I libri consigliati da “La poesia e lo spirito”

La Poesia e lo spirito, con acume:

Vivalascuola. La scuola è di tutti

Pubblicato da vivalascuola su novembre 2, 2010

Martedì 9 novembre alle ore 18.30 a Milano, alla libreria Linea d’ombra di via San Calocero 19, presentazione del libro di Girolamo De Michele La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla, Minimum fax ed. Sarà presente l’autore, che dialogherà con Gianni Biondillo, scrittore.

Troppi insegnanti, alunni violenti e somari, bidelli scansafatiche, programmi inadeguati… la scuola italiana è davvero in stato di emergenza come sostiene chi vuole salvarla a suon di tagli al personale, rigida disciplina, valutazioni «quantitative» dell’apprendimento? Questo libro, unendo analisi statistiche e strumenti teorici di grande autorevolezza con l’esperienza di chi lavora da anni nelle classi, smonta gli stereotipi e aumenta la prospettiva: il nemico da combattere è una vasta crisi di valori politici e culturali che rischia di rendere la scuola (e la società) sempre più autoritaria.

 

Democrazia liberale e schiavitù. Luciano Canfora, “La democrazia. Storia di una ideologia

Pubblicato da francesco sasso su novembre 2, 2010

Luciano Canfora, La democrazia. Storia di una ideologia, Bari, Laterza, 2008
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di Antonino Contiliano

ll principio della necessità della schiavitù
ne’ popoli precisamente liberi, è verissimo.
Leopardi, Zibaldone

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In questa opera – La democrazia. Storia di una ideologia – Canfora tratta della democrazia e del suo rapporto con la libertà all’interno della storia delle idee – ideo-logia – e del suo cammino attraverso la nascita delle istituzioni che ne hanno ordinato la convivenza non pacifica. Il percorso fatto dall’autore copre l’intero tragitto che va dagli esordi greci fino alla nuova carta costituzionale dell’Unione Europea, quella che ai nostri giorni i partiti costituenti hanno messo a punto a Strasburgo.

Nell’epilogo del suo libro, Canfora, citando dallo Zibaldone di Leopardi, annota che ancora una volta ha vinto la libertà sulla democrazia, o quella democrazia maggioritaria che via via si è sviluppata da noi, e che fa capo al grande Pericle. Il Pericle che, secondo una certa traduzione di Tucidide, sarebbe invece il padre della democrazia, ovvero del potere del popolo tutto. In realtà lo stratega, e “principe” ateniese del VI secolo a.C., non era dello stesso parere. Sua convinzione e prassi era che la democrazia fosse limitata alla maggioranza dei potenti e dei ricchi della città, i quali avevano il lusso di potersi armare in proprio e fare le guerre. Così la democrazia di Pericle era quella dei pari dell’aristocrazia, mentre negli affari privati la libertà veniva garantita a tutti i cittadini. Il potere politico della città era solo dell’oligarchia. La libertà e la facoltà di governare è assicurata solo al gruppo egemone. Il resto del popolo non godeva di tale potere. Le donne ne erano escluse e i prigionieri venivano resi schiavi. La schiavitù era anche una condizione molto più larga e si estendeva allo stato sociale di inferiorità, dei trattamenti ineguali e lasciati all’arbitrio dei padroni e della dura mentalità patriarcale.

Una schiavitù – annota il Leopardi – che, lontana dall’essere stata debellata, fonda la libertà dei liberi e ne è principio.

Alla tendenza non sfugge neanche l’età moderna. Ampia documentazione sono le varie fasi dello sviluppo storico della civiltà europea e di quella italiana in particolare, che Canfora ci dovizia di argomentazioni e riferimenti documentali precisi, seguendo le rivoluzioni (francese, inglese, americana, etc.) e le controrivoluzioni. E le controrivoluzioni non sono state solo quelle pagate a suon di guerre (interne ed esterne), ma anche quelle che hanno minato la via liberale pacifica dell’urna elettorale. L’evoluzione cioè del sistema elettorale del suffragio universale e, tuttavia, sottoposto a tutte le manovre manipolatorie (il caso, per esempio, del ministro della malavita, Giolitti) per bloccare la partecipazione popolare stessa, ovvero l’avvio del sistema della rappresentanza parlamentare effettiva e democraticamente operosa nell’interesse di tutti.

La scansione dei passaggi alle svolte epocali delle dittature e dei cesarismi, poi, è nettamente marcata.

Peculiare, e qui lo riportiamo come segno di un’accurata attenzione, è l’analisi logica disambiguante che l’autore del libro affida alla voce di Condorcet, e rilevante per le conseguenze che si ripercuotono negativamente sulla ripartizione chiara del voto politico. È lo snidamento dell’ambiguità dei sistemi elettivi, intrinseca a certa evoluzione elettoralistica del sistema liberale, e noto con il nome di “paradosso di Condorcet”. Una falla nella coerenza del suffragio che, se non svuota, tuttavia neutralizza l’effettiva partecipazione democratica del popolo al governo del paese.

E lo svuotamento dei sistemi costituzionali, elettorali e organizzativo-amministrativi, via via registrati nel corso dell’evoluzione storica, è cosa altrettanto nota perfino lì dove, come nel caso della Costituzione repubblicana italiana, nata dalla resistenza antifascista, i sacrosanti principi della giustizia sociale sono rimasti lettera morta. Dal tentativo della legge Scelba del 1953 – il premio di maggioranza – all’attuale bipolarismo italiano, – nato con la morte del sistema elettorale proporzionale e l’entrata in vigore del maggioritario, e i candidati scelti direttamente dai partiti, così come lo stesso Presidente dell’esecutivo viene eletto direttamente e a ballottaggio (primo e secondo turno), – l’attacco alla democrazia popolare è cosa di ordinaria amministrazione. Arcinota per dilungarsi in questa pagina. Comunque la segnalazione è un invito a seguire direttamente lo scorrere del volume di Canfora.

Nell’Ottocento, per tornare al paradosso che colpisce il teorema dell’ordine delle preferenze elettorali, il Condorcet rileva quanto segue: fondato su tre opzioni e tre votanti – “x. ABC; y. BCA; z. CAB” –, il sistema elettorale-politico maggioritario è viziato sin dalle origini. Il risultato di una elezione infatti risulta arbitrario in quanto “dipende dall’ordine delle preferenze individuali, e queste […] non riescono a ‘fondersi’ in un unico e coerente risultato ‘complessivo’.” (p. 98). Le opzioni individuali non hanno una somma o un bilancio finale tale che per “transitività” farebbe passare il risultato dalle preferenze individuali a quelle sociali. Coerenti singolarmente (preferenza per A o B o C), non lo sono socialmente. Infatti se A vince su B e B vince su C, “C vince su A, dal momento che, se si raffronta il risultato di C direttamente su quello di A, si scopre che C ha avuto due preferenze rispetto ad A, mentre A rispetto a C ne ha avuta una sola, quella di x” (p. 98).

Il sistema liberale propugna libertà civili e politiche fino a quando gli interessi individualistici e di classe non vengono troppo disturbati e messi in forse. Tocqueville, nella sua indagine sulla democrazia americana, a suo tempo è stato più che esplicito, anche perché la sua passione era più per la libertà che per la democrazia:

«ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto del diritto, ma non la democrazia. […] La libertà è la prima delle mie passioni. Questa è la verità». (p. 28)

Il libro di Canfora non è quello di un giudice ma di uno storico che ricostruisce senza veli il difficile rapporto della libertà con la democrazia, il potere del popolo. Il lavoro ricostruttivo segna il fervore di una discussione che, in Italia, si è accesa attorno a donna democrazia, così come anche in Francia (l’altro luogo della vecchia contesa). Nel dibattito in corso (Francia), ricordiamo la riflessione aperta tra Jacques Rancière, Alain Badiou, Jean-Luc Nancy, Étienne Balibar, etc., e il pungolo di Rancière che definisce la democrazia come “scandalo”.

Scandalo in quanto essa non è “né una forma di società né una forma di go­verno, bensì il principio stesso della politica, il principio che la istituisce fondandola sull’assenza di ogni fondamento (naturale o gerarchico). Se la questione centrale della politica risiede nel rapporto tra governanti e governati, la democrazia – in quanto ‘potere degli uguali’, ‘potere di chiunque’– si afferma come rottura di ogni logica dell’arché (del comin­ciamento/comando come principio di filiazione) e di ogni assiomatica della dominazione”(1). Così se la democrazia dichiara che essa è “il potere di coloro che non hanno più titoli per governare che per essere governati” (ivi), lo scandalo è quello di una contingenza radicale.

Ma se ogni distri­buzione delle parti e dell’ordine sociale tra liberi e “schiavi” è governato da chi controlla in negativo il decollo della democrazia, allora, oggi, nell’Italia della legge Bossi-Fini (padre il ministro socialista Martelli della prima Repubblica), lo schiavismo, in versione aggiornata, è di casa e garantisce lo stile di vita dei padroni, prima che degli italiani tutti.

Basta solo la memoria ai fatti recenti del destino dei “migranti” e “clandestini” a Rosarno, Caserta, Siracusa, Ragusa, Alcamo, etc. Quei fatti cioè che mostrano come la mano d’opera stagionale degli stranieri non comunitari, in Italia, dalla politica amministrativa centrale e periferica sia tenuta al di sotto dei diritti fondamentali umani e degli stessi limiti fissati dal diritto del/al lavoro contrattuale.

Il reato di clandestinità, poi, per irregolarità legale, e questa agevolata piuttosto che eliminata dalla legislazione vigente in materia, è l’altra faccia schiavizzante del regime della padania berlusconiana e della Europa “fortezza”.

È un nuovo schiavismo! Cosa cambia rispetto al vecchio? Se ne fa garante, senza tante veline, l’attuale liberalismo democratico di Stato e la sua classe dirigente, altrimenti detto, per servirci di Derrida, il cinismo dello “stato canaglia” che vanifica e irride gli articoli fondamentali della Costituzione repubblicana italiana!

A partire dall’art. 1, la volontà non appartiene al popolo, e la disoccupazione perseguita il lavoro come un terrorista!

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NOTE

(1) Emanuela Fornari, La democrazia e i suoi soggetti, in “Iride”, XXII, dicembre 2009, p. 630.

 

 

Claudio Damiani, il soffio e la durata

Pubblicato da lapoesiaelospirito su ottobre 29, 2010

 

di Paolo Pegoraro

Strano personaggio, Claudio Damiani. Nonostante sia tra i maggiori poeti italiani viventi, si guarda bene dal darlo a vedere. Qualche anno fa, mentre era impegnato nella ristrutturazione della casa e si vide soffiare per un solo punto il premio Viareggio-Répaci, si limitò a commentare: «Peccato, perché ci avrei pagato le finestre, e la scala». Come non desse peso ai riconoscimenti ufficiali. Eppure, alla presentazione romana della sua prima raccolta antologica (Poesie 1984-2010, Fazi, pp. 168, € 15), il cinema Nuovo Sacher straripava, neanche a calcare il palco ci fosse il più smaliziato mattatore.
Damiani non lo è di certo. Insegna latino al liceo. È un po’ come la sua poesia: semplice, cordiale, di un’eleganza senza calcolo. I suoi versi sembrano parlare soltanto di un lago, di una montagna o dei suoi cari… eppure, non si sa bene come, ci trovi dentro l’universo intero. Sfogliando questa raccolta si incontrano i temi a lui cari: il piacere di passeggiare, il dialogo della natura con l’uomo, gli affetti domestici, la scuola, il dialogo con il passato, l’osservazione del presente. Talvolta l’acuto sentimento del tempo sembra sfumare le tinte in una tenue malinconia: le case in rovina, il ricordo degli avi, i luoghi dell’infanzia, il timore di perdere la donna amata, il pensiero della morte, la memoria di civiltà sepolte. Sulla rovina e la corruzione, tuttavia, prevale sempre la placida e ferma fiducia in un’inesplicabile durata.

Anche se tutto è negletto,
anche se tutto è impolverato
e giace inerte, nell’oblio,
anche se è così, a me non importa niente.
Io mi siedo su questa sedia impolverata
che potrebbe frantumarsi sotto il mio peso,
parlo con delle persone che nessuno vede,
e potrebbero ridere vedendomi.
Che gli altri ridano non m’importa niente,
che mi ignorino, anche di questo non mi importa.
Questi muri che tocco, vedi, si sgretolano,
questa bottiglia d’acqua s’incrina appena,
questo pane sulla tavola non diventa polvere,
queste posate e questi piatti, ordinati, composti,
in relazione l’uno con l’altro, e noi tutti intorno
che facciamo il segno della croce e ringraziamo il Signore
prima di mangiare.

L’autentico mistero non è che tutto vada in polvere, quanto che qualcosa si salvi. Che sia possibile scampare dalla dissoluzione cosmica. Perché la fine c’è, ed è drammaticamente reale: «Nasciamo angeli e interamente amiamo, / con tutto il cuore del nostro amore ci innamoriamo / come dei bambini che non conoscono il mondo / e interamente moriamo». Eppure qualcosa sopravvive. C’è un «paradiso / che noi abbiamo trovato, che era per strada / sotto gli occhi di tutti» e che perfino «sotto terra continuerà a brillare». Di cosa si tratta? Per rispondersi Damiani ha dialogato a lungo con i classici latini e cinesi, generosi custodi di una sapienza perenne. Ciò che resta non è l’arte, non è l’eroismo guerresco, non sono i monumenti. Scrive il poeta persiano Sa’di nel suo Golestan: «Ciò che non dura non è degno dell’amore». Qual è allora il mistero custodito nella durata? Se il tempo brucia ogni cosa, perché nelle sue ceneri continuano a palpitare braci d’amore?

 

AC

 

Fonte: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/


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