The London Riots, Donald Sassoon

 

The London Riots: Donald Sassoon scrive sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore: L’instant sociology di David Cameron.

 

 

Nel centro di Londra, dove vivo, siamo tornati alla normalità, tranne per il numero di poliziotti in strada e di elicotteri nel cielo. A Parigi i poveri vivono fuori e i ricchi in città. Ma a Londra non è così. Il mio quartiere è molto misto. Le case borghesi sono spesso situate accanto a quelle popolari. Tra i vicini di casa dei trader della City c’è gente che guadagna in un anno quello che loro guadagnano in un giorno.

Il mio quartiere è stato tra i meno colpiti, ma dei teppisti hanno saccheggiato il minimarket di Muhammad Naz mentre lui e i suoi clienti osservavano la scena terrorizzati. Una trentina di giovani (alcuni bambini di 12 anni) gli ha fracassato il negozio e rubato sigarette, bevande alcooliche e seicento sterline ‐ il tutto in cinque minuti. Il signor Naz ha commentato: «Sembravano divertirsi». Altrove era molto peggio.

Le cause? A Tottenham (Londra nord) la polizia ha ucciso un uomo per sbaglio (non è la prima volta). La dimostrazione di protesta è degenerata in un tumulto. Il movimento si è esteso ad altre parti della capitale, poi ad altre città. Ci sono alcuni precedenti: sempre a Tottenham, nel 1985, una donna (nera) morì d’infarto mentre la polizia perquisiva la sua casa. Nelle violenze che seguirono un poliziotto (bianco) fu dilaniato. Nel 1981, a Liverpool, un arresto considerato ingiustificato innescò tumulti prolungati e distruttivi. Perfino la signora Thatcher ne rimase turbata. In quegli anni l’elemento razziale era prevalente. Oggi il fattore razza è più marginale.

I tumulti hanno costretto il primo ministro, David Cameron, a tornare dalle sue vacanze toscane e a richiamare i parlamentari dalle loro. Poiché viviamo in una instant-society dobbiamo esprimere giudizi istantanei anche se tutti sanno che occorre un tempo di riflessione più lungo. I politici hanno fatto a gara per condannare il tutto come «dissennato, disgustose, barbaro». Hanno chiesto che i colpevoli siano arrestati, processati rapidamente e puniti. David Cameron ha definito la violenza «inaccettabile» (c’è anche quella accettabile?). È una specie di rito propiziatorio. Bisogna farlo perché altrimenti sembrerebbe bizzarro. È un modo per dire alle vittime: «Sento il tuo dolore». E le vittime sono in televisione, davanti ai loro negozi e alle loro case in fiamme. Una donna in lacrime racconta di essere scappata dal suo appartamento appena prima che questo bruciasse, mentre i giovani teppisti, fuori, ridevano. Difficile non indignarsi.

Dopo la condanna, il primo ministro ha anche spiegato che la polizia era stata troppo morbida, che avrebbe dovuto intervenire subito e duramente. Boris Johnson, il sindaco (conservatore), ha condannato il governo per gli annunciati tagli alle spese della polizia. La sinistra ha detto esattamente la stessa cosa. Cameron ha risposto che i tagli si faranno comunque ma che alla polizia e alla magistratura verranno dati più poteri (la percentuale della popolazione in carcere è già la più alta d’Europa).

Per i problemi odierni Cameron non accusa il multiculturalismo, come aveva fatto alcuni mesi fa. Dà invece la colpa ai genitori che, come la polizia, sarebbero troppo permissivi. E offre una di quelle analisi presa in prestito al volo dai quotidiani: questi giovani, ci spiega, fanno parte di una sottocultura formata da bande di maschi che si considerano padroni di un proprio territorio (come in West Side Story). Sono guidati da capetti autoritari, provengono da famiglie disfunzionali e si auto-finanziano con la droga. Altri, in cerca di spiegazioni ‘moderne’, aggiungono che questi «selvaggi» sono perfino in possesso di tecnologie sofisticate, comunicando attraverso Blackberry e social network come Twitter e Facebook. Come se l’uso della tecnologia nella violenza collettiva fosse una novità. Già nella guerra civile inglese (1642-1649) alcuni davano la colpa all’invenzione della stampa per la troppo rapida diffusione di pamphlets rivoluzionari.

Il rimedio? Tornare ai vecchi tempi quando i genitori picchiavano i bambini, li mandavano a letto presto, e dettavano come vestirsi e cosa fare? Io sono abbastanza maturo da ricordare i teddy-boys, i mods e i rockers dell’Inghilterra dei primi anni Sessanta: anche allora si diceva che avevano troppi soldi e troppo poco rispetto.
Poi c’è la spiegazione più ‘democratica’ i colpevoli non sono solo i giovani selvaggi, siamo tutti noi, la società intera. Anche questo fa parte di un vecchio rituale schizofrenico: i colpevoli sono un piccolo gruppo di ‘alieni’ da reprimere e, nello stesso tempo, la colpa è di tutti. Ciò mi ricorda la linea seguita da alcuni editorialisti del «Wall Street Journal» all’indomani del crollo bancario. Il giornale, nel commovente sforzo di discolpare i banchieri, sosteneva che siamo tutti responsabili perché prendiamo in prestito soldi che non possiamo rimborsare e che li spendiamo su case e cose che non possiamo permetterci.

Ma chi sono questi giovani barbari? È troppo presto per vedere quanto sia fondata la sociologia di David Cameron. A un esame ravvicinato delle persone finora arrestate emerge che, come si supponeva, sono quasi tutti maschi e quasi tutti sotto i trent’anni. Ma non fanno tutti parte di un Lumpenproletariat di disoccupati. Tra gli arrestati troviamo un’aspirante ballerina (una delle poche ragazze), un agente immobiliare, studenti di ragioneria, di giornalismo e di ingegneria, un postino, un aiuto-maestro elementare, un bagnino di piscina e un assistente sociale (!). Non saranno rappresentativi, molti di loro saranno scarcerati per mancanza di prove, ma una cosa è sicura: nelle prossime settimane, mesi, anni, l’analisi si rivelerà essere molto più complicata di quella istantanea di oggi.

Una spiegazione sicuramente da scartare sarà quella data nell’immediato: i saccheggiatori come specie di extra-terrestri, con un sistema di valori completamente diverso dal nostro. In realtà i loro valori sono in sintonia con quelli della società dei consumi ora giunta a un’ulteriore fase di individualismo possessivo. Prendo quello che voglio perché posso. Anche i banchieri e i trader della City si sono autopagati somme enormi perché ‘potevano’. E continuano a farlo. Anche i parlamentari (alcuni, non tutti) hanno gonfiato le proprie spese perché potevano. Anche i giornalisti di Murdoch invadevano la privacy e intercettavano le telefonate altrui perché potevano. Anche gli evasori fiscali non pagano le tasse perché pensano di farla franca. Fare i furbi, cosa che gli italiani ritenevano essere un difetto nazionale, ora è un vizio globale.

Nel Medio Evo le sommosse accadevano per il pane. Oggi, con il progresso, abbiamo sommosse per le scarpe Nike e gli iPod. Inoltre – e questo sono stati in pochi ad avere il coraggio di dirlo – per un adolescente, saccheggiare un minimarket è un grande divertimento. Si entra, si prende quello che si vuole, proprio come fanno i ricchi, e si esce: il sogno segreto del cittadino della società dei consumi. Con il grande rammarico dei miei amici intellettuali, in una strada di Londra, l’unico negozio non saccheggiato è stato quello del libraio.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC


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