Storia della mia gente, Edoardo Nesi

 

 

 

Storia della mia gente di Edoardo Nesi è uno dei migliori libri italiani degli ultimi anni. La casa editrice è la gloriosa Bompiani. Il libro è tra i finalisti del Premio Strega 2011.

 

Ma lo Strega è un premio, e come tale è fisiologicamente destinato a lasciare scontenti quanti non vengono premiati.
Questo, però, evidentemente non basta a spiegare le polemiche che puntualmente si ripropongono ogni anno all’annuncio dei nomi dei cinque fortunati. Nel caso dello Strega, l’amarissimo liquore è reso fiele dal meccanismo su cui poggia la valutazione espressa dai giurati.
La dinamica è molto semplice, in realtà: La scelta del vincitore viene affidata ad un gruppo di 400 persone chiamate “gli amici della domenica” (“… begli amici, che siete! Siete solo amici della domenica!”) che appartengono – a vario titolo – al mondo editoriale e culturale.     (Wuz.it)

 

Allora: Storia della mia gente è uno di quei cazzotti che ogni tanto la letteratura sferra al mondo, aggiungendovi qualcosa di prezioso ma al tempo stesso sottraendovi anche qualcos’altro. Ciò che quest’opera aggiunge è una poetica contemporanea della rovina – una rovina non individuale, e nemmeno di classe o di categoria, ma collettiva e imparziale, tale da giustificare, per l’appunto, l’utilizzo della parola “gente”. Ciò che sottrae, invece – e lo sottrae per sempre – è l’inganno madornale della globalizzazione, al quale nessuna persona di buon senso aveva mai veramente creduto e che è stato imposto d’autorità come un diktat da pochi corrotti o esaltati. Fra duecento anni questo libro verrà ancora letto, ne sono sicuro.

Sandro Veronesi

 

 

 

 

Il libro di Nesi è molto insolito, originale e stimolante. Un imprenditore di Prato, nato ricco e un po’ viziato, destinato a continuare l’impresa di famiglia, una delle più importanti fabbriche di tessitura della celebre città toscana dei “cenci”, si trova improvvisamente a fare i conti con la più grande crisi economico-finanziaria dei tempi recenti, con la globalizzazione, con scelte di politica industriale miopi e poco efficaci fatte dai governi del nostro paese, con una situazione che lo costringe, suo malgrado, a cedere la ditta di famiglia, fondata da suo nonno, nel 2004. Una sconfitta personale, familiare, sociale, economica, politica, metafora della condizione di declino del Made in Italy a cui il nostro paese sembra non saper mettere un freno.

Nel romanzo-saggio dello scrittore c’è però molto di più: l’amore per la letteratura, soprattutto per Francis Scott Fitzgerald, a cui si deve il titolo del libro, modello di vita e di stile letterario; l’amore per il cinema, di cui si citano titoli famosi, che hanno condizionato la sensibilità e la visione del mondo dell’autore, da Quarto potere di Orson Welles a Il verdetto di Sidney Lumet; la nostalgia per l’Italia del miracolo economico, quello che consentiva ai rampolli di buona famiglia di passare le estati pigre sorseggiando bibite alla Capannina di Forte dei Marmi, illudendosi che la famiglia, l’azienda, gli ordini, i dipendenti, il contesto sociale sarebbero rimasti fermi in un eterno felice presente. Sappiamo,invece, che non è andata così e con la cultura e la sensibilità del romanziere Edoardo Nesi è pronto ad analizzare la storia della sua famiglia, delle sue vicende aziendali, degli errori commessi da lui e da politici, giornalisti, economisti che hanno teorizzato scenari utopici, fantasiosi, perdenti. Alcune pagine del libro sono le più convincenti e capaci di penetrare nella nostra sensibilità di lettori con grande forza emotiva: la visita della polizia al capannone che ospitava la fabbrica di Nesi e ora pullula di cinesi che in un ambiente sordido, sporco, degradato, lavorano indefessamente giorno e notte, fuggiti da una Cina dove la loro qualità di vita era ancora inferiore, ma ridotti in una forma di schiavitù anche nel nostro civilissimo paese, a tagliare e cucire manufatti a prezzi stracciati, quelli che concedono a noi di avere la tv al plasma, la pensione, la sanità, a loro precluse. E ancora la grande manifestazione “Prato non deve chiudere”, dove un enorme striscione, fatto con quei tessuti che ora stanno determinando il fallimento delle piccole industrie che da anni li avevano prodotti, alla quale partecipa tutta la città: imprenditori ed operai, tessitori ed industriali, in una ritrovata solidarietà sociale ed umana che ci mette sotto gli occhi la gravità di un declino di cui forse ancora non riusciamo ad identificare la portata. Lo scrittore, mentre con gli occhi lucidi si avvia a portare il grande striscione in corteo, conclude, pensando al futuro:

Oggi però voglio continuare a camminare insieme alla mia gente. Non so bene dove stiamo andando, ma di certo non siamo fermi.

 

Le immagini sono fotografie di Franco Pinna

Il testo è tratto da Sololibri.net

 

 

 

Il libro

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, Milano, 2010

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC


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