Reykjavik City of Literature

 

 

 

Di seguito riprendo un post pubblicato dal blog Minima & Moralia (casa editrice Minimum Fax).

 

Questo articolo è uscito su Repubblica in versione ridotta. Giorgio Vasta ci racconta la Notte della Cultura a Reykjavik, capitale di un paese di ghiaccio che registra i consumi culturali più alti d’Europa.

 


Arrivando in Laugavegur, la via più signorile di Reykjavík, appoggiata a un albero c’è una bicicletta di lana multicolore. La gente passando sorride, accarezza il sellino o il manubrio e poi prosegue in direzione di Tjörnin, il lago cittadino. Fin dalla mattina, in contemporanea con la tradizionale maratona, dal museo nazionale a quello d’arte fino alle gallerie del centro tutte le mostre sono aperte e a ingresso gratuito. Le strade sono già affollate, i locali sono pieni e si fa la fila per entrare nelle case private in cui vengono offerti waffles e caffè.
È il 20 agosto e a Reykjavík si celebra la quindicesima edizione della Notte della Cultura. Un appuntamento che si colloca lungo una sorprendente progressione di risultati. In questo momento infatti l’Islanda è il paese che registra i consumi culturali più alti in Europa, nel prossimo mese d’ottobre sarà l’ospite d’onore della Buchmesse di Francoforte e il 4 agosto Reykjavík è stata designata dall’Unesco City of Literature. L’impressione è che alle eruzioni dell’ineffabile Eyjafjallajökull e del Grímsvötn si accompagni un’ulteriore inarrestabile emissione di materia culturale.
Lungo la Skólavörðustígur ci sono molte famiglie, di fatto il motore della società islandese. L’attenzione nei confronti dei bambini è costante, è un valore collettivo. Sono dappertutto, le bandane gialle a riparare le teste dal sole; partecipano agli spettacoli di marionette, studiano il cielo attraverso i telescopi messi a disposizione dall’Astronomy Club di Seltjarnarnes e si divertono a ricevere i free hugs, gli abbracci solidali che un gruppo di volontari distribuisce ai passanti.
Osservando la gente colpisce la provenienza disparata. C’è la middle class così come i ceti popolari, anche se distinzioni di questo genere in Islanda valgono poco dato che la componente rurale appartiene a ogni classe sociale.
Úlfar Bragason – head of department presso l’Árni Magnússon Institute for Iceandic Studies, il principale centro per l’insegnamento e la diffusione della lingua e della letteratura islandese – mi spiega che questa condizione ha in Islanda precise origini storiche. Quando all’indomani della seconda guerra il paese si scoprì di colpo ricco, non rimosse il sapere rurale; al contrario non solo quella visione del mondo resistette ma i farmers vennero percepiti come eroi, esempi del “self-educated man”, cerniere umane che saldavano il patrimonio originario a un presente in metamorfosi. Ne discende un tessuto sociale sostanzialmente omogeneo e un accesso alla cultura trasversale.
Nel corso della giornata lungo le strade vengono allestiti i flea market, gli stand metallici sono stipati di abiti anni ’60 , i tavoli sono pieni di piatti e di ciotole in ceramica decorata, lo stesso vasellame visibile oltre i vetri della maggior parte delle finestre (le finestre senza tende, o con le tende sempre aperte, oltre a corrispondere a una concreta esigenza di luce sono in Islanda uno stile di vita; a costo di rischiare un’ingenua idealizzazione si può dire che sono parte di una strutturale disponibilità alla trasparenza).
Alla National Gallery ancora famiglie al completo attendono l’inizio del workshop focalizzato su temi ispirati all’opera di Louise Bourgeois, le cui opere sono attualmente in mostra. Nello stesso momento si forma un capannello di gente che sulla Vesturgata osserva un gruppo di fabbri impegnati a lavorare il ferro. Poco dopo nella Golden Room dell’Hotel Borg lezioni di tango gratis per tutti. Intanto in Bergstaðastraeti una bambina con i capelli color vampa ordina sul marciapiede la sua esposizione di frammenti di giocattoli.
Mi rendo conto che nel complesso di questa proposta c’è qualcosa di geometricamente caotico, una vitalità sospetta e disorientante.
Bragason mi chiarisce che la Notte della Cultura, in quanto evento importato sul modello delle notti bianche europee, ha più che altro un valore strumentale e non intrinseco. In sostanza serve a promuovere i consumi.
È così, eppure camminando in mezzo alla gente che riempie le strade non si avverte quel senso di esasperazione che spesso connota eventi di questo genere. Come se ci fosse un argine di dignità sempre attivo, una particolare attitudine alla decenza (e ancora il rischio idealizzazione incombe).
Quando arriva la sera c’è una moltiplicazione esponenziale di presenze, i corpi si sprigionano dai muri, sbucano dai prati. La collina dell’Arnarhóll è interamente ricoperta di gente. Sul palco principale si esibisce una band che suona una specie di reggae islandese. Più in là, in fondo alla Grundarst, un’altra band suona furiosamente all’interno di un camion aperto su un lato, il rimbombo si propaga dappertutto. Dopo il reggae scopro che in Islanda esiste anche il metal; conta su non più di venti appassionati che però seguono il concerto con partecipazione orgogliosa scuotendo frenetici i capelli.
Alle undici di sera a due passi dall’Arnarhóll viene inaugurato l’Harpa, il nuovissimo Reykjavík Concert Hall. Nel giro di qualche secondo le centinaia di lamelle di vetro che compongono la facciata si accendono e dopo pochissimo, a enfatizzare il gioco delle luci, nello spazio di cielo nero antistante il porto saettano i fuochi d’artificio.
Secondo Herta Müller – che ai primi di settembre sarà ospite del Reykjavík International Literary Festival – “La patria è le cose che dico”. Bragason precisa che in Islanda lingua e letteratura sono un territorio reale quanto il territorio fisico, lessico sintassi e narrazione sono importanti come i campi di lava o le case in basalto grigio della capitale.
Può darsi che l’Islanda abbia compreso che se la crisi – di cui dall’ottobre del 2008 è stata uno degli epicentri – spinge al limite non semplicemente un’economia ma un intero sistema interpretativo della realtà, alla crisi si risponde con gli strumenti dell’economia (da contrapporre a quelli della finanza), con politiche equilibrate ed efficaci ma anche con una reinvenzione del sistema interpretativo stesso, mettendo a soqquadro nozioni, pratiche e stereotipi.
Trasformandosi da epicentro della crisi in epicentro della cultura.

 

 

 

 

 

 

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