Archive for luglio 2011

I luoghi dell’avventura, Hugo Pratt

30 luglio 2011

 

 

 

I luoghi dell’avventura è l’ultima opera di Hugo Pratt, pubblicata da Rizzoli in occasione della mostra aperta fino al 2 ottobre 2011, al museo d’arte di Lugano.

 

Ci hanno messo sei anni (2004-2010) Marco Steiner, lo scrittore, e Marco D’Anna, il fotoreporter a viaggiare sulle rotte di Corto Maltese, l’avventuriero dei fumetti creato nel 1967 dal nostro autore. Europa, Asia, Caraibi, America del Sud, Etiopia. Hanno dato vita a un reportage giornalistico: andare nei luoghi di Corto per raccontare oggi posti e personaggi immortalati dal maestro. Bilancio?

Dice Steiner: «Leggere una storia di Corto può divertire, intrigare, stimolare. Ma fare un viaggio per seguirla può rendere felici».

In Etiopia, ad Harar, la città dei 99 minareti, c’è la casa di Rimbaud. Finta, come la tomba di Walter Benjamin a Portbou. Un museo. Costruito sul tugurio dove il poeta visse per una parte di quei tredici anni nei quali, prima di morire, si lasciò alle spalle Verlaine e la poesia. Non distante c’è Lalibela, la Gerusalemme nera, città delle chiese al rovescio. Vestigia cristiane scavate nella roccia, per nasconderle ai musulmani. Una, quella di San Giorgio, incassate per tredici metri nella pietra, è gravida di simboli templari. Con un salto, sempre nel buio, i due autori del reportage sono a Buenos Aires, nel palazzo metafisico di Avenida de Mayo, dedicato a Dante Alighieri, considerato il miglior esempio moderno di «architettura esoterica», alto cento metri come i cento canti della Commedia, finanziato dall’industriale tessile italiano Luigi Barolo. Nei vicoli di San Telmo, nel barrio Costituciòn, risuona il tango, ritmo della fatalità. In una milonga si beve un 7° Regimiento e si mangiano empanadas mentre i ballerini si scambiano il cabaceo, il tacito invito. «Il tango» dice il maestro Enrique Santos Discepolo agli autori «è un pensiero triste che si balla».

 

 

La Manciuria è un angolo di Cina incastonato tra la steppa siberiana, i deserti mongoli, le foreste coreane. Corto ci ha passato la giovinezza. E ha conosciuto un giornalista che, il 7 gennaio del 1904, si imbarca a San Francisco sul Siberia, diretto a Yokohama, Giappone. Festeggia a bordo i suoi 28 anni. Si chiama Jack London e, a differenza degli altri «avvoltoi» (come venivano definiti gli inviati di guerra), voleva documentare il conflitto tra «il nano nipponico e il gigante europeo» con una macchina fotografica anziché con la penna. Nel 1894  la battaglia cino-giapponese sul fiume Yalu era già stata descritta dagli inviati mentre bevevano whisky all’Imperial Hotel di Tokyo. Ma lui non ci sta. E’ già stato cercatore d’oro nel Klondike, cacciatore di ostriche nella baia di Frisco, guidatore di slitte in Alaska. London salta su un treno alla volta di Kobe. Cerca di imbarcarsi per la Corea, viene arrestato come spia, deve intervenire il ministro americano Lloyd Griscom per farlo liberare, si imbarca su un vapore, viene riarrestato, compra una giunca, salpa verso il Nord del Mar Giallo. L’11 febbraio è a Chemulpo, da lì segue a cavallo la prima armata giapponese. Sui monti Changbai Shan, estremo oriente siberiano, luogo sacro della dinastia manciù, oggi una Disneyland ecologica per turisti, si acquatta con i fucilieri giapponesi, quando i cosacchi caricano a cavallo. Le sue foto sono le prime ad arrivare a San Francisco e a finire sui giornali.

Rotta sui Caraibi. A Paramaribo, Guyana olandese, dove Pratt ambienterà Il segreto di Tristan Bantam, Corto Maltese viaggerà per mare sulla base di una mappa del 1750 tracciata sulla pelle di un francescano scuoiato dagli indios jivaro. I portoghesi cercarono qui le mitiche città dell’oro. E Lope de Aguirre, nel gennaio del 1561, fece a pezzi il suo comandante, Pedro de Ursua. Ammutinamento. Navigherà il Rio Negro, scoprendo il collegamento tra Rio delle Amazzoni e Orinoco. Diventerà imperatore dell’Amazzonia, precorrendo Kurtz, il personaggio conradiano di Cuore di tenebra descritto in Apocalypse Now. «Bisogna essere amici dell’orrore» reciterà Marlon Brando nel monologo scespiriano del film di Coppola. Gli indios, otto milioni prima della conquista portoghese, sono oggi meno di duecentomila.

 

 

Transiberiana, sette mila chilometri tra Pechino e Mosca, percorsi a cavallo nel 1245 dal frate Giovanni da Pian del Carpine e dopo di lui da Guglielmo di Rubruck. Apriranno la strada a Marco Polo. Nella patria di Gengis Khan, nel febbraio del 1921, il barone Roman von UrgernSternberg guida 50 guerrieri tibetani sulle colline che sovrastano la città di Urga.

Massacra le sentinelle cinesi con frecce intinte nel veleno. Libera il santo Bogdo Gegen, poi prende la città. il santo lo nomina «Urgern Khan» e gli dona l’anello di rubino con la svastica che era stato di Gengis. «Non c’è morte per gli eroi» gli dice. L’ex cosacco fonda la Cavalleria Selvaggia, un ordine militare buddista. Sogna, come Tamerlano, di ristabilire il dominio asiatico. Muore, racconta Pratt, cavalcando da solo contro il nemico. Il grande male. Una ferita aperta in Armenia si riverbera a Venezia. Sul monte Ararat novemila soldati romani convertiti al cristianesimo sono massacrati dall’imperatore Adriano perchè, dopo aver fermato il nemico, si rifiutano di sacrificare agli dei. Ne1 1511 il priore di Sant’Antonio al Castello, Francesco Ottoboni, li sogna in processione: fermano la peste. Carpaccio li celebrerà nel dipinto oggi esposto nelle Gallerie dell’Accademia.

Mentre Corto, lasciata Samarcanda, andrà a scoprire a Dublino il sito megalitico di 3200 anni fa, 600 anni più vecchio delle piramidi di Giza. Perdendosi poi in un altro sogno tra le «corti» di Venezia.

 

 

Il testo è un articolo di Piero Melati pubblicato su Ragusanews.com il 29/07/2011

 

 

 

Il libro

Hugo Pratt, I luoghi dell’avventura, Rizzoli, Milano, 2011

 

 

 

Altre opere

Gli scorpioni del deserto, Rizzoli, 2010

 

 

 

La ballata del mare salato, Rizzoli, 2009

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 
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Marshall McLuhan, Douglas Coupland

29 luglio 2011

 

 

 

Marshall McLuhan è la biografia del grande sociologo canadese scritta da Douglas Coupland, edita in Italia da Isbn edizioni.

 

Può la storia di uno dei più grandi cervelli dell’ umanità essere raccontata proprio attraverso l’ evoluzione del suo cervello? Se il mezzo è davvero il messaggio allora l’autore non poteva trovare mezzo migliore di questa singolare biografia dal titolo (negli Usa) rubato a Woody Allen – Marshall McLuhan: Lei non sa nulla del mio lavoro! – per ri-raccontare al mondo il messaggio del grande canadese: giusto nel centenario della nascita, 21 luglio 1911. La strana coppia è meno strana di quello che può sembrare.

«Che cosa l’ ha attratta del soggetto?» ha chiesto all’autore la Paris Review. «Per la verità nulla. Un amico che stava raccogliendo biografie di canadesi che scrivono di altri canadesi mi ha chiesto se volevo occuparmene». La verità è che il soggetto era l’ inevitabile approdo dello scrittore che da Generazione X in poi ha giocato anche nei titoli – Microserfs, JPod – con le icone del nostro tempo (…) Per le duecento e passa pagine del libro viene quasi sempre chiamato semplicemente col nome: “Marshall”. E come a un vecchio nonno si perdonano certe cadute di stile e pensiero: per esempio sull’ omosessualità.

«In un campus universitario del 2010 sarebbe durato tre minuti» scrive l’autore – un maestro della letteratura gay. «E forse solo il suo silenzio quasi totale, in pubblico, sui quei punti di vista reazionari su politica e società, sessualità e peccato, gli ha impedito di essere marginalizzato anche ai suoi tempi».

Ma allora chi era davvero questo sociologo visionario? Già il titolo tende a sfatare il grande equivoco di sapere già di cosa stiamo parlando: dal “villaggio globale” al “mezzo e messaggio”. Ricordate Io e Annie? Woody è lì in fila al cinema e c’ è un professorone che dotteggia. Allora lui, spazientito: «Lei non sa nulla di Marshall McLuhan». E il professore: «Si dà il caso che io tenga alla Columbia un corso su Tv, Mediae Cultura!».E Woody: «Si dà il caso che McLuhan si trovi proprio qui dietro…». Dalla fila spunta proprio lui: «Ho sentito cosa stava dicendo: ma lei non sa nulla del mio lavoro!». Coupland parte dalla vendetta di Woody per ridisegnare il suo Marshall: profeta più che studioso. Il mondo interconnesso a immagine e somiglianza del suo particolarissimo cervello è il mondo in cui oggi comanda quell’ Internet che il nostro sociologo «ha anticipato di quattro decenni». È un mondo che soffre di una strana malattia: “La malattia del tempo”. La rete ha trasformato la realtà in eterno contemporaneo.

 

«Troppa informazione» diceva già Arthur Koestler (e cantavano i Police). L’autore non dà giudizi. Ma dice che proprio per questo «McLuhan oggi è più importante che mai». Il mezzo è il messaggio «significa che il contenuto visibile di ogni media elettronico è insignificante: è il mezzo stesso che ha l’ impatto più importante – un fatto rafforzato dalla verità oggi medicalmente inconfutabile che le tecnologie che usiamo cominciano ad alterare il modo in cui il nostro cervello funziona». Siamo insomma all’ iBrain: il cervello interattivo come un iPhone di cui parla il neuroscienziato californiano Gary Small . E che ci rimanda «all’ altro cliché: Il villaggio globale»: anche questo «un modo di parafrasare il fatto che le tecnologie elettroniche sono un’ estensione del sistema nervoso dell’ uomo». Le tesi ovviamente possono convincere o meno: ma questo non è un libro di massmediologia. Gli appassionati del genere si rivolgano altrove. Per esempio al nuovissimo A History Of Communications in cui Marshall T. Poe – uno di quei professoroni di Princeton e Columbia che farebbero inorridire Woody – demolisce invece il centenario del più illustre omonimo: la sua teoria, dice, è «scritta in maniera per niente chiara» e per essere interpretata andrebbe «ricostruita pezzo per pezzo come un mostro di Frankenstein». Non è un complimento. Ma a quel cervellone di McLuhan – che venerava, Coupland insegna, l’ arguzia di G. K. Chesterton e la prosa enigmistica di James Joyce – forse anche per questo non sarebbe dispiaciuto.

 

 

Il testo è un articolo di Angelo Aquaro pubblicato su Repubblica.it il 16-06-11

 

 

 

 

Il libro

Douglas Coupland, Marshall McLuhan, Isbn, Milano, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

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Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto

25 luglio 2011

 

 

 

 

Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico degli psicologi Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto (Università di Padova) è un lavoro di ricerca sui fatti del G8 di Genova, e, precisamente, sulle loro conseguenze psicologiche e sociali.

Il testo è tratto dal blog Nazione Indiana. L’autore Francesco Forlani scrive: “Ho chiesto a Maria Liguori di mandarmi per Nazione Indiana un piccolo estratto del libro da loro appena pubblicato”.

 

Tanto si è detto, del terribile che vi è stato in questa vicenda, e in questi giorni riviviamo emozioni,riformuliamo ipotesi e ci guardiamo le spalle. Maria Liguori

 

 

L’Italia è un Paese caratterizzato da innumerevoli conflitti tra memorie divise. Per citare solo uno dei più recenti volumi di storia contemporanea, quello di John Foot, sin dal titolo si parla di Fratture d’Italia (2009). Tante sono le fratture che incrinano l’unità del nostro Paese, generando memorie belligeranti e afflizioni individuali. E una di queste è sicuramente il G8 di Genova.
Dieci anni sono ormai trascorsi da quelle giornate. Nonostante ciò, è un evento che continua a rimanere impresso nell’immaginario collettivo. Difficile dimenticare quei drammatici accadimenti, grazie a fotografie e video visibili per tutti, anche per chi non era a Genova in quei giorni. Immagini che ci hanno permesso di assistere agli scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e osservare il trasferimento in barella di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla vicenda di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le polemiche sulle sentenze.

Che cosa resta di Genova, oggi? Un senso diffuso di ingiustizia, una grande sofferenza umana, una forte sfiducia tra cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. Sicuramente un’eredità pesante. E un pensiero assai diffuso nel nostro Paese sembra voler indossare il “salvagente del tempo”. Nella speranza che il tempo sia il grande guaritore che lenisce e sana le ferite. Quasi che a far decantare la sofferenza, essa svanisca. E che il risentimento covato dall’ingiustizia patita possa essere eroso dal lavorio della dimenticanza. Grazie agli storici e agli studiosi di memoria sappiamo però che il tempo non è di per sé una medicina. Con una frase ricorrente, essi ci avvertono che “tutto si può dire del passato, tranne che sia passato”. Sottolineando la necessità di abbandonare un simile pensiero della passività, per abbracciare invece strategie attive in grado di far fronte a questo passato che non passa.

Noi siamo psicologi sociali. Non siamo né giudici e né politici. Molto si è detto e tantissimo scritto sul G8. Tranne qualche analisi sociologica sul movimento no-global, le scienze psicosociali hanno però sostanzialmente taciuto. Noi, fin dall’inizio, siamo restati colpiti dagli avvenimenti di Genova. E soprattutto si è fatto strada nelle nostre menti una convinzione: il G8 andrà a conficcarsi nel futuro. Continuerà a parlare a noi di noi anche dopo il suo iter giudiziario. Un’impressione che, strada facendo, ha trovato sostegno in parole scientificamente istruite. Cercando di dare un nome alla natura della sofferenza prodottasi con il G8 di Genova – un diffuso trauma psicopolitico –, interrogando le pratiche sociali della memoria, affrontando il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte dei cittadini –, con le reciproche “barriere emotive” che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Il sapere delle scienze psicosociali è stata la nostra guida per muoverci lungo le vie di Genova. E siamo ben consapevoli di aver percorso solo una parte del tragitto. Così come di aver indossato particolari occhiali per vedere ciò che abbiamo visto. Arrivando persino a temere di rimanere accecati, sentendo l’esigenza di rispecchiarci in altri sguardi. (…)
Il libro è dedicato a tutti coloro che ci hanno aiutato e a tutte le vittime di qualsiasi forma di autoritarismo.

 

 

 

 

Il libro

Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori editore, Napoli, 2011

 

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria


 

 

 

 

 

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Il numero dei libri stampati ogni anno

25 luglio 2011

 

 

 

Sessantamila (60000!) è il numero dei libri stampati in Italia ogni anno. Sessantamila, libro più libro meno.

Di seguito l’articolo della casa editrice romana DeriveApprodi pubblicato da Alfabeta2 con il titolo Salva un libro, uccidi un editore!

 

Adesso è davvero arrivato il momento di farla finita con tutti questi titoli, con tutte queste novità, con tutta questa «bibliodiversità», con tutta questa possibilità di scelta, con tutte queste lingue tradotte in italiano, con tutti questi generi letterari, con tutte queste ricerche pubblicate, con tutti quei formati e quei colori, con tutte quelle bandelle e quei testi di copertina vari e variegati, che tanto tutti questi libri sono «inutili» dice il presidente dell’associazione librai italiani Paolo Pisanti sul quotidiano Repubblica in data 19-07-2011.

Sono inutili per i lettori che comunque non li leggono; sono inutili per i librai che comunque non li vendono; sono inutili per i tipografi che comunque non glieli pagano. Tutti questi titoli l’anno – 60.000! – sono persino dannosi: perché inquinano il mercato; perché è colpa di quei 60.000 se poi abbiamo l’impressione che i libri nessuno li compra; è colpa loro se i lettori disorientati di fronte a tanta profferta sono ridotti a comprarne in media uno l’anno; perché in fondo basterebbe pubblicare solo quei 100 o 200 titoli che davvero vendono, che davvero il pubblico vuole comprare a tutti i costi in libreria, che il pubblico è persino disposto ad andarsi a cercare al supermercato, o all’autogrill, per dire quanto è motivato al loro acquisto questo pubblico. Che bisogno c’è di fare ogni anno gli altri 59.800 libri?

A pensarci bene davvero nessuno. 60.000 titoli l’anno sono un inquinamento fisico e morale: sono tonnellate e tonnellate di cellulosa ricavata da alberi e foreste che poco dopo finiscono al macero; sono camion e camion che vanno su e giù per l’Italia consumando gasolio a distribuire dei libri che nessuno vuole e nessuno legge; sono migliaia e migliaia di autori frustrati che pensavano di diventare dei veri scrittori e che invece restano degli sfigati qualunque; sono centinaia di tipografi non pagati che finiscono a fare cause civili che durano vent’anni e così intasano ulteriormente la giustizia italiana; sono decine di agenti letterari che pensano che gli editori siano tutti dei farabutti e dei truffatori perché non si capacitano che i libri e gli autori che rappresentano siano tra i cinquantanovemilaottocento libri inutili.

Insomma questi 59.800 titoli di troppo faremmo meglio a non farli, faremmo meglio ad adottare un sano e definitivo principio di igiene: pubblichiamo solo i libri che vendono, solo autori che vendono, solo temi e generi che vendono. Potremmo proporre una legge che metta una sovrattassa sui libri che non vendono abbastanza: hai voluto pubblicare a tutti costi? E adesso paghi una tassa per rimborsare quel povero libraio a cui è toccato aprire il tuo scatolone, mettere il tuo libro sullo scaffale, controllare la bolla del distributore, aprire la busta della fattura, riprendere il libro, rimetterlo dentro uno scatolone, rispedirlo al mittente, emettere una nota a credito ed evitare di pagare quel libro che non ha venduto e che un editore testone ha voluto fare per proprio bieco narcisismo. Potremmo fare come fanno in Cina con i figli: una politica di limitazione dei codici Isbn, non più di un libro per ogni editore. Ma anche così sarebbero comunque troppi: gli editori infatti pare che siano già 1700 e oltre, benché sulla cifra reale del numero di editori esistenti ci sia un bel po’ di confusione. Ma se anche se gli editori fossero solo 1700, 1700 titoli sarebbero comunque molti molti di più di quel numero di libri davvero indispensabili al mercato, che fanno davvero le statistiche di vendita, che il pubblico vuole leggere davvero insomma.

Oppure potremmo avviare delle campagne per l’eutanasia degli editori: «editore, pensa al suicidio». O per la loro riconversione ecocompatibile, come quando negli anni Sessanta e Settanta si convincevano gli agricoltori a espiantare le varietà autoctone per passare alla monocoltura; o negli anni Novanta alla soia transgenica. Oppure potremmo chiedere dei fondi alla comunità europea perché finanzi dei corsi su come far diventare un poveraccio di editore fallito che si ostina a voler fare libri che non vendono e non vuole nessuno in un editore di successo che fa i soldi con al massimo un paio di titoli all’anno. O organizzare delle «ronde di lettori» che vanno in giro a segnalare gli editori che eccedono la quota o che palesemente sgarrano la soglia di leggibilità. Potremmo anche elaborare un «quoziente di vendibilità del libro»: cosa deve esserci scritto, come dev’essere lo stile, quale la copertina; più congiuntivo usi e più basso è il punteggio, le note sono una penalizzazione, bandito l’uso del latino o di termini stranieri e così via.

Insomma toccherebbe finalmente pensare tutta una serie di politiche per limitare questa iperproliferazione di inutili novità librarie. Tutti i soggetti che popolano la tortuosa filiera commerciale del libro ne avrebbero grande giovamento: librai, distributori, lettori… Pochi libri per un grande mercato. Una grande riforma semplificatrice della pubblica vendibilità dei libri. Solo così può darsi la vera salvezza del libro, un editore in meno forse vuol dire un libro venduto in più: uccidi un editore!

PS. Nota Nel tentativo di capire quale fosse la natura della tragedia nella quale ci eravamo infilati, scegliendo di fare gli editori, negli ultimi anni ci siamo presi la briga di leggere i dati annualmente pubblicati dall’Istat sulla produzione libraria in Italia. Nel leggerli ci siamo anche accorti che: il numero di titoli pubblicati in Italia è grossomodo paragonabile a quello di altri paesi europei, come Francia e Spagna ad esempio, a riprova che forse il problema non è l’eccesso di pubblicazione quanto lo scarso numero dei lettori (in Italia particolarmente esiguo). Inoltre, stando alle tabelle sulla produzione libraria nel 2008 (ultimi dati disponibili), dei 58.829 titoli pubblicati in quell’anno, ben 43.634 (ovvero quasi il 75%) viene pubblicato da grandi editori, mentre il 18% è pubblicato dai medi e il 7% dai piccoli. È difficile capire come un difensore degli interessi dei librai, e senz’altro conoscitore delle librerie, quale Paolo Pisanti si sia formato la convinzione che ad affollare le librerie non siano i volumi dei grandi editori bensì «quelli dei piccoli, poche copie moltiplicate per moltissimi marchi», come afferma su «Repubblica» del 19 luglio. Per questo sorge una domanda: siamo forse di fronte al tipico ciclo stagionale di articoli sullo stato della cultura in Italia, tra un «allarme meteore» e le «meduse assassine»?

 

 

 

 

 

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L’esemplarità di Genova

22 luglio 2011

 

 

 

 

L’esemplarità di Genova è un articolo di Lello Voce pubblicato da Alfabeta2.

Il video in apertura è una parte del monologo finale del Colonnello Kurtz (Marlon Brando), dal film di Francis Ford Coppola Apocalipse Now. Lo associo al tema dell’articolo per via del concetto di Orrore, centrale nel discorso del Colonnello Kurtz.

Era l’inizio dell’autunno del 2003, circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova, due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri.

Mario Placanica, il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani, è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. Nessun processo sarà celebrato.

In quella sentenza, che impedisce sin lo svolgimento del dibattimento, sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001. Nel mandare assolto Placanica, il giudice Daloiso fa ben di più che riconoscere il diritto alla legittima difesa. Cita l’articolo 53 del Codice Penale e dice che «non si tratta della legittima difesa, ma di un potere più ampio, in cui la legittimità della reazione non è subordinata al limite della proporzione con la minaccia», anzi essa può più semplicemente essere giustificata dal «fine di adempiere a un dovere d’ufficio che qualifica la sua condotta». Fa niente che quell’articolo, a norma di Codice, vada applicato solo nel caso in cui si tratti «di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona». L’articolo c’è, basta saperlo interpretare in modo argutamente estensivo, e soprattutto, far capire a tutti che così sarà, d’ora in avanti.

Per chi, come me, era a Genova, quelle righe suonavano come un’agghiacciante confessione.

Sta in quelle righe l’esplicitazione di quella che oggi chiamerei l‘esemplarità di Genova.

Genova era stata solo l’ultimo anello di una catena di esperimenti sempre più spudorati di uso della violenza per la repressione delle proteste di piazza, l‘akmé raggiunta, dopo che già a Goteborg un Ministro aveva ordinato di sparare sui manifestanti (Scajola non sarà da meno, almeno a suo dire), dopo la prova generale di Napoli, con le forze di polizia sguinzagliate all’inseguimento della folla terrorizzata.

In attesa di Genova, in una serie di caserme italiane si era svolto un training accurato. Ci scapparono addirittura i feriti negli scontri simulati tra truppa e ufficiali. I famigerati Ccir stavano per fare la loro entrata in scena, prologo improvvido alla futura polizia europea, mostro ibrido in cui tutori dell’ordine e militari si danno la mano.

Militare è, infatti, la tecnica utilizzata per travolgere il corteo delle Tute Bianche su via Tolemaide, attaccandolo contemporaneamente su tre lati, senza lasciare alcuna via di fuga, con lo scopo, non di riportare l’ordine, ma di disordinare le «truppe» avversarie e sterminarle. Militare è lo sgombero di piazza Manin, dove si spazzano via con violenza inaudita centinaia di persone inermi, militare l’attacco al corteo di sabato, per spezzarlo a metà, quasi fosse una colonna nemica, militare, tanto quanto un rastrellamento, il preordinato massacro della Diaz, fuoco d’artificio finale di una pirotecnica gestione dell’ordine pubblico, oramai schiettamente sudamericana.

Quando, indagando sulla morte di Carlo Giuliani, insieme con il web-nick Franti, ci rendemmo conto per primi che in piazza Alimonda erano presenti ben due ufficiali dei carabinieri che erano già a Mogadiscio, nei giorni dell’omicidio Alpi, al comando del Distaccamento di polizia militare del Porto, ci stupimmo e con noi si stupirono in molti.

In effetti non c’era da sorprendersi. Ingenuo era chi credeva che i corpi d’élite delle missioni di peace keeping sarebbero stati utilizzati a protezione della zona rossa e dei leader mondiali. Loro erano lì non a difendere, ma ad attaccare, a mostrare a tutti come fare per stroncare la protesta di masse ormai troppo numerose e decise per non costituire un pericolo per il neocapitalismo globalizzato e ultraliberista.

Genova, o Mogadiscio era lo stesso. Nessuna meraviglia per me, dunque nel ritrovare, anni dopo, uno di loro a Nassirya, a comandare in quelle camerate dove faceva bella mostra di sé un vessillo di Salò.

Che tutto ciò avvenisse proprio in Italia in fondo era ovvio: dove altro sarebbe potuto accadere?

Il tic oscuro dello Stato liberale, quello che lo consegna, mani e piedi legati, tra le braccia della violenza fascio-liberista, lo riportava sul luogo del suo primo delitto, benaccolto dai suoi soliti famigli.

Anni di stragi impunite, decine di delitti per «ordine pubblico», stavano lì a garantire la sincerità della malafede di tutti coloro che si esibivano nel teatrino della politica italiota.

I moderati sono troppo spesso, qui da noi, i garanti dell’esercizio tranquillo e smodato d’ogni estremismo poliziesco.

La giustificazione sarebbe stata la solita: svolgere il proprio dovere, obbedire agli ordini, anche se poi, come sempre, nel risalire un’infinita e nebbiosa catena di comando, tutte le responsabilità sarebbero sparite come neve al sole. Non appaia retorico ed esagerato: è la stessa solfa udita a Norimberga. Ubbidire agli ordini, compiere il proprio dovere.

L’articolo 53 C.P., insomma. Il giudice Daloiso aveva capito tutto.

Da allora cos’è successo a questa Ytaglia?

Tutto sembra cambiato, anche se non è cambiato nulla.

Sorta di Gattopardo globale, l’immaginario collettivo ha digerito e messo in circolo anche Genova. Quello dei torturati e quello dei torturatori. Il fantasma di Genova, con il suo essere esageratamente «esagerato», ha permesso il normalizzarsi di violenze su violenze, in scala minore, certo, ma non meno impressionante, ha innescato un processo letale di «fascistizzazione» degli apparati repressivi dello Stato di diritto, ha agito da babau per ogni tentativo collettivo d’opposizione radicale.

Le Zone Rosse si sono moltiplicate. Molecolarizzate.

A Bolzaneto segue, coerentemente, l’Ospedale Pertini, dove si lascia morire Cucchi scrollando le spalle. A piazza Alimonda fa eco sinistra il cadavere massacrato di Aldrovandi, alle cariche con i blindati a corso Torino, quelle a cavallo delle ruspe in Val di Susa.

L’eccezione è divenuta norma. La violenza di massa un gadget portatile per qualsiasi divisa.

E così Fini, che a Genova era a Forte San Giuliano, nella sala operativa dei Carabinieri, a dirigere con il suo fido On. Ascierto i movimenti delle truppe sul campo di battaglia e che per primo ci mise la faccia per giustificare l’omicidio di piazza Alimonda, può passare oggi come un custode affidabile della nostra democrazia, un interlocutore privilegiato per certa Sinistra. Il Principe di Salina non può che uscire di scena: il futuro è tutto per chi, come suo nipote Tancredi, sa interpretare lo spirito dei tempi nuovi, quello che, in nome dell’Italia unita e risorgimentale, fucila i garibaldini in Aspromonte.

 

 

 

 

I libri sul tema

Massimiliano Andretta, Donatella Della Porta, Lorenzo Mosca, Global, noglobal, new global. La protesta contro il G8 a Genova, Laterza, Roma-Bari, 2002

 

 

 

Franco Fracassi, G8 Gate. 10 anni d’inchiesta: i Segreti del G8 di Genova, Alpine Studio, Lecco, 2011

 

 

 

Luciano Clerico, Dovere di cronaca. L’attesa, la guerra e la morte al G8 di Genova, Pazzini Stampatore, Rimini, 2003

 

 

 

 

 

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What is Gender History?, Sonia O. Rose

22 luglio 2011

 

 

 

 

In What is Gender History, Sonia O. Rose, professore emerito all’University of Michigan, spiega la differenza tra sesso e genere.

In alcuni luoghi fatica ancora a farsi largo la differenza tra sesso e genere, quando la si trova pare radicata nei dualismi maschio/femmina e uomo/donna, mentre le critiche nei suoi confronti risultano perlopiù assenti: perché allora non tentare di chiarire cos’è il genere, in particolare di quale storia riesce a vantarsi.

Non si tratta di iniettare nella storia un po’ di storia delle donne, bensì di comprendere come la storia delle donne e la storia degli uomini incida sulla storia, o su più storie, mettendo in forse la neutralità dello stesso concetto di storia rispetto al genere, nonché dello stesso concetto di genere rispetto alla storia. Facendo storia del genere, si chiariscono le intersezioni tra classe, genere, “razza”, le utilizzazioni delle identità e pratiche sessuali a fini economico-politici (nonostante occorra valutare le incidenze degli ultimi sui primi), le malleabilità della distinzione sesso/genere, le trasformazioni biologiche del concetto di sesso, le variazioni delle interpretazioni di “uomo” e “donna”.

Che la storia delle donne appiccicata alla storia delle donne sia largamente insufficiente a donarci le necessarie conoscenze del nostro passato diviene palese quando si affrontano l’”uomo” e la “mascolinità” in senso diacronico: oltre le tante norme socio-culturali che sembrano decretare pensieri e comportamenti del vero uomo nelle diverse epoche fino all’effettiva o fantasticata crisi del maschio e della mascolinità, si danno modi di essere mascolini che evadono dai corpi maschili sia per concretizzarsi in relazioni di potere, sia lontane da quelle tra “uomo” e “donna”, sia per concedere maggior spazio un’emotività, aliena a un certo ideale di uomo. Tuttavia, rimane innegabile che la costruzione non solo dell’”uomo”, ma anche della “donna” viene a rappresentare un fattore cruciale nell’analisi storica delle cittadinanze, guerre, industrializzazioni, nazioni, relazioni lavorative, rivoluzioni.

 

Il testo è tratto dall’articolo di Nicla Vassallo pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore il 17-07-11

 

 

 

 

Il libro

Sonia O. Rose, What is Gender History, Polity Press, Cambridge, 2010

 

 

 

 

L’autrice

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Per vedere se, Maurizio Bettini

22 luglio 2011

 

 

 

Per vedere se è il romanzo di Maurizio Bettini, pubblicato dalla casa editrice genovese Il Melangolo.

Classicista e scrittore, insegna Filologia Classica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove ha fondato il Centro «Antropologia e Mondo antico». Dal 1992 tiene regolarmente seminari presso il Department of Classics dell’Università della California (Berkeley). Cura la serie «Mythologica» presso Giulio Einaudi Editore e collabora con la pagina culturale de la Repubblica.

 

Cinema (Eastwood, Malick) e letteratura (ovviamente Cormac McCarthy, ma pure Michael Chabon) sono in piena riscoperta della figura paterna, oggetto di un rinnovato interesse anche per gli analisti. È in tema questo libro del grande filologo classico, capace di alternare saggi appassionati (Il mito di Circe) a incursioni nella fiction. Questo romanzo è centrato sulla ricerca della figura del padre.

Massimo Bartolini (le iniziali sono le stesse dell’autore) vaga a caccia di Nino, il genitore scomparso. Vuole costruire un “dossier”, come lo chiama lui, un puzzle della memoria. Passa per prima in rassegna l’architettura fascista: colonie, case del fascio, stazioni ferroviarie, portici che sembrano usciti dai dipinti di Sironi – provando a immaginare la gioventù di suo padre.

 

Ma non è abbastanza. Un necrologio letto sul giornale lo spinge verso sud, a casa di un probabile amico che aveva verso Nino un “ricordo di gratitudine”. Durante il viaggio in treno, il protagonista rievoca il passato della famiglia. I nonni di umili origini, il padre allievo dell’Accademia militare di Torino, la zia che si fa suora dopo un amore perduto, l’Italia in guerra, l’armistizio, l’occupazione. La grande storia fa da sfondo ai grandi episodi di coraggio vissuti dal padre, che, vestito da macellaio, riece a scampare ai tedeschi.

Arrivato in un piccolo comune della Puglia, Massimo interroga persone, studia i luoghi, immagina, crede di rimettere insieme i pezzi. L’avventura continuerà a Roma davanti al Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur. Ma alla fine, forse, il ritratto rimarrà sfocato. Qualcosa non quadrerà. Conoscere davvero il padre non è poi così facile.

 

 

Il testo è un articolo di Dario Pappalardo, pubblicato su Repubblica in data 18-07-11 (pagg. 34-35)

Le immagini visualizzate sono dipinti di Mario Sironi

 

 

 

 

Il libro

Maurizio Bettini, Per vedere se, Il Melangolo, Genova, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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La banda della superstrada Fenadora-Anzù, Matteo Melchiorre

21 luglio 2011

 

 

 

In La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), Matteo Melchiorre, giovane storico veneto, coglie lo snodo epocale con il quale la costruzione delle grandi opere e infrastrutture – in Italia – si trasforma da progetto per lo “sviluppo” del paese (opera utile), a opera non soltanto inutile nelle sue dimensioni, ma vero e proprio ricettacolo di interessi economici di ogni natura.

In questo senso si assiste a una sorta di inversione del sublime: grande non è più sinonimo di ammirevole, ma la banalità della tecnica costruttiva cementizia e la massimizzazione del guadagno producono oggi escrescenze prive di valori estetici, dove nessuno ha tentato di ingentilire le forme, di sperimentare soluzioni che a una solo presunta “utilità” unissero almeno la gradevolezza alla vista. La grande opera dannosa e non richiesta si trasforma in pozzo senza fondo che assorbe risorse, non risolve problemi e produce nuovi danni e criticità in un mondo sovraffollato, dove gli spazi si riducono.

La superstrada fa parte di quel complesso di nuove arterie della pedemontana bellunese che vengono proposte da politici un po’ avidi, un po’ privi di fantasia, attribuendo al nuovo viadotto, alla nuova galleria, il potere di portare ossigeno all’economia locale, di sollevare le sorti di un declino strutturale. Ma un piccolo gruppo di persone perbene, non ci sta, rompe l’incantesimo e apre gli occhi sulla devastazione del territorio e degli animi introdotta dal cantiere infinito. Prova a lottare in modo goffo e maldestro, ma alla fine è troppo tardi, il processo è inarrestabile “la superstrada è dotata di una forza superiore rispetto a quanto le sta attorno. Esprime un esubero energetico che si realizza nella facilità con cui abbatte e scavalca ogni ostacolo, seguendo dritta il suo disegno”.

La presa di coscienza è iniziata troppo tardi, le menti della contestazione sono troppo poche, titubanti, inesperte: “Parole, siamo intrappolati nelle parole. Da quelle non si esce. I fatti, nel frattempo, può succedere che sfuggano.”
Per la Fenadora-Anzù i fatti sono sfuggiti, e i prati verdi del feltrino non ci sono più.

«Quando gli ho rivelato la mia intenzione di costituire una banda d’azione per sabotare la Fenadora- Anzù, Marino mi ha detto che lui non scherzava, quel giorno al bar. Secondo lui la superstrada va bombardata per davvero e perciò è ben disposto a prender parte all’iniziativa. Ma vuole sapere in cosa consisteranno questi sabotaggi. Insomma, mi dice, questo è il terreno infido del terrorismo. Gli dico che, se è per questo, anche Giuseppe Mazzini approvava i sabotaggi».

 

Il video posto in apertura è la scena finale del film di Paolo Sorrentino: Le conseguenze dell’amore. Lo associo al tema del libro attraverso  – soprattutto – l’elemento simbolico del cemento, presente sia nell’uno che nell’altro.

Il testo è tratto dalla presentazione del libro scritta da Luca Mercalli e apparsa sul sito della casa editrice Laterza

 

 

 

 

Il libro

Matteo Melchiorre, La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), Laterza, Roma-Bari, 2011

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia

19 luglio 2011

 

 

Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia. LibOn dà fiato al post pubblicato da Minima & Moralia – blog della casa editrice Minimum Fax – capace in pochi giorni di destare notevoli discussioni. Da ultimo, il quotidiano Repubblica, con un articolo di Loredana Lipperini dal titolo Meno Titoli per tutti,  ne riprende il tema e ne rilancia le proposte.

 

Il tema: la decrescita del mercato editoriale

 

 

di Marco Cassini

Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni: noi editori spesso sbagliamo perché abbiamo sempre in mente come nostri diretti referenti i lettori; pensiamo al pubblico di lettori che segue le nostre scelte da anni e ci chiediamo: “Cosa penseranno di questa scelta? Leggeranno anche questo libro? Apprezzeranno il titolo su cui stiamo lavorando ora?” Ma in realtà quello che dimentichiamo è che noi editori solo molto raramente abbiamo un contatto, un rapporto diretto coi nostri lettori. Prima di convincere i nostri lettori dobbiamo convincere una serie di soggetti intermedi: il responsabile della nostra rete promozionale; che a sua volta convincerà i singoli promotori o agenti di vendita; che a loro volta parleranno del nostro libro a centinaia di librai di ogni regione d’Italia, che infine – solo al termine di questo tortuoso percorso – proporranno il nostro libro all”‘utilizzatore finale”. Perché è così che funziona normalmente il sistema distributivo editoriale.

Ora, però, sbugiardando quel mio stesso ragionamento, credo sia giusto riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore. Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato.
E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato. O quanto meno: cerchiamo di imparare (il più delle volte goffamente) alcune frasi idiomatiche che crediamo siano la lingua del mercato, nel tentativo di parlare al mercato che ci chiede di volta in volta di essere più aggressivi; di semplificare i materiali informativi perché il mercato non è un lettore colto; di usare paratesti sempre più simili al packaging di un prodotto da banco del supermercato; di confezionare i nostri libri con delle copertine che assomiglino ad altre copertine di successo; di promuoverli come qualcosa di riconoscibile non perché unico ma perché al contrario simile a qualcos’altro; di adottare strategie commerciali più facili come sconti, campagne promozionali, politiche di prezzo al ribasso. E così ci concentriamo più sul rapporto che la casa editrice ha o dovrebbe avere con gli agenti di vendita, con i buyer delle catene, con la grande distribuzione che sul rapporto con il lettore, l’unico che davvero conti, e rischiamo di trascurarlo, di non parlare più la sua lingua, che prima era la nostra lingua. E ci allontaniamo. Per un problema lessicale.

Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.
Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.
Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.

D’altro canto, e non è un dato trascurabile, il mercato editoriale italiano è solo uno dei tanti aspetti in cui si manifesta l’anomalia del nostro paese. Stando alla sua definizione e alla sua dichiarazione di intenti, “L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust (…) garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra  imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini”. Non dovrebbe quindi accettare o permettere che i principali distributori siano anche i soggetti che possiedono le più grandi catene di librerie, e addirittura siano a loro volta anche editori (e poi perfino grossisti, marchi di franchising, librerie online…) Nel nostro mercato editoriale, soggetti che in teoria dovrebbero avere interessi non coincidenti (librai, editori, distributori, grossisti) sono presenti in tutte le varie associazioni di categoria, e questo fa sì che si travesta da “accordo fra le parti” ciò che in realtà è solo l’esercizio di un potere dei pochi.

Allo stesso tempo più volte si è affacciata – proposta dal “mercato” sotto forma di consigli da parte di lettori librai promotori distributori, o suggerita implicitamente dai tabulati di vendita, dalle classifiche Nielsen, dalle ospitate al programma televisivo del momento, e così via – la possibilità di trovarci al bivio a cui ci affacciamo ogni giorno da anni ed essere tentati dalla via più battuta, dalla scorciatoia. E così magari ci è capitato di non limitarci a valutare un libro solo per le sue intrinseche qualità letterarie linguistiche contenutistiche formali ma anche immaginando le sue potenzialità di vendita. Anche qui si dirà: è il mercato, la casa editrice è un’azienda, deve far quadrare i conti. Eppure la storia di molte case editrici è fatta di goffi tentativi di andare “verso il mercato” senza averne la predisposizione capacità attitudine, e di successi di critica ma anche di vendite ottenuti proprio dai libri che “il mercato” (banalizzandolo e immaginandolo erroneamente come un enorme stomaco in grado di digerire solo best seller di scarsa qualità) apparentemente o teoricamente avrebbe dovuto rigettare. Il titolo di qualità che vende, l’autore letterario che vende (e ovviamente per vendita non parlo di giga-seller ma di numeri ancora dignitosamente, onestamente a quattro cifre) esistono.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l’impaginazione che usa, per l’investimento che l’editore ha fatto nella traduzione o nell’editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso. Perché il lavoro di ognuno di noi, credo, in fondo vuole dimostrare un principio semplice: il mio libro non è ilmiolibro.

Concordo dunque con l’idea di una graduale decrescita editoriale (proposta recentemente da Simone Barillari (leggi l’articolo) nell’ambito di una discussione in seno al gruppo di lavoro TQ-editoria, ma assai ben praticata e comunicata a lettori, giornali e librai, già qualche anno fa, dall’editore Marcos y Marcos): produrre meno per affogare meno le librerie, dare tempo ai librai e ai lettori (ma anche ai critici letterari e alle pagine culturali) di “assorbire” con i giusti tempi la produzione delle case editrici.

Se dovessi proporre ai miei amici e colleghi editori un ipotetico codice deontologico, mi soffermerei innanzi tutto su questi punti:
1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell’imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e a fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.
Il mercato in sé non è un’entità necessariamente brutta e cattiva, ma le regole che lo governano a volte sì. Fra le storture che regolano il mercato italiano oggi c’è quella di una legislazione fallace. Così come i Mulini a vento (un gruppo di editori di cui fanno parte Donzelli, Instar libri, Iperborea, minimum fax, La Nuova Frontiera, nottetempo, Voland) negli ultimi due anni si sono spesi per contribuire a porre un primo piccolo argine (altri bisognerà costruirne) alla stortura della legislazione in materia di prezzo del libro, forse oggi ci si potrebbe impegnare a proporre al garante per l’Antitrust di regolamentare il mercato per evitare che tutta la filiera editoriale sia in mano a pochi soggetti in posizione dominante.
Perché le regole del mercato non le fa il mercato ma le facciamo (e quindi possiamo anche modificarle) noi che il mercato lo alimentiamo e lo nutriamo con le nostre idee, le nostre proposte, le nostre battaglie.
E ancor più perché – ricordiamo le parole trascritte poco sopra – in ballo non è solo la sopravvivenza di una piccola libreria di quartiere o di un editore indipendente, ma “il benessere dei cittadini”. E il nostro benessere – cioè di noi editori, lettori, librai; di noi cittadini – passa in gran parte per le pagine dei nostri libri.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

Padroni a chiesa nostra, Paolo Bertezzolo

18 luglio 2011

 

 

 

Padroni a chiesa nostra è il libro di Paolo Bertezzolo edito da Editrice Missionaria italiana.

Questo libro ricostruisce per la prima volta il travagliato rapporto tra chiesa e Lega Nord, contrassegnato da un ventennale conflitto sulle questioni dell’unità del paese, della solidarietà, dell’immigrazione, dell’attenzione al Mezzogiorno. Lo stesso vale per le tematiche interreligiose e il rapporto con l’islam.
Tra Lega e chiesa si sono invece manifestate vicinanza e consonanza allorché sono emerse le questioni legate ai “valori non negoziabili”.
Anche la difesa della “identità” religiosa può diventare un terreno d’incontro tra di esse. Lo si è visto nella vicenda del crocifisso nelle scuole.
Quale delle due dimensioni prevarrà? Lo scontro o l’incontro?

 

 

 

La scelta di mettere la croce sui propri vessilli è per la Lega anzitutto un atto di conversione, a cui il gruppo dirigente è stato costretto per evitare di disancorare il popolo leghista dalla sua tradizione e dal suo passato. Così, a poco a poco, il rito dell’ampolla con l’acqua del Po, la religione della natura e della purezza padana, il culto dei Celti, il “Sole delle Alpi”, scivolano sullo sfondo dell’immaginario leghista, per fare spazio a “valori, simboli, memorie” che più rispecchiano la cultura e la storia locale. Insomma, c’è un limite nell’inventare la tradizione, nel costruire un’identità collettiva (anche “padana”). Pur necessaria, l’eredità cattolica è comunque ingombrante. Del resto, quello è il territorio, oggetto di contesa: la provincia del Nord, il contado, la terza Italia, una realtà socio-economica molto operosa e fatta di piccole e piccolissime aziende, dove fino a 20 anni fa spopolava il partito cattolico. Dall’Italia bianca si è passati all’Italia verde, anche se le differenze non mancano. Delle varie anime della Dc, la Lega prende il voto più secolarizzato, di chi interpreta la religione “a modo proprio” e considera il cattolicesimo anzitutto una risorsa locale. Dunque un cattolicesimo senza o con poca chiesa, più una religione dei valori e della tradizione che della salvezza, più un simbolo territoriale che universale. Una religione a netta forma di campanile, che non accetterà mai che qualche altro edificio “sacro” (soprattutto se moschea o minareto) gli faccia ombra e rovini la skyline. Proprio l’avanzata dell’Islam in Italia spiega la recente vocazione della Lega Nord a impugnare la croce, e il suo farsi baluardo della cristianità minacciata sarà uno dei più forti motivi di scontro con i piani alti della Chiesa di Roma. Alla critica di strumentalizzare il crocifisso, di farne un simbolo di esclusione, il Carroccio reagisce accusando i vertici ecclesiali di essere tiepidi verso il nemico che avanza, di accettare la scristianizzazione del Paese.

 

 

Ovviamente il conflitto si estende ad altri campi, come l’unità nazionale, l’ordine pubblico, l’accoglienza degli immigrati. La solidarietà cristiana ha dei confini territoriali e umani non valicabili? Tuttavia, l’episcopato italiano non conta soltanto figure come Martini e Tettamanzi, per cui anche i leghisti hanno dei vescovi dalla loro parte, che li legittimano o per convinzione o per realismo politico. I più vivono a disagio la presenza della Lega, per le idee che veicola, la forza che esprime, gli anatemi e le minacce che indirizza alla Chiesa. Di fatto sono solo due le forze – Lega e Chiesa – che proprio perché molto radicate sul territorio si contendono la rappresentanza delle regioni del Nord. (…) Emergono informazioni interessanti, circa le diverse anime cattoliche presenti nel Carroccio, la vicinanza di alcuni gruppi ai lefebvriani, la concorrenza tra Lega e Chiesa nell’orientare il sentire della gente; sino allo “scambio politico” che sarebbe in atto tra il gruppo dirigente leghista e alcuni alti prelati del Vaticano; e ciò mentre il cattolicesimo di base morde il freno verso un partito che di testa resta pagano pur dimostrandosi di tanto in tanto più defensor fidei del Papa. (…) Così come lascia sospeso un punto interrogativo su un “possibile incontro” Padroni a chiesa nostra di Paolo Bertezzolo, ripercorrendo “vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord” e ponendo come discrimine che il pragmatismo non prevalga sul Vangelo (e sul Concilio).

 
Il testo riprende l’articolo di Franco Garelli pubblicato sulla Stampa il 30-04-11

 

 

 

Il libro

Paolo Bertezzolo, Padroni a chiesa nostra, Editrice Missionaria italiana, Bologna, 2011

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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