Della stessa leva, Norberto Bobbio ed Eugenio Garin

 

 

 

Della stessa leva raccoglie per la prima volta il dialogo epistolare tra Norberto Bobbio ed Eugenio Garin, protrattosi per oltre mezzo secolo dal 1942 al 1999. Un prezioso apparato di appendici testuali, con contributi di recensioni, interviste e articoli dei due interlocutori, oltre alle lettere inedite scambiate con alcune rilevanti figure degli ambienti della cultura e dell’editoria da loro frequentati, rende questo libro un’importante fonte di riflessione sul passato e sul presente del nostro Paese. Il volume è a cura di Tiziana Provvidera e Oreste Trabucco; premessa di Maurizio Torrini.

La terza via, in Italia, non è una chimera, ancorché di rado si manifesti. Non vi sono solo l’Italia degli sciocchi e l’Italia dei malfattori, secondo la distinzione brechtiana (Chi non conosce la verità è sciocco; chi la conosce e dice che è bugia è un malfattore). Vi è, a contrapporvisi, un’Italia civile, quale rifulge dal carteggio 1942-1999 dei due importanti filosofi.(…) Di idem sentire in divergenza, in primis sulla questione cultura-fascismo: Bobbio sostiene che il fascismo non ha elaborato una originale cultura reazionaria, Garin distingue: “Se non c’è stata, come non c’è stata, una cultura fascista, certamente una cultura ‘del tempo del fascismo’ c’è stata”. (…) Tangentopoli è alle porte. La prima Repubblica è in agonia. E la seconda si annuncia come la sua continuazione. Il filosofo militante della democrazia, programmaticamente seminatore di dubbi, di fronte alla disfatta o al disfacimento non esita a chiamarsi in causa: “… sconfitta di una classe dirigente, alla quale io stesso appartengo, condividendone la maggior parte delle responsabilità”. Un’autocritica tanto più severa, smisuratamente severa, quanto più elevato è il modello, assunto fin dagli anni liceali: Piero Gobetti. (Gobetti e Gramsci, una liaison che nei due maestri si riverbera: Bobbio lettore di Gobetti, Garin di Gramsci). (…) Garin annuncerà d’essere “tornato a esplorare […] il mondo della memoria, certo meraviglioso per la quantità, ma così triste, almeno il mio, per tutti i fallimenti”. E Bobbio, avvertito che “la mia memoria è sempre più annebbiata, trattiene più i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza”, concluderà: “Il nostro tragico secolo non poteva finire più tragicamente. Nessuna speranza che il prossimo sia migliore”. Sarà stata per loro almeno di conforto la paolina certezza di aver combattuto la buona battaglia. Laicamente, leopardianamente: “Io solo combatterò, procomberò sol io”.

Dall’articolo di Bruno Quaranta sul settimanale TuttoLibri della Stampa pubblicato in data 24-09-2011

 

 

 

 

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