagine sia il rapporto secolare fra parola letteraria e immagine fotografica – come, per altra via, è stata letteratura e rivoluzione dei trasporti nel suo Treni di carta. L’immaginario in ferrovia, 2002 -, ciò denota l’attitudine ermeneutica di chi è comparatista due volte, indagando non solo i nessi fra lingua e lingua ma tra linguaggio e linguaggio. (…) Diviso in cinque capitoli raccordati dall’interno, il libro scandisce per cronologia alcuni temi essenziali: la figura del fotografo come personaggio, la fenomenologia letteraria del ritratto fotografico, l’utilizzo della foto quale promemoria o reliquia autobiografica, la forma e il destino della foto di gruppo (familiare e sociale), infine il riuso della foto nella produzione letteraria strettamente contemporanea. In altri termini, l’universo fotografico è studiato alla stregua di un grande campo metaforico la cui dinamica accompagna l’evoluzione e lo statuto conflittuale della modernità. Prima il naturalismo con le sue propaggini novecentesche (Hawthorne, Henry James, Thomas Mann), poi l’età delle avanguardie o del modernismo radicale, cioè l’epoca dell’utilizzo antinaturalista e inventivo della foto (primi fra tutti Apollinaire e Luigi Pirandello, alla cui produzione novellistica, disseminata di fotografie, l’autore dedica passaggi penetranti), da ultimo la condizione postmoderna, laddove il compasso si apre ad autori quali Claude Simon, Grass, Calvino, Cortázar, Tabucchi, Ondaatje, e specialmente Michael Tournier, scrittore-fotografo che forse più di ogni altro ha indagato il rapporto tra parola e imagine fotografica. (…) Nume del saggio è comunque Marcel Proust. (…) Costui, nel terzo volume della Recherche, evoca il fantasma della nonna, amatissima, e racconta il paradosso crudele di averla sentita più viva al telefono che non dl vivo: “Di me – per l’effimero privilegio grazie al quale, nel breve istante del ritorno, ci è dato d’assistere improvvisamente alla nostra assenza – non era presente che il testimone, l’osservatore, l’estraneo, in cappello e soprabito da viaggio, colui che non è di casa, il fotografo venuto a ritrarre luoghi che non vedremo mai più. E ciò che, meccanicamente, si formò ai miei occhi quando vidi la nonna, fu appunto una fotografia”.

 

 

 

Il testo riprende un articolo di Massimo Raffaeli pubblicato su Alias- Il Manifesto in data 17-09-11

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat. Fotografo francese che ha lavorato a lungo con Michel Tournier

 

 

 

 

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Il ruolo del Partito Comunista Italiano nella storia d’Italia del secondo dopoguerra

15 novembre 2011

 

 

 

Il ruolo del Partito Comunista Italiano nella storia d’Italia del secondo dopoguerra è stato salvifico per le sorti della nostra democrazia.

Questa affermazione deriva da una mia ferma convinzione. Con questo intendo dire che il Pci sia stato, negl’anni tra il 1950 e 1990, l’elemento più robusto del patto costituzionale italiano. La sua linea politica è stata figlia della più elevata austerità, responsabilità istituzionale e del più alto ideale umanitario.

Qui voglio richiamare gli elementi di queste mie affermazioni, prima citando un elzeviro (L’amaca) di Michele Serra (La Repubblica, 13-11-11) in cui compare quanto appena sostenuto, poi proponendo la lettura di un libro: il saggio monografico (biografia di Enrico Berlinguer) con cui, studente di Lettere all’Università di Firenze, preparai parte dell’esame di Storia Contemporanea nell’anno accademico 2008/2009.

Scrivo questo piccolo post con l’idea di richiamare testimonianze che “celebrino” il ruolo del Pci nella storia del nostro paese, con l’idea di dover riosservare il passato prima di fare il futuro – “Il futuro ha radici antiche”, scrive Carlo Levi -, e con il trasporto emotivo, che non nego, nei suoi confronti e nei confronti, soprattutto, di alcuni dei suoi capi storici. Io sono nato nel 1987, quindi tre anni dopo la morte di Enrico Berlinguer. Tuttavia per me questo nome, questo grande dirigente, ricopre a tutt’oggi il ruolo e la funzione di un padre.

 

 

 

 

L’amaca di Michele Serra

Per gli oltranzisti del berlusconismo morente dev’essere una ragione di speciale sofferenza il ruolo determinante di Giorgio Napolitano in questo passaggio d’epoca. Che sia un capo storico del fu Partito Comunista Italiano, per giunta circondato da un larghissimo consenso popolare, a guidare il Paese fuori dal pantano nell’anno 2011, è qualcosa che alle orecchie dei Cicchitto, dei Sacconi e dei Brunetta (la delegazione di ex craxiani nel Pdl è nutrita e importante, e ci piace completarla con Giuliano Ferrara) non può non suonare come una bestemmia. Del resto l’anticomunismo italiano, insieme alle sue tante ottime ragioni, ha sempre avuto il torto (supremo) di non capire che i comunisti, considerandosi parte determinante del patto costituzionale, avevano fortissimo il senso delle istituzioni e dello Stato. Già negli anni del terrorismo, mentre una parte non trascurabile del mondo socialista intratteneva cordiali rapporti con i peggiori maestri in circolazione, i comunisti erano in trincea nella difesa dello Stato.
In circostanze per fortuna molto meno drammatiche, ma non meno gravi, capita nuovamente che siano quella scuola politica, e quello stile istituzionale, a esprimere un Capo dello Stato così rispettato e così rispettabile.

 

 

 

 

Il libro

Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Roma, Carocci, 2007

 

 

 

 

 

 

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Ron Mueck, David Hurlston. Yale University Press

2 novembre 2011

 

 

 

 

In Ron Mueck, David Hurlston pubblica per Yale University Press uno studio e un panorama critico e approfondito sull’arte, le idee e le tecniche di uno dei più importanti artisti contemporanei.

 

Nato in Australia nel 1958, figlio di artigiani costruttori di giocattoli, è un’artista iperrealista che però lavora in Gran Bretagna. I suoi primi lavori concernevano la creazione di modelli e pupazzi per la televisione dei bambini, per la quale lavora per quindici anni conducendo programmi televisivi. In tv crea scenografie, realizza burattini (i fanta-cyborg) a grandezza naturale, lavora per il cinema e per la pubblicità, ideando effetti speciali. Nel 1997 ha esordito come artista, con una scultura “Dead Dad” (Papà morto) realizzata con silicone crudo, che imitava alla perfezione la superficie del corpo umano, proprio come succede nelle due sculture esposte in seguito alla Biennale di Venezia riscuotendo un immediato successo. Le sue sculture si concentrano sulla forma umana, ritratta nei momenti più intimi, isolati e vulnerabili. Un approccio iperrealista che non manca di descrivere i sentimenti più reconditi della psiche umana, sentimenti veri, espressi con smorfie di dolore o di paura, riprodotti in grandezze esagerate, al fine di esaltarne i particolari. Lo spettatore osservando le sue grandi opere, dopo un primo senso di meraviglia e stupore, è aggredito da un misto di tristezza, imbarazzo e vergogna, come quando si viola la privacy di qualcuno. Il suo lavoro viene a tratti criticato e a tratti esaltato, ma sicuramente fa sempre discutere perché non si può restare indifferenti ad un piede gigante o a un neonato piangente riprodotto dieci volte la sua grandezza naturale. La sua scultura del ragazzo alto 5 metri è stata ospitata al Millennium Dome e successivamente esibita alla biennale di Venezia, mentre nel 2002 la scultura della donna incinta è stata acquistata dalla National Gallery of Australia. Oggi è uno degli artisti più richiesti nel panorama contemporaneo; apprezzatissimo soprattutto da quando le sue opere sono commissionate da Charles Saatchi (fondatore della Saatchi & Saatchi, la più importante agenzia pubblicitaria del mondo).

 

 

 

 

 

 

 

 

Il libro

Produced in close collaboration with the artist, this beautifully illustrated book is the first to provide a comprehensive look at Mueck’s work to date. The book offers detailed insight into the artist’s ideas and methods and features a catalogue raisonné. Essays by leading scholars highlight the depth of his practice and further affirm Mueck’s importance.

 

 

 

 

La pagina della casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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The Basic Law of Human Stupidity, Carlo M. Cipolla

24 ottobre 2011

 

 

 

The Basic Law of Human Stupidity, per dirla con Carlo M. Cipolla, racconta la stupidità umana, ovvero “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”.

Trentacinque anni fa questo libro l’autore lo regalava a pochi amici. Paradossalmente solo oggi tutti potranno leggere il testo originale dopo che in tante lingue è diventato un bestseller. Nessuno invece potrà mai leggere il seguito alle Leggi fondamentali che lui avrebbe voluto intitolare I rumpbal nella storia.

 

 

Siamo nel 1973. Carlo M. Cipolla chiede alla casa editrice bolognese, per la quale sta per pubblicare la traduzione della Storia economica dell’Europa pre-industriale, di stampare un breve testo in inglese che intende regalare agli amici per Natale. Si tratta di una deliziosa (auto)parodia del modo di fare storia economica dell’antichità e del Medioevo. Il commercio delle spezie, in particolare del pepe, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo. Nell’agosto 1976, l’autore chiede di stampare con le stesse modalità un altro breve testo in inglese: The Basic Law of Human Stupidity. Il Mulino ne tira un centinaio di copie numerate e l’autore le regala agli amici. Sulla base dell’analisi dei danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso e di quelli che procura agli altri, e data la definizione per cui “una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o adirittura subendo un danno”, l’autore costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare con precisione i tipi degli intelligenti, degli sprovveduti, dei banditi e degli stupidi, dal quale si evince tra l’altro che “lo stupido è più pericoloso del bandito”. Con questa deliziosa parodia sembra aver scoperto le leggi della stupidità. Per anni però si rifiuta di tradurre il testo in italiano. Impossibile rendere lo humour swiftiano dell’originale. Ma le pressioni crescono, il passaparola si diffonde e nel 1987 accetta di far tradurre i due testi e di riunirli in Allegro ma non troppo, uscito nel 1988. A mancare all’appello era una vera edizione inglese o americana. La soluzione si è raggiunta il 3 novembre 2011 con la pubblicazione del volume per i tipi del grande editore bolognese.

 

 

 

Il testo riprende l’articolo di Armando Massarenti pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

Occorre correggere Wikipedia (cui rimanda il link di questa foto): la M. del nome dell’autore non sta per Maria. Non sta per niente: l’autore la usò nel 1950 per riempire uno spazio richiesto mentre compilava i moduli d’iscrizione all’università di Berkely.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Four Honest Outlaws: Sala, Ray, Marioni, Gordon, Michael Fried

20 ottobre 2011

 

 

 

 

 

Nel suo recente Four Honest Outlaws: Sala, Ray, Marioni, Gordon, Michael Fried esamina le opere di quattro artisti contemporanei: il video artista e fotografo Anri Sala, lo scultore Charles Ray, il pittore Joseph Marioni e il video artista e rielaboratore di film Douglas Gordon. L’autore fa vedere come esse non rinneghino la corrente del modernismo, bensì riprendano e trasformino alcuni suoi elementi chiave, quali “presentificazione” e “antiteatralità” dell’opera d’arte visiva. Chi ritenesse la via modernista chiusa avrà motivo di interrogarsi, se non di ricredersi, leggendo questo libro. Prima del nostro autore, Clement Greenberg invita a riconsiderare il modernismo una possibilità non tanto da storicizzare quanto da ripensare alla luce delle opere dei succitati quattro artisti di riferimento. In Italia è da poco apparsa una miscellanea di scritti di Greenberg: L’avventura del modernismo, a cura di Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi. (…) Per Greenberg, artisti quali Picasso, Braque, Mondrian, Klee, Matisse, Cézanne rigettano ogni intento contenutistico e si ispirano soprattutto al medium con cui operano. Ciò vuol dire riconoscere che le arti, isolate e definite al loro interno, diventano sempre più “arti” nella modernità. Inoltre, l’autoriflessività riesce meglio nelle arti visive, che raggiungono una purezza maggiore della poesia. Pittura e scultura “appaiono ciò che fanno”.

 

 

 

 

 

Le immagini si riferiscono a opere di Charles Ray

Il testo è tratto dall’articolo di Gabriele Guercio, pubblicato da Alias il 24-09-11

 

 

 


Il libro

 

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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London Unfurled, Matteo Pericoli

11 ottobre 2011

 

 

 

 

 

 


 


 

 

 

London Unfurled è l’ultimo libro di Matteo Pericoli. La casa editrice è Picador UK. La data di uscita è il 6 ottobre 2011. L’opera si compone sia di un formato cartaceo – a fisarmonica – da srotolare nella sua lunghezza di 26 piedi (con due saggi di Iain Sinclair e Will Self), sia di un formato digitale: una iPad APP.

 

 

Si tratta di un’interpretazione della città; una soggettiva interpretazione nata dall’osservazione delle linee, dei volumi, degli orizzonti. I disegni di cui l’opera si compone nascono dalle camminate dell’autore lungo le rive del Tamigi. Seguono il corso del fiume, dando al lettore-osservatore una prospettiva del panorama londinese, prima dalla north bank, poi dalla south bank of the river. Il lavoro affonda le sue radici nell’intenso lavoro svolto dall’autore durante il mese di settembre di due anni fa (2009): 100 chilometri macinati sulla e nella città; 6300 fotografie scattate;  paia e paia di scarpe distrutte…

 

 

 

 

Le illustrazioni in apertura fanno parte del libro presentato. Noi le pubblichiamo con il permesso dell’autore.

 

 

 

 

 

 

Presentazione dell’iPad APP

 

 

 

 

 

 

 

Le presentazioni video

Per vedere l’intera presentazione del disegno della north bank: click here. Per la presentazione del disegno della south bank: click here. Invece per la spiegazione relativa al palazzo del Parlamento: click here. Qui vi è quella relativa alla City: click here. E qui, ancora, la presentazione del disegno della Tower Bridge: click here. Infine, la presentazione della Canary Wharf: click here.

 

 

 

 

Il libro

 

 

L’autore

 

 

 

 

 

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Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Domenico Starnone

4 ottobre 2011

 

 

 

 

Autobiografia erotica di Aristide Gambìa è l’ultimo libro di Domenico Starnone edito dalla casa editrice torinese Einaudi.

 

Aristide Gambìa ha 58 anni, un lavoro interessante, tre matrimoni falliti, quattro figli, una vita sessuale intensa. Un giorno riceve una lettera da parte di una donna con cui ha avuto una rapida avventura in gioventù: da quel ricordo sfocato nasce in entrambi una voglia di raccontare e raccontarsi che è un gioco impudico e molto serio. A ogni appuntamento le loro memorie debordano, inseguendo i dettagli della trepidazione di allora, e il linguaggio si fa sempre più esplicito, osceno, anche grazie al dialetto. Sono due persone mature, che non provano niente l’una per l’altra, che si appassionano al puro e semplice progetto di restituirsi con le parole l’esperienza erotica di un’intera vita, facendo entrare in corto circuito il tempo in cui quasi tutto doveva ancora accadere e quello in cui quasi tutto ormai è accaduto.
Ma si tratta davvero soltanto di un gioco?
Ogni esperienza erotica di Gambìa è una balaustra affacciata sulle fantasie maschili e le pratiche sessuali di un’epoca. E se ci si sporge, quel concentrato di vita smuove i ricordi del lettore stesso, riannoda i fili tra scampoli distanti di vita che si urtano e si integrano, come nella letteratura. Ci accorgiamo leggendo che il sesso contiene ed esalta la nostra relazione con gli altri, con il tempo, con noi stessi. È un laboratorio di esperienza e d’immaginazione, un serbatoio di parole, un’inesauribile fonte di vitalità, un autentico enigma. Un angolo di noi che dice tutto.
Domenico Starnone scrive un libro audace, nel linguaggio ma soprattutto negli obiettivi. Raccontare la vita di un uomo tutta dal versante del piacere, ripercorrendo le tappe di un lento, forse mai terminato apprendistato che attraversa la seconda metà del Novecento. E raccontare così lo stupore, il senso dell’infrazione e dello sconfinamento di fronte al mistero del desiderio, maschile ma anche femminile. Desiderio riottoso, che non si lascia mai davvero disciplinare.

 

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Einaudi

L’immagine in apertura è un dipinto di Egon Schiele

 

 

 

Il libro


 

 

 

L’autore

 

 

 

 

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Democrazia, Gherardo Colombo

4 ottobre 2011

 

 

 

Democrazia di Gherardo Colombo fa parte della collona di Bollati Boringhieri “i Sampietrini”. L’idea è quella di fare lezioni brevi (questa è di 94 pagine con una ricca bibliografia) su un tema forte, analizzando un concetto indispensabile per capire il contemporaneo. L’intento è evidente nel sottotitolo della collana “Contro l’analfabetismo scientifico, morale, civile”, per ricostruire le strade di un sapere efficacie e del confronto pubblico.

La democrazia presuppone una precisa considerazione degli esseri umani e delle caratteristiche delle relazioni che tra loro intercorrono. Non è uno strumento compatibile con gli atteggiamenti infantili, e se non si tiene conto che la fatica che la crescita personale comporta per superare tali atteggiamenti, non si può arrivare a capirla (…). Il popolo governa agendo. E siccome il popolo non esiste se non esistono le persone che lo compongono, il popolo governa se agiscono le persone di cui è costituito (…). La’articolo 1 della Costituzione italiana recita nel primo paragrafo “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il lavoro è attività produttiva. Il lavoro quindi fonda la Repubblica democratica perché è o strumento attraverso il quale la persona si realizza, si emancipa e promuove la società. Tuttavia il lavoro è anche l’attività nella quale i cittadini italiani si impegnano, ed è il loro apporto alla democrazia. Cioè è necessario che i cittadini agiscano perché questa ci sia, perché questa cosa possa attuarsi e continuare a vivere. Senza il lavoro e l’attività dei cittadini, essa si trasformerebbe in monarchia o oligarchia. Così come la monarchia si trasformerebbe in oligarchia se il sovrano si disinteressasse completamente di svolgere le sue funzioni e gli subentrasse, di fatto la corte.

 

 

 

Il testo è ribattuto prendendo spunto dall’articolo di Repubblica del 19-09-11

Il video in apertura è una scena dal film Good Night and Good Luck (2005)

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore


 

 

 

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The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity, Jeffrey Sachs

3 ottobre 2011

 

 

 

 

The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity è l’ultimo libro di Jeffrey D. Sachs: Director of The Earth Institute, Quetelet Professor of Sustainable Development, e Professor of Health Policy and Management alla Columbia University. Inoltre Special Advisor della Segreteria generale, di Ban Ki-moon, presso le Nazioni Unite.

 

Probabilmente, la “verità” sta nella complessità dei fenomeni (ora economici e politici, presto sociali, giuridici, antropologici ecc…) che molti paesi del mondo stanno affrontando o dovranno affrontare. Nella loro complessità bisogna trovare le chiavi di lettura. Come spesso accade, alla complessità dei fenomeni storici nuovi, si affianca l’inadeguatezza – a fronteggiarli e forse anche comprenderli – delle strutture preesistenti. Il risultato è la difficoltà all’adattamento e al progresso. Oppure, per lo stesso motivo, la difficoltà delle strutture esistenti a evolversi in strutture e modelli organizzativi nuovi e più funzionanti e giusti. Insomma, la stasi anziché il moto. L’interesse pago e disinteressato dell’oggi, piuttosto che l’idea del domani. Caratteristiche tipiche della molle decadenza. È ormai da circa tre anni che molte delle aree occidentali evolute e ricche attraversano “crisi” economiche e finanziarie. Tuttavia anche superate queste “crisi” il panorama non sembra prospettare un futuro agevole e rilassato. Sono dietro l’angolo – bisognerà pur iniziare a parlarne – questioni demografiche, oltreché ambientali, di portata planetaria e dal valore epocale. Oggi, a pochi mesi dall’anno 2012, la popolazione mondiale ha quasi raggiunto i 7 miliardi di persone. Di questi, 1,5 miliardi sono gli “occidentali”, 5,5 miliardi sono popolazioni di culture diverse e distanti dalla/le “nostre”. Previsioni e studi demografici illustri e più che attendibili spiegano che, nel 2050, la Terra avrà 9,5 miliardi di persone; dove, 1 miliardo saranno gli “occidentali” e 7,5 miliardi gli “altri”. In Italia, per restare sulla demografia, l’invecchiamento (drammatico e spaventoso) della popolazione porterà a un rapido scavalcamento del numero dei pensionati su quello dei lavoratori. Bastano pochi dati – o fatti – per riflettere sul fatto che dietro a “crisi” economiche ci sono sommovimenti e fenomeni ineludibili, e che il punto di vista da cui noi occidentali soppesiamo i fatti non è l’unico o il migliore. Siamo una cultura minoritaria; ricca, e purtuttavia minoritaria. Per giunta decrescente. Pertanto, costretta, nel breve giro di qualche decennio, a rivedere i propri parametri e sistemi organizzativi; non ultimo quello economico. Anche questo, figlio di una certa cultura: ribadisco, non la sola, non la migliore a questo mondo. Tutt’altro.

 

 

 

 

Il testo sono considerazioni personali non strettamente attinenti al contenuto del libro

 

 

 

 

Il libro

Jeffrey Sachs, The Price of Civilization. Reawakening American Virtue and Prosperity, Random House, 2011

 

 

 

 

L’autore


 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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The Anatomy of Influence, Literature as a Way of Life, Harold Bloom

2 ottobre 2011

 

 

 

The Anatomy of Influence, Literature as a Way of Life è l’ultimo libro di Harold Bloom. Il titolo è un omaggio a Northrop Frye (The Anatomy of Criticism, 1957), e, insieme, un richiamo al proprio The Anxiety of Influence (1973), che, in primis, lo ha reso famoso; mentre il sottotitolo, Literature as Way of Life, è una sorta di precetto zen o invito alla vita sedentaria: del tutto fuori moda, secondo avversari e nemici (soprattutto nemiche), ma utile contro l’erosione del tempo, secondo le esplicite dichiarazioni dello stesso autore. L’opera parte dal tipico spunto di natura freudiana per cui ogni scrittore cerca di emulare e superare agonisticamente un maestro, è una summa delle riflessioni dell’autore sulla letteratura, ma non è per tutti. Non è un trattato per specialisti ma si rivolge agli accoliti di una philia che, come avviene per i tifosi di una disciplina sportiva, per essere tali e poter leggere con profitto il memoir di un vecchio cronista devono almeno conoscere i nomi dei campioni di cui si parla. D’altronde il destino di Bloom è simile a quello del profeta ritrovatosi nei panni di un rabbino. Nato con la vocazione della poesia, ha intrapreso la carriera dell’interprete, cioè dell’esegeta, ed è finito tra i flutti di quel mare perennemente in tempesta che è l’industria accademica. Ma, fedele al primo amore, gli ha dedicato la vita imparando a memoria decine di migliaia di versi. Ed è, questa, una via che porta a una conoscenza, già teorizzata da S. T. Coleridge, in cui è coinvolta l’intera personalità: in cui il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto non restano separati, come avviene in ambito scientifico, bensì confluiscono l’uno nell’altro, grazie alla loro “co-inerenza” o “co-inherence“, e danno luogo a quella che gli antichi chiamavano gnosis. Una conoscenza che è partecipazione.

 

 

 

Il testo riprende stralci dell’articolo di Luigi Sampietro sul Domenica del Sole 24 Ore pubblicato in data 18-09-11

L’immagine in apertura è un’opera di William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851) intitolata Slavers throwing overboard the Dead and Dying

 

 

 

Il libro

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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In una stanza sconosciuta, Damon Galgut

13 settembre 2011

 



 

Non so dirvi se In una stanza sconosciuta  di Damon Galgut sia un romanzo, un reportage, un mémoire. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.

La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. E questo, è uno scrittore di ottima fattura. Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice.

Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo.

Viaggiare diventa per l’autore un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che lui racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.

 

 

C’è anche una bella recensione scritta da Carlo Mazza Galanti per Alias (Il Manifesto) e ripubblicata da Minima & Moralia: eccola!

 

 

Il testo è tratto da Nazione Indiana; l’autore è Gianni Biondillo

L’immagine in apertura è un’opera di Lucian Freud

 

 

 

Il libro in lingua

Damon Galgut, In a Strange Room, Europa Editions, 2010

 

 

 

Il libro in italiano

In una stanza sconosciuta, E/O, Roma, 2011

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

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Get the Picture, John Morris

15 luglio 2011

 

 

Professione reporter: Get the Picture, le memorie di John Morris, il più grande photo editor del secolo.

A 96 anni l’autore ricorda ancora con fervore: è stato uno dei più grandi photo editor del XX secolo, orchestratore di fotoreporter e fotografie per le più importanti testate del mondo, dal New York Times al Washington Post, da Life al National Geographic… Oltre che direttore della mitica agenzia Magnum, quella di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson.

 

Ora vive a Parigi in un’ex fabbrica di forme per scarpe trasformata in loft. L’unica foto alle pareti ritrae un operaio sulla Tour Eiffel, che pare danzare con un pennello in mano. Ironica didascalia: “Morris a 20 anni”. Altri 230 scatti ricevuti in dono da amici sono stati venduti per far fronte a una pensione striminzita. Così vive solo dei suoi ricordi. Fissati in un libro che ora esce in Italia per la casa editrice Contrasto.

Un memoir prezioso, perché di solito le avventure del fotogiornalismo sono affidate alla tradizione orale. Mentre invece l’autore annota i retroscena di ogni scatto divenuto icona della storia del secolo scorso, dallo sbarco in Normandia alla Guerra del Golfo. Limite dell’edizione italiana: la mancanza di un indice analitico che consentirebbe di trovare spediti vicende e personaggi.

 

Il testo è tratto dall’articolo di Antonella Barina su Il Venerdì di Repubblica (08-07-11)

Le immagini sono fotografie di Robert Capa. Rispettivamente:

  1. Cina. Hankow. 1938. Un giovanissimo soldato cinese.
  2. Vicino a Troina. 4-5 agosto 1943. Un contadino siciliano indica la direzione della ritirata alle truppe tedesche a un soldato americano.
  3. D Day. Normandia. Omaha Beach. 6 giugno 1944. La prima ondata di truppe americane sbarca all’alba.

 

 

 

Il libro (edizione italiana)

John Morris, Get the Picture, Contrasto, Roma-Milano, 2011

 

 

Il libro (edizione americana)

University of Chicago Press, 2002

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

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Why we cooperate, Michael Tomasello

17 giugno 2011

 

 

 

Why we cooperate è il saggio di Michael Tomasello pubblicato da MIT Press nel 2009. Il libro segue di un anno l’uscita del precedente Origins of Human Communication, sempre per MIT Press.

L’autore è un importante sociologo e psicologo evoluzionista; i suoi ambiti di ricerca sono, tra gli altri, i processi di cognizione sociale, l’apprendimento sociale e lo studio comparato del linguaggio dei bambini del genere umano confrontato con quello degli scimpanzé. Per processi di cognizione sociale, intendiamo “i processi attraverso cui le persone acquisiscono informazioni dall’ambiente, le interpretano, le immagazzinano in memoria e le recuperano da essa, al fine di comprendere sia il proprio mondo sociale che loro stesse e organizzare di conseguenza i propri comportamenti”.

 

 

Illustra con pignoleria ed esperimenti di laboratorio il comportamento dei bambini nelle prime fasi dell’esistenza, raggiungendo risultati da molti giudicati sorprendenti perché dimostra, stupendo molti genitori, che i cuccioli d’uomo, a differenza di quelli di scimpanzé, sembrano più disposti a mettere da parte il vantaggio individuale e ad aiutare generosamente il prossimo (…) Con i suoi esperimenti vuole dimostrare alcune cose: i bambini sono capaci di prestare aiuto, fornire informazioni, condividere. Tutto con assoluto e disarmante disinteresse. Il punto di partenza è molto semplice: bambini tra i 14 e i 18 mesi vengono messi di fronte ad un adulto che vedono per la prima volta. L’adulto si trova ad affrontare un banale problema pratico e i piccoli lo aiutano a risolverlo, sia che si tratti di recuperare oggetti lontani dalla sua portata o aprire un armadietto se l’adulto ha le mani impegnate. Su 24 bambini presi in esame 22 hanno offerto il loro aiuto almeno una volta. Immediatamente.   (Repubblica.it)

 

As children grow, their almost reflexive desire to help—without expectation of reward—becomes shaped by culture. They become more aware of being a member of a group. Groups convey mutual expectations, and thus may either encourage or discourage altruism and collaboration. Either way, cooperation emerges as a distinctly human combination of innate and learned behavior. His studies of young children and great apes help identify the underlying psychological processes that very likely supported humans’ earliest forms of complex collaboration and, ultimately, our unique forms of cultural organization, from the evolution of tolerance and trust to the creation of such group-level structures as cultural norms and institutions. (MIT Press)

 

 

 

Il libro

Michael Tomasello, Why we cooperate, MIT Press, Cambridge, Mass. (US), 2009

 

 

In italiano

Altruisti nati. Perché siamo cooperativi fin da piccoli, Bollati Boringhieri, Torino, 2010

 

 

 

Il precedente

Origins of Human Communication, MIT Press, Cambridge, Mass. (US), 2008

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Lingue e diritti umani, Stefania Giannini, Stefania Scaglione

15 febbraio 2012

 

 

 

Lingue e diritti umani, curata da Stefania Giannini e Stefania Scaglione, è un libro ricco di interventi illuminanti e un libro opportuno. Esce in un momento epocale per la congiuntura di tre diversi motivi: un flusso migratorio senza pari, la caduta dei “muri” politici e culturali, la diffusione di sistemi di comunicazione in rete capillari e globali.

Stranieri si nasce o stranieri si diventa? Non è un paradosso: queste due condizioni coesisitono e sono visibilissime nel nostro paese. Stranieri si diventa, innanzitutto, perché nessuno nasce straniero: l’appartenenza non può essere una condizione naturale garantita per il solo fatto di nascere; è l’esclusione, infatti, che si aggiunge con violenza a un evento del quale nessuno di noi è artefice: la propria nascita. Dunque, da una parte si può diventare stranieri “ogniqualvolta si lascia il territorio d’origine, fisico o culturale, per fuga o ricerca del nuovo, per tempi brevi oppure per sempre, da esuli o migranti” e il divario è ovviamente tanto più doloroso quando tocca la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Ma si può anche nascere stranieri e soprattutto continuare a esserlo quando “il bambino straniero che nasce nel nostro Paese e arriva all’età scolare con una conoscenza scarsa dell’italiano è destinato all’emarginazione e condannato a un percorso scolare in salita”. Mai come ora è evidente la soluzione all’equazione che regge l’equilibrio del mondo deve essere sensibile alla questione linguistica e, in un certo senso, riproduce su scala molto più grande i pericoli che Pasolini riconosceva rispetto al problema linguistico del nostro Paese alla salvaguardia dei dialetti.

Il volume riproduce in appendice il testo originale della Dichiarazione di Barcellona sui diritti linguistici del 1996, sostenuta dall’Unesco e incoraggiata da intellettuali come Wislawa Szymborska o Noam Chomsky. Il testo sarebbe dovuto essere il piano di lavoro ma di fatto giace ancora inerte e inattuato.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Andrea Moro pubblicato sul Domenica del Sole 24 Ore in data 12.02.2012

L’immagine è la fotografia di Samuel Aranda vincitrice del Word Press Photo 2012

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

 

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Tauroetica, Fernando Savater

6 febbraio 2012

 

 

 

 

Tauroetica è il titolo eloquente dell’ultimo libro del filosofo basco Fernando Savater. La ragione principale che lo ha spinto a scriverlo è stata la difesa delle corse dei tori durante il dibattito che ha portato la Catalogna a vietarle da quest’anno. La casa di Fernando Savater a Madrid è un labirinto di libri e oggetti di ogni genere, pupazzi, chincaglieria, ninnoli. Molti quadri di cavalli, come è inevitabile per un uomo stregato dagli ippodromi fin da quando era bambino. Nulla invece di tori. Nessuno di quei segni che in Spagna si trovano ovunque nelle case degli aficionados, come qui vengono chiamati gli appassionati di corrida.

Ma non sono un vero aficionado io. Ma se si sostiene che è immorale, allora è necessario rispondere. Per questo ho scritto Tauroetica.

Che è infatti piuttosto un saggio sul rapporto fra uomini e animali. Un rapporto compromesso?

Il problema dei nostri giorni è che, soprattutto in città, non si sviluppa più alcuna relazione con gli animali. Io ho conosciuto una Spagna rurale. Qui fuori, sulla Gran Via, passavano le pecore per la transumanza. Oggi si conoscono solo gli animali di Walt Disney e si stenta a vedere in cosa essi siano diversi dagli uomini. Ciò ha portato a una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Una tendenza che spinge ad accreditare le forme più estreme di animalismo, come l’antispecismo di Peter Singer, ossia l’ idea che tra le specie animali non ci siano distinzioni di sorta.

 

 

È una tesi pericolosa?

Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. Questa differenza non la intendono gli antispecisti. Singer è arrivato a dire che se mi trovo di fronte un bambino con tare mentali o fisiche irreversibili e un vitello in perfetto stato devo scegliere il vitello e sopprimere in culla il bambino senza farlo soffrire.

Gli antispecisti sostengono che è l’interesse ciò che caratterizza senza distinzioni tutti gli esseri viventi e che dunque un toro non ha nessun interesse di entrare nell’ arena, né il maiale di andare al macello.

Guardi, la questione dell’ interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L’interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali sono mossi dall’istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma.

Che gli antispecisti contestano.

Sì. Salvo poi chiedere agli uomini di optare per soluzioni diverse rispetto a quelle che magari preferiscono, come mangiare carni, usare pelle animale per le scarpe e così via. Con il risultato paradossale che gli uomini dovrebbero rifiutarsi di uccidere la tigre ma certo la tigre non potrebbe che continuare a fare quello che fa secondo l’istinto, ossia anche divorare l’uomo. L’uomo sarebbe dunque l’unico tra gli animali a rispettare la nuova legge. Dimostrando quindi che qualche differenza tra lui e le altre specie in fondo c’è.

Ma come si è arrivati a queste posizioni estreme, spesso anche largamente condivise?

Per quel che riguarda la storia del pensiero, il percorso è evidente. Si tratta dell’ evoluzione delle teorie utilitariste di Bentham che per primo parlò dei cosiddetti “diritti degli animali”. Credo però che sia più interessante considerare l’ atteggiamento generale con cui si accolgono queste teorie. Un atteggiamento in cui predomina il sentimentalismo e in cui l’ umanitarismo sta sostituendo l’umanismo. Stiamo attenti: chi è umanitario si preoccupa del benessere degli altri ma non della loro umanità, che risiede in aspirazioni, desideri e così via. Io con un cane posso essere umanitario ma non umanista. E qui si apre l’ altro tema dei nostri giorni. È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano.

Siamo in fuga dalla relazione?

Non c’ è dubbio. Vede, con un animale domestico come il cane, per esempio, noi possiamo seguire i nostri due atteggiamenti più estranei alla relazionalità: il sergente ordinatore che è in noi e che al cane dà ordini; e il sensibile iperprotettivo che fa le manfrine. I cani del resto ci offrono un affetto che non esige nulla in cambio. Un affetto che non si può investire di carica morale.

Crede che in futuro agli animali sia destinata una vita diversa?

Se questo animalismo diventasse dominante, si realizzerebbe la forma perfetta di protezione degli animali: l’estinzione. E del resto, qual è oggi l’ animale perfetto e più conosciuto e amato? Il dinosauro. Sta lì nel nulla. A Jurassic Park, vive una vita magnifica. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini.

 

 

 

 

Il testo è l’articolo di Matteo Nucci pubblicato su Repubblica in data 03/02/2012

I video sono tratti nell’ordine da Parla con lei (Pedro Almodóvar), L’albero degli zoccoli (Ermanno Olmi), Jurassic Park (Steven Spielberg).

 

 

 

 

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A History of the World in 100 objects, Neil MacGregor

23 gennaio 2012

 

 

 

A History of the World in 100 objects è il libro del direttore del British Museum Neil MacGregor, pubblicato da Viking, frutto del lavoro di quattro anni di cento esperti che hanno ricavato una classifica degli oggetti più significativi conservati dal museo. Cento oggetti tra gli otto milioni prodotti dall’uomo in più di due milioni di anni.

Sono gli oggetti quotidiani quelli più interessanti e carichi di storia: al centro di tutto c’è il significato del rapporto tra forma e funzione. È il caso dell’ascia da pugno (anche detta amigdala per la sua forma a mandorla) in fonolite ritrovata nella gola di Olduvai, in Tanzania, ossia quella che è definita la culla dell’umanità. È stata scolpita tra 1,4 e 1,2 milioni di anni fa, ed è il primo oggetto tecnologico multiuso: l’Homo Habilis lo usava per spellare la selvaggina e ricavarne pellicce, per tagliare la carne e ridurre i vegetali a una pappa commestibile. Oggetto talmente efficiente da accompagnare l’uomo per un milione di anni. Per costruire un’ascia da pugno non basta la destrezza manuale, ma serve soprattutto la capacità di pianificare e astrarsi dall’immediato per immaginare se stessi nel futuro. E forse quest’ascia custodisce anche il segreto del linguaggio: “Oggi le neuroscienze ci indicano che le aree del cervello attive quando si costruisce un utensile si sovrappongono a quelle della parola, come se si fossero evolute insieme” sostiene l’autore.

Il servizio da tè vittoriano , tris di teiera-zuccheriera- bricco per il latte, prodotto intorno al 1840 nella migliore manifattura di porcellana inglese, l’Etruria dal famoso ceramista Josiah Wedgwood, simboleggia uno dei primi paradossi della globalizzazione. Il tè è infatti sia il simbolo dell’essere inglesi che del non esserlo affatto: le foglie per l’infusione arrivano da India e Cina, lo zucchero dai Caraibi. E dietro la raffinata porcellana fregiata d’argento MacGregor rintraccia anche i disegni sul controllo sociale: da prelibatezza per ricchi, come era nel Settecento, il tè, a partire dal 1785, diventa una bevanda economica, che le classi alte hanno interesse a diffondere tra la popolazione perché sia sobria e operosa, anziché intorpidita dall’alcol.

 

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giuliano Aluffi pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

 

 

 

 

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Liberamilano seguito da Una mattina ci siam svegliati, Nanni Balestrini

22 gennaio 2012

 

 

 

 

Liberamilano seguito da Una mattina ci siam svegliati: l’autore è  Nanni Balestrini. Si tratta della cronaca di due giornate milanesi, che aprono e chiudono il periodo berlusconiano. Il secondo, è il resoconto della manifestazione del 25 aprile 1994, immediatamente successiva alla vittoria elettorale di Berlusconi; il primo è quello della vittoria di Pisapia nelle elezioni comunali di fine maggio 2011.

Nell’un caso come nell’altro, Radio Popolare racconta in diretta gli avvenimenti, raccogliendo le divers voci della città, di memoria e di resistenza nel caso della vittoria berlusconiana, di entusiamo, di fiducia e di apertura al futuro nel caso della recente vittoria di Pisapia. Anche in questo volume una oralità collettiva, veicolata questa volta da uno strumento di comunicazione di massa; anche qui il montaggio opera sapientemente su linguaggi preesistenti. (…) In oltre quarant’anni di attività, l’autore ha progressivamente affinato una tecnica espressiva fondata su artifici tipici delle avanguardie (il montaggio e l’uso della tecnologia applicata alla parola) e tuttavia capace di affetti potenti di realismo e di epica collettiva volta a esprimere una nuova oralità di massa. Conciliare lo sperimentalismo degli anni ’60 con il bisogno di raccontare la storia e la cronaca: questo è stato l’obiettivo a cui ha lavorato Balestrini.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Romano Luperini pubblicato dal Domenica del Sole 24 Ore in data 22/01/2012

 

 

 

 

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Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Colin Crouch

17 gennaio 2012

 

 

 

Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, è l’ultima opera di Colin Crouch (autore dell’importante Postdemocrazia) pubblicata in Italia da Laterza.

Le grandi imprese perseguendo i propri interessi interferiscono pesantemente nei processi democratici. Il che è un problema non solo per la democrazia, ma soprattutto per il mercato.

C’è un giallo da risolvere: spiegare la ‘strana’ mancata morte del neoliberismo. “Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente è meno favorevole di quanto dica di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro”.

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Laterza

L’immagine è una fotografia di Elliot Erwitt

 

 

 

 

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Postdemocrazia

 

 

 

I libri in lingua originale

The Strange Non-Death of Neoliberalism

 

 

 

Post-Democracy

 

 

 

 

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