Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman

 

 

 

Come se mangiassi pietre di Wojciech Tochman è un libro terribile e bellissimo, che andrebbe fatto leggere nelle scuole. Una vera lezione di stile sobrio e asciutto, di onestà di cronista: il racconto di ciò che è accaduto, fatto “dopo”, a cose finite, quando le telecamere si sono spente e i media allontanati.

 

Perché, come ha intuito perfettamente la sua connazionale Wisawa Szymborska, nella poesia La fine e l’inizio (1993): “Dopo ogni guerra (…) / C’è chi deve spingere le macerie / ai bordi delle strade / per far passare i carri pieni di cadaveri / (…) Non è fotogenico / e ci vogliono anni / tutte le telecamere sono già partite / per un’altra guerra (…) / Chi sapeva / di che si trattava, / deve far posto a quelli / che ne sanno poco. / E meno di poco…”.

 

L’autore racconta di un’umanità che ostinatamente non vuole dimenticare il dolore subito, quasi che questo fosse l’unico modo per continuare a sopravvivere, ma anche individui che invece vogliono fuggire, perché i ricordi li avvelenano e soffocano. Una pace fragile, piuttosto una tregua, una riconciliazione quasi impossibile. Il reporter non giudica: racconta storie, ognuna col suo carico di unicità e verità. Registra la paura, il dolore, la vergogna (“Nella Repubblica serba di Bosnia gli uomini evitano di farsi fotografare, si coprono il viso: tremano di terrore al pensiero di essere riconosciuti dalle donne musulmane”)

Il testo è tratto dall’articolo di Francesco M. Cataluccio pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore il 21-08-11

 

 

 

Il libro

Wojciech Tochman, Come se mangiassi pietre, Keller Editore, Rovereto, 2010

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC


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