L’interesse dei pochi le ragioni dei molti, Einaudi

 

 

L’interesse dei pochi le ragioni dei molti. Le letture di Biennale Democrazia è il volume edito da Einaudi, curato da Pier Paolo Portinaro, costituito dai contributi di vari autori: Luciano Canfora, Francesco De Sanctis, Enrico Donaggio, Pierpaolo Donati, Gian Enrico Rusconi, Jörg Luther, Ernesto Galli della Loggia, Sergio Scamuzzi, Nadia Urbinati, Anna Elisabetta Galeotti, Carlo Galli, Lorenzo Ornaghi, Francesco Remotti, Massimo L. Salvadori.

Introduzione di Gustavo Zagrebelsky

 

La democrazia è una faccenda di noi, non nel senso che è una faccenda nostra, una nostra acquisizione, una nostra conquista (scoperta o invenzione che si voglia dire), ma nel senso che la democrazia – in qualsiasiforma e contesto, in qualsiasi luogo e tempo – coinvolge sempre un qualche noi: la democrazia è il potere di un noi, beninteso di un noi sufficientemente vasto e qualificato da potersi considerare rappresentativo di un popolo (demos), di un’intera società.

Molto spesso i criteri selettivi che operano per formare i noi del potere  rispondono a presupposti, convinzioni, concezioni antropologiche piú o meno condivise. Detto in altri termini, non è soltanto questione di potere; è anche una questione di come si pensa che siano fatti uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri…

Somali settentrionali

 

 

 

Portiamo un esempio dal Corno d’Africa. In un ambiente molto arido e difficile, i Somali settentrionali, nomadi dediti alla pastorizia (cammelli, oltre che capre e pecore), pur in assenza di un sistema di governo centralizzato, avevano realizzato ciò che è stata chiamata da Ioan Lewis una democrazia pastorale. Si tratta di una società egualitaria, come direbbero gli antropologi, dove la stratificazione sociale è scarsamente accentuata, e dove si fa di tutto per riportare a uno stato di eguaglianza coloro che tendono a emergere. La chiave di volta della società è data dalla parentela di tipo patrilineare e questo fa sì che la società sia composta di lignaggi (unità minori) e di clan (unità maggiori), senza che vi sia una struttura di potere di ordine generale.  La shir è un’assemblea informale, che si autoconvoca allorché se ne avverte l’esigenza. In essa non vi sono cariche istituzionali: tutti gli uomini adulti fanno parte dell’assemblea. Come afferma Lewis, non vi sono specialisti della politica, in quanto tutti gli uomini adulti sono essi stessi dei politici. L’unico criterio formale per poter esprimere la propria opinione nell’assemblea è l’appartenenza al lignaggio o al clan di cui essa costituisce la forma di autogoverno. Di solito, ci si riunisce in circolo all’ombra di un albero; e se l’assemblea è quella di un clan molto vasto, i lignaggi designano i loro rappresentanti per farne parte. Nella democrazia pastorale dei Somali balza agli occhi – tanto per cominciare – la differenza tra uomini e donne: la democrazia delle assemblee è infatti una faccenda di uomini, e non di donne; non solo, ma come del resto nell’antica Grecia, ne erano esclusi i servi e gli stranieri. Piú in particolare, non bastava essere uomini adulti: occorreva anche essere waranleh, guerrieri, letteralmente uomini portatori di lancia, giacché per la cultura somala il combattimento è qualcosa che attiene all’essere uomini.

 

Iatmul, Nuova Guinea

 

 

 

Un esempio calzante al riguardo – oltre ai parlamenti europei per lunghi tratti della loro storia – è quello degli Iatmul della Nuova Guinea, che ci introducono a un tema per noi molto significativo: quello che potremmo chiamare il contropotere femminile. È vero che presso gli Iatmul le donne sono escluse dal potere e che il loro ruolo è di essere mere spettatrici delle manifestazioni del potere maschile. È vero inoltre che gli uomini occupano la scena pubblica, mentre le donne si collocano nella sfera privata. Ma – come Gregory Bateson e Margaret Mead hanno posto in luce – le donne sono attente osservatrici del comportamento dei maschi: esse giudicano le loro performances rituali, la loro musica e i loro canti, e con una sonora e impietosa risata sono in grado di segnalare gli errori in cui incappano i loro uomini, ridicolizzandoli. I maschi iatmul custodiscono il loro potere con il segreto: ma cosa avviene quando una donna, piú o meno per caso, viene a sapere qualcosa dei segreti maschili?  È sufficiente lo svelamento di un piccolo segreto perché tutto crolli. Come dicono gli stessi Iatmul, si rompono gli schermi che proteggevano i segreti degli uomini e tutto viene svelato a tutti, non solo agli uomini, ma anche alle donne e persino ai bambini.  Occorrerà dunque faticosamente rimettere in piedi quella separazione, ricostruendo una nuova casa, un nuovo potere maschile: un potere reso fragile e intermittente dal pungente e devastante contropotere femminile. Grazie alle donne, la società dei tutti inghiottisse periodicamente il potere dei molti, maschi e adulti, con i loro stupidi segreti, i loro rigidi criteri di selezione, i loro schermi di separazione, facendo capire quanto poco credibile sia il potere degli uomini a cui di solito uomini e donne fingono di credere.

 

Pigmei BaMbuti

 

 

 

Nelle tribù dei Pigmei BaMbuti, a differenza delle società bantu circostanti, il bambino viene da subito trattato come una persona completa,dotata di diritti individuali, a cui non si parla con un linguaggio infantile: già tre o quattro mesi prima di venire al mondo, ai bambini viene attribuita infatti la medesima intelligenza degli adulti. Ma non è soltanto una faccenda di considerazione, bensí di iniziativa e di attività. I bambini giudicano gli adulti e contribuiscono a riportare la pace nel gruppo. I bambini si ingegnano infatti nel rappresentare davanti a tutti le dispute che possono essersi verificate tra gli adulti, assumendo ognuno il ruolo di un protagonista. Per i Pigmei BaMbuti il mondo degli adulti è tipicamente il mondo dell’akami, del rumore (i bisticci, le dispute, il disordine); al contrario, i bambini, come del resto gli anziani,sono le persone piú vicine alla morte, da cui provengono (i bambini) o a cui si avvicinano (gli anziani): sono gli esseri che maggiormente detengono la qualità dell’ekimi, la pace, la quiete, la tenerezza, l’amore. Proprio per questo i Pigmei BaMbuti conferiscono un grande potere di controllo (come dice Turnbull) ai bambini: essi sono uno specchio in cui gli adulti possono vedere quanto akami essi producono e sono nello stesso tempo attivi nel riportare ekimi nella società.

Tutto ciò avrà poco a che fare con le questioni della democrazia formale; ma i bambini mbuti sono un ottimo esempio per dimostrare come il potere democratico – in certe condizioni – possa essere esteso, al limite, a tutti. È facile rendersi conto che una democrazia tendenzialmente di tutti è possibile soltanto in società fortemente egualitarie e di piccole dimensioni, dove i rapporti sono del tipo faccia a faccia.

 

Il post si compone di stralci scelti dal’articolo di Francesco Remotti pubblicato dal Manifesto sabato 5 marzo 2011

 

 

 

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