Archive for febbraio 2012

Lingue e diritti umani, Stefania Giannini, Stefania Scaglione

15 febbraio 2012

 

 

 

Lingue e diritti umani, curata da Stefania Giannini e Stefania Scaglione, è un libro ricco di interventi illuminanti e un libro opportuno. Esce in un momento epocale per la congiuntura di tre diversi motivi: un flusso migratorio senza pari, la caduta dei “muri” politici e culturali, la diffusione di sistemi di comunicazione in rete capillari e globali.

Stranieri si nasce o stranieri si diventa? Non è un paradosso: queste due condizioni coesisitono e sono visibilissime nel nostro paese. Stranieri si diventa, innanzitutto, perché nessuno nasce straniero: l’appartenenza non può essere una condizione naturale garantita per il solo fatto di nascere; è l’esclusione, infatti, che si aggiunge con violenza a un evento del quale nessuno di noi è artefice: la propria nascita. Dunque, da una parte si può diventare stranieri “ogniqualvolta si lascia il territorio d’origine, fisico o culturale, per fuga o ricerca del nuovo, per tempi brevi oppure per sempre, da esuli o migranti” e il divario è ovviamente tanto più doloroso quando tocca la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Ma si può anche nascere stranieri e soprattutto continuare a esserlo quando “il bambino straniero che nasce nel nostro Paese e arriva all’età scolare con una conoscenza scarsa dell’italiano è destinato all’emarginazione e condannato a un percorso scolare in salita”. Mai come ora è evidente la soluzione all’equazione che regge l’equilibrio del mondo deve essere sensibile alla questione linguistica e, in un certo senso, riproduce su scala molto più grande i pericoli che Pasolini riconosceva rispetto al problema linguistico del nostro Paese alla salvaguardia dei dialetti.

Il volume riproduce in appendice il testo originale della Dichiarazione di Barcellona sui diritti linguistici del 1996, sostenuta dall’Unesco e incoraggiata da intellettuali come Wislawa Szymborska o Noam Chomsky. Il testo sarebbe dovuto essere il piano di lavoro ma di fatto giace ancora inerte e inattuato.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Andrea Moro pubblicato sul Domenica del Sole 24 Ore in data 12.02.2012

L’immagine è la fotografia di Samuel Aranda vincitrice del Word Press Photo 2012

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Tauroetica, Fernando Savater

6 febbraio 2012

 

 

 

 

Tauroetica è il titolo eloquente dell’ultimo libro del filosofo basco Fernando Savater. La ragione principale che lo ha spinto a scriverlo è stata la difesa delle corse dei tori durante il dibattito che ha portato la Catalogna a vietarle da quest’anno. La casa di Fernando Savater a Madrid è un labirinto di libri e oggetti di ogni genere, pupazzi, chincaglieria, ninnoli. Molti quadri di cavalli, come è inevitabile per un uomo stregato dagli ippodromi fin da quando era bambino. Nulla invece di tori. Nessuno di quei segni che in Spagna si trovano ovunque nelle case degli aficionados, come qui vengono chiamati gli appassionati di corrida.

Ma non sono un vero aficionado io. Ma se si sostiene che è immorale, allora è necessario rispondere. Per questo ho scritto Tauroetica.

Che è infatti piuttosto un saggio sul rapporto fra uomini e animali. Un rapporto compromesso?

Il problema dei nostri giorni è che, soprattutto in città, non si sviluppa più alcuna relazione con gli animali. Io ho conosciuto una Spagna rurale. Qui fuori, sulla Gran Via, passavano le pecore per la transumanza. Oggi si conoscono solo gli animali di Walt Disney e si stenta a vedere in cosa essi siano diversi dagli uomini. Ciò ha portato a una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Una tendenza che spinge ad accreditare le forme più estreme di animalismo, come l’antispecismo di Peter Singer, ossia l’ idea che tra le specie animali non ci siano distinzioni di sorta.

 

 

È una tesi pericolosa?

Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. Questa differenza non la intendono gli antispecisti. Singer è arrivato a dire che se mi trovo di fronte un bambino con tare mentali o fisiche irreversibili e un vitello in perfetto stato devo scegliere il vitello e sopprimere in culla il bambino senza farlo soffrire.

Gli antispecisti sostengono che è l’interesse ciò che caratterizza senza distinzioni tutti gli esseri viventi e che dunque un toro non ha nessun interesse di entrare nell’ arena, né il maiale di andare al macello.

Guardi, la questione dell’ interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L’interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali sono mossi dall’istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma.

Che gli antispecisti contestano.

Sì. Salvo poi chiedere agli uomini di optare per soluzioni diverse rispetto a quelle che magari preferiscono, come mangiare carni, usare pelle animale per le scarpe e così via. Con il risultato paradossale che gli uomini dovrebbero rifiutarsi di uccidere la tigre ma certo la tigre non potrebbe che continuare a fare quello che fa secondo l’istinto, ossia anche divorare l’uomo. L’uomo sarebbe dunque l’unico tra gli animali a rispettare la nuova legge. Dimostrando quindi che qualche differenza tra lui e le altre specie in fondo c’è.

Ma come si è arrivati a queste posizioni estreme, spesso anche largamente condivise?

Per quel che riguarda la storia del pensiero, il percorso è evidente. Si tratta dell’ evoluzione delle teorie utilitariste di Bentham che per primo parlò dei cosiddetti “diritti degli animali”. Credo però che sia più interessante considerare l’ atteggiamento generale con cui si accolgono queste teorie. Un atteggiamento in cui predomina il sentimentalismo e in cui l’ umanitarismo sta sostituendo l’umanismo. Stiamo attenti: chi è umanitario si preoccupa del benessere degli altri ma non della loro umanità, che risiede in aspirazioni, desideri e così via. Io con un cane posso essere umanitario ma non umanista. E qui si apre l’ altro tema dei nostri giorni. È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano.

Siamo in fuga dalla relazione?

Non c’ è dubbio. Vede, con un animale domestico come il cane, per esempio, noi possiamo seguire i nostri due atteggiamenti più estranei alla relazionalità: il sergente ordinatore che è in noi e che al cane dà ordini; e il sensibile iperprotettivo che fa le manfrine. I cani del resto ci offrono un affetto che non esige nulla in cambio. Un affetto che non si può investire di carica morale.

Crede che in futuro agli animali sia destinata una vita diversa?

Se questo animalismo diventasse dominante, si realizzerebbe la forma perfetta di protezione degli animali: l’estinzione. E del resto, qual è oggi l’ animale perfetto e più conosciuto e amato? Il dinosauro. Sta lì nel nulla. A Jurassic Park, vive una vita magnifica. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini.

 

 

 

 

Il testo è l’articolo di Matteo Nucci pubblicato su Repubblica in data 03/02/2012

I video sono tratti nell’ordine da Parla con lei (Pedro Almodóvar), L’albero degli zoccoli (Ermanno Olmi), Jurassic Park (Steven Spielberg).

 

 

 

 

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Caos, territorio, arte, Elizabeth Grosz (Deleuze e l’organizzazione della Terra)

5 febbraio 2012

 

 

 

 

Caos, territorio, arte di Elizabeth Grosz riprende e reinterpreta il concetto di Deleuze di riorganizzazione della Terra.Il libro in italiano è edito da ObarraO con la traduzione di Guido Lagomarsino; l’originale inglese Chaos, Territory, Art. Deleuze and the Framing of the Earth è pubblicato dalla Columbia University Press.

L’autrice è una filosofa australiana, docente di Gender Studies alla Rutgers University negli Usa e di architettura nelle università di Bergen e di Sydney. Studiosa attenta alla filosofia francese (si è occupata di autori come Lacan e Derrida e questo libro), in questo ultimo libro ha come modello di riferimento Gilles Deleuze.

In tre brevi capitoli viene esposta un’ontologia dell’arte basata sostanzialmente su tre punti chiave: il senso del caos; la funzione della vibrazione; il concetto di sensazione. Facendo dialogare la logica della sensazione di Deleuze, i principi di selezione naturale e sessuale di Darwin e il concetto di ambiente del grande biosemiotico estone Jakob von Uexküll (ambiente come unwelt, un’isola di sensi che circonda ciascun organismo), l’autrice ci guida in un percorso teso verso le genealogie delle “origini” dell’arte, o meglio verso le origini delle sue condizioni d’esistenza, che nascono dai movimenti di separazione e nuova riaggregazione con la sfera dei fenomeni naturali, la deterritorializzazione e la riterritorializzazione rese celebri dal filosofo francese. Centralità dunque al territorio e all’azione dell’animale che lo strappa al caos, cioè alla terra. La nascita dell’impulso artistico avverrebbe poi di conseguenza, non come espressione della sola corporeità, ma come “estensione dell’imperativo architettonico di organizzare lo spazio terrestre”, dentro la sovrabbondanza terrestre, sviluppandosi “a contatto dei sistemi casa-territorio e territorio-casa”, passando però attraverso un reale, complesso, multi-situato processo di incormiciamento della terra stessa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Gianluca Pulsoni pubblicato su Alias (Il Manifesto) in data 04/02/2012

L’immagine in apertura è un’opera di Alberto Burri

 

 

 

 

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Goodbye, Columbus and Five Short Stories, Philip Roth

2 febbraio 2012

 

 

 

 

Pubblicato per la prima volta nel 1959, Goodbye, Columbus and Five Short Stories è il primo romanzo di Philip Roth.

È la storia di Neil Klugman e della bella e determinata Brenda Patimkin. Lui vive in un quartiere povero di Newark, lei nel lussuoso sobborgo di Short Hills, e si incontrano durante una vacanza estiva, tuffandosi in una relazione che ha a che fare tanto con l’amore quanto con la differenza sociale e il sospetto. Questo romanzo breve è accompagnato da cinque racconti, il cui tono va dall’iconoclasta al sorprendentemente tenero.

Con questo suo primo libro, premiato con il National Book Award, l’autore si è immediatamente affermato come scrittore dotato di un umorismo esplosivo, uno sguardo penetrante e impietoso e una grande compassione anche per i suoi personaggi più inclini all’autoinganno. A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Mr Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare. È abile, arguto, pieno d’energia, ed esegue la sua partitura da virtuoso (Saul Bellow).

Adesso Einaudi ripubblica il libro tradotto da Vincenzo Mantovani.

 

 

 

 

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