Il divano di Istanbul, Alessandro Barbero

Il divano di Istanbul è l’ultimo libro di Alessandro Barbero, edito da Sellerio.

Un ambasciatore dell’Impero Ottomano giunge in una capitale europea. Gli ospiti cristiani lo accompagnano alla biblioteca e gli mostrano alcuni rari manoscritti del Corano, pensando di compiacerlo, ma il Turco rimane scandalizzato e cerca di comprare quelle copie per riportarle in patria: ha la sensazione che il Libro sia in esilio, non ha alcun desiderio che la conoscenza di esso si diffonda. Questa mancanza di interesse per l’altro è probabilmente la più grande differenza tra l’Impero Ottomano e l’Europa cristiana. Per il resto, le due metà del mondo mediterraneo per secoli si sono confrontate e completate, interfaccia l’una dell’altra. Questa storia dell’Impero Ottomano, straordinaria invenzione di governo multietnico e multinazionale a cui alcuni in Occidente guardarono addirittura come a una desiderabile alternativa, così ce lo raffigura: una metà largamente incomprensibile se non la si completa guardandola anche nello specchio dell’altra.


Alessandro Barbero in Il divano di Istanbul ripercorre, con il rigore e la vivacità che gli sono consueti, la storia dell’impero ottomano riscoprendo aspetti più nascosti che illuminano di una diversa verità storica quello che comunemente – se ci si limita a una chiave di lettura facile e ingannevole – viene chiamato scontro di civiltà.

L’Impero Ottomano si stendeva per un territorio immenso, da Algeri a La Mecca, da Bagdad a Belgrado. Quell’impero islamico era bellicoso e dispotico, il regime tirannico: il sultano aveva poteri di vita e di morte su i sudditi. Eppure da impero interrazziale e interreligioso quale era, risultava tollerante e aperto: i cristiani potevano praticare la loro religione e gli ebrei scacciati dall’Occidente vi trovavano ospitalità così come gli stranieri. Lo stato era organizzato in maniera efficiente: il governo dell’impero, il divan, era presieduto dal gran visir. Le popolazioni che vi abitavano erano le più diverse, dai turchi a popoli nomadi che portarono dalle steppe asiatiche le loro tradizioni, come le code di cavallo, simbolo di potere, che venivano piantate davanti alle tende negli accampamenti militari – solo il sultano poteva averne 7; o come il divan a cavallo, cui si ricorreva per prendere decisioni importanti in tema di guerra e di pace. Eppure a un certo punto questo stato immenso entrò in crisi: l’arretratezza tecnologica e il ritardo rispetto all’Occidente lo lasciarono ai margini: mentre l’Europa progrediva, l’impero ottomano restava attaccato a un modello ormai arcaico che l’avrebbe reso preda del colonialismo occidentale.

Il libro

Alessandro Barbero, Il divano di Istanbul, Sellerio, Palermo, 2011

L’autore

La casa editrice

La libreria

AC


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