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L’esemplarità di Genova

22 luglio 2011

 

 

 

 

L’esemplarità di Genova è un articolo di Lello Voce pubblicato da Alfabeta2.

Il video in apertura è una parte del monologo finale del Colonnello Kurtz (Marlon Brando), dal film di Francis Ford Coppola Apocalipse Now. Lo associo al tema dell’articolo per via del concetto di Orrore, centrale nel discorso del Colonnello Kurtz.

Era l’inizio dell’autunno del 2003, circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova, due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri.

Mario Placanica, il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani, è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. Nessun processo sarà celebrato.

In quella sentenza, che impedisce sin lo svolgimento del dibattimento, sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001. Nel mandare assolto Placanica, il giudice Daloiso fa ben di più che riconoscere il diritto alla legittima difesa. Cita l’articolo 53 del Codice Penale e dice che «non si tratta della legittima difesa, ma di un potere più ampio, in cui la legittimità della reazione non è subordinata al limite della proporzione con la minaccia», anzi essa può più semplicemente essere giustificata dal «fine di adempiere a un dovere d’ufficio che qualifica la sua condotta». Fa niente che quell’articolo, a norma di Codice, vada applicato solo nel caso in cui si tratti «di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona». L’articolo c’è, basta saperlo interpretare in modo argutamente estensivo, e soprattutto, far capire a tutti che così sarà, d’ora in avanti.

Per chi, come me, era a Genova, quelle righe suonavano come un’agghiacciante confessione.

Sta in quelle righe l’esplicitazione di quella che oggi chiamerei l‘esemplarità di Genova.

Genova era stata solo l’ultimo anello di una catena di esperimenti sempre più spudorati di uso della violenza per la repressione delle proteste di piazza, l‘akmé raggiunta, dopo che già a Goteborg un Ministro aveva ordinato di sparare sui manifestanti (Scajola non sarà da meno, almeno a suo dire), dopo la prova generale di Napoli, con le forze di polizia sguinzagliate all’inseguimento della folla terrorizzata.

In attesa di Genova, in una serie di caserme italiane si era svolto un training accurato. Ci scapparono addirittura i feriti negli scontri simulati tra truppa e ufficiali. I famigerati Ccir stavano per fare la loro entrata in scena, prologo improvvido alla futura polizia europea, mostro ibrido in cui tutori dell’ordine e militari si danno la mano.

Militare è, infatti, la tecnica utilizzata per travolgere il corteo delle Tute Bianche su via Tolemaide, attaccandolo contemporaneamente su tre lati, senza lasciare alcuna via di fuga, con lo scopo, non di riportare l’ordine, ma di disordinare le «truppe» avversarie e sterminarle. Militare è lo sgombero di piazza Manin, dove si spazzano via con violenza inaudita centinaia di persone inermi, militare l’attacco al corteo di sabato, per spezzarlo a metà, quasi fosse una colonna nemica, militare, tanto quanto un rastrellamento, il preordinato massacro della Diaz, fuoco d’artificio finale di una pirotecnica gestione dell’ordine pubblico, oramai schiettamente sudamericana.

Quando, indagando sulla morte di Carlo Giuliani, insieme con il web-nick Franti, ci rendemmo conto per primi che in piazza Alimonda erano presenti ben due ufficiali dei carabinieri che erano già a Mogadiscio, nei giorni dell’omicidio Alpi, al comando del Distaccamento di polizia militare del Porto, ci stupimmo e con noi si stupirono in molti.

In effetti non c’era da sorprendersi. Ingenuo era chi credeva che i corpi d’élite delle missioni di peace keeping sarebbero stati utilizzati a protezione della zona rossa e dei leader mondiali. Loro erano lì non a difendere, ma ad attaccare, a mostrare a tutti come fare per stroncare la protesta di masse ormai troppo numerose e decise per non costituire un pericolo per il neocapitalismo globalizzato e ultraliberista.

Genova, o Mogadiscio era lo stesso. Nessuna meraviglia per me, dunque nel ritrovare, anni dopo, uno di loro a Nassirya, a comandare in quelle camerate dove faceva bella mostra di sé un vessillo di Salò.

Che tutto ciò avvenisse proprio in Italia in fondo era ovvio: dove altro sarebbe potuto accadere?

Il tic oscuro dello Stato liberale, quello che lo consegna, mani e piedi legati, tra le braccia della violenza fascio-liberista, lo riportava sul luogo del suo primo delitto, benaccolto dai suoi soliti famigli.

Anni di stragi impunite, decine di delitti per «ordine pubblico», stavano lì a garantire la sincerità della malafede di tutti coloro che si esibivano nel teatrino della politica italiota.

I moderati sono troppo spesso, qui da noi, i garanti dell’esercizio tranquillo e smodato d’ogni estremismo poliziesco.

La giustificazione sarebbe stata la solita: svolgere il proprio dovere, obbedire agli ordini, anche se poi, come sempre, nel risalire un’infinita e nebbiosa catena di comando, tutte le responsabilità sarebbero sparite come neve al sole. Non appaia retorico ed esagerato: è la stessa solfa udita a Norimberga. Ubbidire agli ordini, compiere il proprio dovere.

L’articolo 53 C.P., insomma. Il giudice Daloiso aveva capito tutto.

Da allora cos’è successo a questa Ytaglia?

Tutto sembra cambiato, anche se non è cambiato nulla.

Sorta di Gattopardo globale, l’immaginario collettivo ha digerito e messo in circolo anche Genova. Quello dei torturati e quello dei torturatori. Il fantasma di Genova, con il suo essere esageratamente «esagerato», ha permesso il normalizzarsi di violenze su violenze, in scala minore, certo, ma non meno impressionante, ha innescato un processo letale di «fascistizzazione» degli apparati repressivi dello Stato di diritto, ha agito da babau per ogni tentativo collettivo d’opposizione radicale.

Le Zone Rosse si sono moltiplicate. Molecolarizzate.

A Bolzaneto segue, coerentemente, l’Ospedale Pertini, dove si lascia morire Cucchi scrollando le spalle. A piazza Alimonda fa eco sinistra il cadavere massacrato di Aldrovandi, alle cariche con i blindati a corso Torino, quelle a cavallo delle ruspe in Val di Susa.

L’eccezione è divenuta norma. La violenza di massa un gadget portatile per qualsiasi divisa.

E così Fini, che a Genova era a Forte San Giuliano, nella sala operativa dei Carabinieri, a dirigere con il suo fido On. Ascierto i movimenti delle truppe sul campo di battaglia e che per primo ci mise la faccia per giustificare l’omicidio di piazza Alimonda, può passare oggi come un custode affidabile della nostra democrazia, un interlocutore privilegiato per certa Sinistra. Il Principe di Salina non può che uscire di scena: il futuro è tutto per chi, come suo nipote Tancredi, sa interpretare lo spirito dei tempi nuovi, quello che, in nome dell’Italia unita e risorgimentale, fucila i garibaldini in Aspromonte.

 

 

 

 

I libri sul tema

Massimiliano Andretta, Donatella Della Porta, Lorenzo Mosca, Global, noglobal, new global. La protesta contro il G8 a Genova, Laterza, Roma-Bari, 2002

 

 

 

Franco Fracassi, G8 Gate. 10 anni d’inchiesta: i Segreti del G8 di Genova, Alpine Studio, Lecco, 2011

 

 

 

Luciano Clerico, Dovere di cronaca. L’attesa, la guerra e la morte al G8 di Genova, Pazzini Stampatore, Rimini, 2003

 

 

 

 

 

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Articolo di Toninio Perna su Alfabeta2

12 aprile 2011

 

 

Ecco l’articolo di Tonino Perna pubblicato su Alfabeta2 in data 12 aprile 2011. Buona lettura.

 

Titolo

La borghesia mafiosa e la deriva criminale del capitalismo

 

Testo

Partiamo da una constatazione che può sembrare una banalità: in un sistema capitalistico la classe sociale che controlla i flussi di capitale ha il potere, comanda, diventa classe dirigente. Ne consegue che quando cambia il modo con cui si conquistano e controllano grandi flussi di capitale, cambia la società e le stesse istituzioni. Ed è questo lo scenario con cui dobbiamo fare i conti e che cercheremo sinteticamente di analizzare in queste note, tenendo presente i contributi di Umberto Santino – uno dei massimi studiosi della mafia siciliana – sull’origine e la complessità del fenomeno, di Ugo Biggeri – presidente della Banca popolare Etica – sull’intreccio tra capitali illegali e mondo della finanza, e di Tonio dell’Olio – presidente di Libera Internazionale – sui caratteri globali del fenomeno, nonché sulle risposte concrete che la società civile organizzata sta portando avanti (uso dei beni confiscati alle mafie).

La borghesia mafiosa come classe dominante

Il modello di accumulazione «mafioso» può essere definito come una variante del modo di produzione capitalistico nella fase storica in cui sono crescenti le produzioni di merci a «valore d’uso negativo» (droghe, armi, rifiuti tossici, racket ecc.). È la fase che viviamo ormai da almeno trent’anni in cui l’extraprofitto, vero motore dello sviluppo capitalistico, viene conseguito facilmente più nei «traffici illegali» che nella produzione ordinaria di merci, data la relativa sovrapproduzione che intacca il tasso medio di profitto in molti settori. Dato che l’extraprofitto è legato, come sostenevano da angolazioni diverse Braudel, Marx e Schumpeter(1), a un monopolio dell’informazione, a uno scarto informativo tra produttori e consumatori, è facile comprendere quanto sia grande l’area dell’extraprofitto nei mercati illegali (o criminali). Basti solo pensare, per fare un esempio, che un grammo di cocaina acquistato dalla ‘ndrangheta calabrese in Colombia al valore di 2 euro viene rivenduto in Europa al valore medio di 50 euro. Quale settore produttivo «legale» può conseguire un tale margine di profitto? Margini simili li troviamo anche in altri traffici illegali e la loro sommatoria porta a stimare il flusso annuale di capitale «illegale» (o criminale) a un valore che oscilla, a seconda delle stime, tra il 3 e l’8% del Pil mondiale. Anche attestandoci sulle stime più prudenti si tratta di una massa enorme di capitali che comportano uno «spiazzamento» nel mercato capitalistico, che incidono fortemente sulle dinamiche sociali e istituzionali.

Quella che i mass media chiamano «mafia» o «criminalità organizzata» ha subìto negli ultimi decenni una profonda metamorfosi: non è più un cancro, un elemento di devianza, bensì si è trasformata in una nuova classe sociale che viene ormai definita da tanti osservatori, studiosi e magistrati, come la «borghesia mafiosa». Non si tratta di una questione meramente definitoria o lessicale, ma di un sostanziale salto di qualità e mutamento delle forme del potere. Questa nuova classe sociale è emersa con forza in diverse aree dell’economia-mondo tanto nei paesi industrializzati (dagli Usa al Giappone, dall’Italia alla Cina), quanto nelle aree periferiche dove è riuscita spesso a conquistare il potere politico, data la debolezza delle istituzioni e della borghesia nazionale. Ha assunto una posizione dominante tanto negli Stati mafiosi dei Balcani – Montenegro e Kosovo in primis – quanto nelle «narcodemocrazie» latinoamericane – Colombia, Perù, Panama ecc. – ed è arrivata a controllare gran parte del mercato di una grande paese come il Messico. «Ormai il Messico è peggio della Colombia», afferma l’economista messicano Edoardo Rebeles. «In Colombia lo Stato combatte i cartelli, qui lo Stato sono i cartelli».

Questa nuova classe sociale disprezza la cultura e gli intellettuali e, a differenza della vecchia borghesia industriale, tende a vivere di rendite finanziarie ed extraprofitti che nascono dall’intreccio perverso di Stato e Mercato (dalla vendita di armamenti agli appalti per lo smaltimento dei rifiuti fino alle grandi opere), sia nella gestione diretta dei grandi traffici illegali. Come l’aristocrazia terriera, la borghesia mafiosa disprezza il lavoro manuale e l’impegno civile ma, a differenza dell’aristocrazia europea, e anche di quella cinese e di altre civiltà, che ci ha lasciato capolavori d’arte e monumenti straordinari, tende a mostrare il suo potere attraverso l’ostentazione di quelli che Thorstein Veblen chiamava «consumi vistosi». I suoi investimenti sono prevalenti nella sfera commerciale e finanziaria, e da questa tendenza nasce un connubio, sempre più complesso, tra borghesia finanziaria e borghesia mafiosa, fra traffici legali e illegali, per cui oggi è difficile stabilire dove comincia uno e dove finisce l’altro .

Ma la sua caratteristica peculiare è quella di essere, allo stesso tempo, locale e globale, di avere una straordinaria capacità di conciliare «tendenze apparentemente in contraddizione tra loro quali la riscoperta, da un lato, della territorialità, persino nelle sue forme estreme di rivalutazione dell’appartenenza etnica, e la rivendicazione enfatica, dall’altro, dei vantaggi del processo di globalizzazione dei mercati». In breve, si può dire che la borghesia mafiosa sia stata più capace della borghesia industriale – quella operosa e illuminata, innovativa e acculturata – di rispondere alle sfide della globalizzazione e ai conseguenti processi di delocalizzazione che hanno fatto perdere alla grande borghesia i suoi legami con il territorio di appartenenza. Ed è questa una questione centrale: scegliendo la strada della delocalizzazione selvaggia, della rendita finanziaria, il grande capitale (i grandi imprenditori, come li chiamava Schumpeter), hanno perso di legittimità politica, hanno lasciato un vuoto di potere che viene colmato dalla borghesia mafiosa emergente.

Il caso italiano

L’Italia, come tanti sanno ma dimenticano, è uno straordinario «laboratorio politico» della modernità, non solo perché è in questo paese – come ha mostrato Braudel– che sono nate le prime forme di capitalismo, non solo in quanto è nel nostro paese che è stato inventato «il fascismo» , ma anche perché è l’unico paese occidentale e industrializzato che abbia fatto registrare – per più di venti anni – l’inquietante fenomeno delle «Stragi di Stato», che sono la conseguenza dell’intreccio tra servizi segreti, poteri occulti, finanza e organizzazioni criminali. Ed è sempre nel nostro paese che registriamo la presenza più inquietante, capillare, delle diverse mafie, nonché la nascita di una vera e propria nuova borghesia mafiosa (o criminale). Il fenomeno era stato denunciato, già negli anni Ottanta, da studiosi di chiara fama come Pino Arlacchi e Umberto Santino, ed è stato rilanciato dallo scrittore Roberto Saviano con Gomorra. Al di là degli aspetti controversi di questo best seller, c’è una cosa che è stata sempre sottovalutata: Saviano chiama i casalesi «imprenditori», non camorristi. Cerchiamo di chiarire la differenza usando la testimonianza di un valente magistrato, il sostituto procuratore antimafia Alberto Cisterna: «Esistono reciproche convenienze tra ‘ndrangheta e borghesia mafiosa, da intendere non come marginali poteri oscuri, ma come una sottosocietà di professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni che in una comunità virtuosa non avrebbero spazio».

In generale, non sono i Riina o Provenzano, quanto per citare noti mafiosi, i componenti di questa nuova classe sociale, bensì imprenditori, professionisti, politici ecc. Anche se ci sono i segnali che i superboss si stanno trasformando, appaltando ad altri la parte militare del potere mafioso. Per rendere plasticamente visibile questo fenomeno vediamo alcuni esempi recentissimi.

Il primo febbraio scorso, Giuseppe Grigoli, imprenditore nel settore della grande distribuzione, padron della Despar in Sicilia è stato condannato a dodici anni di reclusione, col sequestro del patrimonio di beni per 250 milioni di euro, perché in affari con il superboss e super-ricercato Matteo Messina Denaro. Da titolare di una modesta bottega di generi alimentari il Grigoli cambiò la sua vita quando, a metà degli anni Settanta entrò in affari con la mafia locale fino ad arrivare a essere organico alla gestione degli affari di Messina Denaro.

Il 3 febbraio scorso, vengono indagati tre imprenditori di uno dei più lussuosi alberghi calabresi: il “Parco dei principi” di Gioiosa Jonica, albergo a cinque stelle. Secondo i magistrati il complesso è stato realizzato con fondi pubblici e denaro della ‘ndrangheta.

Il 31 gennaio a Catanzaro vengono arrestate ventisette persone, tre società coinvolte e diversi imprenditori nel settore dell’autotrasporto, del mercato ortofrutticolo ecc.

E potremmo continuare con centinaia di esempi che vanno ben al di là dell’area meridionale, come ci dimostra la quota crescente di sequestri di beni della borghesia mafiosa nel Nord Italia. Anzi, secondo alcuni autori, lo stesso miracolo economico del Veneto è stato possibile grazie all’afflusso di capitali illegali (criminali), al punto di farli diventare elemento costitutivo di quel modello di sviluppo.

Ma l’Italia costituisce anche un caso speciale, una vera e propria avanguardia, nella lotta contro le mafie. Certamente in campo legislativo, ma soprattutto per l’utilizzo dei beni della criminalità organizzata e alla nuova borghesia mafiosa. Ormai sono decine le imprese sociali/cooperative che gestiscono terreni , immobili e fabbriche confiscate e le fanno funzionare grazie all’inserimento nei circuiti «virtuosi» dell’Altreconomia. Queste esperienze, che crescono e si moltiplicano in tutto il paese, ci danno un chiaro messaggio: solo creando un’economia solidale è possibile costruire un modello alternativo a quello dell’accumulazione mafiosa. E ci spingono anche a porci un punto di domanda: la deriva criminale del capitalismo offre spazi nuovi e inediti per una redistribuzione della ricchezza e un uso sociale delle risorse? In altri termini: il capitalismo criminale accentua le contraddizioni e impone la sperimentazione di nuove relazioni sociali e modelli economici?

*

1)      Fernand Braudel nel suo magistrale saggio La dinamica del capitalismo sostiene che le prime forme di capitalismo hanno origine nei commerci «di lunga distanza» dove i rischi e i guadagni sono eccezionali, mentre nell’«economia di mercato» il profitto è socialmente e istituzionalmente regolato. In Marx ci sono diversi accenni all’extraprofitto che si registra quando si crea un nuovo settore industriale e alla base dell’accumulazione originale. In Schumpeter è l’innovazione – di prodotto, processo, mercato – che crea un extraprofitto finché non viene copiata, come avviene in tutte le situazioni in cui si determina un monopolio.

 

 

 

 

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Articolo Giorgio Vasta, Alfabeta2

7 aprile 2011

 

 

 

Riporto l’articolo di Giorgio Vasta pubblicato da Alfabeta2, come prova di scrittura virtuosa e strutturata sul ragionamento. Il testo è l’estratto di un intervento presentato a Trento lo scorso 11 novembre in occasione del Simposio Internazionale Pro e contro la trama.

Titolo

Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it

Testo

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.

La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.

Ogni francobollo fa accedere a un breve filmato o a una sequenza fotografica. A dominare è il sensazionalismo: tra i partecipanti alla maratona di New York c’era anche Edison Pena, uno dei minatori cileni rimasti intrappolati nella cava di San Josè; Baby Rasta si calma solo con il reggae; nel Regno Unito la regina Elisabetta è su facebook; Lory Del Santo ha dichiarato: «Mi piacerebbe diventare la first lady di Berlusconi».

Contro gli stupidari non ho nulla, credo anzi che contengano in sé – se accuratamente decontestualizzati e costretti a un detournement – uno straordinario potenziale eversivo e che possano funzionare come una miniera dalla quale ricavare suggestioni. Solo, mi incuriosisce la complicità tra le due macrocategorie informative presenti sulla home della Repubblica.it. Soprattutto mi interessa riflettere sul bisogno di erotizzazione del mondo, parzialmente soddisfatto attraverso la sua riduzione a notizia, al quale anche la Repubblica.it aderisce. Al difetto di erotismo che connota lo sgranarsi di eventi sulla colonna di sinistra risponde la sessualizzazione – esplicita o cifrata, anarchica e dionisiaca – portata dalla colonna di destra. L’attenzione e il pensiero, costretti a sinistra a una specie di disinfezione erotica, recuperano a destra una dimensione felicemente libertina. È evidente che la fusione, la con-fusione, in atto in Italia tra il politico «disinfettato» – il vecchio modello democristiano che faceva coincidere corpo politico e offertorio – e il politico «erotico» o meglio «pornografico» (un clamoroso ritorno del rimosso) porta ulteriormente avanti questo processo. Ed è altrettanto evidente che in tutto ciò il corpo di Berlusconi è la figura del collasso, il punto di fusione. Berlusconi è la temperatura alla quale l’Italia – il solido amorfo nel quale viviamo, il paese di vetro – fonde.

Queste due colonne vertebrali, che nella grafica della home page della Repubblica.it si allungano separate e parallele, a un livello sostanziale, al livello cioè della struttura simbolica e politica di questo sito, sono intrecciate, profondamente avvinte, elicoidali: il codice genetico di un’idea di comunicazione e al contempo la descrizione nuda e spietata dell’identità di una parte consistente della sinistra italiana.

La Repubblica.it non idealizza i propri utenti. Semmai li fidelizza. Ha dunque scelto di conoscerli, di metterli a fuoco, e si è resa conto che proporre esclusivamente un’informazione regolata su un codice giornalistico di tradizione anglosassone non è funzionale; se accanto a una colonna di sinistra informativa non si prevede anche la presenza del joker, del fool che ghigna e irride, il discorso risulta insufficiente e l’attenzione – ma ancor più la fidelizzazione – declina. La Repubblica.it sa che il suo utente – ma forse più esatto sarebbe parlare di spettatore – desidera informazione ma al contempo ha bisogno di dipendenza, e sa che gli spot emotivi sintetizzati nei francobolli della colonna divertissement – di fatto vere e proprie percezioni del vuoto, legami erotici inconseguenti, inabissamenti scherzosi in un amnios senza forma e senza fine – sono in grado di generare dipendenza. Soprattutto, questi spot-francobolli sono funzionali a una continua strategica interferenza.

Buona parte della trama del presente si fonda su meccanismi che se a una prima analisi possono apparire aberranti si rivelano poi, a uno sguardo più attento, paradossalmente adeguati all’adattamento a un ecosistema mutato. Il nostro corpo, la nostra storia, si muove su uno sfondo organizzato nella forma del brusio. Per muoverci da A a B, fisicamente o psicologicamente, dobbiamo appunto attraversare il cosiddetto «rumore di fondo». Quando il nostro movimento si confronta con la rete è come se, cronenberghianamente, immergessimo le nostre teste nell’oceano al contempo superficiale e profondissimo dei pixel, nel nido di vespe dal quale si leva un ronzio semiassordante.

Il combattimento continuo con il rumore di fondo – il tentativo di andare avanti verso la propria meta, di restarne consapevoli, di mantenerne in vita la percezione e il senso, seppure transitorio – è la cifra di quello che ci accade. Ma il rumore di fondo è centripeto, esigente, pretende di attrarre tutto a sé, vuole assorbire la figura e trasformarla in materia dello sfondo. Dunque, sapendo di poter contare sulla nostra complicità, ci costringe a un dialogo fitto e reiterato con una moltiplicazione di nodi tanto fosforescenti nel momento in cui ci attraggono quanto evanescenti quando, esaurita la loro funzione, ci ritroviamo dentro una pagina internet senza ricordarci come ci siamo arrivati e senza ricordarci che cosa, in origine, eravamo andati a cercare.

Se la colonna di sinistra della Repubblica.it, per quella che è la sua natura statutaria, presume di descrivere il mondo, quella di destra corrisponde al modo in cui il mondo ha bisogno di sabotarsi. Di invalidarsi. La distrazione – il procrastinare, il vagare, l’introiezione del nido di vespe che dall’esterno slitta al nostro interno e coincide con il contenuto della nostra testa – serve a dare concretezza a un inconsapevole progetto di dismissione della nostra memoria a breve termine e alla sua sostituzione con un morbidissimo buco nero. Gli spot microemozionali della colonna di destra della Repubblica.it sono, come detto, percezioni del vuoto; il nostro sguardo si nutre di vuoto, di smaterializzazione: minuti ore e secoli dopo (non sappiamo più dopo che cosa) ci ritroviamo a osservare il monitor e tutto lo spazio intorno semiconsapevoli di essere immersi in un transito di senso.

Ma mentre tutto ciò che è spam è in azione, la colonna di sinistra non smette di funzionare e, anche tramite l’induzione di un senso di colpa, ci domanda attenzione. A quel punto si definisce la nostra naturale schizofrenia. Perché mentre il nostro sguardo – questo fierissimo Ulisse della conoscenza – muove verso sinistra in cerca della notizia, le sirene conficcate nei quadratini alla nostra destra lo irretiscono cantando se non addirittura strepitando per farsi ascoltare; ne discende un tragicomico strabismo divergente nel quale si concentra una piccola apocalisse, la rivelazione della nostra attuale consistenza: la partecipazione – anche nella sua manifestazione preliminare di ricerca di informazione – è una prassi ibridata e contraddittoria. Ed è inesorabilmente consumo.

La Repubblica.it ha compreso che il suo spettatore deve consumare mondo, deve consumare Italia: il suo spettatore è un piccolo cannibale che seduto mite davanti al proprio computer trascorre il tempo rosicchiando Berlusconi, Bossi, Bersani e Ruby Rubacuori, Lele Mora e Rosy Bindi. Ma la dieta ideale prevede anche l’assunzione di nuclei ipercalorici: Franco Califano chiede la legge Bacchelli: «Adesso sono povero»; Kirsten Dunst si arrende: anche per lei ciak in topless.

Al perfezionamento ultimo di questa dieta politico-alimentare sta provvedendo la metamorfosi in atto rendendo indistinguibili – in termini di forma e contenuto – lo specifico nutrizionale delle due colonne. La soglia che formalmente le separava è quasi del tutto cancellata e imperversa un crossing-over prepotente di strutture e sostanze, un’emulsione che polverizza differenze e gerarchie. Al di là dei nomi propri ci sembra del tutto naturale trovare quanto riguarda Fabrizio Corona nella colonna di sinistra e quanto riguarda Silvio Berlusconi nella colonna di destra (sapendo che già adesso, e da tempo, una biografia contiene in filigrana l’altra).

E qui ritornerebbe quanto detto a proposito di Berlusconi come punto di con-fusione: Berlusconi è la trama elicoidale del nostro presente, la sintesi delle contraddizioni, il luogo della coesistenza degli opposti, non l’attore in scena bensì il teatro intero, la più potente estroflessione del bisogno pubblico – ormai famelico – di un privato «tramato».

Nel momento in cui il confine formale tra le due colonne si dissolve ci ritroviamo nelle condizioni di Psiche che nel racconto di Apuleio deve confrontarsi con un enorme mucchio di granaglie nel quale sono mescolati semi di miglio frumento orzo papaveri ceci e lenticchie. Ogni grano va distinto dall’altro e i semi vanno radunati in mucchi omogenei. Diversamente da Psiche, costretta suo malgrado a discernere per passare dal caos al cosmo, noi affrontiamo il caos come strutturale e fisiologico; talmente naturale che nessun trauma viene a visitarci: il mucchio delle granaglie – un altro modo nel quale il mondo ci domanda di essere, insieme a lui, rumore di fondo – tutt’altro che generare una sfida ha la capacità di assolverci. Di fronte a un’azione impossibile, un’azione diabolicamente adulta, veniamo confortati nel nostro bisogno di essere eternamente – ed estremisticamente – figli. E del resto, mentre osserviamo il magma di semi – semi che invertono il proprio connotato elettivo e si fanno forma della sterilità – sappiamo che nessuna formica, diversamente da quanto accade a Psiche, verrà in nostro soccorso. Meglio allora restare fermi e aspettare, contemplare questo oceano di pixel vegetali, ma mai e poi mai cominciare.

La home page della Repubblica.it mi propone un racconto del mondo direttamente connesso all’idea di cambiamento. Fino a quando l’unico strumento in grado di informarci erano i giornali cartacei, il mondo cambiava una sola volta al giorno (quando leggendo i giornali – durante l’hegeliana mattutina preghiera dell’uomo moderno – prendevamo atto dei mutamenti); radio e televisione hanno modificato la frequenza di «approvigionamento» di informazioni permettendoci di ascoltare e guardare notizie con una cadenza ben precisa e regolata (tanto che le rare edizioni straordinarie facevano irruzione come eccezione, dunque come trauma, aritmia, un’accelerazione violenta nell’ordinata tramatura del tempo); l’avvento della rete, nel consentirci una cronaca in diretta del mondo, ci ha indotto a pensare che il mondo sia una cosa in continuo aggiornamento, una ragnatela di eventi dalla quale ricaviamo un’illusione di densità. Il fatto poi che in rete io non debba limitarmi ad aspettare un aggiornamento esterno ma possa intervenire attivamente stimolando una zona sensibile del monitor in grado di mostrarmi, di riflesso, un mutamento, genera quella perfetta allucinazione a partire dalla quale, persuasi di essere in grado di convocare il mondo, riteniamo di riguadagnare un fantasma di soggettività storica.

E dunque: sto sulla home page della Repubblica.it, clicco su aggiorna, sulla colonna di sinistra compare una notizia che un istante prima non c’era o evolve una notizia già presente e io sento il mondo respirare, ne intercetto il battito cardiaco, mi installo tra sistole e diastole: di fatto vedo il tempo mutare; dunque penso di essere nel divenire che modifica le cose, dentro quella particolarissima eccitazione: la mia soggettività – storica e politica – si incunea nel mondo, dà del tu al mondo e dal mondo è ricambiata.

Se però faccio tre passi indietro e sollevo lo sguardo riconosco di colpo il mondo minerale e immoto, il tempo duro e inscalfibile, indifferente, e mi rendo conto che è solo il vago pulviscolo di pixel che lo circonda – questa cenere bianca elettrica in sospensione che poco a poco si deposita – a darmi la sensazione che esista un movimento.

 

 

 

 

 

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La decrescita non è impoverimento, Alfabeta2

8 febbraio 2011

 

La decrescita non è impoverimento è l’articolo di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, pubblicato da Alfabeta2 il 7 febbraio 2011.

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.

 

La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella crescita il dogma che non può essere messo in discussione. C’è ormai una presa di coscienza sempre più diffusa del fatto che non ci può essere una crescita illimitata in un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i “limiti della crescita”. Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura, distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento: essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di principio, la diminuzione di beni e di servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo, incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso. Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non mercantili di beni e servizi.

 

Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento, occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo conterrà sempre il richiamo al fatto che “al mondo ci sono x milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno”, dove appunto si intende che “povertà” sia definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi, sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, ci possono essere, come in certe epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l’espressione di un fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita, pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati dai grandi proprietari terrieri (le famose enclosures sulle quali ha tanto insistito Marx). È chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi avevo diritto a una casa, al cibo, spesso agli abiti, e a uno scarso reddito monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il pagamento di un affitto1.

Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere, oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali. Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in una situazione di disperazione.

 

Il punto è che ciò che comunemente si chiama “sviluppo dei paesi poveri” consiste essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che l’effetto di questo sviluppo sia la creazione di povertà autentica, disperata, invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo abituati)2. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta a una tesi che ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati, e la decrescita è una strategia di salvezza per l’intera umanità3.

Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in riferimento allo status medio della società nella quale si vive e alle merci che essa considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti, l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile, oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo aggiornamento.

L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e socialmente determinati della povertà stessa.

Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La recessione è la diminuzione del Pil in un quadro immutato di mercificazione dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il vestiario per seguire la moda e così via), ma non ha più il reddito monetario per soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.

 

La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo. Decrescita significa che il Pil diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati, oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello, non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane ricche e rapporti di comunità significativi.

La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in modo automatico.

Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.

Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita stessa.

 

La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta contro questo immaginario.

1. A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia, che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.

2. Ovviamente la dinamica reale dello «sviluppo» nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse situazioni. Ci possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di «povertà».

3. Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente diffuse nei paesi «poveri», debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale tipico del capitalismo.

 

Le fotografie pubblicate appartengono a Magnum Photos: l’autore è David Seymour

 

 

 

 

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La retorica della comunicazione, Alfabeta2

8 febbraio 2011

 

La retorica della comunicazione è l’articolo di Anna Maria Lorusso pubblicato da Alfabeta2 il 7 febbraio 2011. Un’analisi ficcante del linguaggio mediatico (televisivo) dominante. L’autrice è vigile osservatore e sottile ascoltatore.

Molte volte nel corso dell’anno appena terminato abbiamo letto del pericolo che corre l’informazione, tra tentativi di legge-bavaglio, ritorni censori, dossieraggi e la solita, insoluta, questione del conflitto di interessi. Poco si parla, però, a nostro avviso, di un problema dell’informazione meno evidente ma ugualmente grave e che meriterebbe analoga attenzione: il diffondersi di tentazioni veritative e assolutistiche: monologiche. Cerchiamo di spiegarci.

È ovvio che in un panorama mediatico polifonico, plurale e libero ogni soggetto autorizzato a parlare dovrebbe essere garantito nel suo diritto di parola. Tuttavia, ci pare che sarebbe altrettanto essenziale che ogni soggetto autorizzato a parlare si limitasse a farsi portavoce del proprio punto di vista, del suo credo e dei suoi valori, senza volontà di prevaricazione dogmatica. Più volte invece ci siamo trovati in questa situazione, e troppo spesso forse senza accorgercene neanche. Il “monologismo” si sta facendo sistematico, abitudine diffusa, stile informativo, forse cifra epocale. Non dobbiamo pensare solo allo stile inquisitorio del Giornale o alle urla sguaiate e pre-politiche di Beppe Grillo. Forse dobbiamo anche riflettere su chi, da una parte e dall’altra dell’arena politica, predica il ritorno ai fatti o presenta le proprie inchieste come Verità, e non come indagini (soggettive, interessate, parziali, seppur – auspicabilmente – corrette).

Serpeggia, insomma, secondo noi,  e senza  troppe dissimulazioni, una tendenza all’assolutizzazione del proprio discorso, tanto a destra quanto a sinistra, che non fa bene né all’informazione né alla democrazia, né alla coscienza critica del paese.

Per intenderci, chiameremo questa patologia “retorica della verità” e cercheremo nelle prossime righe di chiarirne alcuni tratti caratteristici.

Anzitutto, all’interno della retorica della verità, la posta in gioco non è il proprio argomento (che è pur sempre una forma di opinione), ma la definizione di unìoggettività non controversa. Il discorso deve arrivare a una conclusione non discutibile. Ai fatti. Alle cose come sono, come sono andate veramente. Che è un altro modo per dire: alla Verità.

Non a caso sembra ritornato in auge il genere-inchiesta, da D’Avanzo su Repubblica a Report – con inchieste sempre meno connotate come reportages, racconti del proprio percorso di scoperta, e sempre più qualificate invece come percorsi di disvelamento, di messa in evidenza della autentica realtà delle cose, o come discorsi fondativi, che aspirano a ridefinire da zero i termini della questione.

All’interno di questa prospettiva, in secondo luogo, spesso non ci sono possibilità e sfumature, ma solo necessità e valori manichei;  ci sono per lo più affermazioni dichiarative, enunciati constativi e assertivi (fatti di verbi all’indicativo presente dell’eternità, di schemi sintattici semplici che danno l’impressione dell’evidenza chiara e distinta che si manifesta) spesso con verbi deontici: spiegano quel che si deve, si dovrebbe, si sarebbe dovuto fare, dire, pensare (assumendo un criterio di dover essere e dover fare indiscutibile).

Inoltre, e soprattutto, le argomentazioni sono spesso paralogistiche, basate cioè non su forme di ragionamento e deduzione corrette ma su ragionamenti fallaci: premesse che non giustificano conclusioni generalizzabili (ma ad esempio conclusioni solo parziali – ed è tutta un’altra cosa), false premesse (non verificate), auctoritates che non sono effettivamente tali (che non sono, per esempio, dati scientifici, pareri di esperti autorevoli, studi che hanno già passato il vaglio della comunità scientifica) ma che sono solo la riformulazione delle proprie affermazioni.

Una delle strategie tipiche della retorica della verità, infatti, è proprio la costruzione di referenze interne, ovvero la costruzione discorsiva (dunque all’interno del proprio dire)  di un piano di riferimento e sostegno argomentativo, che non è fatto in realtà da “prove”, auctoritates, ma da pseudo-verità costruite dal proprio stesso discorso e riutilizzate in fasi successive dell’argomentazione come garanzie di quel che si va dicendo, in un evidente circolo vizioso di autoconferma. Un po’ come quando si usano i risultati dei sondaggi come prove di qualcosa, facendo finta di non sapere che i sondaggi non scoprono verità ma costruiscono dati.

In prospettiva semiotica, questo tipo di retorica è una delle possibili strategie veridittive che il discorso informativo ha a disposizione, uno dei possibili modi che il discorso può assumere per costruire discorsivamente la verità. L’idea di fondo è che i discorsi non ci mettono mai di fronte alla Verità ma di fronte alla costruzione delle loro verità. Le parole, i testi (anche quando hanno le migliori intenzioni) non riflettono, non rispecchiano il vero oggettivo, perché ormai da secoli anche la filosofia è concorde nel non attribuire alla verità lo statuto di evidenza; ma costruiscono una certa verità, e cercano di convincercene. In gioco, nel discorso informativo, dovrebbe essere la credibilità, l’attendibilità di chi parla e la fiducia che quel che dice (e come lo si dice) ispira, non la  correttezza, la giustezza – perché quasi mai abbiamo effettivi criteri di giudizio per valutare la corrispondenza del detto ai fatti, mentre sempre abbiamo o dovremmo avere criterio e strumenti critici per discernere ciò che è ben argomentato da ciò che non lo è, ciò che è più manipolatorio da ciò che è più aperto e chiaro, ciò che è più convincente da ciò che lascia più spazio ai dubbi.

A questo – all’esercizio critico di discernimento su quel che si dice, sulla attendibilità delle fonti, sulla trasparenza del proprio punto di vista – il nostro sistema mediatico e in generale il dibattito che gli sta intorno ci prepara molto poco, mentre l’attenzione resta completamente assorbita dalle voci urlate di chi da una parte e dall’altra (sul Giornale come sul Fatto quotidiano, al Tg1 come ad Annozero) vuole imporre una verità unica, monolitica, incontestabile.

Attenzione: il punto non è fornire e garantire sempre il contraddittorio, l’ossessione di mettere insieme portavoce di pareri opposti per tacitare la buona coscienza che vuole la neutralità. La nostra sensibilità vorrebbe proprio che il contraddittorio non avesse diritto di esistenza, che la neutralizzazione delle opinioni che il contraddittorio produce non trovasse terreno, perché siamo convinti che proprio la neutralità sia una chimera – la chimera di chi vuole predicare l’evidenza della verità, nascondendo la propria argomentazione, ammantando le proprie inchieste di oggettivismo, di neutralità, di scientificità, come se un parere soggettivo ma autorevole,  una ricerca personale ma documentata, non potessero, per ciò stesso, meritare attenzione e rispetto.

Il problema è diventato particolarmente palese con il caso (virtuoso) di Vieni via con me e dei discussi inviti in trasmissione di Fazio e Saviano: la vedova Welby, Beppino Englaro, entrambi “rappresentanti” di una stessa posizione. La sedicente neutralità voleva che fosse invitata una voce contraria, che creasse l’agognato dibattito. Per fortuna Fazio e Saviano hanno rifiutato questa logica rivendicando rispetto per la parzialità di un racconto e di un’esperienza che certo è di parte, è personale, ma non per questo deve indurre la contraddizione.

Il timore che stiamo iniziando ad avvertire è che si stia confondendo la libertà di informazione con il diritto di neutralizzazione delle opinioni, e che si stia scambiando il valore della onestà informativa con quello della rassicurazione veritativa.

C’è qualcosa di populistico nella retorica della verità che sta prendendo piede – che, inutile dirlo, fa sistema con vari altri virus della nostra epoca.

 

 

La libreria

 

 

 

 

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Lettera di Umberto Eco a Tremonti

28 gennaio 2011

 

Lettera di Umberto Eco (sito personale) a Giulio Tremonti (sito personale) pubblicata da Alfabeta2 (numero 06, Gennaio-Febbraio 2011).

 

Non si mangia con l’anoressia culturale

Umberto Eco

Gentile ministro Tremonti,

scrivo a Lei perché qualcuno, probabilmente uno sciocco e un suo nemico, le ha attribuito la frase che la cultura non si mangia, o qualcosa di simile. Non mi risulta che Lei, a salvaguardia della Sua reputazione, abbia energicamente smentito, e quindi dovrà portarsi dietro questa leggenda metropolitana sinché vive. Si figuri che io mi trascino dietro la diceria che scrivevo le domande per Lascia o Raddoppia, e benché chi le scriveva davvero abbia a suo tempo pubblicamente smentito; ma tant’è, ritrovo questa notizia ora qui ora là, e pazienza, perché al postutto, non c’era nulla di vergognoso a inventare la domanda sul controfagotto o quella sull’uccello sul quale, a detta di Mike Bongiorno, era caduta la signora Longari. Ma cadere sulla cultura è disdicevole.

E quindi indirizzo questa lettera a Lei e, se Ella è vergine di tanto oltraggio, la passi a chi di competenza – e amici come prima.

Una sola cosa voglio precisare. Fingendo che l’autore dell’infausta boutade sia stato Lei, parlerò non come si parla a un poeta ma come si parla a un economista, o addirittura a un diplomato in Scienze economiche e commerciali. Parlerò cioè in termini di Soldi, non di Valori spirituali. Farò finta che Dante e l’università, Raffaello e il liceo classico e scientifico, Morandi e Calvino, siano solo una pania per i gonzi (mi pare che lei a proposito degli insegnamenti umanistici abbia parlato un giorno di aria fritta). Non importa, mi chiederò solo quanto si mangia con Raffaello e Giuseppe Verdi.

Dobbiamo ovviamente chiarire, se vogliamo parlare in termini economici di “consumi culturali”, cosa si intende per “cultura”; e non mi occuperò dell’”accezione antropologica” del termine (cultura come insieme di valori e comportamenti) per cui esiste una cultura del cannibalismo, una cultura mafiosa, o una cultura del velinismo berlusconiano. Parlerò di cultura nei termini più banali, come di produzione creativa (pittura e letteratura, musica e architettura), di consumo di questa produzione, di organizzazione dell’educazione (scuole di ogni grado) e di ricerca scientifica.

In termini economici il Louvre, il Metropolitan Museum of Art, la Harvard University (e tra poco quella di Pechino) sono imprese che fanno un sacco di soldi. Credo che, bene amministrati come sono, facciano un sacco di soldi anche i Musei vaticani. Un sacco di soldi potrebbero fare anche gli Uffizi o Pompei, e sempre mi domando come mai l’Italia, di cui si dice che abbia circa il 50% delle opere d’arte esistenti al mondo (per non dire del paesaggio, che non è male), abbia meno indotto turistico della Francia o della Spagna, e naturalmente di New York. C’è qualcosa che non funziona, qualcuno che non sa come far soldi (e mangiare) con la cultura nazionale.

New York non è la città dove si fa la politica degli Stati Uniti (quella è Washington), non è la città o lo Stato dove risiedono le maggiori industrie della nazione (è niente rispetto al Texas o alla stessa California); eppure quando si parla degli Stati Uniti (e quando i turisti acquistano pacchetti per voli charter e sette giorni allo Hilton) si pensa a New York. Perché il prestigio di New York è dato dai suoi scrittori, dai suoi musei, dalla sua moda e dalla sua pubblicità, dai suoi quotidiani e riviste, dalla gente che va al Carnegie Hall o ai teatri off Broadway, per cui farà sempre più opinione nel mondo il New York Times che l’ottimo e rispettabilissimo Los Angeles Times. Si badi che così non la pensa la maggioranza degli americani, che ritengono New York una Babilonia fatta di italiani, ebrei e irlandesi, ma così pensa il resto del mondo e il prestigio degli Usa si basa sulla cultura newyorkese.

L’esercito degli Stati Uniti (sempre vincitore nei film di Hollywood) non sbaraglia il nemico in Vietnam, in Afghanistan, in Irak, ma gli Usa vincono (in prestigio ) a New York. Sì, lo so, poi c’è il resto dell’economia che tiene nei vari Stati, ma suppongo che anche quando l’economia cinese avrà sconfitto quella americana i cinesi si rivolgeranno ancora al mito di New York. Con la cultura gli Usa mangiano.

Pensi a cosa è successo con Cesare Battisti. Un manipolo di intellettuali francesi (non tutti dei più grandi) ha deciso di difendere Battisti come una vittima della dittatura, manifestando completa ignoranza delle cose italiane e considerando, come accade talora ai peggiori dei nostri cugini d’Oltralpe, il resto del mondo come repubbliche delle banane. Bene, questo esiguo manipolo d’intellettuali ha convinto il governo brasiliano là dove il governo italiano non c’è riuscito. Sarebbe accaduto lo stesso se al governo ci fossero stati, che so, Andreotti o Craxi? Non so, sta di fatto che il mito dell’intelligencija francese ha vinto su quello della cultura delle veline (e mi spiace, per una volta tanto ero solidale col governo in carica perché rappresenta pur sempre il nostro paese e deve difendere, almeno all’estero, la dignità di quella magistratura che sputtana in patria).

Insomma, anche in termini monetari e di influenza politica (non calcolo neppure il peso di dieci premi Nobel), con la cultura si mangia. So benissimo che non abbiamo soldi per sostenere università come Harvard, musei come il MoMA o il Louvre, però basterebbe cercare, e ferocemente, di non buttare via il poco che abbiamo.

Certo che, se in quel poco non ci crediamo, abbiamo perso in partenza. Non si mangia con l’anoressia culturale.

L’articolo è pubblicato su Alfabeta2, numero 06 Gennaio-Febbraio 2011

 

Le fotografie pubblicate appartengono a Magnum Photos e sono state scattate da Henri Cartier-Bresson.

  1. GB. London. 1951. British Museum. Head of one of 4 horses from Chariot of Selene, Goddess of the Moon, which was originally in the East pediment of the Parthenon in Athens.
  2. IRELAND. Munster. County Tipperary. 1952. Ballykisteen stud farm.
  3. USA. NYC. Brooklyn. 2nd Avenue. A café. 1947.
  4. FRANCE. Paris. 1973.

 

 

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