Archive for 22 dicembre 2010

Spartakus. Simbologia della rivolta, Furio Jesi

22 dicembre 2010

Spartakus. Simbologia della rivolta, è il testo apparso postumo del germanista e mitologo Furio Jesi morto  trent’anni fa.

“Prima della rivolta e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte battaglie individuali.”

Evocando Rimbaud e la Comune di Parigi, Jesi affermava: “Solo nella rivolta la città è sentita come l’haut-lieu e al tempo stesso come la propria città.”

Nell’ora della rivolta non si è più soli, ma si è nel flusso cangiante del Noi, entità provvisoria e labile, estatica e violenta.

Dopo la fine delle ideologie, dopo la caduta del Muro di Berlino, e il trionfo del pensiero unico, in Occidente come in Oriente, a New York come a Shangai, la rivolta sospende il tempo storico e crea l’istantaneo; è il trionfo del presente contrapposto al futuro. Non si attende più il giorno del compimento del lungo processo rivoluzionario. La rivolta instaura un tempo estatico, scrive Pietrandrea Amato, uno dei teorici delle nuove rivolte metropolitane, il qui e ora.

Walter Benjamin racconta come nel corso della Comune di Parigi i rivoltosi sparassero contro gli orologi, simbolo del tempo scandito dal progresso, dalla disciplina del lavoro. La rivolta non prevede, ma vive nel subitaneo; non presuppone neppure una classe sociale che prenderà il potere, ma solo individui atomizzati, che nel corso delle insurrezioni spontanee, non preparate e contagiose, diventano una forza provvisoria. Se le rivoluzioni coltivavano il sogno dell’assalto al Palazzo d’Inverno, conquista del centro simbolico del potere, la rivolta avviene in modo molecolare con l’intento di condizionare materialmente l’andamento normale delle cose.
Dopo la rivolta nulla è più come prima. Per i suoi teorici – Paolo Virno, uno dei filosofi italiani oggi più citati nel mondo, ma anche i francesi Alain Badiou e Jacques Rancière – la rivolta è l’analogo della catastrofe, del collasso cui ci ha abituato il nuovo capitalismo finanziario, l’unica risposta possibile a una società che non sembra più avere nessun fondamento certo, nessuna teoria con cui giustificare il proprio dominio, se non la coercizione, l’uso della forza o la seduzione del consumo.

La società dello spettacolo che ha dominato negli ultimi vent’anni, realizzando la profezia di Guy Debord, ora ha davanti a sé una serie di accadimenti non catturabili nelle forme dello spettacolo mediatico. Quello che in definitiva la rivolta destruttura è l’idea stessa dell’identità politica. Il Noi appare e scompare, e sospende il tempo storico a favore di quello che i Greci chiamavano Kairos: il giusto istante, il colpo d’occhio, quello in cui l’atleta compie la mossa giusta, supera l’avversario, taglia il traguardo.

 

Il presente intervento è pubblicato da LibOn in riferimento al post di Marco Belpoliti intitolato A chi è rivolta? per Nazione Indiana.

 

Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

 

 

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Bansky. Il terrorista dell’arte, Sabina De Gregori

22 dicembre 2010

Banksy. Il terrorista dell’arte (Castelvecchi, 2010) è un divertente (e ben illustrato) saggio di Sabina De Gregori, che insegna agli italiani che Banksy va considerato una sorta di Pasquino inglese: “l’arte con cui dissemina le strade è per tutti, si serve di un linguaggio semplice e immediato senza mettere a disagio l’osservatore chiedendogli strumenti di comprensione che non possiede” (p. 152). Non solo. Proprio come Pasquino, “attacca l’ambiente con una precisione militare scegliendo per le sue rappresentazioni eventi e spazi chiave, coinvolgendo le persone e sollecitando il loro senso critico” (p. 153).

Banksy crede in diverse cose. La prima: “Se vuoi dire qualcosa, devi apporre il tuo messaggio dove la gente lo possa vedere. Solo stando in prima linea e dando forza alle tue idee puoi creare qualcosa” (p. 16).
La seconda: “Io cerco soltanto di rendere le immagini belle alla vista. Non voglio mostrarmi bello. Non sono alla moda. Le immagini generalmente appaiono migliori di come le eseguo quando le disegno per strada. Ho ovviamente problemi con i poliziotti. D’altro canto la mia è una scommessa simpatica. Sono certo che la realtà potrebbe essere una cocente delusione per i miei fan” (p. 118).
Quella più saggia: “Le persone che davvero deturpano i nostri luoghi sono le compagnie che scarabocchiano con slogan giganti i palazzi e gli autobus cercando di farci sentire inadeguati se non compriamo le loro cose. Si credono capaci di strillare i loro messaggi sulle nostre facce da ogni superficie disponibile, ma a noi non è permesso dare delle risposte. Hanno intrapreso la sfida e il muro è l’arma che abbiamo scelto per difenderci” (p. 179).
Sabina De Gregori (Ginevra, Svizzera, 1982), vive e lavora a Roma. Laureata in Storia dell’Arte, esordisce in saggistica con questo libro.
Sabina De Gregori, Bansky. Il terrorista dell’arte, Castelvecchi, Roma, 2010
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Fonte: Lankelot.eu