Archive for luglio 2011

Malaparte. Vies et légendes, Maurizio Serra

18 luglio 2011

 

 

In Malaparte. Vies et légendes, Maurizio Serra racconta la vita del celebre Curzio intrecciandola con la valutazione critica della sua opera, mostrando come l’una e l’altra fossero dominate da un persistente e straripante culto di sé e del l’immagine che egli volle tramandare di sé stesso, come un eroe rappresentativo della propria epoca, osservatore e testimone spregiudicato di un’Europa corrotta e decadente, travolta da guerre e rivoluzioni, fatalmente condannata al disfacimento della propria civiltà.

La sua Europa, come appare nei suoi libri più letti Kaputt e La pelle, e come è descritta nei frammenti dell’ultimo romanzo appena abbozzato, Mamma marcia, era un cadavere marcescente che non poteva essere salvato: «L’Europa non è che una famiglia d’assassini, di ruffiani, di vigliacchi. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo… È finita, ormai, è un continente marcio. Ha già i vermi, è coperto di vermi».
Ponendo al centro della sua interpretazione il tema della decadenza dell’Europa, Maurizio Serra ha dato maggiore risalto alla originalità della sua opera letteraria, che egli giudica «un grande scrittore e un uomo, malgrado tutto, superiore alla sua reputazione». Tuttavia, dopo la sua puntigliosa verifica, nulla è rimasto delle bugie e delle esagerazioni con le quali lo scrittore aveva trasfigurato la sua vita. Per questo aspetto, questa biografia può considerarsi forse definitiva, tale, cioè, da consentire di proseguire l’esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull’uomo.

Fu idealista o opportunista, ribelle o camaleonte, protagonista o millantatore (parole di Antonio Gramsci «uno sfrenato arrivismo, una smisurata vanità, uno snobismo camaleontesco») ? Quando si parla di Kurt Erich Suckert, divenuto dopo il 1925 Curzio Malaparte, simili domande sono inevitabili. I suoi biografi sono stati finora impegnati a sciogliere l’alternativa. Compito tutt’altro che facile nel caso di uno scrittore che fu interventista combattente nella Grande Guerra, poi apologeta dei vinti di Caporetto, e poi ancora fautore di un fascismo rivoluzionario totalitario. Che fu amico di Piero Gobetti e testimone in favore degli assassini di Matteotti; che fu cantore di Mussolini, di Farinacci, di Balbo, di Ciano finché furono potenti, per denigrarli quando il loro potere declinò o cadde in rovina. Che fu sovvenzionato dal Ministero della Cultura popolare fino al 1943, ma dopo il crollo del fascismo si presentò come un perseguitato dal regime, e fu pronto a dichiarare a Togliatti nel 1944 che il comunismo era stato «motivo dominante di tutta la mia attività intellettuale», «motivo profondo di tutti i miei atti d’intelligenza e di coscienza». Né le metamorfosi cessarono allora: dopo il 1946, infatti, divenne anticomunista e fustigatore della «razza marxista», denunciò il «fascismo degli antifascisti» e fu sostenitore di De Gasperi nelle elezioni del 1948, per concludere infine la sua esistenza terrena nel 1957, esaltando Mao e il comunismo cinese, accettando la tessera del Partito repubblicano e del Partito comunista, e forse accettando, in punto di morte, di convertirsi alla Chiesa cattolica, che lo aveva messo all’Indice.

Cominciò Giordano Bruno Guerri nel 1980 a sfrondare la vita di Malaparte dalla leggenda autobiografica: «Sono pochissime le cose che comunemente si sanno di lui che siano davvero andate come lui ha tramandato», osservava Guerri narrando la vita di «un personaggio molto meno drammatico, epico e favoloso di quanto egli si è fatto credere», ma anche «meno ambiguo e scandaloso di quanto gli viene attribuito.” Quasi venti anni dopo, nel 1998, Giuseppe Pardini ha cercato di mettere in risalto la coerenza del suo percorso ideologico e politico-culturale, definendolo un «esteta della politica» importante «per comprendere pienamente molte delle posizioni, delle istanze morale, sociali e culturali, espresse dal fascismo». Anche il più recente biografo, Maurizio Serra, ha rintracciato nella sua vita e nella sua opera «la coerenza intima e la modernità» di un «interprete profetico della decadenza del l’Europa di fronte alla nuove potenze globali (Urss, Stati Uniti, Cina) e alle ideologie di massa: fascismo, comunismo, terzo-mondismo».

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Emilio Gentile sul Domenicale del Sole 24 Ore pubblicato in data 17-07-11

 

 

 

Il libro

Maurizio Serra, Malaparte. Vies et légendes, Grasset, Paris, 2011

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sentimenti sovversivi, Roberto Ferrucci

18 luglio 2011

 

 

In Sentimenti sovversiviRoberto Ferrucci fa i conti con una vergogna individuale e collettiva, un sentimento che cessando di essere il cratere in cui ogni cosa collassando scompare vuole recuperare la propria dimensione di argine, di limite, e opporsi orgogliosamente, persino sdegnosamente, al disastro etico di questi anni.

Il libro è stato appena pubblicato da Isbn dopo un’edizione bilingue a opera della Maison des écrivains étrangers et des traducteurs.

Nel suo ritiro francese di Saint-Nazaire, seduto davanti all’Atlantico, l’io narrante (di fatto lo stesso autore) vorrebbe raccontare una storia d’amore ma la percezione continua dell’Italia contemporanea, di questo “paese oscuro”, agisce sotto forma di un prurito psicologico, di un’interferenza che irretisce e distrae. Parte da qui “un viaggio di parole”, la cronaca di una miseria sociale e morale a cui sembra non si possa che soccombere. A sconvolgerlo è il crollo drastico di tutto ciò che salvaguardava i corpi e le loro relazioni. Un senso di esasperazione, quello dello scrittore veneziano, che fa venire in mente ancora un altro libro all’interno del quale ci sono pagine capaci di fornire una descrizione feroce del nostro presente.

 

Forse l’autore a volte  cede a una tentazione censoria (in pagine nelle quali l’accento moralistico prende forse il sopravvento) ma perlopiù fa del proprio sguardo argine attraverso una scrittura che rende visibile tutto ciò che è, o potrebbe essere, tenerezza (intendendo per tenerezza la capacità di sentire la naturale indistruttibile vulnerabilità di ogni fenomeno). Nella registrazione minuta dell’esistente, nella necessità di osservarlo e renderne conto, l’autore si rivela uno straordinario fenomenologo sentimentale.
E descrive una direzione che nascendo da questo presente si allunga verso il futuro.

A un paese baracca fondato sullo smaltimento del limite si reagisce restituendo forma alle cose, ripristinando i contorni: quelli dell’andatura di una ragazza, quelli di Jesolo, di Venezia, della spiaggia in cui venne girato Le vacanze di Monsieur Hulot. Si reagisce facendo della scrittura un altrove complesso e della vergogna, del sapersi vergognare, un sentimento sovversivo (nella coscienza – meravigliosa intuizione del finale, vera e propria exit strategy alla quale simbolicamente affidarsi – che l’altrove più irriducibile è l’immaginazione di un figlio).

 

 

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Giorgio Vasta pubblicato su Minima & Moralia il 15-07-11

Le immagini pubblicate sono fotografie di David Alan Harvey

 

Il libro

Roberto Ferrucci, Sentimenti sovversivi, Isbn, Milano, 2011

 

L’autore


 

 

La casa editrice

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Che cos’è la filosofia politica?, Leo Strauss

17 luglio 2011

 

 

Che cos’è la filosofia politica? di Leo Strauss – che il Melangolo porta in questi giorni in libreria – è molto più che una semplice dispensa universitaria.

È un esercizio di stile e di ironia di uno dei più taglienti pensatori “impolitici” del XX secolo. Una settantina di pagine in tutto, ma abbastanza per farsi irretire da un maestro d’altri tempi, con una incrollabile fiducia nei classici e una sfiducia altrettanto salda nelle astuzie e nella presunzione dei moderni. “La filosofia è essenzialmente non il possesso della verità, bensì la sua ricerca”, è il caveat del nostro autore, messo lì a bella posta per scoraggiare gli impazienti.

Non c’è dubbio che nell’espressione “filosofia politica”, è il primo termine a farla da padrone. Per lui, erede in questo della Bildung tedesca del primo Novecento, nell’esercizio filosofico si gioca il tutto per tutto. “Le cose politiche non si comprendono se non si considera seriamente la loro esplicita o implicita richiesta di essere giudicate in termini di bontà o cattiveria, di giustizia o ingiustizia”.

Tra Gerusalemme e Atene, in eterna lotta, si insinua, a far da pacere nientemeno che San Tommaso, è il 1954 e il nostro autore insegna per un semestre all’Università Ebraica. Sono anni stipati di emozioni, il nuovo stato di Israele è nato da poco, e sembrerebbe il momento giusto per abbandonarsi alle tentazioni dell’utopia. Ma lui, da buon “yekke” – ebreo di origine tedesca -, è un inveterato bastian contrario. Sceglie di tenere il proprio corso sulla sapienza “degli altri”, sulla filosofia della polis, nata ad Atene e simbolo della civiltà greca. “La pur minima conoscenza  delle cose eccelse, è più desiderabile della certezza che si ha delle cose infime”. Doveva fare un certo effetto udire il passo della Summa Teologica pronunciato dal nostro autore in latino nelle aule dell’Università Ebraica, e per di più a difesa delle ambizioni tutte terrene della riflessione politica.

 

 

Il testo è formato da brani tratti dall’articolo di Giulio Busi pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore in data 17-07-11

 

 

 

Il libro

Leo Strauss, Che cos’è la filosofia politica?, Il Melangolo, Genova, 2011

 

 

L’autore

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

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La letteratura italiana degli anni 2000

16 luglio 2011

 

Un’ invettiva sul ruolo ricoperto dalla letteratura e  dall’arte nella società italiana degli anni 2000. Sottotitolo: tre precise proposte.

L’analisi che segue è un commento di Giordano Tedoldi al post di Minima & Moralia Il teatro Valle non è in mano a dei mediocri.

 

Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano. Così, ognuno affondi la sua sonda e dica cosa esce fuori e, se farà proposte, ci vedrà immediatamente solidali. Parliamo a nome dei minatori della letteratura, la metafora non sembri irriverente, lavoriamo duro su filoni che forse non daranno neanche una pepita, e conosciamo quali sono i nostri disagi e le nostre mancanze d’ossigeno. Esse sono, oggi, essenzialmente la misvalutazione dolosa e corrotta del lavoro letterario e di conseguenza la frustrazione artistica e economica che a tale misvalutazione si lega come conseguenza. Diciamo misvalutazione e non sottovalutazione perché nessuna sottovalutazione è mai stata ingiusta o condannabile; essa non è che un’opinabile svista del gusto del tempo. Ma la misvalutazione, cioè la tecnica per cui si costruiscono sistemi, istituzioni, organi di valutazione culturale corrotti, ipocriti, asserviti a ragioni esterne a quelle artistiche, è la perenne frustrazione dell’arte. Parliamo, ripetiamo, della nostra provincia, che è la letteratura. Abbiamo individuato innanzitutto tre punti critici dove opera al massimo livello di indecenza la misvalutazione del nostro operare:

1) I premi letterari tutti, senza eccezione alcuna. Autentica elemosina, penosa, patetica e umiliante in egual modo per vincitori e perdenti. Della loro opacità di regolamento, della loro talora conclamata falsità sappiamo già, ma essi soprattutto sono come la carota dell’asino. Dopo il bastone di un lungo e spesso furibondo apprendistato, agiscono da normalizzatori dell’eccezionalità, della legittima aspirazione a cambiare e introdurre un’originale visione dell’opera letteraria, servono a spegnere con un colpo la rabbia e la forza espressiva decretando lo scrittore premiato un vero ragioniere della letteratura. Tale operazione di sedazione avviene o tramite un miserabile assegnino, articoletti di giornale, o tramite moltiplicazione delle copie vendute, in ogni caso nasce da questo ragionamento: ti diamo per qualche mese successo commerciale, un po’ di spiccioli (la paghetta dell’adulto), e il tuo nome pubblicato senza criterio né onore sulle pagine dei quotidiani – questo solo il giorno immediatamente successivo alla premiazione o poco prima, in ogni caso, abbastanza per restarne sfregiati a vita. Il tutto condito da un cinismo d’accatto per cui “le polemiche che accompagnano il premio sono il suo bello, in fondo senza di esse il premio non sarebbe quello che è”, cioè, ovviamente, merda. Questa merda, cui gli scrittori sono condizionati a aspirare con lingua penzoloni appena superata l’iniziazione dell’esordio o, in qualche caso, per decreto dei loro editori, battezzati in questa merda già all’esordio, è funzionale a non fare spazio vitale a meccanismi critici autentici, a sovvenzionamenti e sostegni economici ragionati e calibrati sulle concrete esigenze del lavoro letterario, costringendo invece gli scrittori a vivere solo di nobilissime marchette, lavori extra-artistici (fare il doppio lavoro), applaudire chi non ha alcun merito, inchinarsi alle case editrici o ai grotteschi fondatori dei premi, mummie di dinastie sfarinate. In conclusione, proponiamo agli scrittori volenterosi e lavoratori seri di non concorrere più, senza alcuna eccezione, ad alcun premio letterario italiano, e battersi invece per il punto 2 e 3.

2) Sgretolata la falsa e miserabile elemosina dei premi letterari, primo acido della misvalutazione, occorre risanare la situazione. Altrove essa è già sana, ad esempio dove esistono le Fellowship o i Grant, le borse di studio, spesso finanziate da privati ma non solo, assegnate per meriti artistici. Come sapete, sono un meccanismo che consente non per una settimana o per un mese, ma per un anno o anche più di lavorare a un’opera d’arte senza occuparsi d’altro, grazie a un sussidio economico di entità variabile ma comunque sufficiente a non distogliersi dal lavoro. In Italia il meccanismo delle Fellowship e dei Grant non esiste, siamo all’età della pietra, abbiamo al loro posto come se fossero alternativa presentabile la miseria dei premi letterari, psicologicamente siamo ridotti a considerare i premi letterari una soddisfazione pari a essere sostenuti da una borsa ma non è così, è solo un’illusione ottica che perpetua un sistema assistenzialistico nel verso senso del termine, cioè inadeguato all’effettivo lavoro dello scrittore in termini sia economici che culturali. Quindi l’abbattimento totale di ciò che potrebbe tornare, in un secondo momento, come un’eccentrica eccezione, cioè il circo degli animali addomesticati dei premi letterari, deve essere contemporaneo alla regolare e robusta istituzione di Fellowship e Grant, con i quali ogni anno vengano scelti da un comitato di saggi, a loro insindacabile giudizio, quegli scrittori meritevoli del supporto economico per lavorare senza distrazioni per un dato periodo. Conosciamo l’obiezione darwiniana per cui agli scrittori è meglio non offrire aiuti, ma lasciarli lottare per la vita. Purtroppo, lottando per la vita in un ambiente selvaggiamente incolto (il mercato editoriale e i suoi sottomercati delle vacche) col solo miserabile e umiliante sostegno di un premio truccato, si confermano le previsioni di Malthus, gli scrittori muoiono per mancanza di risorse o si rieducano in animali addomesticati per accomodarsi a quelle inadeguate che sono disponibili. Il darwinismo non implica la distruzione di una specie, laddove una specie riesce a migliorare l’ambiente per la sua sopravvivenza, lo fa. I premi letterari appestano l’ambiente, le Fellowship o i Grant darebbero ossigeno e quindi vita e lavoro.

3) Infine, è urgente che il ruolo dell’arte letteraria, della composizione narrativa o poetica o altre forme a queste affini o dipendenti, venga riconosciuto come merita nel sistema universitario, e se quello pubblico non è pronto o non è in grado di farlo, che ci si rivolga senza indugio a quello privato. Parliamo della istituzione di cattedre d’insegnamento per merito artistico. Così come esistono in Europa e in America. Oggi nelle università la letteratura italiana è rappresentata da storici della letteratura la cui incapacità tecnica nell’arte della prosa o della poesia è imbarazzante. Anche quando scrivono un articolo di giornale riescono a mostrare la loro ineleganza, ignoranza e monotonia. Non c’è possibilità alcuna che nelle università dove si insegna letteratura salga in cattedra un maestro in grado di insegnare agli allievi il lavoro della composizione letteraria. Né che un allievo possa, se lo desidera, laurearsi scrivendo come tesi di laurea un romanzo o un poema o una raccolta di racconti o altro del genere, così come ci si diploma in composizione scrivendo una sonata per pianoforte. Stiamo insomma dicendo che l’università non fa arte, gli scrittori vengono talvolta arruolati in marginali seminari di “scrittura creativa” che hanno un ruolo tecnicamente incomparabilmente inferiore a quello dei corsi veri e propri tenuti dai docenti che pietosamente li elargiscono. Stiamo dunque chiedendo, ribadiamo, l’introduzione di corsi universitari della durata e dell’importanza curricolare pari a ogni altro, tenuti da scrittori, chiamati all’insegnamento per merito e non per concorso, con l’obbiettivo di portare tra le discipline universitarie la scrittura e di rendere dunque il suo insegnamento un’attività riconosciuta tra i compiti del sistema educativo e economicamente protetta.

Altre proposte sono immaginabili, ma queste tre, immodificabili e coordinate, ci sembrano le più urgenti. Quelle che possono arrestare prima possibile la falla aperta nel terreno dal quale fuoriescono i liquami della continua misvalutazione dello scrittore in Italia, considerato un dropout, un fallito, un dopolavorista, quando è il più serio e concentrato dei lavoratori.

La letteratura italiana degli anni 2000

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Get the Picture, John Morris

15 luglio 2011

 

 

Professione reporter: Get the Picture, le memorie di John Morris, il più grande photo editor del secolo.

A 96 anni l’autore ricorda ancora con fervore: è stato uno dei più grandi photo editor del XX secolo, orchestratore di fotoreporter e fotografie per le più importanti testate del mondo, dal New York Times al Washington Post, da Life al National Geographic… Oltre che direttore della mitica agenzia Magnum, quella di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson.

 

Ora vive a Parigi in un’ex fabbrica di forme per scarpe trasformata in loft. L’unica foto alle pareti ritrae un operaio sulla Tour Eiffel, che pare danzare con un pennello in mano. Ironica didascalia: “Morris a 20 anni”. Altri 230 scatti ricevuti in dono da amici sono stati venduti per far fronte a una pensione striminzita. Così vive solo dei suoi ricordi. Fissati in un libro che ora esce in Italia per la casa editrice Contrasto.

Un memoir prezioso, perché di solito le avventure del fotogiornalismo sono affidate alla tradizione orale. Mentre invece l’autore annota i retroscena di ogni scatto divenuto icona della storia del secolo scorso, dallo sbarco in Normandia alla Guerra del Golfo. Limite dell’edizione italiana: la mancanza di un indice analitico che consentirebbe di trovare spediti vicende e personaggi.

 

Il testo è tratto dall’articolo di Antonella Barina su Il Venerdì di Repubblica (08-07-11)

Le immagini sono fotografie di Robert Capa. Rispettivamente:

  1. Cina. Hankow. 1938. Un giovanissimo soldato cinese.
  2. Vicino a Troina. 4-5 agosto 1943. Un contadino siciliano indica la direzione della ritirata alle truppe tedesche a un soldato americano.
  3. D Day. Normandia. Omaha Beach. 6 giugno 1944. La prima ondata di truppe americane sbarca all’alba.

 

 

 

Il libro (edizione italiana)

John Morris, Get the Picture, Contrasto, Roma-Milano, 2011

 

 

Il libro (edizione americana)

University of Chicago Press, 2002

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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The Uncoupling, Meg Wolitzer

15 luglio 2011

In The Uncoupling, Meg Wolitzer trae spunto dalla commedia di Aristofane Lisistrata: il perno della trama è lo sciopero sessuale delle donne protagoniste. Tutte le donne, da quelle appena affacciatesi alla soglia della fertilità e della vita sessuale, a quelle per cui il sesso è un lontano e piacevole ricordo, chiudono bottega (“closes up shop”).

L’antica commedia è ambientata in Atene, il recente racconto invece a Stellar Plains (N.J.). Qui le donne lavorano o studiano alla Eleanor Roosevelt High.

Ci sono notevoli differenze tra le due trame. Nella prima, le donne protagoniste decidono di astenersi, anzi di scioperare dal sesso, finché i loro uomini, impegnati nella guerra del Peloponneso, non firmino la pace che metta fine agli scontri e permetta il loro rientro a casa. Nella seconda, invece, non si trova nessun obbligo morale o inderogabile presa di posizione, più semplicemente le donne sono attraversate da un vento freddo che ne indurisce le carni e ne fiacca il desiderio.

La causa dello scivolamento in questa gelida situazione è il corso di recitazione della Eleanor Roosevelt High. L’insegnante sceglie il Lisistrata. Le giovani studentesse devono studiare il testo della grande commedia attica antica. Ore e ore di studio, infine le ragazze entrano nella parte così bene da non trovare più il significato e la ragione dell’amplesso.

 

Il testo è tratto dal Book Review, settimanale del New York Times

Le immagini sono illustrazioni di Anna Godeassi

 

Il libro

Meg Wolitzer, The Uncoupling, Riverhead Books, New York City, 2011

 

 

L’autrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Si acquistano pelli grezze, Abdulah Sidran

11 luglio 2011

 

 

 

Si acquistano pelli grezze è l’ultima opera di Abdulah Sidran. Romanzo corposo, di millecinquecento pagine, appena finito e consegnato dall’autore all’editore di Zagabria. Già in allestimento la versione italiana.

Riporto di seguito il testo raccolto da Piero Del Giudice, pubblicato dal Domenicale del Sole 24 Ore in data 10-07-11.

 

Per scrivere su Ratko Mladic e sul genocidio di Srebrenica (luglio 1995) parto dal mio lavoro. Non dal corpus di poesie scritto nell’assedio di Sarajevo (La bara di Sarajevo) o dalla pièce teatrale A Zvornik ho lasciato il mio cuore – messa in scena anche in Italia – sugli eccidi e deportazioni della popolazione musulmana lungo la Drina, né parto dal poema che conoscete Le lacrime delle madri di Srebrenica. Non di versi si tratta ma di prosa, delle oltre millecinquecento pagine sottotitolate Romanzo della famiglia di Sidran di Sarajevo, che hanno il titolo Si acquistano pelli grezze. L’ho appena consegnato all’editore di Zagabria ed è in allestimento la versione italiana del romanzo. Romanzo della saga dei Sidran di Sarajevo e del paese-Jugoslavia. Il titolo l’ho ripreso da un’insegna. Nella periferia della cittadina dove ormai vivo – Goradze, sulla Drina – in esilio volontario da Sarajevo, esiste una ditta che esibisce un grande cartello bianco con la scritta “Si acquistano pelli fresche”. Non conciate, non trattate.

Per anni ci sono passato vicino, prima di capire che in quelle parole e nel loro odore di sangue è raccolta tutta la mia vita. Il duraturo, continuo, umiliante tributo di pelle fresca, di sofferenza, di vero dolore, delle tre generazioni dei Sidran protagonisti e testimoni – dalla fondazione alla sua fine – della Jugoslavia. Fine del progetto-paese e fine della Bosnia Erzegovina. Nessuno oggi vuole più un paese mulculturale, almeno nessuno di coloro che hanno voluto la guerra e occupano i posti di potere. Le tre comunità etniche – la serba oltranzista, autoreferenziale e irresponsabile, la croata e la musulmana – rendono asfittica l’intera sitiuazione. Il paese stagna.

«Quanto pessimismo!» telefonano e scrivono amici, anche italiani: «Ecco vedi – dicono – esiste qualche forma di giustizia, lo stragista Mladic è ora davanti ai giudici dell’Aja!». Beh, a proposito dell’arresto di Ratko Mladic – e prima di Karadzic – diciamo che tutto va bene, ok, tutto sta in poche frasi di rito: «Una soddisfazione ritardata», «la giustizia è lenta ma inesorabile», «meglio tardi che mai» eccetera. Non c’è bisogno di essere intelligenti per capire che si tratta di puro commercio, neanche tanto nascosto. Vi diamo questo vecchio Ratko, questo rottame e voi ci aprite le porte. Su un giornale belgradese la notizia dell’arresto di Mladic è stata pubblicata in maniera chiara: «Entriamo in Europa!». È il baratto. Solo gli ingenui formano giudizi sulla politica della Serbia in base ai gesti simbolici e alle dichiarazioni di circostanza dei suoi leader politici. Per quanto riguarda il personaggio, il Ratko dalle cui mani cola sangue, è un misto di primitivismo feroce e furbizia. Accarezza i bambini e rassicura le torme degli innocenti prima di scannarli a Srebrenica, veste i panni del vecchio malandato quando cerca di evitare l’estradizione dell’Aja. Ogni persona normale dovrebbe inorridire di fronte al modo di essere militare di Ratko Mladic, che non è eccezione o rarità. La restrizione mitomane della coscienza si incontra sia nel contadino analfabeta della Serbia che nel colto accademico di Belgrado! E ciò è davvero incomprensibile ed è un fenomeno che dovranno studiare gli esperti di socio-patologia.

La guerra della Bosnia Erzegovina è cessata nella sua forma peggiore, ma – come si dice a Sarajevo – «la guerra è finita solo per coloro che in guerra hanno perso la vita». La cosiddetta Comunità internazionale ha fermato la guerra di Bosnia nell’autunno-inverno del 1995, quando di fatto la guerra stava appena incominciando, legalizzando con l’accordo di Dayton la divisione etnica del paese prodotta dalla violenza e dal crimine. Srebrenica fu genocidio. Ma quante Srebrenica. Sono stati uccisi, o sono scomparsi, li ha portati via la Drina, circa 3500 bosniaci. E poi a Bijeljina, a Visegrad, a Foca… Non ci sarà un processo per queste stragi . Bisognerebbe rinnovare il Tribunale Russel. L’umanità ha bisogno di un tribunale simile, per processare gli autori delle idee di guerra e genocidio, gli assassini a tavolino, per giudicarli sia in contumacia che post mortem, per la verità e la giustizia senza e quali non ci potrà essere né riconciliazione né futuro migliore, ma solo gemito poetico e pianto.

 

 

 

 

 

I libri

Abdulah Sidran, Il grasso di lepre, Casagrande, Bellinzona, 2010

 

 

 

Le lacrime delle madri di Srebrenica, ADV Edizioni, Lugano, 2010

 

 

 

Romanzo balcanico, Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2009

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Black bloc in Val di Susa

11 luglio 2011

 

 

 

La grande balla dei Black bloc in Val di Susa: titolo del post di Fabrizio Tassi pubblicato da Il primo amore in data 09-07-11.

 

[L’articolo originale si trova qui. La fotografia invece viene da qui.]


di  Fabrizio Tassi

Avevo capito che da una parte c’erano gli innocui valsusini e dall’altra i feroci incappucciati. Mi ero immaginato un corteo di innocui indigeni indignati che scorreva pigramente (poco telegenico, politicamente scomodo), mentre austriaci, francesi, milanesi e altri foresti estremisti facevano la guerra (che rende sempre in tv e nei comizi).
Poi, parlando con alcuni di loro, ho scoperto che il confine tra manifestanti-gitanti e antagonisti-battaglieri era così labile da apparire quasi un’invenzione giornalistica, una semplificazione auto-assolutoria per il mondo della politica, dell’economia, delle istituzioni.
Che lassù ad assediare il cantiere in realtà c’erano anche i figli dei valligiani e pure qualche padre.
Che i vecchi indicavano ai giovani i sentieri nel bosco per sorprendere la polizia, e le signore incazzate nere per la terra espropriata incitavano i “ragazzi”. Sì, li chiamavano così.

Si discuteva molto, nel corteo, su ciò che stava accadendo, ma in tanti (mi dicono) hanno spalleggiato i “ragazzi” arrivati col casco e le maschere anti-gas, memori dello sgombero della Maddalena.
E’ molto più facile, più tranquillizzante, raccontarsi la storia della frangia di estremisti che si sposta dal G8 alle manifestazioni contro l’FMI approdando infine alla Val di Susa, in una grottesca tournée del terrore. Così, ancora una volta, riescono a parlare d’altro, visto che i sì-Tav di solito balbettano quando si entra nel territorio dei numeri, delle ragioni, dei dati, degli argomenti tecnici ed economici, della gente che si oppone pacificamente da 20 anni.
Basta notare il sospiro di sollievo con cui Bersani ha potuto condannare le violenze senza entrare nel merito della questione e senza citare i tanti sindaci in corteo.

Basta sfogliare il Corriere della Sera di lunedì 4 luglio, che apriva il giornale con “Assalto alla Tav, 188 agenti feriti” e proseguiva con questi titoli in successione: “Scontri e feriti al cantiere Tav. Assalti in stile paramilitare”; “Tra i sei operai circondati: Ci chiamano infami ma noi che colpa abbiamo?”; “Maalox e ammoniaca, la guerriglia dei black bloc”; “Condanna dal Colle: inaudite aggressioni”; “Dove c’è violenza, inaccettabile ogni ambiguità”. Non una sola fotografia delle famiglie in corteo, dei sindaci, dei passeggini, dei bambini, degli attivisti di mezza Italia, delle (stra)ordinarie persone qualunque della valle che non sognano una regressione bucolica in un’immaginaria età dell’oro (quella roba la lasciano volentieri ai leghisti, che amano il folklore) e non pretendono di sostituirsi alle istituzioni democratiche (parliamone: la democrazia è bella perché perfettibile), ma reclamano dignità e sognano un altro modello di sviluppo, in cui la funzione delle comunità locali non sia solo quella di accettare pacificamente gli interventi compensativi o indicarne di migliori. E’ da qui che bisogna partire. E’ qui che si gioca un pezzo del nostro futuro. E’ su questo (argomento faticoso, per chi è abituato a fare scelte a brevissimo termine) che vorremmo ascoltare esperti, tecnici, politici, visionari.

Forse in Val di Susa sta accadendo qualcosa di inquietante, che dovrebbe spaventare (questo sì) le istituzioni e i commentatori istituzionali: la rabbia che diventa ribellione anche fisica, la frustrazione che degenera in odio. Penso a quell’operaio di 21 anni che neanche sa che cos’è il Leoncavallo, e che vive ormai lontano dalla valle in cui è nato, ma che domenica era lassù con i “ragazzi” per “difendere la sua terra”. Penso agli anziani signori che incitavano i giovani antagonisti a lanciare sassi e a sradicare le protezioni del cantiere. Gli anarchici di nero vestiti sono una questione di ordine pubblico, che si risolve facilmente, alla vecchia maniera, con manganelli e arresti. I valligiani inferociti, invece, sono una realtà a cui lo Stato non può replicare con i fumogeni ad altezza uomo.

I comitati no-Tav hanno provato a dire queste cose (trovate la conferenza stampa su www.globalproject.info), a raccontare la loro versione dei fatti, a dire che i ragazzi col caschetto e la maschera anti-gas per lo più erano valligiani. Ma nessuno li ha ascoltati. Si sono auto-denunciati, parlando di legittima difesa, ma nessuno ha rilanciato le loro parole. Non rientrano nello schema. Fanno paura.

Questo gioco (pericoloso) già lo conosciamo. E’ più facile chiudersi in un fortino e “difendere lo stato di diritto” contro i violenti (la non-violenza non fa spettacolo, e comunque per combatterla ci vogliono idee e ragioni), piuttosto che uscire tra la gente e rispondere alle obiezioni mosse non solo dalla valle, ma da una larga fetta dell’opinione pubblica nazionale (larghissima, se stringiamo il campo a quelli almeno vagamente informati sul tema), compresi esperti super-partes, economisti, docenti universitari “contro”, che stanno ancora aspettando un argomento diverso dal mantra “ce lo chiede l’Europa” (sapeste quante cose ci chiede la contestatissima Europa sul piano dei diritti e dei doveri, della lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, delle leggi contro i monopoli e i privilegi, del pluralismo dell’informazione, del rispetto di immigrati e rom… Tutte cose poco monetizzabili).

La libreria

 

 

 

 

 

 

AC

I costi della Tav

3 luglio 2011

 

 

Con il titolo I costi della Tav, voglio pubblicare un post che faccia eco alle ragioni di chi a questa “grande opera” si oppone. Riprendo quindi -così come è stato fatto dal blog Il primo amore– un articolo di Fabrizio Tassi su MicroMega intitolato Il totem-Tav: istruzioni per vetero-progressisti.

Catalogo di formule pronte all’uso per chi è a favore e non ha tempo da perdere in noiose discussioni su numeri, dettagli tecnici e questioni politiche connesse.

– È un progetto strategico

– Non possiamo rimanere fuori dall’Europa

– Le grandi opere sono indispensabili allo sviluppo del Paese

– Non possiamo perdere i finanziamenti europei

– Porterà posti di lavoro e farà crescere il Pil

– È ecologica perché sposta le merci dalla strada ai binari

– È il futuro

– Chi si oppone lo fa per motivi puramente ideologici

– Gli ambientalisti vogliono riportarci all’età della pietra

– I valligiani di Susa (egoisti) difendono il proprio giardino senza pensare all’interesse nazionale

– I valligiani di Susa (ignoranti) non sanno che il sistema di trasporti piemontese sarà presto saturo

– I valligiani di Susa (ingenui) sono manovrati dai centri sociali e dagli anarchici, che vogliono sovvertire l’ordinamento democratico e menar le mani

 

Catalogo di argomenti da evitare e questioni che i vetero-progressisti del Pd non devono conoscere, altrimenti potrebbero cambiare idea e assomigliare pericolosamente ad attivisti antagonisti.

– Il traffico merci lungo l’arco alpino è in costante diminuzione e non si prevedono aumenti per il futuro (è saturo il mercato, non il sistema dei trasporti; le previsioni iperboliche della prima ora sono state riviste al ribasso, ma rimangono fantascientifiche).

– In val di Susa c’è già la linea ferroviaria del Frejus, costantemente ampliata e ammodernata, che viene utilizzata per meno di un quarto della sua capacità (il Piemonte non è una landa desolata, le aziende emigrano causa costo del lavoro in Paesi privi di infrastrutture; sarebbero ben accetti investimenti in ricerca, innovazione, competitività delle imprese italiane)

– Si prevede un migliaio di posti di lavoro su una media di 7 anni: a conti fatti si tratta di un investimento di 9 milioni di euro per ogni addetto (…!)

– La Torino-Lione costerà almeno 17 miliardi di euro, senza dimenticare che per i tratti di Tav già terminati le spese sono triplicate rispetto a quanto preventivato (it’s Italy, baby)

– Due perizie sulla Torino-Lione, commissionate dal Ministero dei Trasporti (1998) e dal Governo francese (2003) al Conseil Général des Ponts et Chaussées, hanno bocciato il progetto, sottolineando che “conviene intervenire sulla linea esistente” (comunisti…)

– L’Università di Siena (anarchici…) ha calcolato che il trasporto ferroviario via Tav è peggiore di quello stradale in termini di emissione di CO2 e particolato, senza tener conto dell’energia consumata e delle emissioni rilasciate nell’atmosfera per realizzare l’opera (lo studio riguardava il tratto Bologna-Firenze, ma non è difficile immaginare che per la Torino-Lione sarebbe un po’ peggio)

– I sindaci del Mugello hanno un repertorio infinito di aneddoti su 15 anni di scontri con chi gestiva i cantieri della Tav, sui soldi che continuano a mancare per riparare i primi danni ambientali (poi bisognerà riparare gli ultimi), sul fatto che nel 2010 c’erano ancora sul territorio le aree di cantiere con baracche, materiali edili e discariche (alla prossima puntata il tema della movimentazione terra e degli affari (mafiosi) connessi)

– I valligiani resistono da 20 anni, non da ieri l’altro. Nei tempi più recenti si contano almeno dieci manifestazioni con 30 mila persone ciascuna come minimo. La sera precedente gli scontri alla Maddalena, una fiaccolata partita da Chiomonte (1000 abitanti) ha coinvolto 8 mila persone. Il giorno dopo lo smantellamento del presidio, a Susa erano in 20 mila (così, a prima vista, non sembravano pericolosi sovversivi, ma le loro facce non le vedrete nel tg di Minzolini, dovrete accontentarvi di cercarle in rete).

 

 

 

Letture utili

1.   150 ragioni (tecniche e dettagliatissime) per dire no alla Tav

2.  “Le ragioni liberali dei No alla Torino-Lione”, spiegate da Marco Ponti, che insegna Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, Marco Boltani, docente di Economia Politica alla Statale, e Francesco Ramella, ingegnere dei trasporti

3.  Documenti, interviste e analisi nel sito www.notavtorino.org

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

I libri in uscita sono troppi

3 luglio 2011

 

 

 

I libri in uscita sono troppi. Questa è la convinzione di chi scrive e il titolo del post con cui LibOn pubblica un intervento di Simone Barillari condiviso nel gruppo editoria del movimento TQ. Il blog di riferimento è Minima & Moralia: casa editrice Minimum Fax.

 

 

di Simone Barillari

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.

Non si può disobbedire a tutte le leggi che regolano il mercato, non si può disobbedire da soli nemmeno a una sola delle leggi che regolano il mercato, senza che il mercato punisca severamente una simile disobbedienza. Si può però disobbedire a una delle leggi del mercato se a quella legge si disobbedisce in tanti – e se si disobbedisce a lungo, con orgoglio e tenacia, si può infine essere premiati per questa coraggiosa disobbedienza.

Ci sono in TQ dirigenti editoriali di almeno sei o sette diverse case editrici, tutte di grande prestigio e rilievo. Da sole queste case editrici non basterebbero ancora, naturalmente, ma potrebbero essere una cerchia iniziale per proporre seriamente un patto di decrescita o di non incremento della produzione di libri ad altri interlocutori e vedere se si riesce a raggiungere un accordo comune con una parte significativa dell’editoria italiana. Prevedo l’obiezione che si può muovere a questa proposta, e non ho difficoltà a capirne la fondatezza e l’importanza: non aderirebbero mai proprio gli attori dominanti del mercato, il gruppo Mondadori e il gruppo Rcs, per esempi, e rischieremmo così di fare il loro gioco. Ma non è detto che non riusciremmo a trarre dalla nostra parte alcuni marchi di quei gruppi, e – soprattutto – molti di noi hanno combattuto per anni contro questi moloch, e la situazione, nel complesso, non ha fatto che peggiorare, perché continuiamo a combatterli sul loro terreno e con le loro armi – la quantità, l’efficienza industriale invece della cura artigianale. Proviamo allora a concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori, proviamo a spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, proviamo ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio. Proviamo a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici.

Sono profondamente persuaso che questa potrebbe, se non dovrebbe, essere una delle battaglie cruciali di TQ, e che avrebbe un’ampia e potente eco mediatica che aiuterebbe a sostenerla e a vincerla. E, ripeto, dai libri andrebbe estesa a tutte le opere, in una grande, ambiziosa operazione di ecologia culturale.

C’è probabilmente qualcosa da perdere, per molti di noi, in questa battaglia, ma forse c’è ancora di più, per quegli stessi di noi e per tutti gli altri, da guadagnare.
Vi ringrazio dell’attenzione.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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