Come nasce la rivolta in Egitto

 

Come nasce la rivolta in Egitto? Si può cercare di delineare i principali connotati di questo importante evento storico.

La rivolta in Egitto è innanzitutto, così come è stato in Tunisia, una rivolta giovane, una rivoluzione generazionale. L’età degli insorti – età media ovviamente – è di 24 anni. Più dei 2/3 della popolazione egiziana ha meno di 30 anni. Questa è una delle ragioni principali della sua nascita; ma non solo, è la ragione della sua forza e velocità di propagazione. Gli individui giovani sono i migliori rivoluzionari: per coraggio e rabbia. Questa gioventù sofferente sulla riva sud del Mediterraneo, questa gioventù che per anni ha sfidato la morte attraversando il mare. Questa gioventù  oggi si rivolta. Una gioventù con cui abbiamo tanto in comune. Ma solo a una condizione. Che mettiamo da parte gli scacchieri geopolitici della stabilità del più forte e che riconosciamo a tutti il diritto alla libertà. Me lo spiegava bene una signora due giorni fa nella qasbah. “Datemi i diritti, non il pane, non il lavoro, datemi i diritti”. E lo diceva lei, una donna di 38 anni divorziata con un bambino di 8 anni da mantenere con uno stipendio come donna delle pulizie di 90 euro al mese. Una che non aveva mai potuto studiare ma non per questo si sentiva meno tenuta a parlare. Esattamente come gli studenti, i blogger dissidenti, gli artisti, gli avvocati o il sindacato. Chapeau a tutti quanti, ma senza i poveri del Cairo o del sud della Tunisia, le rivolte non sarebbero mai esplose. Sono loro che si sono fatti ammazzare per la libertà.

Seconda cosa: questa rivoluzione è laica e non religiosa. Non ci sono bandiere islamiche, si vedono se mai bandiere nazionali. Le masse sono mosse dalla fame e dal desiderio di Libertà, Uguaglianza, Fraternità e Giustizia. Anche gli stessi atti suicidi-incendiari sono politici e non religiosi. Sono atti disperati di una generazione affamata e umiliata.

Qui il servizio del Tg3: un manifestante rimasto lontano dalla folla viene ucciso da un colpo di precisione

Bisogna anche dire che queste insurrezioni hanno saputo usare la rete e le tecnologie digitali: sono rivoluzioni intrinsecamente legate alla modernità e al XXI secolo. Lo si è visto in Tunisia. Fotografie scattate con cellulari, video, utilizzo dei social network hanno aiutato la crescita dei movimenti e il rafforzamento delle coscienze. In Tunisia tramite facebook rinasce l’agorà. Una piazza dove incontrarsi e dibattere, in un paese dove la dittatura ha tagliato tutte le relazioni tra i dissidenti e ha azzerato le possibilità di organizzarsi e riunirsi. Una piazza dove non ci sono leader, ma soltanto pagine di riferimento, come quella di Hamadi Kaloutcha, che funzionano da punto di snodo per le informazioni prodotte direttamente dagli iscritti a facebook. Video e fotografie fatte col cellulare e diffuse in rete raggiungono in un attimo migliaia di persone in tutto il paese. Esattamente lo stesso che succede quando iniziano le rivolte nel sud del paese. È tutto un crescendo. Dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid, ogni giorno i ragazzi postano sul proprio profilo le immagini delle proprie città. Per un mese, quelle immagini sono l’unica fonte di informazione, e di incoraggiamento. Soprattutto dopo le tre giornate di sangue a Qasserine, quando in tre giorni, dall’8 al 10 gennaio, i cecchini delle milizie di Ben Ali, appostati sui tetti dei palazzi, abbattono una cinquantina di ragazzi innocenti. A fare da detonatore – secondo Soufien – sono soprattutto le immagini dell’obitorio di Qasserine. Quelle del ragazzo con la testa aperta da un proiettile sparato alla nuca.


Qui il post di Fortress Europe su Hamadi Kaloutcha. Un cyberdissidente a Tunisi

Qui il post di Fortress Europe su Fahim Boukaddous. Un gramsciano a Tunisi

 




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