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L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, Marco Santagata

30 novembre 2011

 

 

L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante è il saggio con cui Marco Santagata – docente di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa – offre uno studio sistematico dell’opera e della figura storica del sommo poeta fiorentino. L’autore si sofferma sui principali momenti della sua produzione, dalla Vita Nova al De vulgari eloquentia, alle Rime e alla Commedia, mettendone magistralmente in luce i tratti essenziali, la raffinata tecnica di costruzione dei personaggi e la fitta trama di rimandi che il poeta tesse consapevolmente in uno straordinario sforzo di sistematicità. Da questo sfondo emerge, sopra ogni altra cosa, l’io del poeta: autore, narratore e personaggio insieme, che sempre usa il dato autobiografico contingente per investirlo di una portata universale, trovando destino e fatalità dietro i fatti della sua stessa vita.

 

Come descrivere dunque il “sistema Dante”? Nel suo libro su Petrarca più importante, I frammenti dell’anima, Santagata aveva letto la storia del Canzoniere – l’evoluzione della struttura, le modifiche puntuali – alla luce della biografia del suo autore. L’io e il mondo è, per certi versi, un esercizio simmetrico: è la biografia di Dante vista, intuita, ricostruita attraverso le sue opere. Dante, infatti, si presta. I dati certi sulla sua vita sono pochi; i documenti sono scarsi. Che cosa abbia fatto, come abbia vissuto a Firenze sullo scorcio del Duecento non lo sappiamo. E i vent’anni dell’esilio sono, per noi, quasi solo un rosario di nomi: Lunigiana, Bologna, Verona, Romagna, Malaspina, Scaligeri, da Polenta… Della vita di Petrarca, nato mezzo secolo dopo, sappiamo infinitamente di più. Eppure Dante ci è familiare, più familiare di Petrarca, perché Dante non fa che parlare di sé nelle sue opere.
Questa propensione all’auto-fiction è abbastanza normale oggi, nei nostri tempi post-romantici e post-psicanalitici, ma non lo era nel Medioevo. Da questo punto di vista, Dante non è esattamente, come si dice, un “uomo del suo tempo”. Chi lo ha letto ricorda le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova si ripromette di dire della donna amata “quello che mai non fue detto d’alcuna”; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio prende su di sé il compito di illuminare con la sua filosofia “coloro che sono in tenebre e in oscuritade”, e commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, al modo in cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. Tutto questo è noto e non meraviglia troppo, perché ricade nella categoria, antica almeno tanto quanto moderna, dell’orgoglio del l’artista. Ciò che distingue veramente Dante da altri suoi colleghi, medievali e moderni, è un’altra cosa, e cioè il fatto che egli non crede soltanto di possedere un talento fuori del comune, e di essere perciò un individuo eccezionale, ma ritiene anche che gli sia stato riservato un destino fuori del comune, ovvero che la sua esistenza personale trascorra all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza va molto al di là della sua semplice persona. Come scrive Santagata, “se c’è un tratto che si mantiene inalterato lungo tutto il corso dell’avventura umana e intellettuale di Dante è il suo sentimento di essere diverso. Che si consideri un intellettuale e un poeta fuori dal coro o, addirittura, un profeta contro il coro, egli si sente investito della missione di cambiare il mondo”.
Questo saggio esplora questo sterminato territorio tra finzione e autobiografia, che è appunto il territorio nel quale cade buona parte dell’opera di Dante. I risultati di questa esplorazione sono spesso eccellenti. L’autore riesce a farci vedere sotto una luce nuova argomenti e testi sui quali si poteva credere che tutto l’essenziale fosse già stato detto.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Claudio Giunta pubblicato dal settimanale Domenica del Sole 24 Ore in data 13-11-11

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

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Ahi gente che dovresti esser devota,/e lasciar seder Cesare in la sella… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera

8 agosto 2011

 

 

 

 

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta dalli sproni,

poi che ponesti mano alla predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio dalle stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che ‘l giardin dello ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

de’ tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m’accompagne?»

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien della tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che nell’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto dell’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogni villan che parteggiando viene.

La Divina Commedia, Purgatorio, VI, 91-126

… Ovvero Mario Monti sul Corriere della Sera: Il podestà forestiero … Editoriale pubblicato in data 07-08-11.

 

I mercati, l’Europa. Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana! «Europeista» è un aggettivo usato sempre meno. «Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa. Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti. Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.

Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico». Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.

Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purché sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sé, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni. Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.

Scarsa dignità. Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anziché prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti. In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).

Downgrading politico. Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale. Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia. L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie. Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anziché fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.

Tempo perduto. Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti. La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società, dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.

Crescita penalizzata. Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita. Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni). L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.

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