Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte: Cristo si è fermato a Eboli (Carlo Levi)

 

 

 

Matera 2019 nel cinema, nella letteratura, nell’arte:  la “vita artistica” della città lucana. Un’altra tappa nel nostro percorso: Cristo si è fermato a Eboli (Carlo Levi, 1945). In occasione della candidatura della città dei Sassi a capitale europea della cultura 2019, costruiamo un percorso rievocativo delle sue apparizioni nell’arte italiana e internazionale, così da celebrarne l’austera bellezza e ricordarne la storica antica povertà.

 

Il testo che segue è l’introduzione al romanzo scritta da Italo Calvino.

La compresenza dei tempi. Un libro da cui deve cominciare ogni discorso su Carlo Levi scrittore è Paura della libertà, il primo che egli scrisse (anche se lo pubblicò solo una decina di anni dopo, quando era già famoso come l’autore di Cristo si è fermato a Eboli), un tipo di libro raro nella nostra letteratura, inteso a proporre le grandi linee d’una concezione del mondo, d’una reinterpretazione della storia. Carlo Levi lo scrisse in un epoca tragica della storia d’Europa, nel 1939 e ’40, mentre egli era esule in Francia. Mai come allora, su questo nero scenario di apocalissi, il suo ottimismo proverbiale ha tanto mordente e tanto significato: perché lo vediamo come ottimismo fatto di calma interiore, come stile; e la classicità della parola si realizza di fronte a una materia che è tragedia, che è caos, che è catastrofe. (…) C’è nel libro un alto livello intellettuale, vi si respira la cultura europea in cui l’autore ha affondato le sue radici, diciamo la cultura europea fino a quell’epoca, fino alla seconda guerra mondiale; c’è la passione di sistemarne tutti i dati di un discorso coerente, e non ancora il timore di spezzare l’armonia d’una sistemazione con nuove acquisizioni, con nuove messe in questione; non ancora insomma l’olimpicità culturalmente paga di se stessa che si forgiò in seguito come una corazza contro tanta parte del problematismo contemporaneo. Con Paura della libertà la passione dell’intelligenza in un momento di scacco generale, muove a inglobare e classificare istituzioni, miti, personaggi storici, movimenti profondi dell’animo umano. (…) È da questo nucleo teorico che bisogna partire per esaminare l’opera di Levi direttamente legata alla testimonianza del nostro tempo. Perché testimoni del nostro tempo ce ne sono tanti, e la peculiarità dell’autore sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è diciamo la situazione di partenza dell’opera: il protagonista, è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono più, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo più complesse e più elementari. Il discorso si diparte da questo nucleo, cercando di fissare i nodi, i punti di passaggio, da quel mondo alla storia. Perché è in quel mondo tenuto finora fuori dalla storia che l’autore vede una potenziale forza storica determinante. La “rivoluzione contadina” di cui si faceva profeta nel 1945, con accenti che allora suonavano paradossali e provocatori, è in questi vent’anni diventato uno dei termini del grande dibattito storico del secolo, anche se il quadro si è spostato da quello della “meridionalistica” italiana a un quadro afroasiatico e latinoamericano. (…) In questo senso ho parlato di Carlo Levi come d’un ambasciatore del mondo “contadino” presso il nostro mondo urbano. Durante gli ultimi vent’anni il suo studio romano, prima a palazzo Altieri, poi a Villa Strohl Fern, ha funzionato come una ambasciata, o meglio, come un avamposto di questo mondo contadino. Le notizie che arrivano nello studio di Carlo Levi raramente si trovano sui giornali, a differenza di quelle portate dai corrieri diplomatici o dalle staffette degli stati maggiori: sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, d’incantesimi, di spiriti notturni. Alla sua ambasciata si possono trovare i tesori appena giunti da questi lontani regni, i formaggi caprini, i vini mielati, i santini di gesso. (…) Che il mondo vero sia quello e non il nostro, per lui è una certezza, di cui almeno un barbaglio, come un attimo di dubbio, egli riesce a comunicare anche a noi. Ma quello che conta è questo senso della compresenza dei tempi che Carlo Levi trasmette, (…) una concezione che potrebbe essere vertiginosa se lui non ce la presentasse costantemente gremita di cose, di cose e di persone (e animali, e piante), viste e descritte sempre con grande amore (…) Questa dell’amore per le cose di cui parla è una caratteristica che bisogna tener presente se si vuole riuscire a definire la singolarità dell’operazione letteraria di Levi. (…) Il suo metodo è di descrivere con rispetto e devozione ciò che vede, con uno scrupolo di fedeltà che gli fa moltiplicare particolari e aggettivi. La sua scrittura è un puro strumento di questo suo rapporto amoroso col mondo, di questa fedeltà agli oggetti della sua rappresentazione.

 

Da Galleria, 3-6 (1967), pp.237-40, a cura di A. Marcovecchio. Numero interamente dedicato a Carlo Levi.

 

L’immagine in apertura è un dipinto di Carlo Levi

 

 

 

 

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AC


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