L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Marco Santagata

 

 

L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante è il saggio con cui Marco Santagata – docente di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa – offre uno studio sistematico dell’opera e della figura storica del sommo poeta fiorentino. L’autore si sofferma sui principali momenti della sua produzione, dalla Vita Nova al De vulgari eloquentia, alle Rime e alla Commedia, mettendone magistralmente in luce i tratti essenziali, la raffinata tecnica di costruzione dei personaggi e la fitta trama di rimandi che il poeta tesse consapevolmente in uno straordinario sforzo di sistematicità. Da questo sfondo emerge, sopra ogni altra cosa, l’io del poeta: autore, narratore e personaggio insieme, che sempre usa il dato autobiografico contingente per investirlo di una portata universale, trovando destino e fatalità dietro i fatti della sua stessa vita.

 

Come descrivere dunque il “sistema Dante”? Nel suo libro su Petrarca più importante, I frammenti dell’anima, Santagata aveva letto la storia del Canzoniere – l’evoluzione della struttura, le modifiche puntuali – alla luce della biografia del suo autore. L’io e il mondo è, per certi versi, un esercizio simmetrico: è la biografia di Dante vista, intuita, ricostruita attraverso le sue opere. Dante, infatti, si presta. I dati certi sulla sua vita sono pochi; i documenti sono scarsi. Che cosa abbia fatto, come abbia vissuto a Firenze sullo scorcio del Duecento non lo sappiamo. E i vent’anni dell’esilio sono, per noi, quasi solo un rosario di nomi: Lunigiana, Bologna, Verona, Romagna, Malaspina, Scaligeri, da Polenta… Della vita di Petrarca, nato mezzo secolo dopo, sappiamo infinitamente di più. Eppure Dante ci è familiare, più familiare di Petrarca, perché Dante non fa che parlare di sé nelle sue opere.
Questa propensione all’auto-fiction è abbastanza normale oggi, nei nostri tempi post-romantici e post-psicanalitici, ma non lo era nel Medioevo. Da questo punto di vista, Dante non è esattamente, come si dice, un “uomo del suo tempo”. Chi lo ha letto ricorda le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova si ripromette di dire della donna amata “quello che mai non fue detto d’alcuna”; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio prende su di sé il compito di illuminare con la sua filosofia “coloro che sono in tenebre e in oscuritade”, e commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, al modo in cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. Tutto questo è noto e non meraviglia troppo, perché ricade nella categoria, antica almeno tanto quanto moderna, dell’orgoglio del l’artista. Ciò che distingue veramente Dante da altri suoi colleghi, medievali e moderni, è un’altra cosa, e cioè il fatto che egli non crede soltanto di possedere un talento fuori del comune, e di essere perciò un individuo eccezionale, ma ritiene anche che gli sia stato riservato un destino fuori del comune, ovvero che la sua esistenza personale trascorra all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza va molto al di là della sua semplice persona. Come scrive Santagata, “se c’è un tratto che si mantiene inalterato lungo tutto il corso dell’avventura umana e intellettuale di Dante è il suo sentimento di essere diverso. Che si consideri un intellettuale e un poeta fuori dal coro o, addirittura, un profeta contro il coro, egli si sente investito della missione di cambiare il mondo”.
Questo saggio esplora questo sterminato territorio tra finzione e autobiografia, che è appunto il territorio nel quale cade buona parte dell’opera di Dante. I risultati di questa esplorazione sono spesso eccellenti. L’autore riesce a farci vedere sotto una luce nuova argomenti e testi sui quali si poteva credere che tutto l’essenziale fosse già stato detto.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Claudio Giunta pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 13-11-11

 

 

 

 

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