La retorica della comunicazione, Alfabeta2

 

La retorica della comunicazione è l’articolo di Anna Maria Lorusso pubblicato da Alfabeta2 il 7 febbraio 2011. Un’analisi ficcante del linguaggio mediatico (televisivo) dominante. L’autrice è vigile osservatore e sottile ascoltatore.

Molte volte nel corso dell’anno appena terminato abbiamo letto del pericolo che corre l’informazione, tra tentativi di legge-bavaglio, ritorni censori, dossieraggi e la solita, insoluta, questione del conflitto di interessi. Poco si parla, però, a nostro avviso, di un problema dell’informazione meno evidente ma ugualmente grave e che meriterebbe analoga attenzione: il diffondersi di tentazioni veritative e assolutistiche: monologiche. Cerchiamo di spiegarci.

È ovvio che in un panorama mediatico polifonico, plurale e libero ogni soggetto autorizzato a parlare dovrebbe essere garantito nel suo diritto di parola. Tuttavia, ci pare che sarebbe altrettanto essenziale che ogni soggetto autorizzato a parlare si limitasse a farsi portavoce del proprio punto di vista, del suo credo e dei suoi valori, senza volontà di prevaricazione dogmatica. Più volte invece ci siamo trovati in questa situazione, e troppo spesso forse senza accorgercene neanche. Il “monologismo” si sta facendo sistematico, abitudine diffusa, stile informativo, forse cifra epocale. Non dobbiamo pensare solo allo stile inquisitorio del Giornale o alle urla sguaiate e pre-politiche di Beppe Grillo. Forse dobbiamo anche riflettere su chi, da una parte e dall’altra dell’arena politica, predica il ritorno ai fatti o presenta le proprie inchieste come Verità, e non come indagini (soggettive, interessate, parziali, seppur – auspicabilmente – corrette).

Serpeggia, insomma, secondo noi,  e senza  troppe dissimulazioni, una tendenza all’assolutizzazione del proprio discorso, tanto a destra quanto a sinistra, che non fa bene né all’informazione né alla democrazia, né alla coscienza critica del paese.

Per intenderci, chiameremo questa patologia “retorica della verità” e cercheremo nelle prossime righe di chiarirne alcuni tratti caratteristici.

Anzitutto, all’interno della retorica della verità, la posta in gioco non è il proprio argomento (che è pur sempre una forma di opinione), ma la definizione di unìoggettività non controversa. Il discorso deve arrivare a una conclusione non discutibile. Ai fatti. Alle cose come sono, come sono andate veramente. Che è un altro modo per dire: alla Verità.

Non a caso sembra ritornato in auge il genere-inchiesta, da D’Avanzo su Repubblica a Report – con inchieste sempre meno connotate come reportages, racconti del proprio percorso di scoperta, e sempre più qualificate invece come percorsi di disvelamento, di messa in evidenza della autentica realtà delle cose, o come discorsi fondativi, che aspirano a ridefinire da zero i termini della questione.

All’interno di questa prospettiva, in secondo luogo, spesso non ci sono possibilità e sfumature, ma solo necessità e valori manichei;  ci sono per lo più affermazioni dichiarative, enunciati constativi e assertivi (fatti di verbi all’indicativo presente dell’eternità, di schemi sintattici semplici che danno l’impressione dell’evidenza chiara e distinta che si manifesta) spesso con verbi deontici: spiegano quel che si deve, si dovrebbe, si sarebbe dovuto fare, dire, pensare (assumendo un criterio di dover essere e dover fare indiscutibile).

Inoltre, e soprattutto, le argomentazioni sono spesso paralogistiche, basate cioè non su forme di ragionamento e deduzione corrette ma su ragionamenti fallaci: premesse che non giustificano conclusioni generalizzabili (ma ad esempio conclusioni solo parziali – ed è tutta un’altra cosa), false premesse (non verificate), auctoritates che non sono effettivamente tali (che non sono, per esempio, dati scientifici, pareri di esperti autorevoli, studi che hanno già passato il vaglio della comunità scientifica) ma che sono solo la riformulazione delle proprie affermazioni.

Una delle strategie tipiche della retorica della verità, infatti, è proprio la costruzione di referenze interne, ovvero la costruzione discorsiva (dunque all’interno del proprio dire)  di un piano di riferimento e sostegno argomentativo, che non è fatto in realtà da “prove”, auctoritates, ma da pseudo-verità costruite dal proprio stesso discorso e riutilizzate in fasi successive dell’argomentazione come garanzie di quel che si va dicendo, in un evidente circolo vizioso di autoconferma. Un po’ come quando si usano i risultati dei sondaggi come prove di qualcosa, facendo finta di non sapere che i sondaggi non scoprono verità ma costruiscono dati.

In prospettiva semiotica, questo tipo di retorica è una delle possibili strategie veridittive che il discorso informativo ha a disposizione, uno dei possibili modi che il discorso può assumere per costruire discorsivamente la verità. L’idea di fondo è che i discorsi non ci mettono mai di fronte alla Verità ma di fronte alla costruzione delle loro verità. Le parole, i testi (anche quando hanno le migliori intenzioni) non riflettono, non rispecchiano il vero oggettivo, perché ormai da secoli anche la filosofia è concorde nel non attribuire alla verità lo statuto di evidenza; ma costruiscono una certa verità, e cercano di convincercene. In gioco, nel discorso informativo, dovrebbe essere la credibilità, l’attendibilità di chi parla e la fiducia che quel che dice (e come lo si dice) ispira, non la  correttezza, la giustezza – perché quasi mai abbiamo effettivi criteri di giudizio per valutare la corrispondenza del detto ai fatti, mentre sempre abbiamo o dovremmo avere criterio e strumenti critici per discernere ciò che è ben argomentato da ciò che non lo è, ciò che è più manipolatorio da ciò che è più aperto e chiaro, ciò che è più convincente da ciò che lascia più spazio ai dubbi.

A questo – all’esercizio critico di discernimento su quel che si dice, sulla attendibilità delle fonti, sulla trasparenza del proprio punto di vista – il nostro sistema mediatico e in generale il dibattito che gli sta intorno ci prepara molto poco, mentre l’attenzione resta completamente assorbita dalle voci urlate di chi da una parte e dall’altra (sul Giornale come sul Fatto quotidiano, al Tg1 come ad Annozero) vuole imporre una verità unica, monolitica, incontestabile.

Attenzione: il punto non è fornire e garantire sempre il contraddittorio, l’ossessione di mettere insieme portavoce di pareri opposti per tacitare la buona coscienza che vuole la neutralità. La nostra sensibilità vorrebbe proprio che il contraddittorio non avesse diritto di esistenza, che la neutralizzazione delle opinioni che il contraddittorio produce non trovasse terreno, perché siamo convinti che proprio la neutralità sia una chimera – la chimera di chi vuole predicare l’evidenza della verità, nascondendo la propria argomentazione, ammantando le proprie inchieste di oggettivismo, di neutralità, di scientificità, come se un parere soggettivo ma autorevole,  una ricerca personale ma documentata, non potessero, per ciò stesso, meritare attenzione e rispetto.

Il problema è diventato particolarmente palese con il caso (virtuoso) di Vieni via con me e dei discussi inviti in trasmissione di Fazio e Saviano: la vedova Welby, Beppino Englaro, entrambi “rappresentanti” di una stessa posizione. La sedicente neutralità voleva che fosse invitata una voce contraria, che creasse l’agognato dibattito. Per fortuna Fazio e Saviano hanno rifiutato questa logica rivendicando rispetto per la parzialità di un racconto e di un’esperienza che certo è di parte, è personale, ma non per questo deve indurre la contraddizione.

Il timore che stiamo iniziando ad avvertire è che si stia confondendo la libertà di informazione con il diritto di neutralizzazione delle opinioni, e che si stia scambiando il valore della onestà informativa con quello della rassicurazione veritativa.

C’è qualcosa di populistico nella retorica della verità che sta prendendo piede – che, inutile dirlo, fa sistema con vari altri virus della nostra epoca.

 

 

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