Archivio per la categoria ‘Einaudi’

Goodbye, Columbus and Five Short Stories, Philip Roth

2 febbraio 2012

 

 

 

 

Pubblicato per la prima volta nel 1959, Goodbye, Columbus and Five Short Stories è il primo romanzo di Philip Roth.

È la storia di Neil Klugman e della bella e determinata Brenda Patimkin. Lui vive in un quartiere povero di Newark, lei nel lussuoso sobborgo di Short Hills, e si incontrano durante una vacanza estiva, tuffandosi in una relazione che ha a che fare tanto con l’amore quanto con la differenza sociale e il sospetto. Questo romanzo breve è accompagnato da cinque racconti, il cui tono va dall’iconoclasta al sorprendentemente tenero.

Con questo suo primo libro, premiato con il National Book Award, l’autore si è immediatamente affermato come scrittore dotato di un umorismo esplosivo, uno sguardo penetrante e impietoso e una grande compassione anche per i suoi personaggi più inclini all’autoinganno. A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Mr Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare. È abile, arguto, pieno d’energia, ed esegue la sua partitura da virtuoso (Saul Bellow).

Adesso Einaudi ripubblica il libro tradotto da Vincenzo Mantovani.

 

 

 

 

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin

20 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin è stata di recente ristampata dalla casa editrice torinese Einaudi. Fu scritta nel 1935 e più volte rimaneggiata. Ora viene riproposta in una versione infine filologica, corredata di note e varianti, a cura di Francesco Valagussa.

 

 

 

 

Nel 1934, sei anni prima di uccidersi al confine franco-spagnolo per sfuggire alla Gestapo, l’autore pronunziò a Parigi la conferenza intitolata L’autore come produttore. Regolato sull’orologeria della battaglia antifascista, sulle sue urgenze, il testo si interrogava su come intellettuali e artisti potessero riconvertire a un pronto uso rivoluzionario le macchine. Cioè, in senso largo, i nuovi mezzi capitalistici di comunicazione e produzione culturale: stampa, radio, fotografia… Lo stesso teatro, “che invece di entrare in concorrenza con i moderni strumenti” dovrebbe “applicarli e imparare da essi”. Se non altro per spezzare la divisione del lavoro, forare la diga che separa autore e pubblico. Tra guardinghe spinte utopiche – che l’effimera esperienza proto-sovietica dell’”arte socializzata” aveva galvanizzato, ma che il patto Hitler-Stalin del ’39 avrebbe presto raso al suolo – nell’autore si andava precisando l’idea che, nella grande mobilitazione moderna, a fare arte non è più, o è sempre meno, “il soggetto quanto piuttosto l’apparato tecnico” ricorda Massimo Cacciari: “O l’arte si immerge totalmente nel sistema dell’innovazione oppure cessa di avere un significato”. Riparandosi in forme consolatorie, passatiste, contemplative. O viceversa attivamente reazionarie: come quelle che, a suo tempo, Benjamin riconosceva nella movenza futurista, con la sua estetizzazione “fascista” della macchina-nuova bellezza. Tendenza che oggi sembra prolungarsi, ma in versione postpolitica, in quei linguaggi creativi che vibrano acriticamente al brivido di ogni pseudonovità tecnologica.

La metropoli dei passages – le gallerie commerciali – , dei grandi magazzini, delle Esposizioni Universali, è apoteosi del capitale, della forma-merce che si fa forma di vita, del denaro che rende ogni cosa equivalente, qualitativamente “indifferente”; ma, per le stesse ragioni, la grande città è anche il momento che innesca la contraddizione-lavoro, la lotta di classe, la rivolta. Perciò, l’artista moderno o è metropolitano – e si carica di tutti questi contrasti – oppure non è. In un altro suo saggio recente, La città (Pazzini editore), la post-metropoli attuale è inseguita come “delirio”, cioè continua cancellazione dei vecchi confini urbani. Quelli della città fordista, strutturata secondo le esigenze di produzione industriale e scambio del vetero-capitalismo, e ancora progettabile, pianificabile. Mentre oggi “la città è ovunque. Quindi non c’è più. Si è trasformata in città-territorio” e “non è dunque programmabile”. Un monstre. “Questo è il dramma di tutti gli architetti e gli urbanisti” contemporanei. Fuori da ogni retorica sociologizzante sulle neo-metropoli liquide, dalle incessanti metamorfosi (un’ex area industriale che adesso è un’università e domani sarà centro commerciale…) – la nuova forma della città è secondo Cacciari: “un unico processo di dissoluzione di ogni identità urbana”. Una dinamica che, obbedendo alla razionalità globale del nuovo turbo-capitalismo, si rivela, allo stato, razionalmente ingovernabile. “Oggi non sembrano esserci politiche in grado di governare efficacemente i territori” dice l’ex-sindaco di Venezia. “I problemi – basti pensare al più imponente: quello ecologico – potranno essere affrontati solo a livello sovracomunale, sovrastatuale, sovranazionale”. Ma dirne di più adesso sarebbe strologare. Quel domani è terra incognita, “Hic sunt leones” sorride Cacciari.

 

 

 

Il testo riprende due brani dell’articolo di Marco Cicala pubblicato su Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

Le immagini sono opere di Roy Lichtenstein

 

 

 

 

 

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Storia culturale della fotografia italiana e La Fotografia. Le origini 1839-1890 : libri sulla storia della fotografia

21 dicembre 2011

 

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) e La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) sono due importanti volumi sulla storia della fotografia.

Il 7 gennaio 1839 all’Académie des Sciences di Parigi viene dato l’annuncio che è stato scoperto “un metodo per fissare le immagini che si dipingono da soledentro una camera oscura”. La tecnica viene chiamata dagherrotipia dal nome di Jacques-Mandé Daguerre, ma già dodici anni prima Nicéphore Niépce, appassionato di chimica e incisione, aveva realizzato la più antica immagine fotografica. Niépce però moriva nel 1833 e il suo nome verrà dimenticato da chi ha perfezionato e reso accessibile il procedimento fotografico. Non è che la prima delle infinite questioni che raccontano una storia decisiva per la contemporaneità, e tuttavia in Italia a lungo sottovalutata. Nelle nostre università i corsi di Storia della Fotografia sono arrivati da poco più di vent’anni, e stanno già cominciando a sparire.

 

 

 

Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno (Einaudi, Torino) è l’opera curata da Antonella Russo, studiosa di spicco e allieva del grande storico della fotografia Beaumont Newhall, che intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana rispetto alla più generale storia della fotografia internazionale, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale. La Fotografia. Le origini 1839-1890 (a cura di Walter Guadagnini, Skira, Milano) è un’opera maestosa che ha sfornato ora il primo dei suoi quattro volumi. Si è scelto di utilizzare una voce narrante costituita da brevi monografie, scritte da Francesco Zanot, incentrate su quello che può definirsi il destino pubblico della fotografia: testi dedicati a mostre, libri, eventi, protagonisti che hanno segnato profondamente il discorso fotografico nelle sue diverse incarnazioni, attraverso numerose e spesso sorprendenti immagini emblematiche e simboliche.
La lettura è completata da saggi affidati a tre noti studiosi internazionali: Quentin Bajac, che si concentra sulla percezione della fotografia alla sua nascita; Elizabeth Siegel, che affronta le vicende della pratica dell’album fotografico, e cioè di quella fotografia privata e apparentemente “senza storia”, e Walter Guadagnini – curatore dell’intera collana –, che colloca in una prospettiva storica uno degli usi più comuni del mezzo fotografico, quello del racconto di viaggio e dell’incontro con l’altro da sé, il diverso, il nuovo.

 

Le immagini sono fotografie di Henri Cartier-Bresson
Il brano in corsivo è tratto dall’articolo di Matteo Nucci pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 16-12-11

 

 

 

 

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Racconti di pareti e scalatori, Einaudi

15 novembre 2011

 

 

 

 

Racconti di pareti e scalatori, è una raccolta di ventisei racconti pubblicata da Einaudi.

Le scalate sono di fatto un’attività “invisibile”, per questo hanno bisogno di essere raccontate. La scrittura, così come la fotografia, rappresenta una necessità per gli alpinisti: fermare l’impresa, formarla in parole, trasmettere la preparazione e la paura, la tecnica e gli imprevisti, l’ebbrezza e lo scoramento. Non solo per arrivare a un pubblico e avvincerlo, quanto per aprire ogni volta una via.
La forma breve (il récit d’ascension, come l’ha definito Massimo Mila) coincide perfettamente “con il respiro di ogni singola esperienza”. I ventisei racconti di questa raccolta ricostruiscono così imprese ardite, tragedie sfiorate, conquiste memorabili sulle più maestose montagne del pianeta: le vette himalaiane, le torri incrostate di ghiaccio della Patagonia, lo spaventoso Cerro Torre o le assolate placche granitiche di El Capitan, o ancora l’incanto del mondo alpino, con le pareti del Monte Bianco, le creste del Cervino e le guglie Dolomitiche, dove, nel corso dei decenni, ha preso corpo una vera e propria “etica dell’alpinismo”.
Resoconti autobiografici che, un passo dopo l’altro, avventura dopo avventura, arrivano a delineare una sorta di storia delle scalate. Ogni alpinista in fondo segue le tracce di chi lo ha preceduto, e dunque leggendo queste storie le sentiamo dialogare in un sapiente gioco di rimandi, come una corda che guida il lettore tra le pagine più emozionanti dell’alpinismo internazionale.

 

 

 

L’immagine in apertura è una fotografia scattata dall’anticima del Gran Paradiso

 

 

 

 

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Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Domenico Starnone

4 ottobre 2011

 

 

 

 

Autobiografia erotica di Aristide Gambìa è l’ultimo libro di Domenico Starnone edito dalla casa editrice torinese Einaudi.

 

Aristide Gambìa ha 58 anni, un lavoro interessante, tre matrimoni falliti, quattro figli, una vita sessuale intensa. Un giorno riceve una lettera da parte di una donna con cui ha avuto una rapida avventura in gioventù: da quel ricordo sfocato nasce in entrambi una voglia di raccontare e raccontarsi che è un gioco impudico e molto serio. A ogni appuntamento le loro memorie debordano, inseguendo i dettagli della trepidazione di allora, e il linguaggio si fa sempre più esplicito, osceno, anche grazie al dialetto. Sono due persone mature, che non provano niente l’una per l’altra, che si appassionano al puro e semplice progetto di restituirsi con le parole l’esperienza erotica di un’intera vita, facendo entrare in corto circuito il tempo in cui quasi tutto doveva ancora accadere e quello in cui quasi tutto ormai è accaduto.
Ma si tratta davvero soltanto di un gioco?
Ogni esperienza erotica di Gambìa è una balaustra affacciata sulle fantasie maschili e le pratiche sessuali di un’epoca. E se ci si sporge, quel concentrato di vita smuove i ricordi del lettore stesso, riannoda i fili tra scampoli distanti di vita che si urtano e si integrano, come nella letteratura. Ci accorgiamo leggendo che il sesso contiene ed esalta la nostra relazione con gli altri, con il tempo, con noi stessi. È un laboratorio di esperienza e d’immaginazione, un serbatoio di parole, un’inesauribile fonte di vitalità, un autentico enigma. Un angolo di noi che dice tutto.
Domenico Starnone scrive un libro audace, nel linguaggio ma soprattutto negli obiettivi. Raccontare la vita di un uomo tutta dal versante del piacere, ripercorrendo le tappe di un lento, forse mai terminato apprendistato che attraversa la seconda metà del Novecento. E raccontare così lo stupore, il senso dell’infrazione e dello sconfinamento di fronte al mistero del desiderio, maschile ma anche femminile. Desiderio riottoso, che non si lascia mai davvero disciplinare.

 

 

 

Il testo è tratto dal sito della casa editrice Einaudi

L’immagine in apertura è un dipinto di Egon Schiele

 

 

 

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Le strade per Quoz, William Least Heat-Moon

1 giugno 2011

 

Le strade per Quoz è l’ultimo libro di William Least Heat-Moon, pubblicato in Italia da Einaudi. Il libro in lingua originale, edito da Little, Brown & Company è in commercio da dicembre 2009.

L’autore è un insegnante di lingua inglese con origini pellirosse che all’età di 38 anni, dopo essersi separato dalla moglie, cambia nome (che nel linguaggio pellirosse significa Luna del calore) e si mette in viaggio negli Stati Uniti per tre mesi con un furgone malandato nel quale dorme. Durante questo periodo scrive quello che è considerato il suo capolavoro, Strade blu, diventato un classico della letteratura On the road, per 34 settimane nella classifica dei best seller del New York Times tra il 1982 e il 1982 e il 1983, è il primo di una trilogia narrativa di viaggi attraverso gli Stati Uniti che ripercorre la via della colonizzazione e della conquista dell`Ovest selvaggio. I testi sono arricchiti da citazioni bibliografiche e dissertazioni filosofiche sul tema dell’esplorazione e della scoperta di luoghi periferici e dimenticati, che avvicinano lo stile di Least-Heat Moon a quello di Bruce Chatwin.

Perché, quasi trent’anni dopo aver pubblicato Strade blu, lei è tornato sui sentieri più reconditi del suo Paese?

«Soprattutto per due motivi. Il primo è che dall’uscita di quel libro è passato circa un quarto di secolo, ed ero curioso di vedere com’è cambiata l’America nel frattempo. Il secondo motivo è che allora partii da solo, un po’ disperato per la mia condizione, dopo aver perso il lavoro. Stavolta invece sono partito con mia moglie, Q, che oltre a rifornirmi sempre di osservazioni puntute mi ha aiutato a entrare in contatto con le persone che incontravamo, in particolare le donne».

 

 

Com’è cambiata l’America?

«Mi hanno colpito principalmente due fatti: uno è negativo, l’altro invece è un segno di speranza. L’aspetto negativo è la congestione degli Stati Uniti. Nel 1978, quando partii per i  miei lunghi viaggi, gli abitanti erano circa duecento milioni: ora siamo più di trecento. Le nostre città non hanno più confini, non si capisce più dove cominciano e dove finiscono. C’è uno spalmamento della popolazione che fa perdere identità».

 

 

E l’aspetto positivo?

«Ho notato una chiara attenuazione del pregiudizio razziale, in particolare al Sud. Per carità, i bigotti ci sono ancora: basta guardare alla rabbia con cui è stata presa la vittoria di Barack Obama. Però l’America ha eletto un presidente nero, e credo che lo rieleggerà nel 2012. Questa è la prova di un cambiamento in corso nella mentalità della popolazione, che rappresenta un presagio positivo per il futuro».

 

 

 

Le tre domande riprendono il testo dell’articolo di Paolo Mastrolilli pubblicato dal sito web della Stampa

Il libro

William Least Heat-Moon, Le strade per Quoz

 

 

 

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Ave Mary, Michela Murgia

13 maggio 2011

Ave Mary è l’ultimo libro di Michela Murgia, edito da Einaudi.

Dopo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, il SuperMondello e il Dessì, torna con un libro delicato e quanto mai necessario. Per raccontare a tutti, credenti e non credenti, il modo in cui la Chiesa ha contribuito a costruire – e a distorcere – l’immagine femminile.

Secondo l’autrice, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la chiesa è stata diretta su una linea decisamente conservatrice. Di qui si capisce come il significato e l’iconografia della Madonna siano controllati entro un campo semantico definito e circoscritto. La Madonna deve essere figura dimessa, emblema del sacrificio e simbolo della sofferenza.

Ma con la figura e il significato di Maria di Nazareth, la Chiesa controlla il valore e il ruolo della donna nella società. Infatti è chiaro, da questo punto di vista, il perché Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace, sia stata beatificata ed eletta immagine cristiana esemplare della donna. Per la Chiesa cattolica “non rappresentava solo una campionessa di carità, era soprattutto una vestale della sua dottrina morale sulla vita, quella che maggiormente interferiva con la libertà delle donne di disporre di sé stesse”.



L’argomentazione dell’autrice prevede, inoltre, sia una rilettura del Mulieris Dignitatem, il documento del 1988 in cui Giovanni Paolo II usa per la prima volta l’espressione “genio femminile”:  rifiutando l’eguaglianza tra uomo e donna, sceglie la differenza, come una parte importante del femminismo, però riconfermando la subordinazione sociale e familiare della donna, “non più enunciata in nome di una inferiorità di genere, ma fondata su una pretesa superiorità di ruolo spirituale…”; sia la “questiione” delle decine di immagini femminili di Dio presenti nella Bibbia. A tal proposito rispolvera una frase molto pericolosa pronunciata nel 1978 da quel povero Giovanni Paolo I dal brevissimo papato: “Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile: è papà, più ancora è madre”.


Il testo riassume l’articolo di Natalia Aspesi pubblicato da Repubblica in data 12/05/2011

Il libro

Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi, Torino, 2011

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Manuale di legge islamica, Al Muwatta (Einaudi)

26 aprile 2011

Al Muwatta’. Manuale di legge islamica  (pubblicato da Einaudi), con cui Malik Ibn Anas ha fondato una scuola giuridica islamica, è stato scritto con lo scopo di dare un compendio della legge, del rituale e della pratica per questioni non esplicitamente trattate o risolte dal Corano.

Altri lavori simili furono scritti negli stessi anni, ma il successo del Muwatta’ risiede nella sua capacità di farsi comprendere da un pubblico largo e di essere più facilmente consultato rispetto a opere che sono oggi andate perdute. Il Muwatta’ raccoglie quasi tremila unità costituite dai detti del Profeta, tradizioni risalenti ai compagni o e ai suoi successori, ordinandole per argomento.

L’edizione che viene ora tradotta comprende trentuno capitoli. La prima parte contiene capitoli che riguardano i cosiddetti pilastri dell’islam e quindi della ritualità islamica (preghiera, elemosina rituale, digiuno, ritiro spirituale, funerali, Jihad, giuramenti e voti, macellazione degli animali). Questa prima parte giunge a circa metà dell’opera e introduce altri temi centrali: diritto ereditario e matrimoniale, diritto commerciale.

Altre questioni occupano la parte conclusiva: testimonianze relative all’esercizio del giudizio giuridico e di diritto penale insieme ad ampie discussioni sull’istituto della schiavitù e sulle pratiche alimentari.

L’enorme fortuna di questo libro ha attraversato il mondo islamico e il Muwatta’, qui tradotto per la prima volta in italiano, è tuttora il testo base della legge islamica in gran parte del Nord Africa.
Un libro fondamentale per capire in profondità la cultura islamica, affondando nelle sue più antiche origini, al di là della disinformazione che spesso domina in questo campo.


Il libro

Ibn Anas Malik, Al Muwatta. Manuale di legge islamica, Einaudi, Torino, 2011

La casa editrice

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Port-Royal, Sainte-Beuve

15 marzo 2011

 

Port-Royal è il capolavoro del critico a suo tempo più temuto di Francia, Charles Augustin Sainte-Beuve,  riproposto nella collana i Millenni di Einaudi a cura di Mario Richter. La nuova edizione del grande volume è frutto del lavoro di uno staff di cinque traduttrici (Fabiola Baldo, Marina Bernardi, Elettra Bordino, Maria Dario, Alessandra Flores D’Arcais).

 


Pubblicata da Sansoni, la precedente edizione risaliva al 1964. Non che in Francia abbia avuto maggior fortuna: esaurita da tempo la prima edizione della Pleiade pubblicata da Maxime Leroy tra il 1952 e il 1955, si è dovuto attendere il 2004 perché tornasse in libreria nella collana economica di Laffont, a cura di Philippe Seillier.

La prima edizione uscì nel 1840; quasi trent’anni dopo, nel 1867, venne pubblicata la terza e definitiva edizione, in sette volumi, dotata di un poderoso indice analitico, che segnò la fine dell’impresa. Quel che colpisce (e che colpì) è il tono: l’opera nasce come lunga serie di lezioni tenute all’Università di Losanna a partire dall’estate del 1837. Sainte-Beuve si rivolge insomma a una platea di studenti, tutt’altro che specializzata.

 

Port-Royal è la storia di un monastero, al tempo stesso rifugio per la solitudine dei singoli e officina di reciproca “fecondazione” tra il pensare e il fare. Uno studio approfondito e illuminante della natura umana, considerata dal punto di vista della sua miseria e delle sue possibilità di salvezza: un’opera storica impareggiabile per la qualità della documentazione, la padronanza dell’insieme, la ricchezza dei dettagli. Non è un romanzo, la sua materia prima sono i documenti, il suo metodo è un metodo scientifico e investigativo, maturato nella penombra degli archivi.

Invece che raccontare la storia delle idee religiose del Seicento, raccontare quella di un monastero, di un luogo, cioè, considerato come un personaggio. Un crocevia di idee e personalità, officina del pensiero e rifugio. È una natura selvaggia, quella che circonda Port-Royal, incassato in una profonda valle e circondato da foreste e stagni. Niente di più adatto a un ideale di rinuncia e separazione dal mondo perseguito con la gioia e l’accanimento di moderni eremiti.

 



Le immagini visualizzate sono fotografie dell’abbazia di Sant’Antimo

Il testo riprende stralci dall’articolo di Emanuele Trevi sul Manifesto in data 15/03/2011

Il libro

Charles Augustin Sainte-Beuve, Port-Royal, Torino, Einaudi, 2011

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Libertà, Jonathan Franzen

11 marzo 2011

 

Libertà è l’ultimo romanzo del grande scrittore americano Jonathan Franzen tradotto da Silvia Pareschi e pubblicato da Einaudi.

In lingua originale, Freedom, è uscito il 31 agosto 2010 per l’editore Harper Collins. Esattamente nove anni dopo The Corrections (Le Correzioni), edito da Picador.


 

Argomento comune ai due romanzi è la famiglia americana suburbana e infelice. Ma perché gli americani hanno la mania di abitare  nei sobborghi, madre patria della disperazione domestica?

Dice lui nell’intervista per il Venerdì di presentazione di Libertà: è un’eredità dei primi coloni venuti dal Nord Europa. Per gli inglesi, un tetto con un prato davanti era il massimo del lusso e qui c’era tanta terra per mettere in pratica questa idea. Il presidente Jefferson diffidava delle città: per lui la forza della repubblica erano le fattorie, l’autosufficienza, la diffusione sul territorio. Che era rurale o urbano, non suburbano come dopo la Seconda Guerra Mondiale.


 

Tre elementi hanno trasformato il Paese in una nazione-sobborgo che valorizza  la famiglia contro la comunità:

  1. la tassazione favorevole alla proprietà individuale delle case;
  2. gli interessi di chi costruiva macchine e autostrade;
  3. la fuga dei bianchi dai centri cittadini colonizzati dai neri poveri.

 

Su questi tre elementi si sono saldati valori molto americani, come l’isolamento che tutela la sicurezza e la libertà di movimento individuale garantita dall’automobile. Balle a cui si è creduto per mettersi in salvo, senza pensare che il vero orrore da cui fuggire poteva essere la famiglia. Da anni però c’è un fenomeno inverso, la gentrification che recupera i vecchi quartieri malfamati.

 

 

Le immagini visualizzate sono illustrazioni di Anna Godeassi

Il libro

Jonathan Franzen, Libertà, Torino, Einaudi, 2011

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