Archive for 5 settembre 2011

Soldi rubati, Nunzia Penelope

5 settembre 2011

 

 

 

 

 

Soldi rubati è l’ultimo libro di Nunzia Penelope, brava giornalista del Mondo e del Foglio.

In un saggio tremendo nella sua chiarezza, l’autrice raccoglie e classifica per la prima volta tutte le forme d’illegalità economica, risalendo al totale: quanto ci costano ogni anno l’evasione fiscale, il lavoro nero, gli abusi edilizi, la corruzione, la grande criminalità, il riciclaggio e gli altri reati finanziari? In che modo ciascuna di queste voci, e tutte assieme con le fitte relazioni che intrattengono, stanno divorando la nostra ricchezza?

 

 

I soldi fanno girare il mondo, ma se girano dalla parte sbagliata finisce che il mondo si ferma. E quello che sta accadendo all’economia italiana. Appesantita dalla crisi, certo, ma soprattutto da un tasso d’illegalità che non ha pari nel mondo occidentale…
Partiamo da tre numeri base: ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti da proprietari italiani nei paradisi fiscali e su cui non si pagano tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico. Si potrebbe azzerarlo e vivere felici.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nunzia Penelope, giornalista, scrive di economia per varie testate, tra cui Il Foglio e Il Mondo. Ha pubblicato alcuni libri: in L’Ultimo Leader (Editori Riuniti, 2002) ha raccontato per prima il fenomeno del  “Cinese” Sergio Cofferati; in Vecchi e Potenti. Perché l’Italia è in mano ai settantenni (Baldini Castoldi Dalai, 2007, Premio Estense 2008 e Premio Siderno 2008) ha disegnato la mappa della gerontocrazia italiana. Vive e lavora a Roma.

 

 

 

 

Il libro

Nunzia Penelope, Soldi rubati, Ponte alle Grazie, Milano, 2011

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

AC

Il sindaco pescatore, Dario Vassallo, Nello Governato

5 settembre 2011

Il sindaco pescatore è il libro scritto da Dario Vassallo e Nello Governato in memoria del defunto Angelo Vassallo, sindaco di Pollica. Un libro rabbioso e ben scritto.

 

Chissà cosa mi ha spinto venti giorni dopo a tornare su questa strada troppo stretta e in salita. La fame di verità totale o piuttosto una rabbia feroce, insopprimibile, il rifiuto della realtà. Per questo adesso prendo a calci il muretto vicino al quale hanno ammazzato mio fratello. Sono come imprigionato dentro la gabbia dei ricordi, provo a ribellarmi ma inutilmente: è una sensazione che non riesco a definire. Pensare ad Angelo mi aiuta a sopravvivere al dolore.”
Il 5 settembre 2010 sette colpi di pistola a bruciapelo hanno posto fine alla vita di Angelo Vassallo, il primo cittadino di Pollica, in provincia di Salerno, conosciuto da tutti come il sindaco pescatore. È passato un intero anno, ma nella mente e nel cuore della sua famiglia – la vedova, i due figli e gli altri parenti – tutto è rimasto fermo a quella notte buia: chi ha ucciso Angelo?, chi sono i complici?, chi è il mandante? Soltanto il perché di questo delitto è evidente e non deve attendere i tempi lunghi dell’investigazione. Angelo Vassallo è stato ucciso perché era il simbolo della buona politica del Sud. La politica della legalità e dello sviluppo a costo zero per l’ambiente. La politica dell’ascolto e del darsi da fare per risolvere i problemi. La politica che piace alle persone oneste e dà fastidio ai potenti e ai farabutti. Per questo è stato ucciso. Grazie all’amministrazione Vassallo, oggi il comune di Pollica è il motore strategico di una zona che ha nel territorio il suo orizzonte economico: cinque vele da Legambiente per la qualità del mare, sede dell’Osservatorio della Dieta mediterranea con riconoscimento dell’Unesco, “cittàslow” per le prelibatezze enogastronomiche, un porticciolo accogliente e pieno di servizi. Angelo non c’è più, ma tutto continua secondo la sua impostazione.
In questo libro il fratello Dario ripercorre la tragica vicenda del sindaco assassinato. Fra un pianto e un ricordo personale, il dolore per la perdita lascia spazio all’orgoglio per ciò che questo piccolo grande uomo è riuscito a fare in nome del bene comune. E alla certezza che di lui qualcosa resterà.

 

 

L’immagine in apertura è un dipinto di Renato Guttuso

 

 

 

 

Il libro

Dario Vassallo, Nello Governato, Il sindaco pescatore, Mondadori, Milano, 2011

 

 

Il sindaco

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Reykjavik City of Literature

5 settembre 2011

 

 

 

Di seguito riprendo un post pubblicato dal blog Minima & Moralia (casa editrice Minimum Fax).

 

Questo articolo è uscito su Repubblica in versione ridotta. Giorgio Vasta ci racconta la Notte della Cultura a Reykjavik, capitale di un paese di ghiaccio che registra i consumi culturali più alti d’Europa.

 


Arrivando in Laugavegur, la via più signorile di Reykjavík, appoggiata a un albero c’è una bicicletta di lana multicolore. La gente passando sorride, accarezza il sellino o il manubrio e poi prosegue in direzione di Tjörnin, il lago cittadino. Fin dalla mattina, in contemporanea con la tradizionale maratona, dal museo nazionale a quello d’arte fino alle gallerie del centro tutte le mostre sono aperte e a ingresso gratuito. Le strade sono già affollate, i locali sono pieni e si fa la fila per entrare nelle case private in cui vengono offerti waffles e caffè.
È il 20 agosto e a Reykjavík si celebra la quindicesima edizione della Notte della Cultura. Un appuntamento che si colloca lungo una sorprendente progressione di risultati. In questo momento infatti l’Islanda è il paese che registra i consumi culturali più alti in Europa, nel prossimo mese d’ottobre sarà l’ospite d’onore della Buchmesse di Francoforte e il 4 agosto Reykjavík è stata designata dall’Unesco City of Literature. L’impressione è che alle eruzioni dell’ineffabile Eyjafjallajökull e del Grímsvötn si accompagni un’ulteriore inarrestabile emissione di materia culturale.
Lungo la Skólavörðustígur ci sono molte famiglie, di fatto il motore della società islandese. L’attenzione nei confronti dei bambini è costante, è un valore collettivo. Sono dappertutto, le bandane gialle a riparare le teste dal sole; partecipano agli spettacoli di marionette, studiano il cielo attraverso i telescopi messi a disposizione dall’Astronomy Club di Seltjarnarnes e si divertono a ricevere i free hugs, gli abbracci solidali che un gruppo di volontari distribuisce ai passanti.
Osservando la gente colpisce la provenienza disparata. C’è la middle class così come i ceti popolari, anche se distinzioni di questo genere in Islanda valgono poco dato che la componente rurale appartiene a ogni classe sociale.
Úlfar Bragason – head of department presso l’Árni Magnússon Institute for Iceandic Studies, il principale centro per l’insegnamento e la diffusione della lingua e della letteratura islandese – mi spiega che questa condizione ha in Islanda precise origini storiche. Quando all’indomani della seconda guerra il paese si scoprì di colpo ricco, non rimosse il sapere rurale; al contrario non solo quella visione del mondo resistette ma i farmers vennero percepiti come eroi, esempi del “self-educated man”, cerniere umane che saldavano il patrimonio originario a un presente in metamorfosi. Ne discende un tessuto sociale sostanzialmente omogeneo e un accesso alla cultura trasversale.
Nel corso della giornata lungo le strade vengono allestiti i flea market, gli stand metallici sono stipati di abiti anni ’60 , i tavoli sono pieni di piatti e di ciotole in ceramica decorata, lo stesso vasellame visibile oltre i vetri della maggior parte delle finestre (le finestre senza tende, o con le tende sempre aperte, oltre a corrispondere a una concreta esigenza di luce sono in Islanda uno stile di vita; a costo di rischiare un’ingenua idealizzazione si può dire che sono parte di una strutturale disponibilità alla trasparenza).
Alla National Gallery ancora famiglie al completo attendono l’inizio del workshop focalizzato su temi ispirati all’opera di Louise Bourgeois, le cui opere sono attualmente in mostra. Nello stesso momento si forma un capannello di gente che sulla Vesturgata osserva un gruppo di fabbri impegnati a lavorare il ferro. Poco dopo nella Golden Room dell’Hotel Borg lezioni di tango gratis per tutti. Intanto in Bergstaðastraeti una bambina con i capelli color vampa ordina sul marciapiede la sua esposizione di frammenti di giocattoli.
Mi rendo conto che nel complesso di questa proposta c’è qualcosa di geometricamente caotico, una vitalità sospetta e disorientante.
Bragason mi chiarisce che la Notte della Cultura, in quanto evento importato sul modello delle notti bianche europee, ha più che altro un valore strumentale e non intrinseco. In sostanza serve a promuovere i consumi.
È così, eppure camminando in mezzo alla gente che riempie le strade non si avverte quel senso di esasperazione che spesso connota eventi di questo genere. Come se ci fosse un argine di dignità sempre attivo, una particolare attitudine alla decenza (e ancora il rischio idealizzazione incombe).
Quando arriva la sera c’è una moltiplicazione esponenziale di presenze, i corpi si sprigionano dai muri, sbucano dai prati. La collina dell’Arnarhóll è interamente ricoperta di gente. Sul palco principale si esibisce una band che suona una specie di reggae islandese. Più in là, in fondo alla Grundarst, un’altra band suona furiosamente all’interno di un camion aperto su un lato, il rimbombo si propaga dappertutto. Dopo il reggae scopro che in Islanda esiste anche il metal; conta su non più di venti appassionati che però seguono il concerto con partecipazione orgogliosa scuotendo frenetici i capelli.
Alle undici di sera a due passi dall’Arnarhóll viene inaugurato l’Harpa, il nuovissimo Reykjavík Concert Hall. Nel giro di qualche secondo le centinaia di lamelle di vetro che compongono la facciata si accendono e dopo pochissimo, a enfatizzare il gioco delle luci, nello spazio di cielo nero antistante il porto saettano i fuochi d’artificio.
Secondo Herta Müller – che ai primi di settembre sarà ospite del Reykjavík International Literary Festival – “La patria è le cose che dico”. Bragason precisa che in Islanda lingua e letteratura sono un territorio reale quanto il territorio fisico, lessico sintassi e narrazione sono importanti come i campi di lava o le case in basalto grigio della capitale.
Può darsi che l’Islanda abbia compreso che se la crisi – di cui dall’ottobre del 2008 è stata uno degli epicentri – spinge al limite non semplicemente un’economia ma un intero sistema interpretativo della realtà, alla crisi si risponde con gli strumenti dell’economia (da contrapporre a quelli della finanza), con politiche equilibrate ed efficaci ma anche con una reinvenzione del sistema interpretativo stesso, mettendo a soqquadro nozioni, pratiche e stereotipi.
Trasformandosi da epicentro della crisi in epicentro della cultura.

 

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

Il diritto al lavoro: Luciano Gallino

5 settembre 2011

 

 

Così si abolisce il diritto al lavoro: articolo del sociologo Luciano Gallino pubblicato da Repubblica in data 05-09-11.

 

Se diventano legge, le modifiche all’art. 8 del decreto sulla manovra economica avranno effetti ancor più devastanti per le condizioni di lavoro e le relazioni industriali di quanto non promettesse la prima versione. I ritocchi al comma 1 rendono più evidente la possibilità che sindacati costituiti su base territoriale – si suppone regionale o provinciale, e perché no, comunale – possano realizzare con le aziende intese che, in forza del successivo comma 2, riguardano la totalità delle materie inerenti all’organizzazione del lavoro e della produzione. Da un lato si apre la strada a una tale frammentazione dei contratti di lavoro e delle associazioni sindacali da rendere in pratica insignificante la presenza a livello nazionale dei sindacati confederali; un esito che la maggioranza di governo punta da anni a realizzare.
Dall’altro lato la combinazione dei commi 1 e 2 darebbe origine a veri mostri giuridici. Il comma 2 stabilisce infatti che le intese sottoscritte da associazioni dei lavoratori più rappresentative anche sul piano territoriale valgono per la trasformazione dei contratti di lavoro e per le conseguenze del recesso del rapporto di lavoro. Come dire che se il sindacato locale accetta che uno possa venir licenziato con tre mesi di salario come indennità e basta, tutti i lavoratori di quel territorio dovranno sottostare a tale clausola. C’è dell’altro. Le eventuali intese tra sindacati e aziende riguardano anche le modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese – si noti bene – le collaborazioni coordinate o a progetto e le partite Iva. Il che significa che il sindacato potrebbe sottoscrivere dei contratti che prevedono l’impiego di lavoratori autonomi, quali sono formalmente i collaboratori e le partite Iva, come lavoratori dipendenti. Finora, se qualcuno cercava di realizzare simile aberrazione, finiva dritto in tribunale. L’art. 8 del decreto trasforma l’aberrazione in legge.

Quanto al nuovo comma 2-bis, esso abolisce di fatto non solo l’art. 18, bensì l’intero Statuto dei lavoratori. E con esso un numero imprecisato di disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2, visto che nell’insieme essi abbracciano ogni aspetto immaginabile dei rapporti di lavoro. Ciò è reso possibile dalla esplicita indicazione che le intese di cui al primo comma operano anche in deroga alle suddette disposizioni ed alle regole contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro. A ben vedere, il legislatore poteva condensare l’intero articolo 8 in una sola riga che dicesse “i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto del lavoro”.

Per quanto attiene alla tutela della parte più debole del contratto di lavoro, sarebbe quindi un eufemismo definire scandaloso il complesso del nuovo articolo 8 del decreto. Ma è giocoforza aggiungere che esso è anche penosamente miope per quanto riguarda il contributo che una riforma delle condizioni di lavoro potrebbe dare ad una ipotetica ripresa dell’economia. Il nostro Paese avrebbe bisogno, per menzionare un solo problema, di cospicui interventi nel settore della formazione continua delle sue forze di lavoro, di ogni fascia di età. È un settore in cui siamo indietro rispetto ai maggiori paesi Ue. Questo decreto che punta in modo così smaccato a dividere le forze di lavoro per governarle meglio li rende impossibili. Naturalmente, c’è di peggio: esso rende anche impossibile un significativo recupero mediante la contrattazione collettiva della quota salari sul Pil, la cui caduta – almento 10 punti in vent’anni – è una delle maggiori cause della crisi.

 

 

 

L’immagine in apertura è un dipinto di Renato Guttuso: I Funerali di Togliatti, 1972. Acrilici e collage di carte stampate su carta incollata su quattro pannelli, 340×440 cm. Galleria d’Arte Moderna Comune di Bologna.

 

 

 

 

 

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