Archive for 18 luglio 2011

Padroni a chiesa nostra, Paolo Bertezzolo

18 luglio 2011

 

 

 

Padroni a chiesa nostra è il libro di Paolo Bertezzolo edito da Editrice Missionaria italiana.

Questo libro ricostruisce per la prima volta il travagliato rapporto tra chiesa e Lega Nord, contrassegnato da un ventennale conflitto sulle questioni dell’unità del paese, della solidarietà, dell’immigrazione, dell’attenzione al Mezzogiorno. Lo stesso vale per le tematiche interreligiose e il rapporto con l’islam.
Tra Lega e chiesa si sono invece manifestate vicinanza e consonanza allorché sono emerse le questioni legate ai “valori non negoziabili”.
Anche la difesa della “identità” religiosa può diventare un terreno d’incontro tra di esse. Lo si è visto nella vicenda del crocifisso nelle scuole.
Quale delle due dimensioni prevarrà? Lo scontro o l’incontro?

 

 

 

La scelta di mettere la croce sui propri vessilli è per la Lega anzitutto un atto di conversione, a cui il gruppo dirigente è stato costretto per evitare di disancorare il popolo leghista dalla sua tradizione e dal suo passato. Così, a poco a poco, il rito dell’ampolla con l’acqua del Po, la religione della natura e della purezza padana, il culto dei Celti, il “Sole delle Alpi”, scivolano sullo sfondo dell’immaginario leghista, per fare spazio a “valori, simboli, memorie” che più rispecchiano la cultura e la storia locale. Insomma, c’è un limite nell’inventare la tradizione, nel costruire un’identità collettiva (anche “padana”). Pur necessaria, l’eredità cattolica è comunque ingombrante. Del resto, quello è il territorio, oggetto di contesa: la provincia del Nord, il contado, la terza Italia, una realtà socio-economica molto operosa e fatta di piccole e piccolissime aziende, dove fino a 20 anni fa spopolava il partito cattolico. Dall’Italia bianca si è passati all’Italia verde, anche se le differenze non mancano. Delle varie anime della Dc, la Lega prende il voto più secolarizzato, di chi interpreta la religione “a modo proprio” e considera il cattolicesimo anzitutto una risorsa locale. Dunque un cattolicesimo senza o con poca chiesa, più una religione dei valori e della tradizione che della salvezza, più un simbolo territoriale che universale. Una religione a netta forma di campanile, che non accetterà mai che qualche altro edificio “sacro” (soprattutto se moschea o minareto) gli faccia ombra e rovini la skyline. Proprio l’avanzata dell’Islam in Italia spiega la recente vocazione della Lega Nord a impugnare la croce, e il suo farsi baluardo della cristianità minacciata sarà uno dei più forti motivi di scontro con i piani alti della Chiesa di Roma. Alla critica di strumentalizzare il crocifisso, di farne un simbolo di esclusione, il Carroccio reagisce accusando i vertici ecclesiali di essere tiepidi verso il nemico che avanza, di accettare la scristianizzazione del Paese.

 

 

Ovviamente il conflitto si estende ad altri campi, come l’unità nazionale, l’ordine pubblico, l’accoglienza degli immigrati. La solidarietà cristiana ha dei confini territoriali e umani non valicabili? Tuttavia, l’episcopato italiano non conta soltanto figure come Martini e Tettamanzi, per cui anche i leghisti hanno dei vescovi dalla loro parte, che li legittimano o per convinzione o per realismo politico. I più vivono a disagio la presenza della Lega, per le idee che veicola, la forza che esprime, gli anatemi e le minacce che indirizza alla Chiesa. Di fatto sono solo due le forze – Lega e Chiesa – che proprio perché molto radicate sul territorio si contendono la rappresentanza delle regioni del Nord. (…) Emergono informazioni interessanti, circa le diverse anime cattoliche presenti nel Carroccio, la vicinanza di alcuni gruppi ai lefebvriani, la concorrenza tra Lega e Chiesa nell’orientare il sentire della gente; sino allo “scambio politico” che sarebbe in atto tra il gruppo dirigente leghista e alcuni alti prelati del Vaticano; e ciò mentre il cattolicesimo di base morde il freno verso un partito che di testa resta pagano pur dimostrandosi di tanto in tanto più defensor fidei del Papa. (…) Così come lascia sospeso un punto interrogativo su un “possibile incontro” Padroni a chiesa nostra di Paolo Bertezzolo, ripercorrendo “vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord” e ponendo come discrimine che il pragmatismo non prevalga sul Vangelo (e sul Concilio).

 
Il testo riprende l’articolo di Franco Garelli pubblicato sulla Stampa il 30-04-11

 

 

 

Il libro

Paolo Bertezzolo, Padroni a chiesa nostra, Editrice Missionaria italiana, Bologna, 2011

 

 

 

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Malaparte. Vies et légendes, Maurizio Serra

18 luglio 2011

 

 

In Malaparte. Vies et légendes, Maurizio Serra racconta la vita del celebre Curzio intrecciandola con la valutazione critica della sua opera, mostrando come l’una e l’altra fossero dominate da un persistente e straripante culto di sé e del l’immagine che egli volle tramandare di sé stesso, come un eroe rappresentativo della propria epoca, osservatore e testimone spregiudicato di un’Europa corrotta e decadente, travolta da guerre e rivoluzioni, fatalmente condannata al disfacimento della propria civiltà.

La sua Europa, come appare nei suoi libri più letti Kaputt e La pelle, e come è descritta nei frammenti dell’ultimo romanzo appena abbozzato, Mamma marcia, era un cadavere marcescente che non poteva essere salvato: «L’Europa non è che una famiglia d’assassini, di ruffiani, di vigliacchi. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo… È finita, ormai, è un continente marcio. Ha già i vermi, è coperto di vermi».
Ponendo al centro della sua interpretazione il tema della decadenza dell’Europa, Maurizio Serra ha dato maggiore risalto alla originalità della sua opera letteraria, che egli giudica «un grande scrittore e un uomo, malgrado tutto, superiore alla sua reputazione». Tuttavia, dopo la sua puntigliosa verifica, nulla è rimasto delle bugie e delle esagerazioni con le quali lo scrittore aveva trasfigurato la sua vita. Per questo aspetto, questa biografia può considerarsi forse definitiva, tale, cioè, da consentire di proseguire l’esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull’uomo.

Fu idealista o opportunista, ribelle o camaleonte, protagonista o millantatore (parole di Antonio Gramsci «uno sfrenato arrivismo, una smisurata vanità, uno snobismo camaleontesco») ? Quando si parla di Kurt Erich Suckert, divenuto dopo il 1925 Curzio Malaparte, simili domande sono inevitabili. I suoi biografi sono stati finora impegnati a sciogliere l’alternativa. Compito tutt’altro che facile nel caso di uno scrittore che fu interventista combattente nella Grande Guerra, poi apologeta dei vinti di Caporetto, e poi ancora fautore di un fascismo rivoluzionario totalitario. Che fu amico di Piero Gobetti e testimone in favore degli assassini di Matteotti; che fu cantore di Mussolini, di Farinacci, di Balbo, di Ciano finché furono potenti, per denigrarli quando il loro potere declinò o cadde in rovina. Che fu sovvenzionato dal Ministero della Cultura popolare fino al 1943, ma dopo il crollo del fascismo si presentò come un perseguitato dal regime, e fu pronto a dichiarare a Togliatti nel 1944 che il comunismo era stato «motivo dominante di tutta la mia attività intellettuale», «motivo profondo di tutti i miei atti d’intelligenza e di coscienza». Né le metamorfosi cessarono allora: dopo il 1946, infatti, divenne anticomunista e fustigatore della «razza marxista», denunciò il «fascismo degli antifascisti» e fu sostenitore di De Gasperi nelle elezioni del 1948, per concludere infine la sua esistenza terrena nel 1957, esaltando Mao e il comunismo cinese, accettando la tessera del Partito repubblicano e del Partito comunista, e forse accettando, in punto di morte, di convertirsi alla Chiesa cattolica, che lo aveva messo all’Indice.

Cominciò Giordano Bruno Guerri nel 1980 a sfrondare la vita di Malaparte dalla leggenda autobiografica: «Sono pochissime le cose che comunemente si sanno di lui che siano davvero andate come lui ha tramandato», osservava Guerri narrando la vita di «un personaggio molto meno drammatico, epico e favoloso di quanto egli si è fatto credere», ma anche «meno ambiguo e scandaloso di quanto gli viene attribuito.” Quasi venti anni dopo, nel 1998, Giuseppe Pardini ha cercato di mettere in risalto la coerenza del suo percorso ideologico e politico-culturale, definendolo un «esteta della politica» importante «per comprendere pienamente molte delle posizioni, delle istanze morale, sociali e culturali, espresse dal fascismo». Anche il più recente biografo, Maurizio Serra, ha rintracciato nella sua vita e nella sua opera «la coerenza intima e la modernità» di un «interprete profetico della decadenza del l’Europa di fronte alla nuove potenze globali (Urss, Stati Uniti, Cina) e alle ideologie di massa: fascismo, comunismo, terzo-mondismo».

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Emilio Gentile sul Domenicale del Sole 24 Ore pubblicato in data 17-07-11

 

 

 

Il libro

Maurizio Serra, Malaparte. Vies et légendes, Grasset, Paris, 2011

 

 

 

 

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Sentimenti sovversivi, Roberto Ferrucci

18 luglio 2011

 

 

In Sentimenti sovversiviRoberto Ferrucci fa i conti con una vergogna individuale e collettiva, un sentimento che cessando di essere il cratere in cui ogni cosa collassando scompare vuole recuperare la propria dimensione di argine, di limite, e opporsi orgogliosamente, persino sdegnosamente, al disastro etico di questi anni.

Il libro è stato appena pubblicato da Isbn dopo un’edizione bilingue a opera della Maison des écrivains étrangers et des traducteurs.

Nel suo ritiro francese di Saint-Nazaire, seduto davanti all’Atlantico, l’io narrante (di fatto lo stesso autore) vorrebbe raccontare una storia d’amore ma la percezione continua dell’Italia contemporanea, di questo “paese oscuro”, agisce sotto forma di un prurito psicologico, di un’interferenza che irretisce e distrae. Parte da qui “un viaggio di parole”, la cronaca di una miseria sociale e morale a cui sembra non si possa che soccombere. A sconvolgerlo è il crollo drastico di tutto ciò che salvaguardava i corpi e le loro relazioni. Un senso di esasperazione, quello dello scrittore veneziano, che fa venire in mente ancora un altro libro all’interno del quale ci sono pagine capaci di fornire una descrizione feroce del nostro presente.

 

Forse l’autore a volte  cede a una tentazione censoria (in pagine nelle quali l’accento moralistico prende forse il sopravvento) ma perlopiù fa del proprio sguardo argine attraverso una scrittura che rende visibile tutto ciò che è, o potrebbe essere, tenerezza (intendendo per tenerezza la capacità di sentire la naturale indistruttibile vulnerabilità di ogni fenomeno). Nella registrazione minuta dell’esistente, nella necessità di osservarlo e renderne conto, l’autore si rivela uno straordinario fenomenologo sentimentale.
E descrive una direzione che nascendo da questo presente si allunga verso il futuro.

A un paese baracca fondato sullo smaltimento del limite si reagisce restituendo forma alle cose, ripristinando i contorni: quelli dell’andatura di una ragazza, quelli di Jesolo, di Venezia, della spiaggia in cui venne girato Le vacanze di Monsieur Hulot. Si reagisce facendo della scrittura un altrove complesso e della vergogna, del sapersi vergognare, un sentimento sovversivo (nella coscienza – meravigliosa intuizione del finale, vera e propria exit strategy alla quale simbolicamente affidarsi – che l’altrove più irriducibile è l’immaginazione di un figlio).

 

 

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giorgio Vasta pubblicato su Minima & Moralia il 15-07-11

Le immagini pubblicate sono fotografie di David Alan Harvey

 

Il libro

Roberto Ferrucci, Sentimenti sovversivi, Isbn, Milano, 2011

 

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