Archive for settembre 2011

L’esperienza del male, Antonio Cassese

15 settembre 2011

 

 

 

L’esperienza del male. Guerra, tortura, genocidio, terrorismo alla sbarra è il saggio di Antonio Cassese, pubblicato nei prossimi giorni da Il Mulino.

I trattati internazionali non riescono più a frenare i crimini di guerra: i conflitti attuali sono scontri spietati tra belligeranti diseguali che fanno regredire alla barbarie più feroce. Dilagano forme di privatizzazione della guerra che si sottraggono a qualsiasi tipo di legge. I diritti umani, poi, sono usati spesso come pretesti per attaccare l’avversario. In questa antiretorica conversazione Antonio Cassese, che pure ha dedicato la propria vita ad affermare il diritto, spesso rischiando anche in proprio, ne mette a nudo la debolezza. Ma in questo paesaggio umano dolente, dove si scandagliano i fondali oscuri della nostra convivenza civile, emerge con forza il ruolo decisivo dell’opinione pubblica internazionale: quella che Cassese intende qui risvegliare raccontandoci, con la memoria degli occhi ma anche con la generosità del cuore, la sua esperienza di judge internazionale.

 

 

L’autore è professore di Diritto internazionale, è stato rappresentante del governo italiano in vari organi dell’Onu – tra cui la Commissione dei diritti umani – poi presidente del Comitato del consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura e primo presidente del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Nel 2004 ha presieduto la Commissione internazionale d’inchiesta dell’Onu sui crimini del Darfur, e dal 2009 è presidente del Tribunale speciale per il Libano. Giorgio Acquaviva ha lavorato a “Il Giorno” e al “Quotidiano Nazionale” come caporedattore e vaticanista.

 

 

Le immagini visualizzate sono i dipinti di Fernando Botero ispirati alle torture dei carceri di Abu Ghraib

 

 

 

Il libro

Antonio Cassese, L’esperienza del male. Guerra, tortura, genocidio, terrorismo alla sbarra, Il Mulino, Bologna, 2011

 

 

La casa editrice

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Tra i migliori romanzi del decennio, le ceneri del World Trade Center…

13 settembre 2011

 

 

 

Proponiamo una lista di alcuni tra i migliori romanzi del decennio trascorso. Molti sono americani; pensiamo nascano anche dalle ceneri del World Trade Center.

 

 

Jonathan Safran Foer, Extremely Loud and Incredibly Close, Houghton Mifflin, Boston, 2006

 

 

 

Claire Massud, The Emperor’s Children, Vintage Books, 2007

 

 

 

Jay McInerney, The Good Life, Vintage Books, 2007

 

 

 

 

Colum MacCann, Let the Great World Spin, Random House Trade, 2009

 

 

 

 

L’immagine in apertura è un disegno di Matteo Pericoli

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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In una stanza sconosciuta, Damon Galgut

13 settembre 2011

 



 

Non so dirvi se In una stanza sconosciuta  di Damon Galgut sia un romanzo, un reportage, un mémoire. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.

La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. E questo, è uno scrittore di ottima fattura. Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice.

Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo.

Viaggiare diventa per l’autore un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che lui racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.

 

 

C’è anche una bella recensione scritta da Carlo Mazza Galanti per Alias (Il Manifesto) e ripubblicata da Minima & Moralia: eccola!

 

 

Il testo è tratto da Nazione Indiana; l’autore è Gianni Biondillo

L’immagine in apertura è un’opera di Lucian Freud

 

 

 

Il libro in lingua

Damon Galgut, In a Strange Room, Europa Editions, 2010

 

 

 

Il libro in italiano

In una stanza sconosciuta, E/O, Roma, 2011

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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Ashgate – Più di 1000 titoli in primo piano

12 settembre 2011

Oltre 1000 titoli dell’editore Ashgate in primo piano sempre con spedizione gratuita per qualunque importo!

Tra i libri al prezzo di copertina di 25 £ titoli di giurisprudenza, scienze politiche e studi internazionali, sociologia, geografia umana e architettura, affari e finanza, management, biblioteconomia, studi musicali, studi letterari, storia, religione, arte, etc.

Asgate – i titoli

The Falling Man: un’analisi

12 settembre 2011

 

 

 

 

The Falling Man: traduciamo un’analisi di Tom Junod pubblicata dalla rivista Esquire nel 2003.

La celebre fotografia è stata scattata da Richard Drew –  un professionista che nel 1968 era riuscito a fotografare Robert Kennedy appena colpito a morte – alle 9.41, la mattina dell’11 settembre 2001.

 

Ricordate questa fotografia? Negli States molti si sono dannati per stracciarla dai ricordi dell’11 settembre. Quello che c’è dietro a questa fotografia, però, e la ricerca su quell’uomo lì immortalato, sono il nostro più intimo legame all’orrore di quel giorno.

Nella foto, lui se ne va via da questo mondo come una freccia. Non ha scelto il suo destino, ma negli ultimi istanti della sua vita, vi si avvicina e lo abbraccia. Se non stesse cadendo, egli starebbe volando benissimo. Appare rilassato mentre fende l’aria. Sembra a proprio agio nella stretta di un attimo inimmaginabile. Non è terrorizzato dal vortice della gravità o da quello che lo aspetta. Le braccia lungo i fianchi. La gamba sinistra piegata al ginocchio quasi per una casualità. L’altra verticale. La maglia, o camicia, bianca, sbatte, gonfiata dall’aria, fuori dai pantaloni neri. Le sue scarpe alte alla caviglia sono ancora ai piedi. Nelle altre fotografie, le persone in volo giù dal grattacielo lottano contro l’orrore di una cosa più grande di loro. Deboli e piccoli davanti alle Twin Towers; piccoli di fronte al fatto in sé. Senza maglia, senza scarpe: sbattono, sbracciano, precipitano. Confusi come nuotassero a cascata lungo la parete di una montagna. L’uomo nella fotografia, invece, corre a piombo lungo la verticale: in accordo con le linee delle Torri dietro di lui. Lui le divide e le seziona. Alla sua sinistra è la Torre nord, alla destra, la sud. Anche se ignaro del suo equilibrio geometrico, egli è il fuoco di un nuovo simbolo; una bandiera fatta di assi di acciaio illuminate dal sole. C’è chi ha visto in questa fotografia stoicismo, volontà di potenza, rassegnazione; altri, diversamente, vi hanno visto la libertà. C’è un non so che di ribelle nella postura di quest’uomo: come se, messo di fronte alla morte, al fatto inevitabile della morte, abbia deciso di andarle incontro; come se fosse un missile, anzi una lancia, rivolta con la punta alla sua fine. Sono passati quindici secondi dopo le nove e quarantuno minuti della mattina, nel momento in cui è stata scattata questa fotografia: nell’istante in cui è stato afferrato quest’uomo in accelerazione a trentadue piedi al secondo al quadrato. Mentre sta viaggiando a testa in giù a centocinquanta miglia all’ora. Nella foto lui è congelato (fermo); nella sua vita sta bruciando gli infiniti punti (di un retta) che lo dividono dalla sua scomparsa.

 

 

Il colpevole di questa libera traduzione dal testo originale sono io

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Libri relativi all’11 settembre

11 settembre 2011

 

 

 

 

Alcuni libri in lingua inglese a proposito dello storico attentato dell’11 settembre alle Twin Towers.

 

 

 

 

Joseph O’Neill, Netherland, Harper Perennial, 2009

 

 

 

Lorrie Moore, A Gate at the Stairs, Faber & Faber, 2010

 

 

 

 

Mohsin Hamid, The Reclutation Foundamentalist, Penguin Books, 2008

 

 

 

 

John Updike, Terrorist, Penguin Books, 2007

 

 

 

 

Don DeLillo, Falling Man, Pan MacMillan, 2011

 

 

 

Jonathan Lethem, Chronic City, Faber & Faber, 2011

 

 

 

 

Le immagini in apertura sono disegni di Matteo Pericoli

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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Matteo Pericoli: Drawing the Skyline

11 settembre 2011

 

 

 

 

 

Embedded video from The New Yorker

 

 

 

 

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Believing is Seeing, Errol Morris

9 settembre 2011

 

 

Believing is Seeing. Observations on the Mysteries of Photography è l’opera con cui Errol Morris – vincitore dell’ Academy of Motion Picture Arts and Sciences regista di documentari quali The Thin Blue Line (1988) e The Fog of War (2004) – fa il punto sulle sue estremamente curiose e puntigliose ricerche sull’arte fotografica e la storia della fotografia.

Dodici fotografie tra le più celebri del secolo scorso sono sotto la lente di ingrandimento dell’autore.

Che cosa ha mosso il fotografo a scattare quella foto? In quali circostanze l’ha scattata? Con quali obiettivi? Ma soprattutto… Che cosa rende una foto “reale”? E quando una fotografia è un falso?

Il primo round dell’inchiesta prende in considerazione due fotografie risalenti alla Guerra di Crimea, che il fotografo Roger Fenton scattò rispettivamente alle 15:00 e alle 17:00 circa, del 23 Aprile 1855, con la sua macchina fissa sul cavalletto tre piedi, sulla strada per Sevastopol (Russia). Entrambe le foto sono conosciute come The Valley of the Shadow of Death, e ritraggono un luogo non lontano da quello di cui parla Lord Alfred Tennyson nel suo Charge of the Light Brigade, ovvero il teatro della disfatta della cavalleria britannica. Le fotografie vogliono testimoniare la potenza dell’artiglieria pesante usata nella guerra. Esse sono molto simili, se non fosse che, in una le palle di cannone sono ammassate in un fosso ai lati della strada (l’autore chiama la foto OFF), nell’altra invece si trovano sulla strada (ON).

 

Si dice che la curiosità dell’autore riguardo la storia di queste fotografie sia nata dalla lettura del famoso libro di Susan Sontag Regarding the Pain of Others (2002), nel quale l’autrice sostiene apertamente che Fenton abbia spostato le palle di cannone per avere un effetto migliore e “oversaw the scattering of the cannonballs on the road itself”.

Il piacere della lettura di questo libro deriva dalla prosa scorrevole dell’autore, che cattura il lettore nella ricerca appassionata e nei dialoghi che l’autore stesso ha tenuto con i più noti esperti della materia.

much of the problem comes from our collective need to endow photographs with intentions

Fenton may have moved the cannonballs for aesthetic or other reasons. We can never know for sure.

…Why does moralizing about ‘posing’ take precedence—moral precedence—over moralizing about the carnage of war?

 

Possiamo dire che il valore del libro stia nella sua capacità di offrire al lettore uno sguardo critico – in un periodo di sovraproduzione di immagini – su un prodotto capace sì di dare testimonianza della storia, ma che ora si trova ad essere quanto mai manipolabile.

What, after all, are we looking at?

Qui l’articolo originale


 

Il libro

Errol Morris, Believing is Seeing. Observations on the Mysteries of Photography, Penguin Press, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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I treni della felicità, Giovanni Rinaldi

9 settembre 2011

 

 

In I treni della felicità, Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, ha ricostruito la storia di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali. Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati.
Mezzo secolo dopo un cineasta, Alessandro Piva, e uno storico, Giovanni Rinaldi, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario Pasta nera e questo libro, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia.
Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in un’altra Italia. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna. Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche la storia delle “due Italie” e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.

 

 

 

 

Il libro

Giovanni Rinaldi, I treni della felicità, Ediesse, Roma, 2009

 

 

 

 

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Tetano, Alessio Torino

8 settembre 2011

 

 

 

Tetano è il romanzo del latinista Alessio Torino pubblicato da Minimum Fax nel maggio del 2011.

 

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. Il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse: soprattutto la costruzione di una zattera, denominata Grande Troia, che regolarmente affonda non appena costruita, costringendoli ogni volta a un nuovo impegno per la ricerca di materiali più adatti, che vengono rubacchiati qua e là.

Nessuno pensa, o confessa, che comunque la zattera non può navigare verso i lontani orizzonti vagheggiati, perché il torrente su cui dovrebbe galleggiare s’immette in una diga. Conati di fuga e baratri di frustrazione. L’avventura va dunque cercata non in un irraggiungibile altrove, ma nel paese e nei boschi, che, come i ragazzi scoprono o credono di scoprire, sono battuti da individui temibili, che li inseguono e li minacciano per sabotare le loro iniziative.

Questo l’ambiente descritto dall’autore nel suo romanzo. Torino, autore di Undici decimi (Italic-Pequod 2010), che vinse il Bagutta opera prima, è latinista a Urbino, e studioso di Plauto, da cui forse ha imparato il rigore linguistico. Ma qui dà anche prova di rigore costruttivo: il romanzo altema callidamente i tempi, così che i personaggi sono di solito raccontati come ragazzini, ma talora appaiono ormai diventati adulti, e con figli, e la storia si polarizza fra il personaggio soprannominato “Tetano” e il narratore.

La vicenda che fa da connettivo è la morte del padre del protagonista, straziato dal cancello elettrico della vetreria in cui lavora, centro e punto di riferimento del paese. Il trauma per il tragico episodio, oltre a procurargli una poco solenne dissenteria, gl’impedisce di accettare la morte del padre, e tutto il paese asseconda con pietose invenzioni il suo autoinganno.

Il narratore vorrebbe portare l’amico alla verità, ma al momento buono non osa. Tetano pare ormai incistato nel suo mondo fantastico, impegolato nelle storie e nelle superstizioni del paese, mentre il narratore pensa di avere ormai compiuto lo strappo, e abbandona alle ruspe di un’impresa stradale la casa dei nonni, ricettacolo di ricordi e di affetti. Poi le posizioni tornano a cambiare. Eredita il posto del padre alla vetreria, e il narratore ha l’impressione d’essere rimasto lui l’unico “Tetano”. Ma i cimeli, i ricordi, come salvarli e perché?

E così poco quello che possiamo portare in salvo. E così danneggiato.

Eppure questo poco tanto danneggiato costituisce un legame inscindibile e straziante con il paese dell’infanzia.

 

 

 

Il testo è la recensione di Cesare Segre pubblicata dal Corriere della Sera

 

 

 

Il libro

Alessio Torino, Tetano, Minimum Fax, Roma, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

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