Hotel a zero stelle, Tommaso Pincio

Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora è il libro di Tommaso Pincio edito da Laterza.

L’albergo è un’occasione temporanea. Ma è la possibilità di trovare un “posto per sé”, un “posto dedicato”, altrove, lontano da casa. L’albergo è un luogo freddo e accomodante; a disposizione. L’ospitalità dell’albergo è mutuata da un contratto: così è (più o meno) concordata nei suoi termini e garantita.


Il testo porta questi significati attraverso l’elogio dell’albergo, del suo concetto e delle sue concretizzazioni materiali.

Il ricevimento

Ho un debole per gli alberghi. Mi piace tutto di questi luoghi. Per cominciare, mi piace come sono concepiti. Mi piace che siano provvisti di un ricevimento. Non importa quanto maestoso sia, questo ricevimento. Mi va bene anche una semplice scrivania con una persona dietro, come in molte guest house sparse per l’Asia. Mi piace l’idea che, entrando, sia previsto di andare al ricevimento per annunciarsi, comunicare che dovrebbe esserci una stanza riservata a proprio nome. Mi piace il condizionale, “dovrebbe”, e mi piace l’espressione “a mio nome”, se usati in un contesto alberghiero. E mi piacciono pure e, non poco, sia la parola “ricevimento” che la sua variante inglese “reception“. E non mi dispiace nemmeno la possibilità di presentarsi senza una prenotazione e la conseguente paura di essere respinti, con cortesia ma respinti, perché l’albergo è al completo.

La camera

Allo stesso modo, e per ovvie ragioni, adoro quando, dopo attimi di sospensione trascorsi cercando di sbirciare nel registro che il portiere consulta con professionale distacco, spunta una camera libera. E immagino non sia necessario precisare quanto suadenti suonino alle mie orecchie le parole “camera”, “stanza”, “room”, “chambre” e via dicendo, nel caso in cui queste parole indichino una camera di albergo di qualsivoglia specie. Mi piace poi scoprire se la colazione è compresa nel  prezzo della stanza e se è eventualmente possibile cenare in albergo, anche se cenare in albergo è l’ultimo dei modi in cui mi piace trascorrere una serata quando sono in viaggio. E mi piace inoltre il momento in cui mi viene comunicato il numero della mia stanza e mi viene pórta la chiave. Non mi dispiace neppure che mi venga pórta una carta magnetica al posto della chiave, sebbene le carte mi piacciano meno delle chiavi perché spesso ho dei problemi a usarle e mi succede di confonderle con quelle di credito. Mi succede pure, non so perché, di perderle o dimenticarle in stanza con più facilità delle chiavi. Per cui, tutto considerato, preferirei che negli alberghi seguitassero a porgere chiavi, anche se oggi c’è la tecnologia. Preferirei seguitare a entrare nella mia stanza alla vecchia maniera, infilando la chiave nella serratura, perché solo così riesco ad apprezzare al meglio il piacere di varcare la soglia e restare immobile per qualche istante a fissare il letto fatto, le lenzuola linde e stirate, i cuscini gonfi e sprimacciati. Mi piace constatare di quale tipo di televisore è dotata la stanza, anche se il televisore in albergo non lo guardo quasi mai. Per questa ragione posso dire che mi piacciono sia le stanze dotate di televisore che quelle senza televisore; indifferentemente.

Gli accessori

Mi piace controllare la temperatura del condizionatore e alzarla o abbassarla, se è il caso, anche se io sono uno a cui l’aria condizionata piace poco. Quando viaggio per i tropici dell’Oriente estremo preferisco le guest house agli alberghi, perché nelle prime è sempre disponibile l’opzione “stanza con solo ventilatore”. Ah, quanto mi piacciono i ventilatori e il loro frullìo stanco e monotono. Mi piace controllare la presenza di tutto il necessario per il bagno; saponi, sciampo e quella roba là. Mi piace che la tavoletta del water sia fasciata dalla striscia di carta che ne garantisce la perfetta igiene, anche se non ho mai compreso come una fascetta di carta possa garantire una cosa del genere. Mi piace soffermarmi a leggere le condizioni affisse sul lato interno della porta, e in particolare mi piace leggere che sono tenuto a lasciare la stanza entro le ore 12 antimeridiane. Poi mi piace valutare la differenza di prezzo tra bassa e alta stagione. Mi piace studiare le piantine nelle quali è evidenziato il percorso da seguire in caso di incendio, anche se sono certo che nel panico di un incendio non sarei mai capace di seguire alcun percorso. Mi piace la solitudine delle stanze d’albergo, una solitudine speciale che è in parte tua e in parte della stanza e ti resta appiccicata addosso anche quando esci dall’albergo e giri per la città, tra gli indigeni.

L’ospite

E mi piace una serie di altre cose che non sto qui a elencare perché sono tutte cose delle quali chiunque può avere esperienza, e comunque riconducibili allo stato di “ospite” cui si assurge dimorando in un albergo. Mi piace un sacco essere ospite. Ma solo ospite di un albergo. Essere ospite di amici invece mi mette a disagio, anche se alla fine può rivelarsi più piacevole e confortevole dell’essere ospite di un albergo. E comunque sia, preferisco sempre essere ospite di un albergo, perché, come dicevo, io ho un debole per gli alberghi.


Il libro

Tommaso Pincio, Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, Laterza, Roma-Bari, 2011

L’autore

La libreria

AC


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