Archive for the ‘Minima & Moralia’ Category

Carta batte forbice: non è stato un bel vedere, Giovanni Solimine

13 ottobre 2011

 

 

L’incontro pubblico per Carta batte forbice non è stato un bel vedere. Pubblico un’email del prof. Giovanni Solimine ai Bibliotecari italiani. L’incontro è stato promosso dalle associazioni dei bibliotecari, Generazione TQ, Valle occupato: è stata prima accordato e poi improvvisamente negata dal direttore della Biblioteca Nazionale.

 

Avevo dato notizia in lista dell’assemblea pubblica “Carta batte forbice” che varie realtà del mondo della cultura avevano promosso per la giornata di ieri presso la Biblioteca Nazionale di Roma, per discutere dei tagli alle biblioteche e della crisi insostenibile in cui esse versano, che sta causando forti riduzioni del servizio e sta portando tanti istituti inesorabilmente verso una chiusura di fatto. A questa iniziativa aveva prontamente aderito l’AIB e il Forum del libro, di cui sono al momento coordinatore. Come forse qualcuno avrà letto sui giornali di oggi, al loro arrivo in biblioteca, gli organizzatori e i partecipanti hanno trovato i cancelli sbarrati e un cordone di polizia in tenuta antisommossa, perché la Direzione della Biblioteca aveva deciso di non autorizzare più

l’assemblea: se la scelta di non consentire lo svolgimento dell’assemblea era assolutamente legittima e rientrava nelle prerogative di chi avrebbe dovuto concedere l’autorizzazione, uno spiegamento di forze assolutamente sproporzionato è sembrata a me e a tanti altri un’inutile provocazione, che avrebbe potuto provocare tensioni più gravi di quelle che poi si sono verificate. Tutti noi abbiamo sempre pensato alle biblioteche come luoghi del confronto e del libero accesso alla conoscenza. Invece ci siamo trovati di fronte all’immagine di una struttura chiusa, che rappresentava emblematicamente le difficoltà che nel nostro Paese si incontrano quando si vuole scavalcare il muro che divide chi gestisce la cosa pubblica e la politica culturale dalla società civile: gli agenti con gli elmetti erano stati chiamati per contrapporsi a chi voleva difendere le biblioteche! Resta la nostra convinzione che sui problemi delle biblioteche si possa e si debba discutere dentro le biblioteche, promuovendo un dibattito ampio e civile, aperto a tutti gli operatori della cultura e del mondo del libro, e ancor di più alla società civile, che meritoriamente aveva mostrato interesse ai destini delle biblioteche e al loro ruolo nella vita delle nostre comunità.

Mi auguro che ci siano presto altre occasioni, a Roma come altrove, per discutere di questi temi e per far sentire la nostra voce.

 

 

 

 

I Bibliotecari italiani

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

In una stanza sconosciuta, Damon Galgut

13 settembre 2011

 



 

Non so dirvi se In una stanza sconosciuta  di Damon Galgut sia un romanzo, un reportage, un mémoire. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.

La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. E questo, è uno scrittore di ottima fattura. Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice.

Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo.

Viaggiare diventa per l’autore un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che lui racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.

 

 

C’è anche una bella recensione scritta da Carlo Mazza Galanti per Alias (Il Manifesto) e ripubblicata da Minima & Moralia: eccola!

 

 

Il testo è tratto da Nazione Indiana; l’autore è Gianni Biondillo

L’immagine in apertura è un’opera di Lucian Freud

 

 

 

Il libro in lingua

Damon Galgut, In a Strange Room, Europa Editions, 2010

 

 

 

Il libro in italiano

In una stanza sconosciuta, E/O, Roma, 2011

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

AC

Reykjavik City of Literature

5 settembre 2011

 

 

 

Di seguito riprendo un post pubblicato dal blog Minima & Moralia (casa editrice Minimum Fax).

 

Questo articolo è uscito su Repubblica in versione ridotta. Giorgio Vasta ci racconta la Notte della Cultura a Reykjavik, capitale di un paese di ghiaccio che registra i consumi culturali più alti d’Europa.

 


Arrivando in Laugavegur, la via più signorile di Reykjavík, appoggiata a un albero c’è una bicicletta di lana multicolore. La gente passando sorride, accarezza il sellino o il manubrio e poi prosegue in direzione di Tjörnin, il lago cittadino. Fin dalla mattina, in contemporanea con la tradizionale maratona, dal museo nazionale a quello d’arte fino alle gallerie del centro tutte le mostre sono aperte e a ingresso gratuito. Le strade sono già affollate, i locali sono pieni e si fa la fila per entrare nelle case private in cui vengono offerti waffles e caffè.
È il 20 agosto e a Reykjavík si celebra la quindicesima edizione della Notte della Cultura. Un appuntamento che si colloca lungo una sorprendente progressione di risultati. In questo momento infatti l’Islanda è il paese che registra i consumi culturali più alti in Europa, nel prossimo mese d’ottobre sarà l’ospite d’onore della Buchmesse di Francoforte e il 4 agosto Reykjavík è stata designata dall’Unesco City of Literature. L’impressione è che alle eruzioni dell’ineffabile Eyjafjallajökull e del Grímsvötn si accompagni un’ulteriore inarrestabile emissione di materia culturale.
Lungo la Skólavörðustígur ci sono molte famiglie, di fatto il motore della società islandese. L’attenzione nei confronti dei bambini è costante, è un valore collettivo. Sono dappertutto, le bandane gialle a riparare le teste dal sole; partecipano agli spettacoli di marionette, studiano il cielo attraverso i telescopi messi a disposizione dall’Astronomy Club di Seltjarnarnes e si divertono a ricevere i free hugs, gli abbracci solidali che un gruppo di volontari distribuisce ai passanti.
Osservando la gente colpisce la provenienza disparata. C’è la middle class così come i ceti popolari, anche se distinzioni di questo genere in Islanda valgono poco dato che la componente rurale appartiene a ogni classe sociale.
Úlfar Bragason – head of department presso l’Árni Magnússon Institute for Iceandic Studies, il principale centro per l’insegnamento e la diffusione della lingua e della letteratura islandese – mi spiega che questa condizione ha in Islanda precise origini storiche. Quando all’indomani della seconda guerra il paese si scoprì di colpo ricco, non rimosse il sapere rurale; al contrario non solo quella visione del mondo resistette ma i farmers vennero percepiti come eroi, esempi del “self-educated man”, cerniere umane che saldavano il patrimonio originario a un presente in metamorfosi. Ne discende un tessuto sociale sostanzialmente omogeneo e un accesso alla cultura trasversale.
Nel corso della giornata lungo le strade vengono allestiti i flea market, gli stand metallici sono stipati di abiti anni ’60 , i tavoli sono pieni di piatti e di ciotole in ceramica decorata, lo stesso vasellame visibile oltre i vetri della maggior parte delle finestre (le finestre senza tende, o con le tende sempre aperte, oltre a corrispondere a una concreta esigenza di luce sono in Islanda uno stile di vita; a costo di rischiare un’ingenua idealizzazione si può dire che sono parte di una strutturale disponibilità alla trasparenza).
Alla National Gallery ancora famiglie al completo attendono l’inizio del workshop focalizzato su temi ispirati all’opera di Louise Bourgeois, le cui opere sono attualmente in mostra. Nello stesso momento si forma un capannello di gente che sulla Vesturgata osserva un gruppo di fabbri impegnati a lavorare il ferro. Poco dopo nella Golden Room dell’Hotel Borg lezioni di tango gratis per tutti. Intanto in Bergstaðastraeti una bambina con i capelli color vampa ordina sul marciapiede la sua esposizione di frammenti di giocattoli.
Mi rendo conto che nel complesso di questa proposta c’è qualcosa di geometricamente caotico, una vitalità sospetta e disorientante.
Bragason mi chiarisce che la Notte della Cultura, in quanto evento importato sul modello delle notti bianche europee, ha più che altro un valore strumentale e non intrinseco. In sostanza serve a promuovere i consumi.
È così, eppure camminando in mezzo alla gente che riempie le strade non si avverte quel senso di esasperazione che spesso connota eventi di questo genere. Come se ci fosse un argine di dignità sempre attivo, una particolare attitudine alla decenza (e ancora il rischio idealizzazione incombe).
Quando arriva la sera c’è una moltiplicazione esponenziale di presenze, i corpi si sprigionano dai muri, sbucano dai prati. La collina dell’Arnarhóll è interamente ricoperta di gente. Sul palco principale si esibisce una band che suona una specie di reggae islandese. Più in là, in fondo alla Grundarst, un’altra band suona furiosamente all’interno di un camion aperto su un lato, il rimbombo si propaga dappertutto. Dopo il reggae scopro che in Islanda esiste anche il metal; conta su non più di venti appassionati che però seguono il concerto con partecipazione orgogliosa scuotendo frenetici i capelli.
Alle undici di sera a due passi dall’Arnarhóll viene inaugurato l’Harpa, il nuovissimo Reykjavík Concert Hall. Nel giro di qualche secondo le centinaia di lamelle di vetro che compongono la facciata si accendono e dopo pochissimo, a enfatizzare il gioco delle luci, nello spazio di cielo nero antistante il porto saettano i fuochi d’artificio.
Secondo Herta Müller – che ai primi di settembre sarà ospite del Reykjavík International Literary Festival – “La patria è le cose che dico”. Bragason precisa che in Islanda lingua e letteratura sono un territorio reale quanto il territorio fisico, lessico sintassi e narrazione sono importanti come i campi di lava o le case in basalto grigio della capitale.
Può darsi che l’Islanda abbia compreso che se la crisi – di cui dall’ottobre del 2008 è stata uno degli epicentri – spinge al limite non semplicemente un’economia ma un intero sistema interpretativo della realtà, alla crisi si risponde con gli strumenti dell’economia (da contrapporre a quelli della finanza), con politiche equilibrate ed efficaci ma anche con una reinvenzione del sistema interpretativo stesso, mettendo a soqquadro nozioni, pratiche e stereotipi.
Trasformandosi da epicentro della crisi in epicentro della cultura.

 

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia

19 luglio 2011

 

 

Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia. LibOn dà fiato al post pubblicato da Minima & Moralia – blog della casa editrice Minimum Fax – capace in pochi giorni di destare notevoli discussioni. Da ultimo, il quotidiano Repubblica, con un articolo di Loredana Lipperini dal titolo Meno Titoli per tutti,  ne riprende il tema e ne rilancia le proposte.

 

Il tema: la decrescita del mercato editoriale

 

 

di Marco Cassini

Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni: noi editori spesso sbagliamo perché abbiamo sempre in mente come nostri diretti referenti i lettori; pensiamo al pubblico di lettori che segue le nostre scelte da anni e ci chiediamo: “Cosa penseranno di questa scelta? Leggeranno anche questo libro? Apprezzeranno il titolo su cui stiamo lavorando ora?” Ma in realtà quello che dimentichiamo è che noi editori solo molto raramente abbiamo un contatto, un rapporto diretto coi nostri lettori. Prima di convincere i nostri lettori dobbiamo convincere una serie di soggetti intermedi: il responsabile della nostra rete promozionale; che a sua volta convincerà i singoli promotori o agenti di vendita; che a loro volta parleranno del nostro libro a centinaia di librai di ogni regione d’Italia, che infine – solo al termine di questo tortuoso percorso – proporranno il nostro libro all”‘utilizzatore finale”. Perché è così che funziona normalmente il sistema distributivo editoriale.

Ora, però, sbugiardando quel mio stesso ragionamento, credo sia giusto riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore. Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato.
E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato. O quanto meno: cerchiamo di imparare (il più delle volte goffamente) alcune frasi idiomatiche che crediamo siano la lingua del mercato, nel tentativo di parlare al mercato che ci chiede di volta in volta di essere più aggressivi; di semplificare i materiali informativi perché il mercato non è un lettore colto; di usare paratesti sempre più simili al packaging di un prodotto da banco del supermercato; di confezionare i nostri libri con delle copertine che assomiglino ad altre copertine di successo; di promuoverli come qualcosa di riconoscibile non perché unico ma perché al contrario simile a qualcos’altro; di adottare strategie commerciali più facili come sconti, campagne promozionali, politiche di prezzo al ribasso. E così ci concentriamo più sul rapporto che la casa editrice ha o dovrebbe avere con gli agenti di vendita, con i buyer delle catene, con la grande distribuzione che sul rapporto con il lettore, l’unico che davvero conti, e rischiamo di trascurarlo, di non parlare più la sua lingua, che prima era la nostra lingua. E ci allontaniamo. Per un problema lessicale.

Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.
Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.
Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.

D’altro canto, e non è un dato trascurabile, il mercato editoriale italiano è solo uno dei tanti aspetti in cui si manifesta l’anomalia del nostro paese. Stando alla sua definizione e alla sua dichiarazione di intenti, “L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust (…) garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra  imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini”. Non dovrebbe quindi accettare o permettere che i principali distributori siano anche i soggetti che possiedono le più grandi catene di librerie, e addirittura siano a loro volta anche editori (e poi perfino grossisti, marchi di franchising, librerie online…) Nel nostro mercato editoriale, soggetti che in teoria dovrebbero avere interessi non coincidenti (librai, editori, distributori, grossisti) sono presenti in tutte le varie associazioni di categoria, e questo fa sì che si travesta da “accordo fra le parti” ciò che in realtà è solo l’esercizio di un potere dei pochi.

Allo stesso tempo più volte si è affacciata – proposta dal “mercato” sotto forma di consigli da parte di lettori librai promotori distributori, o suggerita implicitamente dai tabulati di vendita, dalle classifiche Nielsen, dalle ospitate al programma televisivo del momento, e così via – la possibilità di trovarci al bivio a cui ci affacciamo ogni giorno da anni ed essere tentati dalla via più battuta, dalla scorciatoia. E così magari ci è capitato di non limitarci a valutare un libro solo per le sue intrinseche qualità letterarie linguistiche contenutistiche formali ma anche immaginando le sue potenzialità di vendita. Anche qui si dirà: è il mercato, la casa editrice è un’azienda, deve far quadrare i conti. Eppure la storia di molte case editrici è fatta di goffi tentativi di andare “verso il mercato” senza averne la predisposizione capacità attitudine, e di successi di critica ma anche di vendite ottenuti proprio dai libri che “il mercato” (banalizzandolo e immaginandolo erroneamente come un enorme stomaco in grado di digerire solo best seller di scarsa qualità) apparentemente o teoricamente avrebbe dovuto rigettare. Il titolo di qualità che vende, l’autore letterario che vende (e ovviamente per vendita non parlo di giga-seller ma di numeri ancora dignitosamente, onestamente a quattro cifre) esistono.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l’impaginazione che usa, per l’investimento che l’editore ha fatto nella traduzione o nell’editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso. Perché il lavoro di ognuno di noi, credo, in fondo vuole dimostrare un principio semplice: il mio libro non è ilmiolibro.

Concordo dunque con l’idea di una graduale decrescita editoriale (proposta recentemente da Simone Barillari (leggi l’articolo) nell’ambito di una discussione in seno al gruppo di lavoro TQ-editoria, ma assai ben praticata e comunicata a lettori, giornali e librai, già qualche anno fa, dall’editore Marcos y Marcos): produrre meno per affogare meno le librerie, dare tempo ai librai e ai lettori (ma anche ai critici letterari e alle pagine culturali) di “assorbire” con i giusti tempi la produzione delle case editrici.

Se dovessi proporre ai miei amici e colleghi editori un ipotetico codice deontologico, mi soffermerei innanzi tutto su questi punti:
1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell’imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e a fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.
Il mercato in sé non è un’entità necessariamente brutta e cattiva, ma le regole che lo governano a volte sì. Fra le storture che regolano il mercato italiano oggi c’è quella di una legislazione fallace. Così come i Mulini a vento (un gruppo di editori di cui fanno parte Donzelli, Instar libri, Iperborea, minimum fax, La Nuova Frontiera, nottetempo, Voland) negli ultimi due anni si sono spesi per contribuire a porre un primo piccolo argine (altri bisognerà costruirne) alla stortura della legislazione in materia di prezzo del libro, forse oggi ci si potrebbe impegnare a proporre al garante per l’Antitrust di regolamentare il mercato per evitare che tutta la filiera editoriale sia in mano a pochi soggetti in posizione dominante.
Perché le regole del mercato non le fa il mercato ma le facciamo (e quindi possiamo anche modificarle) noi che il mercato lo alimentiamo e lo nutriamo con le nostre idee, le nostre proposte, le nostre battaglie.
E ancor più perché – ricordiamo le parole trascritte poco sopra – in ballo non è solo la sopravvivenza di una piccola libreria di quartiere o di un editore indipendente, ma “il benessere dei cittadini”. E il nostro benessere – cioè di noi editori, lettori, librai; di noi cittadini – passa in gran parte per le pagine dei nostri libri.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

La letteratura italiana degli anni 2000

16 luglio 2011

 

Un’ invettiva sul ruolo ricoperto dalla letteratura e  dall’arte nella società italiana degli anni 2000. Sottotitolo: tre precise proposte.

L’analisi che segue è un commento di Giordano Tedoldi al post di Minima & Moralia Il teatro Valle non è in mano a dei mediocri.

 

Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano. Così, ognuno affondi la sua sonda e dica cosa esce fuori e, se farà proposte, ci vedrà immediatamente solidali. Parliamo a nome dei minatori della letteratura, la metafora non sembri irriverente, lavoriamo duro su filoni che forse non daranno neanche una pepita, e conosciamo quali sono i nostri disagi e le nostre mancanze d’ossigeno. Esse sono, oggi, essenzialmente la misvalutazione dolosa e corrotta del lavoro letterario e di conseguenza la frustrazione artistica e economica che a tale misvalutazione si lega come conseguenza. Diciamo misvalutazione e non sottovalutazione perché nessuna sottovalutazione è mai stata ingiusta o condannabile; essa non è che un’opinabile svista del gusto del tempo. Ma la misvalutazione, cioè la tecnica per cui si costruiscono sistemi, istituzioni, organi di valutazione culturale corrotti, ipocriti, asserviti a ragioni esterne a quelle artistiche, è la perenne frustrazione dell’arte. Parliamo, ripetiamo, della nostra provincia, che è la letteratura. Abbiamo individuato innanzitutto tre punti critici dove opera al massimo livello di indecenza la misvalutazione del nostro operare:

1) I premi letterari tutti, senza eccezione alcuna. Autentica elemosina, penosa, patetica e umiliante in egual modo per vincitori e perdenti. Della loro opacità di regolamento, della loro talora conclamata falsità sappiamo già, ma essi soprattutto sono come la carota dell’asino. Dopo il bastone di un lungo e spesso furibondo apprendistato, agiscono da normalizzatori dell’eccezionalità, della legittima aspirazione a cambiare e introdurre un’originale visione dell’opera letteraria, servono a spegnere con un colpo la rabbia e la forza espressiva decretando lo scrittore premiato un vero ragioniere della letteratura. Tale operazione di sedazione avviene o tramite un miserabile assegnino, articoletti di giornale, o tramite moltiplicazione delle copie vendute, in ogni caso nasce da questo ragionamento: ti diamo per qualche mese successo commerciale, un po’ di spiccioli (la paghetta dell’adulto), e il tuo nome pubblicato senza criterio né onore sulle pagine dei quotidiani – questo solo il giorno immediatamente successivo alla premiazione o poco prima, in ogni caso, abbastanza per restarne sfregiati a vita. Il tutto condito da un cinismo d’accatto per cui “le polemiche che accompagnano il premio sono il suo bello, in fondo senza di esse il premio non sarebbe quello che è”, cioè, ovviamente, merda. Questa merda, cui gli scrittori sono condizionati a aspirare con lingua penzoloni appena superata l’iniziazione dell’esordio o, in qualche caso, per decreto dei loro editori, battezzati in questa merda già all’esordio, è funzionale a non fare spazio vitale a meccanismi critici autentici, a sovvenzionamenti e sostegni economici ragionati e calibrati sulle concrete esigenze del lavoro letterario, costringendo invece gli scrittori a vivere solo di nobilissime marchette, lavori extra-artistici (fare il doppio lavoro), applaudire chi non ha alcun merito, inchinarsi alle case editrici o ai grotteschi fondatori dei premi, mummie di dinastie sfarinate. In conclusione, proponiamo agli scrittori volenterosi e lavoratori seri di non concorrere più, senza alcuna eccezione, ad alcun premio letterario italiano, e battersi invece per il punto 2 e 3.

2) Sgretolata la falsa e miserabile elemosina dei premi letterari, primo acido della misvalutazione, occorre risanare la situazione. Altrove essa è già sana, ad esempio dove esistono le Fellowship o i Grant, le borse di studio, spesso finanziate da privati ma non solo, assegnate per meriti artistici. Come sapete, sono un meccanismo che consente non per una settimana o per un mese, ma per un anno o anche più di lavorare a un’opera d’arte senza occuparsi d’altro, grazie a un sussidio economico di entità variabile ma comunque sufficiente a non distogliersi dal lavoro. In Italia il meccanismo delle Fellowship e dei Grant non esiste, siamo all’età della pietra, abbiamo al loro posto come se fossero alternativa presentabile la miseria dei premi letterari, psicologicamente siamo ridotti a considerare i premi letterari una soddisfazione pari a essere sostenuti da una borsa ma non è così, è solo un’illusione ottica che perpetua un sistema assistenzialistico nel verso senso del termine, cioè inadeguato all’effettivo lavoro dello scrittore in termini sia economici che culturali. Quindi l’abbattimento totale di ciò che potrebbe tornare, in un secondo momento, come un’eccentrica eccezione, cioè il circo degli animali addomesticati dei premi letterari, deve essere contemporaneo alla regolare e robusta istituzione di Fellowship e Grant, con i quali ogni anno vengano scelti da un comitato di saggi, a loro insindacabile giudizio, quegli scrittori meritevoli del supporto economico per lavorare senza distrazioni per un dato periodo. Conosciamo l’obiezione darwiniana per cui agli scrittori è meglio non offrire aiuti, ma lasciarli lottare per la vita. Purtroppo, lottando per la vita in un ambiente selvaggiamente incolto (il mercato editoriale e i suoi sottomercati delle vacche) col solo miserabile e umiliante sostegno di un premio truccato, si confermano le previsioni di Malthus, gli scrittori muoiono per mancanza di risorse o si rieducano in animali addomesticati per accomodarsi a quelle inadeguate che sono disponibili. Il darwinismo non implica la distruzione di una specie, laddove una specie riesce a migliorare l’ambiente per la sua sopravvivenza, lo fa. I premi letterari appestano l’ambiente, le Fellowship o i Grant darebbero ossigeno e quindi vita e lavoro.

3) Infine, è urgente che il ruolo dell’arte letteraria, della composizione narrativa o poetica o altre forme a queste affini o dipendenti, venga riconosciuto come merita nel sistema universitario, e se quello pubblico non è pronto o non è in grado di farlo, che ci si rivolga senza indugio a quello privato. Parliamo della istituzione di cattedre d’insegnamento per merito artistico. Così come esistono in Europa e in America. Oggi nelle università la letteratura italiana è rappresentata da storici della letteratura la cui incapacità tecnica nell’arte della prosa o della poesia è imbarazzante. Anche quando scrivono un articolo di giornale riescono a mostrare la loro ineleganza, ignoranza e monotonia. Non c’è possibilità alcuna che nelle università dove si insegna letteratura salga in cattedra un maestro in grado di insegnare agli allievi il lavoro della composizione letteraria. Né che un allievo possa, se lo desidera, laurearsi scrivendo come tesi di laurea un romanzo o un poema o una raccolta di racconti o altro del genere, così come ci si diploma in composizione scrivendo una sonata per pianoforte. Stiamo insomma dicendo che l’università non fa arte, gli scrittori vengono talvolta arruolati in marginali seminari di “scrittura creativa” che hanno un ruolo tecnicamente incomparabilmente inferiore a quello dei corsi veri e propri tenuti dai docenti che pietosamente li elargiscono. Stiamo dunque chiedendo, ribadiamo, l’introduzione di corsi universitari della durata e dell’importanza curricolare pari a ogni altro, tenuti da scrittori, chiamati all’insegnamento per merito e non per concorso, con l’obbiettivo di portare tra le discipline universitarie la scrittura e di rendere dunque il suo insegnamento un’attività riconosciuta tra i compiti del sistema educativo e economicamente protetta.

Altre proposte sono immaginabili, ma queste tre, immodificabili e coordinate, ci sembrano le più urgenti. Quelle che possono arrestare prima possibile la falla aperta nel terreno dal quale fuoriescono i liquami della continua misvalutazione dello scrittore in Italia, considerato un dropout, un fallito, un dopolavorista, quando è il più serio e concentrato dei lavoratori.

La letteratura italiana degli anni 2000

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

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I libri in uscita sono troppi

3 luglio 2011

 

 

 

I libri in uscita sono troppi. Questa è la convinzione di chi scrive e il titolo del post con cui LibOn pubblica un intervento di Simone Barillari condiviso nel gruppo editoria del movimento TQ. Il blog di riferimento è Minima & Moralia: casa editrice Minimum Fax.

 

 

di Simone Barillari

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.

Non si può disobbedire a tutte le leggi che regolano il mercato, non si può disobbedire da soli nemmeno a una sola delle leggi che regolano il mercato, senza che il mercato punisca severamente una simile disobbedienza. Si può però disobbedire a una delle leggi del mercato se a quella legge si disobbedisce in tanti – e se si disobbedisce a lungo, con orgoglio e tenacia, si può infine essere premiati per questa coraggiosa disobbedienza.

Ci sono in TQ dirigenti editoriali di almeno sei o sette diverse case editrici, tutte di grande prestigio e rilievo. Da sole queste case editrici non basterebbero ancora, naturalmente, ma potrebbero essere una cerchia iniziale per proporre seriamente un patto di decrescita o di non incremento della produzione di libri ad altri interlocutori e vedere se si riesce a raggiungere un accordo comune con una parte significativa dell’editoria italiana. Prevedo l’obiezione che si può muovere a questa proposta, e non ho difficoltà a capirne la fondatezza e l’importanza: non aderirebbero mai proprio gli attori dominanti del mercato, il gruppo Mondadori e il gruppo Rcs, per esempi, e rischieremmo così di fare il loro gioco. Ma non è detto che non riusciremmo a trarre dalla nostra parte alcuni marchi di quei gruppi, e – soprattutto – molti di noi hanno combattuto per anni contro questi moloch, e la situazione, nel complesso, non ha fatto che peggiorare, perché continuiamo a combatterli sul loro terreno e con le loro armi – la quantità, l’efficienza industriale invece della cura artigianale. Proviamo allora a concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori, proviamo a spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, proviamo ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio. Proviamo a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici.

Sono profondamente persuaso che questa potrebbe, se non dovrebbe, essere una delle battaglie cruciali di TQ, e che avrebbe un’ampia e potente eco mediatica che aiuterebbe a sostenerla e a vincerla. E, ripeto, dai libri andrebbe estesa a tutte le opere, in una grande, ambiziosa operazione di ecologia culturale.

C’è probabilmente qualcosa da perdere, per molti di noi, in questa battaglia, ma forse c’è ancora di più, per quegli stessi di noi e per tutti gli altri, da guadagnare.
Vi ringrazio dell’attenzione.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

AC

Articolo Christian Raimo Minima & Moralia

10 maggio 2011

LibOn dà risalto all’articolo scritto da Christian Raimo e pubblicato da Minima & Moralia, il blog culturale di Minimum Fax, il 7 maggio 2011.

Il tema del post è la nuova strategia di marketing di Facebook: incentivare l’utente a indugiare sulle inserzioni pubblicitarie (per l’intera loro durata), per ricevere in cambio un premio in gettoni. Da utilizzarsi, sempre dentro al portale, per l’acquisto di vari gadgets e chissà cos’altro. L’obiettivo è chiaro: massimizzare i proventi derivanti dalla pubblicità.

Titolo

Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo

Testo

Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo. In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente. Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.

La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo dello sfruttamento capitalistico nell’era dell’economia immateriale. È di ieri un terzetto di notizie che viene direttamente da Palo Alto, la sede di Facebook. 1) Il signor Mark Zuckerberg si è comprato la prima casa come si deve: una villa da sette milioni di euro. Non quell’appartamentino da nerd in cui ha vissuto fin adesso. 2) Lo stesso signore ha deciso di competere con Google per l’acquisto di Skype. 3) (ed è la notizia più interessante) sta pensando di pagare dieci centesimi di dollaro a chi guarda – fino in fondo – degli spot su Facebook: il pagamento avverrà in crediti virtuali che però diventeranno l’unica moneta disponibile su Facebook per comprare gadget, applicazioni, etc… e magari in futuro varranno come moneta valida per tutto internet e, perché no, anche per il mondo reale.

È un’iniziativa win-win, dicono la maggior parte dei siti in Italia, da Repubblica.it ai vari blog di smanettoni. Ossia tutti ci guadagnano: l’utente guadagna fruendo del suo contenuto culturale, l’azienda sa che il consumatore ha visto lo spot fino in fondo. Siamo contenti anche noi? Sorrideremo anche noi ai nuovi capitalisti che siedono al posto d’onore con Barack Obama alla prima apparizione del presidente americano per la campagna elettorale 2012?

Facebook è un congegno strano: sta compiendo in maniera cristallina quello che il capitalismo non era mai riuscito a fare. Mettere a profitto ogni singola attività umana – come direbbero i Signori Grigi: il tempo. Perché perdere tempo a chiacchierare, oziare, guardare video, scambiare foto, commentare le notizie del mondo, farsi i fatti degli altri, vivere insomma, perché farlo altrove quando lo puoi fare meglio qui? Perché si chiama tempo perso se invece ci si può guadagnare sopra?

Ed ecco, se ci pensate, ogni volta che postate un video, cambiate uno status, invitate un amico, insomma ogni volta che svolgete una piccola azione su Facebook, le quotazioni virtuali a Palo Alto aumentano di un’anticchia, uno zero virgola zero zero zero uno.

Ma, come si dice, le gocce nel mare.

Quello che circa mezzo miliardo e passa di persone (bambini e vecchi compresi) producono, alle volte per sei, otto, dieci ore della loro vita, non è altro che quello che potremmo definire pluslavoro cognitivo e relazionale: che non gli viene retribuito. Il plusvalore generato da questi più di 600 milioni di “amici” secondo l’ultima proiezione del New York Times di qualche mese fa corrisponderebbe a 50 miliardi di dollari. È comprensibile che Mark Zuckerberg si senta abbastanza sicuro dell’investimento per comprarsi la sua villa da vip; come è comprensibile che decida di monetizzare esplicitamente questo pluslavoro cognitivo e relazionale, e di distribuire qualche spicciolo a coloro che sono disposti a farlo per bene. Hai cinque minuti per guardare un video pubblicitario fino in fondo? Ecco il tuo soldino. Effettivamente sembra proprio una situazione win-win. La pubblicità non finanzia più le aziende, ma i consumatori. Pare quasi Keynes in salsa Paypal.

Cosa che allora fa storcere il naso? Immaginate una scena di questo tipo. Immaginate che un giorno vi chiami un amico un po’ di giù di corda e vi chieda se vi va di farvi una chiacchierata. Vi vedete, un giro al parco, una birra. Alla fine della serata, questo vostro amico vi sorride e vi dice: “Grazie. Mi sei stato di grande aiuto. Scusami, ma visto che ci sono, un podcast con la registrazione di questa nostra bella conversazione amicale lo posso mettere su e-bay e venderlo?”. Questo è Facebook, come è stato fin adesso. Così, se voi alla proposta del vostro amico ci pensate un po’ su e replicate: “Va bene, ma magari un centesimo per ogni utente che se lo scarica me lo versi?”, avete capito il senso del nuovo Facebook.

Che è un pochino diverso dall’idea di una redistribuzione equa degli utili, attenzione. Perché uno potrebbe dire, facciamo due calcoli approssimativi. 50.000.000.000 di dollari che sono prodotti da 500.000.000 di utenti: fanno cento dollari a capoccia, e potrebbe proporre invece della nuova funzionalità Facebook: facciamo che ve tenete 50 e mi date il resto, e io lo continuo a usare come voglio?

Nel mondo che ci aspetta si sta profilando uno scenario talmente limpido che non l’avevamo immaginato. Ieri uno sciopero di quattro ore chiedeva per l’ennesima volta una serie di tutele per chi vive in una società in cui il mondo del lavoro si sta trasformando molto in fretta. Le parole nuove sono precariato, lavoro atipico, terziario avanzato, reddito di cittadinanza… Nello stesso giorno il signor Mark Zuckerberg inaugurava il suo nuovo sistema di welfare del futuro: il reddito di consumo. Pensaci, lavoratore del 2020: quanto tempo affettivo, relazionale, ozioso della tua vita sei disposto a passare su Facebook? Quanto tempo della tua vita puoi dedicare a vedere spot? E se un giorno ti pagheranno anche per scrivere soltanto Mi piace o per Mandare un poke o per invitare più amici possibile o per fare la corte a una vecchia fiamma del liceo? Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?

Le immagini visualizzate rappresentano lo stato d’animo di chi scrive alla notizia: terrore. La prima fotografia è tratta dal lungometraggio La corazzata Potëmkin, la seconda da Nosferatu il Vampiro.

La libreria

AC