Articolo di Toninio Perna su Alfabeta2

 

 

Ecco l’articolo di Tonino Perna pubblicato su Alfabeta2 in data 12 aprile 2011. Buona lettura.

 

Titolo

La borghesia mafiosa e la deriva criminale del capitalismo

 

Testo

Partiamo da una constatazione che può sembrare una banalità: in un sistema capitalistico la classe sociale che controlla i flussi di capitale ha il potere, comanda, diventa classe dirigente. Ne consegue che quando cambia il modo con cui si conquistano e controllano grandi flussi di capitale, cambia la società e le stesse istituzioni. Ed è questo lo scenario con cui dobbiamo fare i conti e che cercheremo sinteticamente di analizzare in queste note, tenendo presente i contributi di Umberto Santino – uno dei massimi studiosi della mafia siciliana – sull’origine e la complessità del fenomeno, di Ugo Biggeri – presidente della Banca popolare Etica – sull’intreccio tra capitali illegali e mondo della finanza, e di Tonio dell’Olio – presidente di Libera Internazionale – sui caratteri globali del fenomeno, nonché sulle risposte concrete che la società civile organizzata sta portando avanti (uso dei beni confiscati alle mafie).

La borghesia mafiosa come classe dominante

Il modello di accumulazione «mafioso» può essere definito come una variante del modo di produzione capitalistico nella fase storica in cui sono crescenti le produzioni di merci a «valore d’uso negativo» (droghe, armi, rifiuti tossici, racket ecc.). È la fase che viviamo ormai da almeno trent’anni in cui l’extraprofitto, vero motore dello sviluppo capitalistico, viene conseguito facilmente più nei «traffici illegali» che nella produzione ordinaria di merci, data la relativa sovrapproduzione che intacca il tasso medio di profitto in molti settori. Dato che l’extraprofitto è legato, come sostenevano da angolazioni diverse Braudel, Marx e Schumpeter(1), a un monopolio dell’informazione, a uno scarto informativo tra produttori e consumatori, è facile comprendere quanto sia grande l’area dell’extraprofitto nei mercati illegali (o criminali). Basti solo pensare, per fare un esempio, che un grammo di cocaina acquistato dalla ‘ndrangheta calabrese in Colombia al valore di 2 euro viene rivenduto in Europa al valore medio di 50 euro. Quale settore produttivo «legale» può conseguire un tale margine di profitto? Margini simili li troviamo anche in altri traffici illegali e la loro sommatoria porta a stimare il flusso annuale di capitale «illegale» (o criminale) a un valore che oscilla, a seconda delle stime, tra il 3 e l’8% del Pil mondiale. Anche attestandoci sulle stime più prudenti si tratta di una massa enorme di capitali che comportano uno «spiazzamento» nel mercato capitalistico, che incidono fortemente sulle dinamiche sociali e istituzionali.

Quella che i mass media chiamano «mafia» o «criminalità organizzata» ha subìto negli ultimi decenni una profonda metamorfosi: non è più un cancro, un elemento di devianza, bensì si è trasformata in una nuova classe sociale che viene ormai definita da tanti osservatori, studiosi e magistrati, come la «borghesia mafiosa». Non si tratta di una questione meramente definitoria o lessicale, ma di un sostanziale salto di qualità e mutamento delle forme del potere. Questa nuova classe sociale è emersa con forza in diverse aree dell’economia-mondo tanto nei paesi industrializzati (dagli Usa al Giappone, dall’Italia alla Cina), quanto nelle aree periferiche dove è riuscita spesso a conquistare il potere politico, data la debolezza delle istituzioni e della borghesia nazionale. Ha assunto una posizione dominante tanto negli Stati mafiosi dei Balcani – Montenegro e Kosovo in primis – quanto nelle «narcodemocrazie» latinoamericane – Colombia, Perù, Panama ecc. – ed è arrivata a controllare gran parte del mercato di una grande paese come il Messico. «Ormai il Messico è peggio della Colombia», afferma l’economista messicano Edoardo Rebeles. «In Colombia lo Stato combatte i cartelli, qui lo Stato sono i cartelli».

Questa nuova classe sociale disprezza la cultura e gli intellettuali e, a differenza della vecchia borghesia industriale, tende a vivere di rendite finanziarie ed extraprofitti che nascono dall’intreccio perverso di Stato e Mercato (dalla vendita di armamenti agli appalti per lo smaltimento dei rifiuti fino alle grandi opere), sia nella gestione diretta dei grandi traffici illegali. Come l’aristocrazia terriera, la borghesia mafiosa disprezza il lavoro manuale e l’impegno civile ma, a differenza dell’aristocrazia europea, e anche di quella cinese e di altre civiltà, che ci ha lasciato capolavori d’arte e monumenti straordinari, tende a mostrare il suo potere attraverso l’ostentazione di quelli che Thorstein Veblen chiamava «consumi vistosi». I suoi investimenti sono prevalenti nella sfera commerciale e finanziaria, e da questa tendenza nasce un connubio, sempre più complesso, tra borghesia finanziaria e borghesia mafiosa, fra traffici legali e illegali, per cui oggi è difficile stabilire dove comincia uno e dove finisce l’altro .

Ma la sua caratteristica peculiare è quella di essere, allo stesso tempo, locale e globale, di avere una straordinaria capacità di conciliare «tendenze apparentemente in contraddizione tra loro quali la riscoperta, da un lato, della territorialità, persino nelle sue forme estreme di rivalutazione dell’appartenenza etnica, e la rivendicazione enfatica, dall’altro, dei vantaggi del processo di globalizzazione dei mercati». In breve, si può dire che la borghesia mafiosa sia stata più capace della borghesia industriale – quella operosa e illuminata, innovativa e acculturata – di rispondere alle sfide della globalizzazione e ai conseguenti processi di delocalizzazione che hanno fatto perdere alla grande borghesia i suoi legami con il territorio di appartenenza. Ed è questa una questione centrale: scegliendo la strada della delocalizzazione selvaggia, della rendita finanziaria, il grande capitale (i grandi imprenditori, come li chiamava Schumpeter), hanno perso di legittimità politica, hanno lasciato un vuoto di potere che viene colmato dalla borghesia mafiosa emergente.

Il caso italiano

L’Italia, come tanti sanno ma dimenticano, è uno straordinario «laboratorio politico» della modernità, non solo perché è in questo paese – come ha mostrato Braudel– che sono nate le prime forme di capitalismo, non solo in quanto è nel nostro paese che è stato inventato «il fascismo» , ma anche perché è l’unico paese occidentale e industrializzato che abbia fatto registrare – per più di venti anni – l’inquietante fenomeno delle «Stragi di Stato», che sono la conseguenza dell’intreccio tra servizi segreti, poteri occulti, finanza e organizzazioni criminali. Ed è sempre nel nostro paese che registriamo la presenza più inquietante, capillare, delle diverse mafie, nonché la nascita di una vera e propria nuova borghesia mafiosa (o criminale). Il fenomeno era stato denunciato, già negli anni Ottanta, da studiosi di chiara fama come Pino Arlacchi e Umberto Santino, ed è stato rilanciato dallo scrittore Roberto Saviano con Gomorra. Al di là degli aspetti controversi di questo best seller, c’è una cosa che è stata sempre sottovalutata: Saviano chiama i casalesi «imprenditori», non camorristi. Cerchiamo di chiarire la differenza usando la testimonianza di un valente magistrato, il sostituto procuratore antimafia Alberto Cisterna: «Esistono reciproche convenienze tra ‘ndrangheta e borghesia mafiosa, da intendere non come marginali poteri oscuri, ma come una sottosocietà di professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni che in una comunità virtuosa non avrebbero spazio».

In generale, non sono i Riina o Provenzano, quanto per citare noti mafiosi, i componenti di questa nuova classe sociale, bensì imprenditori, professionisti, politici ecc. Anche se ci sono i segnali che i superboss si stanno trasformando, appaltando ad altri la parte militare del potere mafioso. Per rendere plasticamente visibile questo fenomeno vediamo alcuni esempi recentissimi.

Il primo febbraio scorso, Giuseppe Grigoli, imprenditore nel settore della grande distribuzione, padron della Despar in Sicilia è stato condannato a dodici anni di reclusione, col sequestro del patrimonio di beni per 250 milioni di euro, perché in affari con il superboss e super-ricercato Matteo Messina Denaro. Da titolare di una modesta bottega di generi alimentari il Grigoli cambiò la sua vita quando, a metà degli anni Settanta entrò in affari con la mafia locale fino ad arrivare a essere organico alla gestione degli affari di Messina Denaro.

Il 3 febbraio scorso, vengono indagati tre imprenditori di uno dei più lussuosi alberghi calabresi: il “Parco dei principi” di Gioiosa Jonica, albergo a cinque stelle. Secondo i magistrati il complesso è stato realizzato con fondi pubblici e denaro della ‘ndrangheta.

Il 31 gennaio a Catanzaro vengono arrestate ventisette persone, tre società coinvolte e diversi imprenditori nel settore dell’autotrasporto, del mercato ortofrutticolo ecc.

E potremmo continuare con centinaia di esempi che vanno ben al di là dell’area meridionale, come ci dimostra la quota crescente di sequestri di beni della borghesia mafiosa nel Nord Italia. Anzi, secondo alcuni autori, lo stesso miracolo economico del Veneto è stato possibile grazie all’afflusso di capitali illegali (criminali), al punto di farli diventare elemento costitutivo di quel modello di sviluppo.

Ma l’Italia costituisce anche un caso speciale, una vera e propria avanguardia, nella lotta contro le mafie. Certamente in campo legislativo, ma soprattutto per l’utilizzo dei beni della criminalità organizzata e alla nuova borghesia mafiosa. Ormai sono decine le imprese sociali/cooperative che gestiscono terreni , immobili e fabbriche confiscate e le fanno funzionare grazie all’inserimento nei circuiti «virtuosi» dell’Altreconomia. Queste esperienze, che crescono e si moltiplicano in tutto il paese, ci danno un chiaro messaggio: solo creando un’economia solidale è possibile costruire un modello alternativo a quello dell’accumulazione mafiosa. E ci spingono anche a porci un punto di domanda: la deriva criminale del capitalismo offre spazi nuovi e inediti per una redistribuzione della ricchezza e un uso sociale delle risorse? In altri termini: il capitalismo criminale accentua le contraddizioni e impone la sperimentazione di nuove relazioni sociali e modelli economici?

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1)      Fernand Braudel nel suo magistrale saggio La dinamica del capitalismo sostiene che le prime forme di capitalismo hanno origine nei commerci «di lunga distanza» dove i rischi e i guadagni sono eccezionali, mentre nell’«economia di mercato» il profitto è socialmente e istituzionalmente regolato. In Marx ci sono diversi accenni all’extraprofitto che si registra quando si crea un nuovo settore industriale e alla base dell’accumulazione originale. In Schumpeter è l’innovazione – di prodotto, processo, mercato – che crea un extraprofitto finché non viene copiata, come avviene in tutte le situazioni in cui si determina un monopolio.

 

 

 

 

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