Archive for settembre 2011

Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte: Cristo si è fermato a Eboli (Carlo Levi)

29 settembre 2011

 

 

 

Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte:  la “vita artistica” della città lucana. Un’altra tappa nel nostro percorso: Cristo si è fermato a Eboli (Carlo Levi, 1945). In occasione della candidatura della città dei Sassi a capitale europea della cultura 2019, costruiamo un percorso rievocativo delle sue apparizioni nell’arte italiana e internazionale, così da celebrarne l’austera bellezza e ricordarne la storica antica povertà.

 

Il testo che segue è l’introduzione al romanzo scritta da Italo Calvino.

La compresenza dei tempi. Un libro da cui deve cominciare ogni discorso su Carlo Levi scrittore è Paura della libertà, il primo che egli scrisse (anche se lo pubblicò solo una decina di anni dopo, quando era già famoso come l’autore di Cristo si è fermato a Eboli), un tipo di libro raro nella nostra letteratura, inteso a proporre le grandi linee d’una concezione del mondo, d’una reinterpretazione della storia. Carlo Levi lo scrisse in un epoca tragica della storia d’Europa, nel 1939 e ’40, mentre egli era esule in Francia. Mai come allora, su questo nero scenario di apocalissi, il suo ottimismo proverbiale ha tanto mordente e tanto significato: perché lo vediamo come ottimismo fatto di calma interiore, come stile; e la classicità della parola si realizza di fronte a una materia che è tragedia, che è caos, che è catastrofe. (…) C’è nel libro un alto livello intellettuale, vi si respira la cultura europea in cui l’autore ha affondato le sue radici, diciamo la cultura europea fino a quell’epoca, fino alla seconda guerra mondiale; c’è la passione di sistemarne tutti i dati di un discorso coerente, e non ancora il timore di spezzare l’armonia d’una sistemazione con nuove acquisizioni, con nuove messe in questione; non ancora insomma l’olimpicità culturalmente paga di se stessa che si forgiò in seguito come una corazza contro tanta parte del problematismo contemporaneo. Con Paura della libertà la passione dell’intelligenza in un momento di scacco generale, muove a inglobare e classificare istituzioni, miti, personaggi storici, movimenti profondi dell’animo umano. (…) È da questo nucleo teorico che bisogna partire per esaminare l’opera di Levi direttamente legata alla testimonianza del nostro tempo. Perché testimoni del nostro tempo ce ne sono tanti, e la peculiarità dell’autore sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è diciamo la situazione di partenza dell’opera: il protagonista, è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono più, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo più complesse e più elementari. Il discorso si diparte da questo nucleo, cercando di fissare i nodi, i punti di passaggio, da quel mondo alla storia. Perché è in quel mondo tenuto finora fuori dalla storia che l’autore vede una potenziale forza storica determinante. La “rivoluzione contadina” di cui si faceva profeta nel 1945, con accenti che allora suonavano paradossali e provocatori, è in questi vent’anni diventato uno dei termini del grande dibattito storico del secolo, anche se il quadro si è spostato da quello della “meridionalistica” italiana a un quadro afroasiatico e latinoamericano. (…) In questo senso ho parlato di Carlo Levi come d’un ambasciatore del mondo “contadino” presso il nostro mondo urbano. Durante gli ultimi vent’anni il suo studio romano, prima a palazzo Altieri, poi a Villa Strohl Fern, ha funzionato come una ambasciata, o meglio, come un avamposto di questo mondo contadino. Le notizie che arrivano nello studio di Carlo Levi raramente si trovano sui giornali, a differenza di quelle portate dai corrieri diplomatici o dalle staffette degli stati maggiori: sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, d’incantesimi, di spiriti notturni. Alla sua ambasciata si possono trovare i tesori appena giunti da questi lontani regni, i formaggi caprini, i vini mielati, i santini di gesso. (…) Che il mondo vero sia quello e non il nostro, per lui è una certezza, di cui almeno un barbaglio, come un attimo di dubbio, egli riesce a comunicare anche a noi. Ma quello che conta è questo senso della compresenza dei tempi che Carlo Levi trasmette, (…) una concezione che potrebbe essere vertiginosa se lui non ce la presentasse costantemente gremita di cose, di cose e di persone (e animali, e piante), viste e descritte sempre con grande amore (…) Questa dell’amore per le cose di cui parla è una caratteristica che bisogna tener presente se si vuole riuscire a definire la singolarità dell’operazione letteraria di Levi. (…) Il suo metodo è di descrivere con rispetto e devozione ciò che vede, con uno scrupolo di fedeltà che gli fa moltiplicare particolari e aggettivi. La sua scrittura è un puro strumento di questo suo rapporto amoroso col mondo, di questa fedeltà agli oggetti della sua rappresentazione.

 

Da Galleria, 3-6 (1967), pp.237-40, a cura di A. Marcovecchio. Numero interamente dedicato a Carlo Levi.

 

L’immagine in apertura è un dipinto di Carlo Levi

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte: Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini)

26 settembre 2011

 

 

 

 

Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte:  la “vita artistica” della città lucana. Continuiamo: Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, 1964). In occasione della candidatura della città dei Sassi a capitale europea della cultura 2019, costruiamo un percorso rievocativo delle sue apparizioni nell’arte italiana e internazionale, così da celebrarne l’austera bellezza e ricordarne la storica antica povertà.

 

Il film – con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Paola Tedesco, Ninetto Davoli, Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Rodolfo Wilcock, Francesco Leonetti, Enzo Siciliano – è girato nel lontano 1964. La vita del Cristo secondo uno dei tre evangelisti sinottici da cui, però, sono stati espunti tutti i passi escatologici e la maggior parte dei miracoli. È un film laico, rivolto a mettere in luce l’umanità più che la divinità di un Gesù severo, pugnace, medievale, carico di tristezza e di solitudine. Quando il regista riesce a far coincidere il testo di Matteo con l’autobiografia, la passione con l’ideologia, è il film di un poeta. In senso teologico, è un vangelo senza speranza. Con il suo sincretismo formale, i riferimenti pittorici, la scabra luminosità, il richiamo a un Terzo Mondo che non è più  solo preistoria, raggiumge una forte tonalità epica e religiosa. Dedicato “alla cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII”. Premio speciale della giuria e altri tre collaterali, tra cui quello dell’OCIC (cattolico) a Venezia; tre Nastri d’argento 1965 (regia, fotografia, costumi). Insulti beceri di neofascisti e cattolici in camicia nera. Fotografia: Tonino Delli Colli. Scene: Luigi Scaccianoce. Costumi: Danilo Donati. Il catalano Irazoqui doppiato da E. M. Salerno.  (Commento del Morandini, Zanichelli, 2011)

 

 

 

 

 

 

 

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Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte: Cristo si è fermato a Eboli (Francesco Rosi)

25 settembre 2011

 

 

 

Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte:  la “vita artistica” della città lucana. Iniziamo: Cristo si è fermato a Eboli (Francesco Rosi, 1979). In occasione della candidatura della città dei Sassi a capitale europea della cultura 2019, costruiamo un percorso rievocativo delle sue apparizioni nell’arte italiana e internazionale, così da celebrarne l’austera bellezza e ricordarne la storica antica povertà.

 

Il film del regista napoletano – con Gian Maria Volonté, Irene Papas, François Simon, Paolo Bonacelli, Alain Cuny, Lea Massari – trae spunto dal romanzo omonimo di Carlo Levi (1945): un intellettuale torinese, medico e scrittore antifascista a contatto con l’antica civiltà contadina della Lucania dov’è confinato intorno al 1935. Rosi mette la sordina alla dimensione antropologica e magica del libro di Levi e l’accento su quella sociale e politica. Un po’ raggelato nei paesaggi o lirici o didattici, ma ammirevole per l’intensità della sua delicatezza. Accanto a un Gian Maria Volonté introspettivo e sommesso e ad attori naturali ben guidati c’è un ottimo Paolo Bonacelli. (Commento del Morandini, Zanichelli, 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Modernità liquida, Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

Modernità liquida è l’ultimo saggio di Zygmunt Bauman pubblicato dalla casa editrice Laterza.

 

Presento il libro associandolo a una poesia di Eugenio Montale: Fine di settembre; da Quaderno di quattro anni (1977).

Il canto del rigògolo

è un suono d’ordinaria amministrazione

Non fa pensare al canto degli altri uccelli

Sto qui in una mezz’ombra  Per alzare la tenda

si tira una funicella Ma oggi è troppa fatica

anche questo È tempo di siccità

universale, le rondini inferocite

sono pericolose Così vocifera

la radio delle vicine allevatrici di gatti

 e pappagalli Di fuori sfrecciano macchine

ma non fanno rumore, solo un ronzìo un sottofondo

al martellìo vocale del rigògolo

Molta gente dev’essere sulla spiaggia

in quest’ultimo ponte di fine settimana

Se tiro la funicella eccola là

formicolante in prospettiva Quanto tempo è passato

da quando mi attendevo colpi di scena

resurrezioni e miracoli a ogni giro di sole

Sapevo bene che il tempo era veloce

ma era una nozione scritta nei libri

Sotto lo scorrimento temporale

era la stasi che vinceva il giuoco

era un’infinitudine popolata

ricca di sé, non di uomini, divina

perché il divino non è mai parcellare

Solo ora comprendo che il tempo è duro, metallico

è un’incudine che sprizza le sue scintille

su noi povere anime ma svolge il suo lavoro

con un’orrenda indifferenza a volte

un po’ beffarda come ora il canto

del rigògolo il solo dei piumati

che sa farsi ascoltare in giorni come questi

 

 

 

L’immagine in apertura è un’opera di William Kentridge

 

 

Rimando al post sull’introduzione al libro: qui

 

 

 

Il libro

Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2011

 

 

 

L’autore


 

 

 

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I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman così scrive nell’introduzione al suo ultimo libro - Modernità liquida (Laterza, 2011) -.

All’epoca dell’Illuminismo di Bacone, Cartesio o Hegel, in nessun luogo della Terra il livello di vita era più che doppio rispetto a quello delle aree più povere. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito procapite 428 volte maggiore di quello del paese più povero, lo Zimbabwe. E si tratta, non dimentichiamolo, di paragoni tra valori medi, che ricordano la proverbiale statistica dei due polli. [...] L’abisso sempre più profondo che separa chi è povero e senza prospettive dal mondo opulento, ottimista e rumoroso, è un’altra evidente ragione di grande preoccupazione. [...] Ma c’è anche un’altra ragione di allarme, non meno grave. I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; del resto, arricchirsi è un valore tanto desiserato solo in quanto aiuta a migliorare la qualità della vita, e “migliorare la vita” significa, nel gergo degli addetti della chiesa della crescita economica, ormai diffusa su tutto il pianeta, “consumare di più”. [...] Quello che viene ignorato in questo silenzio, è l’avvertimento lanciato due anni fa da Tim Jackson in nel libro Prosperità senza crescita: entro la fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti dovranno sopravvivere in un ambiente dal clima ostile e povero di risorse, tra distruzione degli habitat decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazioni di massa e inevitabili guerre”. [...] Già nel 1990, una ventina d’anni prima del volume di Jackson, in Governare i beni collettivi, Elinor Ostrom, aveva avvertito che la convinzione propagandata senza sosta secondo cui le persone sono naturalmente portate a ricercare profitti di breve termine, non regge alla prova dei fatti. [...] È tempo di chiedersi: quelle forme di vita in comunità che la maggior parte di noi conosce unicamente attraverso le ricerche etnografiche sulle poche nicchie oggi rimaste, sono davvero qualcosa di irrevocabilmente concluso?

 

 

 

Il testo è apparso su Repubblica in data 21-09-11, pag. 37

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat

 

 

 

 

Rimando al post del libro: qui

 

 

 

 

 

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Enchanter. Nabokov and Happiness, Lila Azam Zanganeh

21 settembre 2011

 

 

 

 

Enchanter. Nabokov and Happiness è il libro Lila Azam Zanganeh. Tema: la felicità della lettura; la fatica dell’attraversamento del testo; la gioia della comprensione profonda.

Rimando all’introduzione dell’autrice pubblicata da Nazione Indiana. Esce oggi il libro in traduzione italiana (trad. di Stefania Rega) per la casa editrice Ancora del Mediterraneo – collana Le gomene – con il titolo Un’incantevole sogno di felicità. Nabokov le farfalle, la gioia di vivere.

 

 

 

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat

 

 

 

 

 

Il libro in lingua

Enchanter. Nabokov and Happiness

 

 

 

Il libro in italiano

Un’incantevole sogno di felicità. Nabokov le farfalle, la gioia di vivere.

 

 

 

L’autrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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L’arte o la vita!, Tzvetan Todorov

21 settembre 2011

 

 

L’arte o la vita! Il caso Rembrandt, è il saggio di Tzvetan Todorov uscito in questi giorni, con la traduzione di Cinzia Poli,  per i tipi di Donzelli Editore.

 

Non è la prima volta che Todorov si occupa di pittura: dopo alcuni libri sull’invenzione dell’individualità nella pittura fiamminga, quest’anno in Francia è uscito Goya à l’ombre des Lumières. Del pittore olandese invece Todorov privilegia i disegni e le stampe rispetto ai dipinti, non fa pettegolezzi biografici, si basa sulle immagini, mostra come per Rembrandt l’arte fosse un modo di conoscere, non di amare. Gli muore un neonato dopo l’altro, e lui raffigura i bambini dei vicini, l’affetto paterno degli altri. La moglie si ammala e agonizza, e lui la disegna più da patologo che da marito sconsolato. Perfino negli autoritratti adopera sé stesso come farebbe un regista con un attore, senza rispettare la propria personalità, ma per scavalcarsi e diventare tanti personaggi diversi.

Può sembrare una questione marginale, ma ha non poco peso politico, oggi. Avete mai fatto caso alla voluttà con cui i giornali fanno gossip su grandi artisti, intellettuali, scrittori del passato? Corriere della Sera, Il Foglio, Il Giornale: è tutta una lista della spesa, un grondare di meschinità, amici traditi, coniugi andati fuori di matto.

Come mai tutta questa solerzia demolitrice della destra? Semplice: arte e letteratura oggi sono uno dei pochi varchi per accedere alla parola pubblica. La rappresentanza politica è bloccata, i divi dei media imperversano. Riescono a far sentire una voce diversa quei romanzi, film o opere d’arte che devono sgusciare fra libri di ricette, ruffianate di deejay, noir di telegiornalisti. Dunque bisogna dimostrare che non c’è niente di più abietto dell’ambizione di artisti e scrittori, e che ogni opera non è altro che l’espressione del loro egoismo. Il significato della letteratura e dell’arte finisce per coincidere con il caratteraccio degli autori. Non c’è opera o atto pubblico che non scaturiscano da tornaconto e vanità. La bellezza fa schifo.

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Tiziano Scarpa pubblicato il 16-09-11 su Saturno, settimanale del Fatto quotidiano

 

 

 

Il libro


Tzvetan Todorov, L’arte o la vita! Il caso Rembrandt, Donzelli, Roma, 2011

 

 

L’autore

 

 

La traduttrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Adventures in the Orgasmatron. How the Sexual Revolution Came to America, Christopher Turner

19 settembre 2011

 

 

 

In Adventures in the Orgasmatron. How the Sexual Revolution Came to America, Christopher Turner scrive a proposito della cosiddetta “rivoluzione sessuale”, così come delle idee e degli insegnamenti del suo padre-fondatore: Wilhelm Reich.

Wilhelm Reich è stato un medico e psichiatra austriaco, allievo di Sigmund Freud e noto per la sua controversa teoria sulla cosiddetta “energia orgonica“. Le sue ricerche spaziarono in molti ambiti, senza limitarsi al suo campo specifico di studi, quello della psichiatria. L’idea del medico su cui fa leva il nostro libro è quella che la sessualità, fondamentale per la costruzione della nostra persona, e tuttavia oggetto di infamia nei secoli, sarebbe capace di alleviare molte delle nostre nevrosi. In completo disaccordo con quanto predicato dalla morale cattolica, secondo la quale il sesso ricoprirebbe la sola indispensabile funzione procreativa, quando ogni altra pulsione erotica, che da questo obiettivo si discosti, sarebbe peccaminnosa immoralità, Reich ribadisce un’altra visione: il piacere sessuale è benefico – talvolta necessario – alla persona e alla sua “costruzione”. L’orgasmo ricopre precise funzioni psichiche e sociali.

Reich tende a “identificare” la salute psichica con la liberazione della sessualità; passando sul piano “politico”, questa teoria da psicologica diventa sociologica e condanna la società dell’epoca, vista come borghese e oscurantista.
Reich riesce così a coniugare Marx e Freud, accusando la classe dominante di mantenere l’ordine sociale (e con esso la propria supremazia) reprimendo il libero manifestarsi dell’energia sessuale.

 

 

Il testo è tratto e tradotto dal New Yorker

Nell’immagine sopra, Marlon Brando e Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi (1972)

 

 

 

 

Il libro

Christopher Turner, Adventures in the Orgasmatron. How the Sexual Revolution Came to America, HarperCollins Publishers, London, 2011

 


 

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I più bei romanzi latinoamericani del XX e XXI secolo secondo Carlos Fuentes

16 settembre 2011

 

 

 

I più bei romanzi latinoamericani del XX e XXI secolo secondo Carlos Fuentes.

Prendo ispirazione da GRUPPO/I DI LETTURA, il quale a sua volta fa riferimento – nel post del 30 agosto scorso – a un articolo dello scrittore messicano pubblicato da El Paìs il 27 agosto, per elencare e proporre alcuni testi cardine della letteratura latinoamericana.

 

Elenco completo (I, II)

 

 

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat

 

 

XX

Julio Cortazar, Rayuela

 

 

 

Gabriel Garcia Marquez, Cien Años De Soledad

 

 

 
Jorge Luis Borges, El Aleph

 

 

 

Juan Carlos Onetti, La Vida Breve

 

 

 

Juan Rulfo, Pedro Paramo

 

 

 

Mario Vargas Llosa, Conversacion en la Catedral

 

 

 

XXI

Juan Gabriel Vasquez, Historia Secreta de Costaguana

 

 

 

Jorge Volpi, En Busca de Klingsor

 

 

 

Ignacio Padilla, Amphitryon

 

 

 

Santiago Roncagliolo, Abril Rojo

 

 

 

 

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Elogio del dubbio, Peter Berger, Anton Zijderveld

15 settembre 2011

 

 

Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici è il saggio di Peter Berger e Anton Zijderveld appena pubblicato da Il Mulino.

Come affrontare, in un’epoca di grande pluralismo culturale, questioni morali pressanti come quelle dell’aborto, della bioetica, della pena di morte, della violenza? La risposta, secondo gli autori di questa piccola guida alla modernità, sta nel dubbio. Non il dubbio ottenebrante del relativismo che ci rende inetti a scegliere, storditi dalla moltitudine delle opzioni, ma un dubbio virtuoso, ironico e tuttavia capace di sorreggere la fiducia nei nostri valori senza esporla alla tentazione del fondamentalismo, che sospetta un nemico in chiunque la pensi diversamente. Un delicato esercizio di intelligenza e misura, alla ricerca di un equilibrio difficile ma tutt’altro che impossibile: coltivare le proprie convinzioni senza stringersi così tenacemente ad esse da diventare fanatici.

 

Peter Berger è professore emerito nella Boston University. Tra i suoi libri con il Mulino: La realtà come costruzione sociale (V ed. 1997) e Lo smarrimento dell’uomo moderno (2010), entrambi con T. Luckmann; America religiosa, Europa laica? (con G. Davie e E. Fokas, 2010).

Anton Zijderveld, sociologo e filosofo, è docente nella Erasmus University di Rotterdam, dopo aver insegnato negli Stati Uniti e in Canada.

 

 

 

L’immagine in apertura è un’opera di Mariano Chelo intitolata Il Dubbio

 

 

 

Il libro in italiano

Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

Il libro in lingua

In Praise of Doubt. How to Have Convictions without Becoming a Fanatic, HarperCollins Publishers, New York, 2010

 

 

 

La casa editrice

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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