Come nasce la rivolta in Libia

Come nasce la rivolta in Libia: si può cercare di delineare le cause e le circostanze per le quali è nata la rivolta, anzi la guerra civile libica.

Qui il post di LibOn Come nasce la rivolta in Egitto

Fino alla settimana scorsa si credeva che la Libia non avrebbe seguito le orme della Tunisia e dell’Egitto, dove le proteste popolari erano riuscite a far cadere regimi al potere da decenni. Si diceva che la Libia fosse diversa dai suoi vicini nordafricani da un punto di vista sia sociale sia economico, e che quindi avrebbe resistito all’effetto domino che la caduta del presidente tunisino Ben Ali sembrava aver scatenato in tutto il mondo arabo. La grande differenza rispetto ai paesi confinanti sta nelle enormi riserve di petrolio che rendono l’ex colonia italiana uno dei paesi più ricchi d’Africa e nell’assenza del fenomeno della disoccupazione giovanile di massa (alcune statistiche, però, stimano la disoccupazione libica totale al 30%). In oltre quarant’anni di potere, poi, il governo di Gheddafi ha represso ogni forma di opposizione politica e, attraverso la censura e l’impoverimento del sistema dell’istruzione, è riuscito ad annichilire l’opinione pubblica. Tutto questo faceva presagire che l’onda rivoluzionaria partita da Tunisi non sarebbe arrivata a lambire le coste libiche.

L’articolo di Limes: l’Occidente e le crisi petrolifere

Ma quando – tra il 16 e il 18 febbraio – sono apparse le prime notizie sulle proteste e si vociferava che vi fossero stati più di cento morti tra i manifestanti di Bengasi e di altre città della Cirenaica, molti analisti hanno pensato che la rivolta si sarebbe limitata a questa provincia orientale della Libia, uno storico focolare dell’opposizione al regime di Gheddafi. Alcuni analisti sostenevano inoltre che queste proteste non fossero espressione di un vero malcontento popolare interno al paese, ma che fossero invece da attribuirsi all’attivismo politico dei gruppi dell’opposizione libica in esilio che incitavano alla rivoluzione. Si credeva che il governo avrebbe messo fine alla rivolta nel giro di pochi giorni, così come avvenne a Bengasi esattamente cinque anni fa, quando il regime represse una rivolta popolare che terminò rapidamente con un bilancio di 14 morti. Oppure, che si sarebbe ripetuto un eccidio come quello compiuto nel 1996 nel carcere di Abu Salim, dove più di mille detenuti furono uccisi nel corso di un’insurrezione penitenziaria. Come sempre, Tripoli sarebbe rimasta immune alle proteste e fintanto che la vita andava avanti tranquilla nella capitale, dove Gheddafi ancora sfilava per le strade accolto dalla folla, niente avrebbe potuto minacciare seriamente il potere del colonnello.

Il commento di Lucio Caracciolo al video di Gheddafi

Dopo gli sviluppi del 20 febbraio però tutto è cambiato. È la prima volta in quarant’anni che il governo libico appare seriamente minacciato. Bengasi è in mano ai rivoltosi che hanno conquistato al-Katiba, la base militare che funge da palazzo presidenziale nella città orientale. I civili ne hanno preso l’arsenale bellico e ne hanno celebrato la cosiddetta liberazione sfilando a bordo dei mezzi blindati sequestrati. L’esercito regolare si è ritirato da molte altre città della Cirenaica di cui poi i manifestanti sono riusciti a occupare le stazioni della polizia. La rivolta popolare si è estesa anche a Tripoli. Nella notte di domenica la centralissima piazza Verde è stata teatro di sparatorie e sembra che anche alcuni uffici governativi di Tripoli siano stati bruciati. Nelle prime ore del lunedì la polizia pareva essere svanita dalla capitale e scritte contro Gheddafi sono apparse sulle pareti delle stazioni della polizia abbandonate. L’apparente diminuzione del numero di militari indurrebbe a pensare che qualche unità si sia ritirata. Il governo stesso ha subito importanti defezioni nel corso della giornata di domenica. Il comandante militare del distretto di Tobruk, un fedelissimo del regime, si è dichiarato dalla parte dei rivoltosi, così come un alto dirigente del ministero della Difesa. Sia l’ambasciatore libico presso la Lega araba che quello in carica presso l’India hanno rassegnato le dimissioni e preso le distanze da Tripoli in segno di protesta contro l’uccisione indiscriminata dei manifestanti. La più grande tribù del paese, gli Orfella, cui vari membri occupano posizioni chiave nel governo, si è ufficialmente schierata dalla parte della rivolta e ciò fa ipotizzare che nelle prossime ore Tripoli possa subire altri importanti attacchi dal suo interno. Oltre alle defezioni e alla perdita di controllo di province importanti, il segno più evidente che Gheddafi si senta ora minacciato è il discorso fatto dal figlio del leader libico.

L’articolo di Limes sull’equilibrio del mercato petrolifero mondiale

Parlando in diretta televisiva all’una di notte, Saif al-Islam al-Gheddafi, finora considerato un possibile erede politico del padre, ha dichiarato che il paese rischia di precipitare in quarant’anni di guerra civile e di essere diviso in due, la Tripolitania da una parte e la Cirenaica dall’altra. Per descrivere la situazione che la Libia sta vivendo Saif ha usato la parola fitna, un termine dell’arabo classico con il quale si indica il conflitto che ha diviso la comunità musulmana nei primi secoli dopo l’avvento dell’Islam. Utilizzando questo termine, quindi, ha implicitamente confermato che le divisioni interne al paese siano così forti da poterne minacciare l’unità nazionale. Nel complesso, il discorso di Saif al-Islam è parso un tentativo di convincere i tripolini a non schierarsi a favore della rivolta. Non li ha minacciati con discorsi sulle possibili violenze e sulle ulteriori uccisioni di cui sarebbero rimasti vittime. O meglio, sebbene abbia promesso che i libici “piangeranno centomila morti” e in maniera poco convincente ha detto che l’esercito è compatto e combatterà, non è con la minaccia di scontri fisici che ha tentato di conquistarsi la fedeltà dei cittadini, in particolare quelli della capitale. Ha invece parlato più a lungo e con maggiore enfasi del caos nel quale sarebbe caduto il paese se Tripoli si fosse sollevata, dei mancati proventi del petrolio, dei 200 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali che sarebbero stati gettati al vento, e dell’estrema povertà che avrebbe investito il paese.

Niente più scuole e ospedali, e non ci sarà più pane in Libia perché diverrà più caro dell’oro, ha detto, presagendo inoltre che i proventi del petrolio finiranno in mano ai quei drogati e fomentati, ossia i manifestanti, come li descrive Saif al-Islam. Il figlio del leader libico ha quindi usato la logica delle rendite degli idrocarburi per cercare di placare gli animi dei tripolini. Così come gli analisti avevano ipotizzato – sbagliando – che i proventi del petrolio e il benessere generale in Libia avrebbero trattenuto l’ondata rivoluzionaria, adesso Saif si sta aggrappando alla stessa logica delle rendite per frenare le adesioni alla rivolta. In un disperato tentativo di riconciliarsi con i manifestanti, ha proposto che gli attuali guadagni provenienti dal settore petrolifero siano ridistribuiti tra i cittadini e che i giovani possano ottenere più facilmente prestiti da governo. Tale modo di agire non è una novità per il governo di Tripoli, che negli ultimi anni ha ripetutamente fatto ricorso a compensazioni pecuniarie o a donazioni di case e automobili per risolvere le tensioni sociali. Tuttavia resta da vedere se questa volta la carota delle rendite e del benessere che Saif al-Islam ha mostrato nelle case delle famiglie libiche possa influenzare il corso degli eventi.

A giudicare dai fatti della domenica notte scorsa a Tripoli, sembra che a tenere le redini del futuro del paese non siano tanto i cittadini della capitale e le loro aspirazioni materiali, quanto invece gli schieramenti dell’esercito. Infatti, se vi saranno ulteriori defezioni da parte di comandanti delle forze armate e se, come appare, la polizia non scenderà in strada per difendere i palazzi del governo, la maggiore minaccia al potere di Gheddafi verrà dal suo interno, da quella fitna che sembra sia dilagata nei palazzi del potere. Se, invece, l’esercito rimarrà fedele al governo, le violenze in Libia potrebbero continuare ancora a lungo.

 

L’articolo è tratto dalla rivista di geopolitica italiana Limes

 

 

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