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Raymond Carver. Una vita da scrittore, Carol Sklenicka

8 agosto 2011

 

 

 

 

Raymond Carver. Una vita da scrittore. Autore: Carol Sklenicka. È la biografia del grande scrittore americano pubblicata da Nutrimenti.

 

Tra alcolismo e sussidi di disoccupazione, le vicende umane di un autore mito cresciuto fuori dai ranghi dell’industria culturale considerato uno degli ultimi belli e dannati.

Il giorno dopo l’uscita del suo primo libro di racconti, Vuoi star zitta per favore, invece di festeggiare Raymond Carver fu costretto a presentarsi in tribunale: doveva discolparsi dall’accusa di aver mentito per ottenere il sussidio di disoccupazione. Era il marzo 1976, aveva trentotto anni e li aveva vissuti più che pericolosamente. Fino ad allora, con due figli e la moglie al seguito – neanche quarant’anni in due quando si erano sposati e lei era già incinta – era stato uno scrittore senza fissa dimora, senza una stanza tutta per sé per scrivere e spesso senza un tetto sulla testa, nel suo curriculum la lista dei lavori precari cui si era prestato, da fattorino a raccoglitore di tulipani, era interminabile, non aveva quasi mai soldi in tasca ma quasi sempre un vasto lago di alcol in corpo.
Comincia da qui, da questa icona di derelizione, la lunga, appassionata e appassionante biografia (scorrevolmente tradotta da Marco Bertoli) che una studiosa americana e insegnante di creative writing ha dedicato a quello che, per un equivoco leggendario, è considerato l’inventore del minimalismo letterario.

Non c’è corso di scrittura creativa che, in un modo o nell’altro, non faccia ricorso ai suggerimenti di Raymond Carver, con il suo invito a leggere e rileggere e limare i testi. Carver è, senza dubbio, un punto di riferimento della letteratura americana del Novecento e, come tutti i punti di riferimento, vale la pena di conoscerne la biografia per capirlo meglio.

Con le sue quasi ottocento pagine si tratta della più completa biografia dello scrittore americano ed è particolarmente pregevole perché ci presenta non solo gli eventi “esterni” della vita di Carver, ma anche quelli “interni”, cioè l’evoluzione dello scrittore, mettendo in luce i vari cambiamenti apportati alle sue opere – dovuti anche agli interventi degli editor – elemento, questo, non secondario nella narrazione della vita di uno scrittore.

 

 

 

Il testo riprende, nella prima parte, l’articolo di Elisabetta Rasy pubblicato dal Sole 24 Ore in data 31-07-11, nella seconda, il post pubblicato da BooksBlog in data 19-05-11.

 

 

 

 

Il libro

Carol Sklenicka, Raymond Carver. Una vita da scrittore, Nutrimenti, Roma, 2011

 

 

 

Il libro in lingua originale

Carol Sklenicka, Raymond Carver: A Writer’s Life, Scribner Book Company, 2009

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

AC

Ahi gente che dovresti esser devota,/e lasciar seder Cesare in la sella… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera

8 agosto 2011

 

 

 

 

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta dalli sproni,

poi che ponesti mano alla predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio dalle stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che ‘l giardin dello ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

de’ tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m’accompagne?»

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien della tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che nell’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto dell’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogni villan che parteggiando viene.

La Divina Commedia, Purgatorio, VI, 91-126

… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera: Il podestà forestiero … Editoriale pubblicato in data 07-08-11.

 

I mercati, l’Europa. Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana! «Europeista» è un aggettivo usato sempre meno. «Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa. Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti. Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.

Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico». Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.

Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purché sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sé, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni. Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.

Scarsa dignità. Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anziché prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti. In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).

Downgrading politico. Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale. Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia. L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie. Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anziché fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.

Tempo perduto. Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti. La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società, dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.

Crescita penalizzata. Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita. Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni). L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.

La libreria

 

 

 

 

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