Archive for novembre 2011

Becoming Dickens. The Invention of a Novelist, Robert Douglas-Fairhurst

30 novembre 2011

 

 

 

In Becoming Dickens. The Invention of a Novelist, Robert Douglas-Fairhurst racconta il percorso con cui un giovane ambizioso londinese (un giovane giornalista) diventa il più famoso scrittore del mondo e uno dei più grandi romanzieri britannici della storia. Seguendo la trama complessa e avviluppata della sua prima parte di carriera (attorno al 1830), lo studioso del Magdalen College – University of Oxford – sottolinea un’importante avvenimento: costruendo e reinventando se stesso, lo scrittore trasforma il romanzo. Lui sapeva ed era molto sensibile riguardo la capacità delle cose di diventare diverse da se stesse e cambiare  nel tempo. Come l’eroe di Dombey and Son egli rimase sempre colpito dal what might have been, and what was not. Questa biografia non vuole essere una celebrazione della figura storica dello scrittore, una sorta di canto o redenzione della sua vita, questa biografia vuole ritrarre dal vivo la sua vita, con tutto il corredo di un’incertezza e un senso di debolezza straniante. Ritrarre giorno per giorno la sua vita e from sentence to sentence la sua scrittura: questo è l’impegno dell’opera.

Nel periodo della sua esistenza Dickens non ebbe rivali. Egli si definì semplicemente The Inimitable. Tuttavia non ebbe fiducia nella sua fama all’estero e nel mondo intero.

La sua infanzia fu segnata dai traumi e dalla povertà. Agli inizi della sua carriera, il suicidio del suo primo collaboratore; poi, la morte improvvisa della donna che sarebbe divenuta l’amore e la compagna della sua vita. Tutto ciò segna la vita prima, la carriera poi, dello scrittore, ed è materia prima di questo importante studio biografico-stilistico.

 

 

Il testo è tradotto dal sito della Harvard University Press

 

 

 

 

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L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Marco Santagata

30 novembre 2011

 

 

L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante è il saggio con cui Marco Santagata – docente di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa – offre uno studio sistematico dell’opera e della figura storica del sommo poeta fiorentino. L’autore si sofferma sui principali momenti della sua produzione, dalla Vita Nova al De vulgari eloquentia, alle Rime e alla Commedia, mettendone magistralmente in luce i tratti essenziali, la raffinata tecnica di costruzione dei personaggi e la fitta trama di rimandi che il poeta tesse consapevolmente in uno straordinario sforzo di sistematicità. Da questo sfondo emerge, sopra ogni altra cosa, l’io del poeta: autore, narratore e personaggio insieme, che sempre usa il dato autobiografico contingente per investirlo di una portata universale, trovando destino e fatalità dietro i fatti della sua stessa vita.

 

Come descrivere dunque il “sistema Dante”? Nel suo libro su Petrarca più importante, I frammenti dell’anima, Santagata aveva letto la storia del Canzoniere – l’evoluzione della struttura, le modifiche puntuali – alla luce della biografia del suo autore. L’io e il mondo è, per certi versi, un esercizio simmetrico: è la biografia di Dante vista, intuita, ricostruita attraverso le sue opere. Dante, infatti, si presta. I dati certi sulla sua vita sono pochi; i documenti sono scarsi. Che cosa abbia fatto, come abbia vissuto a Firenze sullo scorcio del Duecento non lo sappiamo. E i vent’anni dell’esilio sono, per noi, quasi solo un rosario di nomi: Lunigiana, Bologna, Verona, Romagna, Malaspina, Scaligeri, da Polenta… Della vita di Petrarca, nato mezzo secolo dopo, sappiamo infinitamente di più. Eppure Dante ci è familiare, più familiare di Petrarca, perché Dante non fa che parlare di sé nelle sue opere.
Questa propensione all’auto-fiction è abbastanza normale oggi, nei nostri tempi post-romantici e post-psicanalitici, ma non lo era nel Medioevo. Da questo punto di vista, Dante non è esattamente, come si dice, un “uomo del suo tempo”. Chi lo ha letto ricorda le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova si ripromette di dire della donna amata “quello che mai non fue detto d’alcuna”; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio prende su di sé il compito di illuminare con la sua filosofia “coloro che sono in tenebre e in oscuritade”, e commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, al modo in cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. Tutto questo è noto e non meraviglia troppo, perché ricade nella categoria, antica almeno tanto quanto moderna, dell’orgoglio del l’artista. Ciò che distingue veramente Dante da altri suoi colleghi, medievali e moderni, è un’altra cosa, e cioè il fatto che egli non crede soltanto di possedere un talento fuori del comune, e di essere perciò un individuo eccezionale, ma ritiene anche che gli sia stato riservato un destino fuori del comune, ovvero che la sua esistenza personale trascorra all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza va molto al di là della sua semplice persona. Come scrive Santagata, “se c’è un tratto che si mantiene inalterato lungo tutto il corso dell’avventura umana e intellettuale di Dante è il suo sentimento di essere diverso. Che si consideri un intellettuale e un poeta fuori dal coro o, addirittura, un profeta contro il coro, egli si sente investito della missione di cambiare il mondo”.
Questo saggio esplora questo sterminato territorio tra finzione e autobiografia, che è appunto il territorio nel quale cade buona parte dell’opera di Dante. I risultati di questa esplorazione sono spesso eccellenti. L’autore riesce a farci vedere sotto una luce nuova argomenti e testi sui quali si poteva credere che tutto l’essenziale fosse già stato detto.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Claudio Giunta pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 13-11-11

 

 

 

 

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Della stessa leva, Norberto Bobbio ed Eugenio Garin

28 novembre 2011

 

 

 

Della stessa leva raccoglie per la prima volta il dialogo epistolare tra Norberto Bobbio ed Eugenio Garin, protrattosi per oltre mezzo secolo dal 1942 al 1999. Un prezioso apparato di appendici testuali, con contributi di recensioni, interviste e articoli dei due interlocutori, oltre alle lettere inedite scambiate con alcune rilevanti figure degli ambienti della cultura e dell’editoria da loro frequentati, rende questo libro un’importante fonte di riflessione sul passato e sul presente del nostro Paese. Il volume è a cura di Tiziana Provvidera e Oreste Trabucco; premessa di Maurizio Torrini.

La terza via, in Italia, non è una chimera, ancorché di rado si manifesti. Non vi sono solo l’Italia degli sciocchi e l’Italia dei malfattori, secondo la distinzione brechtiana (Chi non conosce la verità è sciocco; chi la conosce e dice che è bugia è un malfattore). Vi è, a contrapporvisi, un’Italia civile, quale rifulge dal carteggio 1942-1999 dei due importanti filosofi.(…) Di idem sentire in divergenza, in primis sulla questione cultura-fascismo: Bobbio sostiene che il fascismo non ha elaborato una originale cultura reazionaria, Garin distingue: “Se non c’è stata, come non c’è stata, una cultura fascista, certamente una cultura ‘del tempo del fascismo’ c’è stata”. (…) Tangentopoli è alle porte. La prima Repubblica è in agonia. E la seconda si annuncia come la sua continuazione. Il filosofo militante della democrazia, programmaticamente seminatore di dubbi, di fronte alla disfatta o al disfacimento non esita a chiamarsi in causa: “… sconfitta di una classe dirigente, alla quale io stesso appartengo, condividendone la maggior parte delle responsabilità”. Un’autocritica tanto più severa, smisuratamente severa, quanto più elevato è il modello, assunto fin dagli anni liceali: Piero Gobetti. (Gobetti e Gramsci, una liaison che nei due maestri si riverbera: Bobbio lettore di Gobetti, Garin di Gramsci). (…) Garin annuncerà d’essere “tornato a esplorare [...] il mondo della memoria, certo meraviglioso per la quantità, ma così triste, almeno il mio, per tutti i fallimenti”. E Bobbio, avvertito che “la mia memoria è sempre più annebbiata, trattiene più i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza”, concluderà: “Il nostro tragico secolo non poteva finire più tragicamente. Nessuna speranza che il prossimo sia migliore”. Sarà stata per loro almeno di conforto la paolina certezza di aver combattuto la buona battaglia. Laicamente, leopardianamente: “Io solo combatterò, procomberò sol io”.

Dall’articolo di Bruno Quaranta sul settimanale TuttoLibri della Stampa pubblicato in data 24-09-2011

 

 

 

 

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Olive Kitteridge, Elizabeth Strout

28 novembre 2011

 

 

 

Olive Kitteridge è il romanzo della scrittrice americana Elizabeth Strout vincitore del Premio Pulitzer 2009.

La storia, ambientata nel Maine dove l’autrice è nata e cresciuta, è un romanzo fatto di racconti. Storie che raccontano giovani senza voglia di vivere, dolci tradimenti in età matura, una ragazza che fugge di casa per sfuggire all’amore opprimente della madre. E una pianista sessantenne che prima di suonare al bar del paese deve ancora bere per farsi coraggio.
La protagonista, Olive, è un’insegnante in pensione. Sarcastica, dotata di un’acuta intelligenza, ella commenta le vite dei suoi compaesani con una schiettezza che rasenta la brutalità ma in cui spesso è impossibile non riconoscersi, almeno nelle riflessioni fatte tra sé o con il marito Henry, farmacista del paese. Lei è il vero filo conduttore dei racconti che compongono il libro. Nelle pieghe della sua esistenza banale (la scuola, la pensione, il figlio Cristopher che si sposa e si trasferisce in California e poi a New York contro il parere dei genitori), c’è la preziosa riflessione dell’autrice sulla vita vera. Che non è fatta di grandi avvenimenti ma di piccoli assestamenti quotidiani e grandi illuminazioni. Protagoniste sono anche le strade di Crosby, piccolo villaggio della vecchia America dell’East Coast e del New England, quella che vota democratico e ospita prestigiose università. Con la sua baia tranquilla e i lunghi inverni Crosby fa capolino tra le pagine, così ben descritto da essere il personaggio silenzioso del libro.

Questo malinconico romanzo parla del diventare vecchi, di figli che crescono, della paura della morte. Ma è anche una storia d’amore vero e profondo.

 

 

Il testo è tratto da Il Recensore

L’immagine in apertura è un dipinto di Edward Hopper

 

 

 

 

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Il libro in lingua originale

 

 

L’autrice



È nata nel 1956 a Portland (Maine) e ora vive a New York con il marito e la figlia. Ha insegnato letteratura e scrittura al Manhattan Community College per dieci anni e scrittura alla New School e ha pubblicato racconti su diverse riviste, tra cui il New Yorker. Ha scritto tre romanzi, tra cui Amy e Isabelle (pubblicato in Italia da Fazi) e Abide with me.

 

 

 

 

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La rivoluzione incompiuta. Donne, Famiglie, Welfare, Gøsta Esping-Andersen

26 novembre 2011

 

 

 

La rivoluzione incompiuta. Donne, Famiglie, Welfare, è l’ultimo saggio del sociologo danese Gøsta Esping-Andersen pubblicato dal Mulino.

È vero che sono le rivoluzioni tecnologiche a cambiare il mondo, ma nella società contemporanea altrettanto importante è stata la rivoluzione dei comportamenti femminili. Che tuttavia resta incompiuta, non solo e non tanto perché gli uomini sono restii a cambiare in pari misura, e le discriminazioni lungi dall’essere cancellate, quanto perché l’uguaglianza di genere ha fatto più strada tra i ceti più ricchi e istruiti, in cui la maggiore presenza di coppie a doppio (e alto) reddito consente anche un maggiore investimento a favore dei figli. Proprio perché incompiuta, l’emancipazione femminile rischia così, paradossalmente, di diventare un rinnovato fattore di disuguaglianza sociale. Un saggio di taglio sociologico sulla rivoluzione dei comportamenti femminili. Rivoluzione che resta incompiuta, non solo e non tanto perché gli uomini sono restii a cambiare in pari misura, e le discriminazioni lungi dall’essere cessate, quanto perché l’uguaglianza di genere ha fatto più strada tra i ceti più ricchi e istruiti, in cui la maggiore presenza di coppie a doppio reddito consente anche un maggiore investimento a favore dei figli. Per queste ragioni l’emancipazione femminile rischia, paradossalmente, di diventare un rinnovato fattore di disuguaglianza sociale.


L’autrice è professore di Sociologia nell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Tra le sue pubblicazioni “I fondamenti sociali delle economie postindustriali” (Il Mulino, 2000) e “Oltre lo stato assistenziale. Per un nuovo patto tra generazioni” (Garzanti, 2010).

 

 

 

 

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Il superorganismo, Bert Hölldobler e Edward O. Wilson

25 novembre 2011

 

 

 

 

Il superorganismo, di Bert Hölldobler e Edward O. Wilson, è l’edizione italiana di un libro spettacolare – a livello di esemplificazione delle sofisticate potenzialità teoriche del pensiero evoluzionistico – scritto dai due più autorevoli mirmecologi viventi. La sua uscita purtroppo ha tardato cinque anni a causa del dissidio insorto tra loro durante la gestazione dell’opera. Un contrasto riguardante il meccanismo selettivo che avrebbe fatto emergere i comportamenti altruisti e, nella fattispecie, dato luogo alle forme di socialità più avanzate e sorprendenti, osservabili quasi solo tra gli insetti eusociali. Quel dissidio è diventato un acceso (anche nei toni) scontro tra Wilson e alcuni biologi teorici, da una parte, e la comunità dei sociobiologi, di cui l’entomologo di Harvard era uno dei leader scientifici. L’ultimo eclatante episodio è del marzo scorso: 130 sociobiologi hanno firmato una lettera a Nature, criticando duramente un articolo di Wilson e di Peter Nowak, che pretende di smontare la teoria della selezione parentale. Cioè, la tesi che l’altruismo e quindi la cooperazione negli insetti sociali, siano evolutivamente la conseguenza della parentela genetica tra gli individui.
La questione è piuttosto nota, e viene sollevata da Charles Darwin. Come è possibile, se l’unità di selezione è l’individuo, che trasmette le sue caratteristiche vantaggiose alla prole, che esistano organizzazioni sociali, come quelle delle formiche, delle termiti o delle api, i cui componenti, a parte le regine, sono sterili o non si riproducono e vivono o si sacrificano per il formicaio, il termitaio o l’alverare? Darwin opta per l’esistenza di un livello di selezione al di sopra dell’individuo. Cioè che anche la colonia possa funzionare come un’entità biologica competitiva. (…) Tornando al libro, si tratta di un’espansione della parte teorica di Formiche (tradotto anche’esso da Adelphi 1997) con cui la coppia vinse il Pulitzer ma soprattutto di un aggiornamento del famoso, splendido e oggi storico Le società degli insetti pubblicato da Wilson nel 1974 (Einaudi 1976). Rimane il fatto che, pur con l’indecisione teorica di cui si è detto, questo libro contiene formidabili lezioni sulla natura dell’organizzazione biologica e dimostra come alla fine la sociobiologia, anche rispetto al funzionamento di società evolutivamente molto lontane da noi, sta di fatto convergendo in una nuova sorta di economia sociale della natura. Dove l’intuizione smithiana della “mano invisibile” e l’annoso problema del coordinamento spontaneo dei comportamenti individuali trova negli insetti eusociali formidabili modelli naturali. Su cui non farebbero male gli economisti a ragionare, usando questi sistemi come termini di paragone per capire cosa manca alle società umane (a parte i geni, e questo non è poco!) per cooperare più efficacemente in vista di un bene comune.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Gilberto Corbellini sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data  20-11-2011

 

 

 

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Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico

25 novembre 2011

 

 

 

In Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico sostengono che la rigida demarcazione tra scienza e non-scienza. In realtà, la conoscenza è un sistema dinamico che “si sviluppa anche pescando nelle acque non sempre limpide delle “visioni oscure” e cresce depurandole via via”.

Emblematico, da questo punto di vista, è il lungo dialogo (riassunto e analizzato in questo libro) tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung, tra uno dei più grandi fisici del secolo scorso e il padre della psicologia analitica. Un libro denso di spunti e di stimolanti riflessioni sostenute da una ricca messe di citazioni. Nel 1930, quando si rivolge a Jung, Pauli è professore di fisica teorica al Politecnico di Zurigo. A soli trent’anni è un’autorità nel campo della nuova fisica quantistica (il suo principio di esclusione gli varrà il premio Nobel nel 1945) ma è anche una persona afflitta da gravi disturbi psichici. A seguito del trauma provocato dal suicidio della madre dopo la scoperta che il marito aveva un’amante, e di un matrimonio fallimentare durato poche settimane con una cantante di un locale notturno, cade in preda dell’alcolismo, diventa protagonista di diverbi e scontri fisici nei bar di Zurigo di cui è assiduo frequentatore. Il grande psicanalista lo trova così “stracolmo di materiale arcaico” che, “per evitare ogni influenza” da parte sua, lo affida a una sua allieva, con la quale intraprenderà un percorso analitico durato cinque mesi, punteggiato da un numero straordinario di sogni. “Non fu intrapresa interpretazione degna di nota – ricordava Jung – poiché il sognatore, in virtù della sua eccellente disciplina scientifica e delle sue doti personali, non aveva bisogno di alcun aiuto da parte di terzi”.
Solo un paio d’anni dopo entrò in analisi con “il maestro”, stabilendo con lui un sodalizio intellettuale, nutrito da un fitto carteggio durato oltre un quarto di secolo fino alla sua morte. Dapprima curioso, poi sempre più entusiasta, Pauli fece propri concetti junghiani come quelli di simbolo e di archetipo che egli riconobbe all’origine della scienza moderna in un celebre saggio su Keplero e l’influenza delle immagini archetipiche sulle sue teorie astronomiche. D’altra parte, come mostrano Tagliagambe e Malinconico, Jung giunse all’individuazione degli archetipi come forme imprescindibili per l’organizzazione dei contenuti dell’esperienza psichica cosciente anche grazie al suo dialogo con Pauli.
Quel loro sodalizio intellettuale culminò nella pubblicazione di un saggio a due mani, Naturklärung und Psyche, il saggio da cui prendono le mosse i nostri autori.

 

 

 

Il testo è tratto da un articolo di Umberto Bottazzini sul settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 20-11-2011

 

 

 

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L’occhio della Medusa, Remo Ceserani

19 novembre 2011

 

 

 

 

L’occhio della Medusa è il bellissimo studio di Remo Ceserani pubblicato da Bollati Boringhieri nella collana Fotografia e Letteratura; un libro che se da un lato colma un vuoto – quello dello studio della fotografia nella letteratura -, metabolizzando e riordinando un’intera galassia di studi (e basterebbero i nomi di Walter Benjamin, Gisèle Freund, Roland Barthes, Susan Sontag, John Berger), dall’altro fornisce un esempio di che cosa significhi, sul serio, occuparsi di letteratura comparata, la stessa che Goethe presagiva nel concetto di Weltliteratur. (…) Che poi l’oggetto di indagine sia il rapporto secolare fra parola letteraria e immagine fotografica – come, per altra via, è stata letteratura e rivoluzione dei trasporti nel suo Treni di carta. L’immaginario in ferrovia, 2002 -, ciò denota l’attitudine ermeneutica di chi è comparatista due volte, indagando non solo i nessi fra lingua e lingua ma tra linguaggio e linguaggio. (…) Diviso in cinque capitoli raccordati dall’interno, il libro scandisce per cronologia alcuni temi essenziali: la figura del fotografo come personaggio, la fenomenologia letteraria del ritratto fotografico, l’utilizzo della foto quale promemoria o reliquia autobiografica, la forma e il destino della foto di gruppo (familiare e sociale), infine il riuso della foto nella produzione letteraria strettamente contemporanea. In altri termini, l’universo fotografico è studiato alla stregua di un grande campo metaforico la cui dinamica accompagna l’evoluzione e lo statuto conflittuale della modernità. Prima il naturalismo con le sue propaggini novecentesche (Hawthorne, Henry James, Thomas Mann), poi l’età delle avanguardie o del modernismo radicale, cioè l’epoca dell’utilizzo antinaturalista e inventivo della foto (primi fra tutti Apollinaire e Luigi Pirandello, alla cui produzione novellistica, disseminata di fotografie, l’autore dedica passaggi penetranti), da ultimo la condizione postmoderna, laddove il compasso si apre ad autori quali Claude Simon, Grass, Calvino, Cortázar, Tabucchi, Ondaatje, e specialmente Michael Tournier, scrittore-fotografo che forse più di ogni altro ha indagato il rapporto tra parola e imagine fotografica. (…) Nume del saggio è comunque Marcel Proust. (…) Costui, nel terzo volume della Recherche, evoca il fantasma della nonna, amatissima, e racconta il paradosso crudele di averla sentita più viva al telefono che non dl vivo: “Di me – per l’effimero privilegio grazie al quale, nel breve istante del ritorno, ci è dato d’assistere improvvisamente alla nostra assenza – non era presente che il testimone, l’osservatore, l’estraneo, in cappello e soprabito da viaggio, colui che non è di casa, il fotografo venuto a ritrarre luoghi che non vedremo mai più. E ciò che, meccanicamente, si formò ai miei occhi quando vidi la nonna, fu appunto una fotografia”.

 

 

 

Il testo riprende un articolo di Massimo Raffaeli pubblicato su Alias- Il Manifesto in data 17-09-11

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat. Fotografo francese che ha lavorato a lungo con Michel Tournier

 

 

 

 

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La vita erotica dei Santi, Virginia Burrus

18 novembre 2011

 

 

 

In La vita erotica dei santi, Virginia Burrus – professore di Storia della chiesa antica alla Drew University (New Jersey) – mostra come al cuore del cristianesimo vi sia un contenuto erotico tutto da scoprire e come le vite dei santi offrano un forte contributo alla storia della sessualità. Il libro è edito in Italia dalla casa editrice genovese Il Melangolo.

 

Frequentavo, abitando a Roma, il Carmelo di piazza Sant’Ignazio per consultare nella biblioteca, gli Etudes Carmelitaines; ricordo, all’entrata, le gigantografie dei loro numina – Teresa d’Avila e Juan de la Cruz. Ho amato ben più gli scritti di Teresa, nella sua lingua inaudita di scrittrice maniaca della parola scritta, all’albeggiare della stampa. (…) Leggerla in italiano dubito possa avere lo stesso effetto. Lo scrivere, in lei, è lo stesso che amare; e l’oggetto della sua passione smisurata è la natura umana di Gesù Cristo. In questo incessante spasimo passionale di donna amante il suo corpo di Descalza implacabile innanzitutto con se stessa è impegnato fino al limite del ritegno femminile cristiano. Durissima nelle sue regole penitenziali Teresa sorvolava sul lapsus carnis delle sue monache, cioè sulle loro povere masturbazioni, importandole essenzialmente di orientarne i desideri sulla umanità di Cristo, che si raffigurava come un monarca assoluto, addirittura al di sopra del Re di Spagna. Ne parla infatti abitualmente come di Su Magestad. “Le notti sono brevi, nei Carmeli”, dice la Madre nei Dialogues des Carmelites di Bernanos. Così Teresa contrastava i demoni notturni, le apparizioni di Cristo che i domenicani dell’Inquisizione pretendevano insinuarle di un Satana trasformista: non dormendo, svegliandosi ogni momento come un uomo malato di vescica, imponendo alle figlie del Carmelo scalzo di levarsi quasi ogni ora per pregare, meditare, purgare di ogni intrusione del sottosuolo l’insidiosa, perfida, fragilissima pace notturna. (…) Scritta per obbligo dei confessori, la sua autobiografia, Vida, è un ordito fitto di estasi e premonizioni. Come di Vittorio Alfieri non si legge, volendone leggere qualcosa, che la Vita scritta da lui stesso, così della meravigliosa scrittura teresiana non sembra sfuggito all’oblio altro che la Vida, impervia anche questa perché troppo naturale, e ignorata probabilmente oggi da chi non sia ispanista. Tuttavia, fuori del suo castigliano sorgivo e unico, anche dell’autobiografia non si recupera che la superficie.

 

 

 

Il testo in corsivo riprende un articolo di Guido Ceronetti pubblicato dal settimanale della Stampa Tuttolibri in data 12-11-11

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

 

Il libro in lingua originale

Sex Lives of Saints. An Erotics of Ancient Hagiography, University of Pennsylvania Press, 2007

 

 

 

 

 

Altri libri dell’autrice

Saving Shame, University of Pennsylvania Press, 2007

 

 

 

 

 

L’autrice

 

 

 

 

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Offerta speciale Wiley – Anno Internazionale della Chimica

17 novembre 2011

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