La fine del capitalismo

 

 

 

La fine del capitalismo: ecco cosa stiamo vivendo in questa estate 2011. L’inizio della fine del capitalismo. Punto.

Di seguito un bell’articolo di Alberto De Nicola pubblicato da Alfabeta2 il 19-8-11.

 

 

Micrologica dei mercati e delle rivolte

Sono due le immagini che catturano l’attenzione in questi giorni di agosto. Immagini che abbiamo la fortuna di trovare accostate nelle pagine dei giornali. Da una parte quelle che ritraggono le facce incredule degli operatori finanziari che assistono inermi al crollo delle borse di mezzo mondo, dall’altra quelle delle città inglesi attraversate dai riot che a partire dall’uccisione di un giovane da parte della polizia, scorso sono esplosi in modo incredibilmente virulento.

Tanto le une quanto le altre, disposte accanto, sembrano messe lì a posta per dirci cose che isolatamente non avrebbero avuto l’opportunità di dire.

Ad accomunarle però, non è solo il collage giornalistico. C’è un sottile sospetto che le lega. Nelle parole dei leader politici che le commentano ricorre  infatti una bizzarra analogia: “la Borsa è un orologio rotto” (Berlusconi), il downgrade delle agenzie sul debito pubblico americano “fa acqua da tutte le parti” (Tesoro Usa), “l’andamento dei mercati che abbiamo visto negli ultimi giorni è semplicemente ingiustificato sulla base dei fondamentali dell’economia” (Rehn, Commissario Ue agli affari economici).

Il Primo Ministro Cameron parla della rivolta come insensata, irriducibile alla logica della politica: “mindless”, “needless and opportunist”.

Insomma, sembrerebbe che i governi siano sotto l’attacco di forze potenzialmente distruttive ma al contempo impersonali e irrazionali. In entrambi i casi, si affacciano come di consueto anche le teorie cospirazioniste. Lo spettro delle possibili spiegazioni oscilla tra la matrice della preordinazione (degli speculatori da un lato e di non meglio specificate bande, dall’altro) e quella dell’assenza di logica.

Eppure, come tutti sanno, tanto le rivolte quanto i mercati, una “logica” ce l’hanno eccome. Nonostante la natura irriducibilmente differente pare che condividano in profondità anche una stessa percezione: che stiamo entrando in una spirale recessiva di lungo termine, che le politiche di austerità non faranno quadrare il cerchio ai “fondamentali dell’economia”, ma produrranno e accentueranno dinamiche di biforcazione sociale già in atto. Che declassamento e impoverimento di fasce sempre più ampie di popolazione saranno la realtà con la quale convivere, non un effetto perverso della situazione attuale, ma almeno nel medio termine, un solido orizzonte.

Visti da questa particolare angolazione, mercati e rivolte presentano una razionalità di rango ben superiore a quella dimostrata dai governi che si affannano a fornire rassicurazioni, fingendo di avere la situazione in pugno.

Povero non vuol dire escluso

Del resto questa presunta irrazionalità affonda le radici nella convinzione che i comportamenti che la contraddistinguono appartengano ad una sfera “separata” da quella in cui governa l’agire socialmente legittimato. Allo stesso modo con cui sentiamo ripetere la consolante quanto ridicola distinzione tra economia “finanziaria” ed economia “reale”, torna alla ribalta l’idea che ad animare le rivolte di questi giorni in Inghilterra sia una sorta di “altra società”, o “quasi società”, nei confronti della quale si possono assumere atteggiamenti opposti, dalla paura alla compassione, ma pur sempre “separata” e legata solo formalmente alla comunità.

Sono in questi giorni a Londra e nel leggere i commenti su queste giornate sono rimasto stupito dal modo in cui riviva qui lo spettro dell‘underclass. Pur senza nominarla, sembra quasi che dopo i riot tutto si giochi attorno a questa categoria. Del resto, lontano parente delle classi pericolose di ottocentesca memoria, quello dell‘underclass è un retaggio tipico della sociologia anglosassone che ha visto nelle trasformazioni della stratificazione sociale post-fordista l’emergere di un agglomerato non solo povero, ma escluso, de-socializzato, ignorante, che per questo esprime in modo istintuale, mindless appunto, i propri bisogni.

La sottoclasse non è solo il prodotto della disuguaglianza, non significa solo marginalità ma anche preclusione sociale e politica a-farsi-classe. Nata con una vocazione critica, la categoria è stata utilizzata moralisticamente dai conservatori che vi hanno visto l’incarnazione sociale della devianza e dai progressisti l’oggetto inerme su cui indirizzare l’intervento assistenziale e riparatore.

Quello dell‘underclass è tuttavia un limite vistoso sia sul versante interpretativo che su quello politico. Limite culturale ma, si badi bene, anche incarnato nelle striature che segnano la società britannica.

Sul fronte interpretativo, nonostante sia difficile dire qualcosa di compiuto sulla composizione sociale che ha animato i riot di questi giorni, basterebbe leggere i “profili” sociali dei ragazzi portati in tribunale in queste ore per rendersi conto che la faccenda risulta ben più complessa delle rappresentazioni monolitiche: disoccupati, ma anche occupati, neri ma anche bianchi, poco istruiti ma anche molto istruiti. Questa eterogeneità, che lascia intendere una complessità maggiore di quella che solitamente si è disposti a credere, viene immediatamente surclassata da un’immagine della povertà completamente negativa, definita essenzialmente da mancanza, da un vuoto e dal “saccheggio” come indizio che ne rivela la natura. Fondamentalmente sotto due aspetti: il primo è che questo sarebbe in definitiva il segno più evidente di una povertà che riguarda l’asocialità della vita quotidiana, è questa povertà dell’esperienza a rendere compulsivo, non-politico e rabbioso il gesto. A me invece pare che ciò che rende “esplosiva” l’esperienza della povertà, non sia affatto il suo venir fuori da uno stato di isolamento, ma esattamente il suo contrario: l’essere cioè immersa dentro flussi sociali, comunicativi e di consumo complessi, densi ed estesi. Ciò che passa attraverso le merci (merci che connettono, che concatenano forme di vita, che allargano le possibilità della circolazione) è un livello di socializzazione di cui si conosce già perfettamente l’utilità e il valore, ma al quale viene imposta una misura inaccettabile, questa sì senza valore, senza proporzione, senza contenuto. Non c’è solo il pesante livello della disoccupazione a rendere vacua la misura del lavoro nell’accesso alle merci, ma anche l’insufficienza di reddito che deriva da quelli precari, spesso semi-gratuiti. È questa misura, violenta e brutale, ad essere presa di mira.

Il secondo aspetto, legato al primo, rimanda ad un’idea di povertà tutta inscritta nella contraddizione fra l’universalismo del consumismo e il particolarismo dell’accesso al reddito. Il saccheggio sarebbe in questo caso un riflesso pavloviano di fronte ad una merce esposta che non possiamo acquistare. Il risvolto di questo discorso così universalmente accettato ricade in quell’idea, tutta moralistica, che basterebbe ridurre “lo spettacolo delle merci” per rendere più sopportabile la mancanza di denaro.

Ora, quello che veramente non si coglie e che queste giornate inglesi rendono massimamente manifesto, è che è avvenuta, non da oggi, una frattura nel rapporto di proporzionalità tra consumi e reddito. In altri termini noi assistiamo ad un progressivo sganciamento del desiderio di consumo dalle disponibilità di reddito (sia quello che deriva dal lavoro che quello derivante dalle varie prestazioni dello Stato). Questa relativa ma potente autonomizzazione è il segno di una disposizione delle persone a riprodursi che fuoriesce dalla logica riproduttiva del capitale. È questa stessa disposizione che il capitale tenta di recuperare e di mettere a profitto attraverso l’indebitamente privato. Da questa angolazione si potrebbe vedere che non è la norma capitalistica del consumo che, producendo bisogni indotti, si rivolta contro se stessa, ma è casomai il desiderio, che nell’azione collettiva, prova a se stesso che quella misura che “separa” è sempre revocabile, precaria e, in ultima istanza, needless.

Piaccia o no, per una manciata di notti nelle strade delle città inglesi, si è presentato una nuovo modo di regolazione dell’economia, incapace di istituzionalizzarsi, ma che sta lì a ricordare che quello che domina in modo diseguale le vite di tutti, non ha nulla di assoluto. Dietro i fuochi, un piccolo evento di auto-normazione.

Si potrebbe dire, senza troppa ironia, che il progetto di de-statualizzare il Welfare contenuto nell’idea di Big Society del Primo Ministro Cameron si sia magicamente avverato in questi giorni d’estate: sotto forma però, di un keynesismo d’assalto.

Il paradosso della Big Society

Ma è soprattutto il limite politico dell’underclass che sembra dominare oggi il dibattito negli Uk. L’implicito recupero della categoria inquieta soprattutto perché non anima solo gli incubi della stampa britannica, ma anche i sogni di alcuni commentatori che contrappongono la veracità del burning and looting alle modeste movenze della middle class che in inverno, nel Regno Unito, ha animato (non da sola) le manifestazioni studentesche. Occorre dire, a onor del vero, che anche in Italia non molto tempo fa abbiamo avuto esempi dello stesso acume analitico!

Eppure, la verità che si tende ad esorcizzare e a ricacciare indietro è che in questo momento, i processi di impoverimento che toccano settori diffusi della società, rendono possibili composizioni inedite. Rendono possibili, non vuol dire che lo siano nell’immediato né che lo siano necessariamente. Che queste siano all’oggi “di fatto” complicate, non c’è dubbio alcuno. In questi giorni in diversi quartieri britannici i cittadini si sono dati appuntamento per “ripulire le strade”, senza l’aiuto del Governo, in una contesa che vede il “sociale” (la “strada”) come una terra da conquistare e rivendicare. Il sito della Bbc chiama paradossalmente (e significativamente) resistenza queste azioni di civismo. Dentro questo paradosso c’è tutto il significato ambivalente della Big Society: nel suo essere per definizione “terza” rispetto allo Stato e al Mercato, questa può assumere alternativamente le fattezze della privatizzazione del comune e della miniaturizzazione dello Stato, oppure il segno costitutivo e conflittuale dell’autonomia dall’uno e dall’altro. Sarà il modo in cui i processi di soggettivazione occuperanno questo spazio a risolvere in un senso o nell’altro l’alternativa. In questa capacità di comporre o di contrapporre i pezzi che convergono nella vulnerabilità di massa, si gioca la partita del governo e quella dei conflitti. Ma la partita è politica, non ha nulla ha che fare con la “natura”, anche se “sociale”, del problema. Questo è solo un pregiudizio degno del peggior giornalismo, di qualunque bandiera esso sia.

L'”alto” e il “basso” dei governi

In questi giorni Londra è stata effettivamente fuori controllo. Questo ci dice che i mercati finanziari e i tumulti si presentano come l'”alto” e il “basso” delle pratiche di governo, cioè il limite che ne segna il perimetro e lo spazio d’azione. Per questo le giornate inglesi, nonostante l’estrema complessità che le caratterizza e gli esiti che prenderanno, ci devono far gioire. Non solo perché una parte di popolazione sta reagendo alle politiche di austerità e agli effetti che producono in termini di controllo sociale. Ma soprattutto perché ci dicono che oltre ai mercati finanziari, esiste un’altra istanza capace di tenere in pugno i governi. Sappiamo bene che la lotta di classe non si accontenta di questo, deve sul terreno della trasformazione misurare la sua potenza. Ma d’altra parte sappiamo anche bene che non può nulla senza questo carattere minaccioso, senza questo rendere troppo costoso il continuare sulla stessa strada.

 

 

 

 

 

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